Adriano Sofri
Il bello di un'equazione differenziale

Per molti scolari, e tanti adulti, i numeri sono un incubo di noia o di astrattezza assurda. E i cultori di questa scienza passano per matti o stravaganti. Ma il piacere della matematica può appartenere anche alle persone comuni.

Hans Magnus Enzensberger, che è poeta e saggista, sta conducendo una personale campagna per reintrodurre il piacere della matematica nella vita intellettuale delle persone comuni. A questo scopo ha scritto anche una specie di manuale (figurato da R. Susanne Berner) tradotto da Einaudi: Il mago dei numeri, rivolto a quegli scolari per i quali la matematica è un incubo di noia o di astrattezza assurda; e anche agli adulti che non se ne siano più riavuti. In una conferenza riportata dal Corriere, Enzensberger protesta contro lo strano destino per il quale si trova normale proclamare verso la matematica un'estraneità assoluta che chiunque troverebbe anormale nei confronti della letteratura o delle belle arti. Uno che si diletti di matematica passa per un bello spirito, quanto un collezionista di fermacarte vittoriani. Eppure, la matematica attraversa un'epoca di progressi sensazionali: al paragone, belle arti, letteratura e teatro uscirebbero con le ossa rotte. È forse colpa della leggendaria eccentricità dei matematici professionali? Enzensberger, polemizzando con questo luogo comune, osserva ironicamente che ce ne sono parecchi pronti "persino a parlare con non matematici". Dice Enzensberger: "Anche per me il ponte levatoio verso la loro isola rimane alzato, ma ciò non mi impedisce di gettare ogni tanto uno sguardo sull'altra riva". Infinitamente più invalido, io getto uno sguardo sulle esortazioni di Enzensberger e di altri come lui (i libri di Gardner pubblicati da Zanichelli, Il riso di Talete di Gabriele Lolli appena uscito da Bollati Boringhieri, L'ultimo teorema di Fermat di Simon Singh, Rizzoli, ecc.) ma soprattutto, rimpiangendo di non averne studiato abbastanza la lingua, getto uno sguardo sulla matematica attraverso il ponte di fortuna delle biografie sui matematici. Mi comporto come chi, privato della fede, stia alle calcagna dei santi.

Il più bello della Scuola Normale pisana era la convivenza fra "scienziati" e "letterati", e i matematici erano memorabili. Il più memorabile era Ennio De Giorgi, un genio riconosciuto della sua disciplina, e stravagante abbastanza, nel modo migliore. Nato a Lecce nel '28, precoce come tutti (quasi) i grandi matematici, si era illustrato nel calcolo delle variazioni, nelle equazioni differenziali alle derivate parziali, nella teoria geometrica e nei problemi di logica, aveva risolto problemi impervii, ed era accompagnato dalla fama di essere insofferente dell'applicazione e dello studio, e di reinventare volta per volta le nozioni dalle quali procedere oltre. Si diceva che, esaminando qualcuno, De Giorgi impiegasse le prime due o tre domande a ricostruire la materia d'interrogazione, alla quarta entrasse nel merito, e alla quinta andasse già oltre il programma conosciuto spiazzando definitivamente il povero candidato. Leggendaria era anche la noia di De Giorgi: uomo solo e ascoltatore appassionato di musica, stava seduto ad aspettare qualcuno che fosse disposto a giocare con lui a scacchi.

Linceo e accademico di Francia, De Giorgi, di cui non si conoscevano altre vacanze se non presso certe suore che ricambiava con le sue lezioni, condusse un'attività appassionata a difesa dei diritti umani, e fu soprattutto grazie a lui che il matematico russo Leonard Pljusch fu liberato. Credente, diceva che l'espressione più antica e più bella era l'amore per la sapienza. "Il termine degli antichi filosofi greci, del Libro dei proverbi, secondo cui la sapienza immensa era con Dio quando creava il mondo". La matematica è una piccolissima parte di quella inattingibile sapienza, pensava, e "un bel problema, anche se non lo risolvi, ti fa compagnia se ci pensi ogni tanto". Gran persona. Del resto, quale disciplina annovera campioni di singolarità romantica come Pierre de Fermat (1601-1665), che annotò sul margine di un esemplare dell'Arithmetica di Diofanto di essere riuscito a trovare una meravigliosa dimostrazione del fatto che l'equazione xn + yn = zn non ha soluzioni intere positive se l'esponente n è maggiore di 2. Fermat precisò che la dimostrazione era "troppo lunga perché questo margine possa contenerla", e non la diede altrove. Da allora i matematici hanno cercato invano quella dimostrazione: fino a che ci è arrivato nel '95 (quando, a differenza del tempo di Fermat, lavorano i calcolatori) il quarantunenne A.J. Wiles, che ci ha passato tutta una vita: tant'è vero che non ha potuto ottenere il premio Fields, il "Nobel per la matematica", perché lo statuto esclude chi abbia compiuto i 40 anni.

O campioni come Evariste Galois (1811-1832), che aveva collezionato una quantità di bocciature all'ammissione alle scuole matematiche, fu repubblicano militante, carcerato e, ancora ventenne, morì in duello - ragioni di coquettes. La notte prima, presentendo la morte - e forse facilitandola: bisogna dormire, alla vigilia del duello - riassunse per i posteri in una lettera a un amico le sue principali scoperte. "Perché un'equazione irriducibile avente per grado un numero primo sia risolvibile mediante radicali, è necessario e sufficiente che tutte le sue radici siano funzioni razionali di due qualsiasi di esse". Storie straordinarie. Nel mio libro Il nodo e il chiodo, di cui devo a Enzensberger l'edizione tedesca, avevo menzionato (con cautela!) la matematica dei nodi e, con maggior disinvoltura, i miei duelli coi lacci delle scarpe. Ma non potevo immaginare che un anno dopo ('96) M. Misiurewicz avrebbe pubblicato sul Mathematical Intelligencer uno studio, con bibliografia allegata, dal titolo Lacing Irregular Shoes, "dedicato a dimostrare" riassume Lolli "quale sia il sistema più efficiente di legarsi i lacci delle scarpe, corredato di grafici e anche di una fotografia di una vera scarpa". Ecco, lo spazio è finito.

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