PROCESSO CALABRESI

Sofri: il no del pg? prevedibile, ma si deve protestare

MANUELA CARTOSIO - MILANO
dal Manifesto, 10 gennaio 1998


 

A NCHE se l'ingiustizia è prevedibile, contro di essa bisogna protestare. Altrimenti significa che all'ingiustia e al pregiudizio ci siamo abituati. "Per me non è così. Non è affatto così", fa sapere Adriano Sofri attraverso la "Piccola posta" che invia dal carcere di Pisa al Foglio. Sofri mette a verbale - seppur "inutilmente" - la sua protesta "senza riserve" contro il parere negativo espresso dalla procura generale di Milano alla revisione del processo Calabresi. Scontato fin che si vuole, visto che quel no reca la firma del sostituo pg Ugo Dello Russo, sostenitore dell'accusa nei tre processi d'appello. Ma la procura, osserva Sofri, "non ha il compito d'uffico di sostenere a ogni costo l'accusa, e tanto meno di attenersi a ogni costo al proprio partito preso. Ha il compito di studiare gli argomenti e valutarli". Dello Russo, affiancato per salvare la forma dal collega De Petris, sostiene che l'istanza di revisione presentata dall'avvocato Gamberini non contiene "fatti nuovi". "Ci sono - replica il condannato - molti, gravi, ineludibili".

Ieri l'avvocato Sandro Gamberini ha consegnato alla quinta sezione della Corte d'appello (cui spetta la decisione definitiva sulla revisione) nove cartelle di osservazioni sul no della procura generale. Il parere dei due sostituti pg - scrive il difensore dei tre condannati - trasuda "gusto necrofilo". La procura generale, invece di replicare al difensore che ha individuato nella sentenza d'appello del '95 macroscopiche falle, "pretende di riesumare valutazioni e sentenze già travolte dalla corte di legittimità". "Peccato - osserva Gamberini - che Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani ed Ovidio Bompressi siano in carcere in virtù della sentenza del 1995 (e della sua conferma del 1997)!". E' quella, nella sua sgangheratezza, a far testo e la procura generale non può rifugiarsi con "perversa circolarità" nelle sentenze precedenti, già sepolte per la loro illogicità dalla Cassazione. Seguono le osservazioni nel merito e qui citiamo solo quella relativa alla testimonianza di Luciano Gnappi. Ai due pg che sostengono che non è certo che la foto mostrata a Gnappi non ritraesse Bompressi Gamberini esibisce l'intervista di Antonino Allegra al Giornale. In essa l'ex capo dell'ufficio politico conferma che due poliziotti andarono a casa di Gnappi e gli mostrarono una foto (Gnappi sostiene più di una) sicuramente non di Bompressi.

Un giudice bolognese, Libero Mancuso, ha sentito l'obbligo di esprimire pubblicamente la convinzione che il processo per l'omicidio Calabresi sia "da rifare". Leonardo Marino, dichiara Mancuso, è una fonte "non limpida", "sottratta all'immediato controllo del magistrato" (il riferimento è alle assidue frequentazioni tenute segrete di Marino con i carabinieri). Marino è una prova inquinata dal mendacio e "rimasta l'unica". Mancuso ricorda le "severe critiche" delle sezioni unite della Cassazione alla prime due condanne, tradite disinvoltamente dalla sentenza suicida e dalle successive decisioni. "In questa tormenta vicenda si è accumulato un debito di verità e giustizia che anche alla luce dei nuovi contributi probatori va finalmente onorato attraverso un giusto e sereno processo". Ha un unico neo la presa di posizione di Mancuso: come pm al processo per la strage di Bologna chiese ed ottenne la condanna di Giusva Fioravanti e di Francesca Mambro, sulla parola di un solo teste per di più smentito da altri.