Adriana Zarri
Calabresi, il dubbio non sfiora l'Osservatore


Di fronte alla vicenda di un "collaboratore" (o "dichiarante" o comunque vogliamo chiamarlo meno che "pentito") il quale si è visto uccidere un figlio da mafia che non lo aveva perdonato, spero che la vedova Montinaro, esaltata da tutti, anche da Avvenimenti (in una lettera che peraltro penso esprima solo il pensiero del mittente) si renda conto di quanto già le avevo detto: che, cioè, la sua affermazione secondo cui i "collaboratori" si godono in pace la famiglia, era una mastodontica sciocchezza. Peraltro non la sola in un discorso che ha commosso l'Italia un po' troppo; forse perché, accanto a toni ed opinioni discutibili (è di oggi il richiamo di un'autorità a non esporre i figli piccoli alle notorietà televisive), metteva il dito su problemi reali.

Di fronte alla dignità di Sofri, Bompressi e Pietrostefani che, pur potendo sottrarsi alla giustizia (tutti avevano passaporti, Pietrostefani viveva al sicuro in Francia), si sono spontaneamente consegnati, spero che Vittorio Messori si renda conto che esiste anche una morale laica e non soltanto religiosa. Secondo Messori, al di fuori di un orizzontale di fede, sarebbe logico impiccare i lanciatori di sassi e concedere ai familiari delle vittime il diritto di infierire sulle salme pendenti. Eppure il vilipendio di cadavere è vietato, se non erro, da un codice laico: è una legge della nostra repubblica e non dello stato vaticano. E non è stata scritta in un orizzonte di fede. Ma poi cos'è la fede? E' tanto certo Messori di saperlo? Il parroco di Sofri ha portato al detenuto la solidarietà della parrocchia. &laqno;Adriano afferma dl non credere in Dio», ha dichiarato il prete, &laqno;eppure è un uomo di fede». Mi auguro che anche Messori lo sia.

Di fronte alla richiesta di Sgarbi - che vorrebbe Sofri come suo consulente per questioni giudiziarie e carcerarie - spero che l'ex leader di Lotta Continua respinga la richiesta al mittente.

Commentando la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, l'osservatore esprime rispetto per tutti ma soprattutto per Calabresi &laqno;servitore dello Stato, ucciso senza pietà... padre di due bambini...» e, passando alla sua famiglia, ricorda che &laqno;con grande civiltà ha manifestato una misurata soddisfazione per la parola definitiva della giustizia, ma nessuna gioia per la sentenza e nessuna acredine per i condannati. Tutto ciò merita rispetto». Indubbiamente; e merita tanto più rispetto in quanto la vedova e i figli del commissario assassinato sono convinti della responsabilità dei condannati. Il che è abbastanza comprensibile, dati gli inconsci condizionamenti dell'ambiente e della storia familiare. Meno comprensibile da parte dell'osservatore che, essendo meno emotivamente coinvolto, un qualche dubbio ce lo potrebbe avere. Ed anche una qualche comprensione, oltre che per la famiglia Calabresi, anche per le famiglie dei condannati a quella sorte di morte civile che è un quasi ergastolo. Anch'essi hanno figli e mogli e amici e una vita non soppressa ma certamente sconvolta. Ma la comprensione dell'osservatore è molto tiepida ed astratta; pungente invece l'ironia per le diffuse critiche alla sentenza. Al punto che quasi si direbbe che vi sia una certa soddisfazione per &laqno;la parola definitiva della giustizia». E se non fosse giustizia? Il dubbio non sfiora l'Osservatore che, mentre elogia la famiglia Calabresi per non avere espresso &laqno;nessuna gioia», sembra quasi provarla lui questa gioia: certo temperata da un cristiano perdono, ma troppo intrisa di precomprensioni colpevoliste.

E mi chiedo quale sarebbe l'atteggiamento del giornale vaticano se una sentenza così dubbia colpisse persone di un diverso indirizzo politico. Non sappiamo come si concluderà il processo Andreotti. Per ora anche sul senatore le prove sembrano tutt'altro che certe. Se dovesse darsi una condanna discutibile penso che l'O - giustamente - ricorderebbe l'adagio &laqno;in dubbio pro reo». Non sarebbe male che lo ricordasse anche per Sofri e compagni.