Noi, assediati nel bunker della Corte d'appello

Il racconto dei magistrati che hanno bocciato la revisione del processo

 

Stefano Zurlo, Il Giornale, 20 marzo 1998


Rompere l'assedio era impossibile, ma almeno un tentativo per uscire dall'isolamento del bunker l'hanno fatto. Martedì mattina il presidente della quinta sezione penale della Corte d'appello Giorgio Riccardi ha telefonato a Nunzia Ciaravolo, numero uno a Milano dell'Associazione nazionale magistrati e ha lanciato una sorta di sos. "Trovavo abbastanza scandaloso", spiega Riccardi, "che la Rai trasmettesse, con i soldi nostri, di noi cittadini che paghiamo il canone, uno spettacolo sul caso Calabresi totalmente schiacciato sulle posizioni della difesa. E poi le ho ricordato che non c'era solo Gherardo Colombo". Ricordate? Quando il Pm del Pool era entrato con la spada sguainata nei palazzi della politica romana, portando con sé le liste dei buoni e dei cattivi, aveva subito sì feroci critiche ma aveva anche raccolto lettere, messaggi e fax di solidarietà da parte dei colleghi, peones o primedonne. E stavolta? Quando a minare il lavoro di quei tre signori chiusi dentro il bunker si sono cimentati con cadenza quasi quotidiana i D'Alema, i Martinazzoli, i Boato?
Un silenzio assordante. La risposta all'appello è stata gelida, uno schiaffo in faccia: "La Ciaravolo mi ha detto che non ritenevano opportuno un comunicato. E così siamo arrivati al gran finale".
Il giorno dopo, i tre magistrati - Riccardi, Giovanni Budano e Niccolò Franciosi - sono ai posti di combattimento. Si ritrovano presto e danno disco verde all'ennesima istanza di revisione scarcerando il Sofri di turno (condannato a otto mesi per maltrattamenti), poi ciascuno prende la sua strada. Riccardi torna a Parma, Franciosi invece chiama in soccorso la moglie che si catapulta al palazzo di giustizia come la mamma a scuola dal figlio, per dargli conforto. "Sono sereno", dice Riccardi al cronista, ma poi aggiunge: "Ormai questa storia me la sognavo anche di notte. Mi svegliavo, mi tornavano in mente certi particolari, certe sottolineature, certi temi". Gli occhi verdi di Franciosi invece hanno preso una tonalità rossastra, come capita nei laghetti alpini. Sarà la stanchezza, la tensione, lo stress delle ultime interminabili 24 ore.

Un thriller nel film di questi mesi. "Martedì sera" - racconta Riccardi - "abbiamo finito alle sette. Ho preso il treno e sono tornato a casa a Parma. Sulla segreteria telefonica ho trovato un messaggio del presidente della corte d'appello Serianni. L'ho richiamato intorno alle 21.15. Lui mi ha detto che c'erano altri atti appena arrivati da Roma. Ho avvisato Franciosi e Budano". Così anche l'ultima notte si è trasformata in un incubo. Che altro poteva esserci dopo la predica, naturalmente sobria, del leader della Bicamerale, lo spettacolo del giullare-Nobel col pupazzo vuoto di Marino, i dubbi cartesianamente messi in fila su Le monde dal grande scrittore? I tre devono avere passato una pessima notte, come si intuisce dalle pupille di Franciosi. Devono avere provato, come fanno i bambini, a scomporre pezzo per pezzo il puzzle e poi a rimontarlo. "Un giorno" - dice Riccardi - "ho sentito alla radio il figlio di Sofri: sosteneva che l'istanza era a giudizio di molti accoglibile.Verissimo: dopo averla letta tutti penserebbero la stessa cosa. Ma il mio compito è leggere anche tutti gli altri atti per poi vagliarli criticamente". Quella notte, in perfetta solitudine, Riccardi, Budano e Franciosi hanno valutato criticamente se stessi. Poi, al mattino, si sono precipitati in ufficio e hanno trovato uno striminzito verbalino del brigatista Etro che chiamava in causa il br Morucci. Un falso allarme; l'ultimo, non il primo: "Qualche tempo fa" -aggiunge Riccardi - "la difesa di Sofri venne a sapere che a Roma, in un deposito del Viminale, era stato trovato un documento sull'omicidio Calabresi. La Procura generale lo fece arrivare, credo con un aereo militare. Ma quei fogli non contenevano rivelazioni. Questa storia" - conclude il presidente - "finisce senza misteri".

Nel pomeriggio anche Franciosi se ne va, scortato dalla signora. Gli occhi sono sempre arrossati. Come il giorno in cui Flick lo mise sotto procedimento disciplinare per avere tirato le orecchie al giudice Crivelli, autore dell'infelice monologo sul bastone e la carota. Ha vinto il partito dei giudici, come dice Giuliano Ferrara? Non si direbbe a vedere questo magistrato che lascia la stanza, la 534 al terzo piano, come uscisse da un rifugio antiaereo. Guardandosi a destra e a sinistra. E mormorando poche parole: "Tenere in galera tre persone non fa piacere a nessuno. Perché i politici invece di spiegarci cosa fare non scrivono una legge sull'indulto?" Troppo semplice per essere vero.