Caso Sofri. L'incontrovertibile depistaggio

Una donna paffuta o un uomo baffuto? Cosa insegna la "prova maestra"? La strana storia del bloccasterzo della Fiat 125 blu. Ecco la prima parte dell'analisi puntuale e minuziosa degli atti processuali, integrati dall'istanza Gamberini. La seconda parte verrà pubblicata martedì

Guido Viale, dal Manifesto 28 e 30 dicembre 1997


S ULL'OMICIDIO del commissario Calabresi (1972) c'è stato un depistaggio, che ha impedito di identificare immediatamente l'assassino, ad opera dell'allora capo della squadra politica della Questura e terminale milanese del famigerato Ufficio Affari Riservati di Umberto Federico D'Amato.

Lo si ricava in maniera incontrovertibile dalla testimonianza resa da Luciano Gnappi, testimone oculare dell'omicidio e raccolta dall'avvocato Gamberini nell'ambito delle indagini svolte per preparare l'istanza di revisione della sentenza che ha condannato in via definitiva Sofri, Bompressi e Pietrostefani.

Luciano Gnappi è un testimone non sospetto: in tutte le sentenze sull'omicidio Calabresi viene considerato degno della massima fede; ha visto con i suoi occhi il delitto e l'assassino; è stato lui ad avvertire per primo la polizia; ha subito messo a verbale che sarebbe stato in grado di riconoscerlo. Gli hanno impedito di farlo. La sua testimonianza attuale è confermata da un altro teste che gli era vicino all'epoca di questi fatti. Entrambi non hanno e non hanno mai avuto alcun legame con gli imputati.

Il fatto che si sia deciso a parlare sul risvolto oscuro della sua vicenda è perfettamente spiegabile: innanzitutto con il clima di terrore che accompagnava i depistaggi sui diversi e successivi episodi della strategia della tensione all'epoca: i testimoni che hanno avuto a che fare a vario titolo con la strage di Piazza Fontana, "morti" in circostanze "strane" sono più delle vittime della bomba. Gnappi stesso racconta che dopo aver assistito all'omicidio del commissario, e soprattutto dopo l'episodio di depistaggio, vissuto nel terrore per alcuni mesi, e con il fermo proposito di non venir più coinvolto in quella vicenda per molti anni. D'altronde, poche settimane dopo l'omicidio, a Gnappi fu data una scorta. Perché?

Gnappi si è deciso a raccontare quello che sapeva dopo aver preso atto che tre persone innocenti sono state condannate in via definitiva a molti anni di carcere ed effettivamente incarcerate. Un motivo molto valido per rompere il silenzio c'è senz'altro.

Gnappi ha reso la sua testimonianza, la più eclatante, ma non l'unica presentata come "elemento nuovo" nell'istanza di revisione dell'avvocato Gamberini, in un diverso contesto, caratterizzato - alla buon'ora - dal passaggio dal vechio al nuovo rito processuale, previsto dal nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore, si badi bene, poche settimane dopo l'arresto di Sofri Bompressi e Pietrostefani.

Il vecchio rito fa dell'accusa - Procura, pubblico ministero, giudice istruttore - il dominus incontrastato del processo; la difesa è messa in un angolo. Che uso abbiano fatto di questo vantaggio gli uomini a vario titolo reclutati nel team degli accusatori (compreso il sedicente avvocato "difensore" di Leonardo Marino, il Presidente della Corte nel giudizio di primo grado - già a tutti gli effetti membro della Procura di Milano all'epoca del processo - carabinieri, giudice istruttore e pubblico ministero) è cosa che supera ogni immaginazione e che ha potuto essere nascosto all'opinione pubblica solo grazie alla colpevole disattenzione, o alla vera e propria connivenza, che ha caratterizzato la cronaca giudiziaria di quegli anni.

Ci penserà Dario Fo a portare in giro, in tutto il mondo, la cronaca di quel processo attentamente e scrupolosamente riletto attraverso la lente della sua vena ironica e della sua passione per il grottesco. A 27 anni dal suo Morte accidentale di un anarchico, la nuova piece Marino è innocente far così capire a tutto il mondo, dalla Cia al Canada, dalla Terra del Fuoco alla Svezia, dagli Stati Uniti alla Turchia, che in Italia la strategia della tensione non è mai morta.

Il nuovo rito consente invece al difensore di svolgere indagini, di interrogare direttamente i testimoni - senza il filtro di un presidente compiacente (con l'accusa) come Manlio Minale - di raccogliere testimonianze direttamente, senza incorrere nell'accusa di voler minacciare Marino e di voler pugnalare alle spalle il suo ipocrita "difensore", con cui durante tutto il corso di questa infinita vicenda processuale, è stato eretto un vero e proprio muro a difesa della veridicità e poi della santità dell'unico testimone di accusa di questo processo.

L'avvocato Gamberini si è imbattuto nella testimonianza esplosiva di Luciano Gnappi - che chiama ormai in causa, in modo incontrovertibile, il Ministero degli Interni retto da Giorgio Napolitano e la commissione Stragi del Parlamento, presieduta dal Senatore Pellegrino - per puro caso: stava semplicemente verificando la congruenza delle testimonianze oculari rese alla polizia giudiziaria tra di loro e la loro incongruenza con la ricostruzione dell'omicidio fatta da Marino.

Ma la testimonianza di Gnappi getta finalmente un fascio di luce anche su tutto quello che è successo dopo: dalle indagini immediatamente indirizzate su Lotta Continua - ve lo ricordate il giudice Amato, subito dopo la strage di Piazza Fontana? "Cercate tra gli anarchici!" - fino alla più che sospetta comparsa dei carabinieri a fianco di Marino - o, meglio, di Marino a fianco dei carabinieri - nel 1988 - ed alla ancor più singolare conduzione di molti dei processi di questa vicenda.

Adriano Sofri e i suoi coimputati, a proposito della vicenda che li ha trascinati in carcere, si sono sempre rifiutati di usare il termine complotto - parola che invece stata sempre rievocata, per negarlo e per irridere agli imputati - dal team dell'accusa. Non hanno voluto usare questo termine non per ingenuità (nessuno li potrebbe accusare di sprovvedutezza); ma nel - vano - tentativo di costringere i loro accusatori ad attenersi solo ed esclusivamente agli atti processuali, cosa che questi non

hanno mai fatto, preferendo attenersi al loro pregiudizio e perseguirlo contro ogni evidenza.

Qui facciamo altrettanto. Dagli atti processuali integrati con l'istanza presentata dall'avvocato Gamberini risulta peraltro incontestabile:

- che Marino è l'unico teste (impunito e premiato: con la prescrizione del reato e l'improvviso benessere economico che gli ha permesso di saldare i suoi molti debiti, comprarsi due case, un furgone-bar di notevoli dimensioni, dove peraltro fa lavorare altri al posto suo) a carico di Sofri, Bompressi e Pietrostefani e che tutti i presunti riscontri a sostegno della sua deposizione non hanno alcun fondamento.

- che la sua compagna Antonia Bistolfi, unico teste utilizzato a supporto di Marino dall'accusa e dalla cosiddetta difesa di Marino, è un teste falso: ha sempre negato di essere stata messa al corrente delle dichiarazioni che Marino stava concordando con i carabinieri, mentre dal suo diario, acquisito dall'avvocato Gamberini e certificato da una perizia grafica, risulta che sapeva e si compiaceva di quanto stava accadendo.

- che la "prova maestra" (usata per tutti questi anni a sostegno della credibilità di Marino: dagli inquirenti, dal pubblico ministero, dallo pseudodifensore di Marino, dagli avvocati di parte civile e dello Stato, dai giudici, ma anche da non meno di un migliaio di giornalisti e di commentatori "colpevolisti") e cioè che non c'era altro modo di spiegare perché Marino, incensurato e libero, si sarebbe dovuto accusare di un delitto che gli avrebbe procurato molti anni di prigione, se non con il fatto che lo aveva effettivamente commesso ed era poi stato preso dal rimorso, non prova in realtà un bel niente. Innanzitutto si tratta di un classico caso di inversione dell'onere della prova: si chiede agli altri imputati di trovare una spiegazione, altrimenti si dà per scontata la veridicità dell'accusa, mentre toccava proprio agli inquirenti indagare, caso mai, sulle settimane e sui mesi che hanno preceduto la confessione di Marino, per trovarne un perché. Cosa che non hanno mai fatto. In secondo luogo, perché Gamberini ha dimostrato che Marino era perfettamente al corrente dei meccanismi premiali a vantaggio dei "pentiti", da cui risulta peraltro aver tratto molti vantaggi anche materiali. Ma soprattutto perché questa storia ha un riscontro preciso nel caso di Maria Fontana, una prostituta libera e incensurata, accusatasi "spontaneamente, perché rosa dal rimorso", di essere stata l'autista nel corso di una rapina e del conseguente omicidio di un testimone, svoltisi a Bologna nel 1989. Grazie alla sola confessione di Maria Teresa Fontana, sono stati condannati in primo grado e in appello alcuni malavitosi catanesi, mentre la sedicente autista ha avuto una condanna a soli sette anni, mai scontati. E' risultato poi che gli autori di quella rapina erano stati invece i fratelli Savi, protagonisti di tutta la vicenda della cosiddetta Uno bianca, che hanno confessato anche quel delitto, e che Maria Teresa Fontana era stata indotta a prestarsi a questo depistaggio dal ricatto di un commissario di polizia di cui era precedentemente confidente. Più chiaro di così si muore!

- che Leonardo Marino non ha partecipato all'attentato al commissario Calabresi e che la ricostruzione dei fatti che ha raccontato (o che gli stata suggerita) non regge. Tutte le deposizioni rese dai testimoni oculari dell'attentato collimano tra loro, e con la ricostruzione dell'attentato fatta dalla polizia nell'immediatezza del fatto, e, ancor più in dettaglio, con la ricostruzione tridimensionale fatta al computer dall'avvocato Gamberini, mentre si scontrano frontalmente con il racconto di Marino.

- che alla guida dell'auto del commando che ha ucciso Calabresi c'era una donna bionda, con i capelli lisci e paffuta, e non un uomo nero, con i capelli a cespuglio e baffuto (come Marino). Questo emerge in modo incontrovertibile dalle deposizioni degli unici due testi oculari (Pappini e Dal Piva) che hanno visto l'autista del commando; tanto vero che i primi fermati e indiziati per l'omicidio del commissario Calabresi (militanti di Lotta Continua) erano un uomo e una donna e, quando le indagini sono state rivolte sul fascista Gianni Nardi, insieme a lui è stata indiziata la sua compagna Gudrun Kiess, come possibile autista (ma non aveva la patente!); e a fare un riconoscimento era stata chiamata proprio la teste Dal Piva, che aveva visto di dietro e di profilo l'autista del commando e che così ne aveva descritto, nell'immediatezza del fatto, le sembianze: ragazza, 20 anni, capelli biondo oro, pantaloni attillati (bel sedere), borsetta a tracolla color nero. Un esatto ritratto di Leonardo Marino!

- che l'alibi di Ovidio Bompressi è incontestabile: è stato fornito al processo di primo grado da tre testimoni, giudicati nelle diverse sentenze di condanna inaffidabili perché amici dell'imputato ed ex-militanti di Lotta Continua; ma oggi viene confermato negli stessi termini da un testimone, che non è né amico di Bompressi né ex di Lotta Continua, e che era già stato individuato, come gli altri tre, pochi giorni dopo l'arresto di Bompressi. Per nascondere questo fatto, cioé che le persone in grado di fornire un alibi a Ovidio Bompressi erano già state individuate pochi giorni dopo il suo arresto, tra l'altro dal giornalista Paolo Vagheggi, il giudice Della Torre, che ha steso l'ultima sentenza di merito, ha dolosamente alterato la data di un articolo comparso sul quotidiano la Repubblica il 29.7.88, sostenendo che era uscito un anno dopo il suo arresto!

- che i proiettili sulla base delle cui fotografie (gli originali sono stati venduti all'asta dopo l'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, come è stata rottamata nello stesso periodo l'auto del commando omicida, gelosamente custodita fino ad allora) si è sostenuto che i colpi che hanno ucciso il commissario Calabresi fossero stati sparati da un revolver proveniente da una rapina che Marino attribuisce (de relato) a Lotta Continua, sono stati in realtà sparati da due armi diverse. Dunque, quello intero, sulla cui base sono state effettuate le perizie utilizzate dalla corte e dalle sentenze di condanna, è stato aggiunto in un secondo tempo (l'altro, il frammento, è stato estratto dal corpo del commissario Calabresi: quindi è sicuramente autentico) e non ha alcun valore di prova. Cosa che era già nota precedentemente, ma che è stata documentata con perizie di altissimo valore scientifico presentate dall'istanza dell'avvocato Gamberini.

- che la Fiat 125 blu utilizzata dal commando omicida (anch'essa distrutta nel corso dell'istruttoria) non era dotata di bloccasterzo, ma che ciò era perfettamente riconoscibile da una foto pubblicata all'epoca dalla rivista Panorama. La mancanza di bloccasterzo, pertanto, non può costituire conferma dell'autenticità del racconto di Marino. Peraltro che le auto rubate all'epoca non avessero il bloccasterzo è cosa nota tra tutti gli operatori del settore (ladri di auto) e tra tutti coloro che, per motivi carcerari, li hanno frequentati. Il fatto è che, in entrambi i casi, invece di effettuare delle vere perizie, il Pm e la Corte hanno assunto come perizia il racconto di Marino.

- che le testimonianze relative a pretese esercitazioni militari del "gruppo di fuoco" di Lotta continua sono un falso clamoroso dei giudici che hanno redatto la sentenza. Sono state ricostruite in base alla deposizione (peraltro del tutto induttiva: niente ha visto direttamente il teste) di una guardia forestale, tale C. Boria, che ha preso servizio in valle di Corio, teatro delle presunte esercitazioni, un anno dopo l'omicidio Calabresi, quando lo stesso Marino sostiene di non averci più messo piede. Questi tre ultimi punti congiunti sono significativi, perché sono quelli utilizzati da alcuni esponenti della Procura di Milano (segnatamente il Procuratore aggiunto De Ambrosio) per sostenere la presenza di autentici riscontri alla deposizione di Marino.

INCONTESTABILE risulta dagli atti processuali integrati con l'istanza presentata dall'avvocato Gamberini anche:

- che il giudice Della Torre, nella sua sentenza, ha resuscitato i morti, attribuendo una deposizione "lucida e convincente" al teste Biraghi (morto nel 1972) durante il processo di primo grado, svoltosi nel 1990! Questo falso non è casuale. Al teste Biraghi si aggrappano tutte le sentenze per avallare la ricostruzione dell'omicidio fatta da Marino. Marino sostiene di aver posteggiato in prima fila, davanti a un passo carraio, il che gli avrebbe permesso sia di vedere l'uscita del commissario Calabresi nello specchietto retrovisore che di fare marcia indietro. Peccato che il teste Biraghi, interrogato nell'immediatezza dell'omicidio (e morto pochi mesi dopo) abbia visto sì una 125 blu posteggiata davanti alla sua agenzia, ma in seconda fila, davanti a un furgone di acqua minerale, anch'esso posteggiato in seconda fila, che avrebbe comunque impedito all'autista della 125 sia di fare marcia indietro che di vedere l'uscita del commissario Calabresi; e non avesse comunque notato alcun motore acceso. La ragione di questo particolare attaccamento delle sentenze alla testimonianza di Biraghi, nonostante che anch'essa sia in aperto contrasto con la ricostruzione di Marino, e pienamente congruente con quella di tutti gli altri testimoni, sta nel fatto che si è sempre fraudolentemente cercato di usarla per invalidare la credibilità del teste Pappini (e quindi anche della teste Dal Piva), che aveva incontestabilmente visto una donna al volante dell'auto degli omicidi.

- che Marino ha a lungo preparato la sua deposizione con i carabinieri (sulla scena muta che, secondo Marino e i carabinieri, avrebbe caratterizzato questi incontri, durati almeno due settimane e, verosimilmente, alcuni mesi, Dario Fo sta preparando uno dei pezzi più esilaranti del suo prossimo lavoro, Marino è innocente).

- che i Carabinieri hanno continuato a imboccarlo durante la fase istruttoria. Per esempio mostrandogli la pianta della casa del presunto basista dell'attentato; casa che Marino non aveva neppure saputo individuare in un primo momento, e che in una seconda ispezione riconosce invece perfettamente, compreso lo spostamento di cinquanta (50) centimetri del muro di un bagno. Inducendo sia Marino che la sua compagna a ricostruire la storia dei sospetti di quest'ultima (che suffragherebbero la versione di Marino) sulla base di un fotofit che non può essere assolutamente, per ammissione stessa dell'accusa, ricondotto a quello di Bompressi; ma che Marino utilizza comunque lo stesso, in un suo libro, a suffragio della veridicità del suo racconto. Mostrandogli la foto del basista destinato a tenere compagnia a Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani per 22 anni al Don Bosco di Pisa, se questo fortunato imputato non avesse potuto dimostrare di aver avuto, all'epoca dell'omicidio Calabresi, una folta barba: che Marino non ricordava perché non compariva nella foto utilizzata dai carabinieri. Infine, scorrazzando con Marino in giro per Milano, tra la casa del presunto basista e il luogo dell'attentato, per aiutarlo a orientarsi!

- che fin dai primi giorni successivi all'omicidio venne messo in atto un depistaggio: mentre Allegra si rifiutava di utilizzare il testimone Gnappi per individuare il vero assassino, gli organi inquirenti avevano già aperto la caccia a Lotta Continua con il fermo di Angelo Tullo e Francesca Solani, due militanti dell'organizzazione che, si badi bene, anche se scarcerati, grazie ad alibi di ferro, sono rimasti nella posizione di inquisiti fino al 1988, quando il giudice Lombardi, titolare dell'istruttoria, ha potuto disporre di ben più ghiotti bocconi.

- che il depistaggio è stato ininterrotto: innanzitutto a opera del colonnello Bonaventura, che già nel '72, con il grado di tenente, aveva indirizzato le indagini su Lotta Continua (come pochi mesi dopo verranno indirizzate su Lotta Continua le indagini sulla strage di Peteano, a opera del colonnello dei carabinieri Mingarelli!), e che nell'88 ritroviamo nel ruolo di paziente ascoltatore dei silenzi di Marino nella caserma di Sarzana.

Al processo di primo grado, il colonnello Bonaventura, dopo aver ammesso, in via del tutto incidentale, i colloqui con Marino non verbalizzati e da questo fino ad allora taciuti, dichiarerà "che l'omicidio Calabresi era stato opera di un servizio d'ordine di Lotta continua... io questo, mi perdoni, lo davo come scontato dentro di me". Solo questa ferma determinazione al depistaggio può peraltro spiegare altre assurdità del processo. In particolare:

1) Marino ha fin dall'inizio cercato di coinvolgere nelle sue confessioni tutto il cosiddetto esecutivo di Lotta Continua, i cui membri non sono stati perseguiti, ma vengono comunque citati in tutte le sentenze come veri mandanti dell'omicidio (Sofri doveva soltanto "confermarlo"); a suo tempo erano stati comunque inviati avvisi di garanzia in merito a Marco Boato, Paolo Brogi, Roberto Morini e Mauro Rostagno e probabilmente, nel disegno iniziale, l'intero "esecutivo" dell'ex Lotta Continua era destinato alla galera;

2) Marino ha cercato di documentare la persistenza negli anni di un'organizzazione armata di Lotta Continua (persino dopo il suo scioglimento come gruppo politico) coinvolgendo come uno dei suoi ufficiali reclutatori l'attuale direttore del notiziario di Italia Uno Paolo Liguori (accusa prima stralciata dal processo e poi archiviata, ma che comunque aveva spinto i carabinieri a pedinare e a filmare i movimenti di Paolo Liguori).

3) Marino ha ripetutamente denunciato presunte e mai dimostrate minacce subite a opera di altri due ex militanti di Lotta Continua, motivo per cui ancora oggi si trova sotto la protezione dei carabinieri; cosa che gli consente di continuare a vendere crepes a Bocca di Magra, piazzando il suo furgone in un posto che occupa abusivamente;

4) I carabinieri - in particolare il capitano Elio Dell'Anna del Ros di Trapani - avallati dalla Procura di Trapani e dall'avvocato di parte civile del processo Calabresi, Luigi Ligotti, hanno cercato di attribuire l'assassinio di Mauro Rostagno a questa stessa struttura, allegando presunte dichiarazioni del giudice istruttore Lombardi (che ha negato, ma non ha mai sentito il bisogno di denunciare Dell'Anna per calunnia) e del giudice a latere del primo processo d'assise d'appello, dottoressa Bertolé Viale (niente a che fare con il sottoscritto), dalla quale siamo in attesa di una smentita e di una chiarificazione dei suoi rapporti con questa storia.

Depistaggi a tavolino

Molto verosimile risulta inoltre:

- che tutti questi depistaggi hanno trovato il loro brodo di coltura (vedi deposizione già citata del colonnello Bonaventura) nell'attività della Procura e di alcuni giudici istruttori di Milano, che non hanno perso occasione per interrogare, nel corso degli anni, i pentiti di terrorismo su presunti rapporti tra Lotta Continua e l'omicidio Calabresi, avallando e spesso sollecitando accuse e dichiarazioni prive di qualsiasi riscontro; che hanno, con ripetuti interventi extragiudiziali, alimentato il clima di sospetto da cui sono scaturiti i falsi del capitano Dell'Anno; che sono arrivati a sostenere, come ha fatto recentemente il sostituto procuratore Spataro, che è certo che Lotta Continua aveva una struttura armata e clandestina; ma che non si è potuto procedere contro i suoi membri perché... non se ne avevano le prove!

- che tutta la vicenda giudiziaria, sviluppatasi per nove anni e sette sentenze (più tre ulteriori sentenze per cause stralciate e rinviate a Torino e Aosta, dove tutti i coimputati di Marino sono stati assolti, mentre Marino ha dovuto "patteggiare" per strappare una condanna che non inficiasse totalmente la sua credibilità) è stata caratterizzata da continue pressioni esercitate sui giudici sia popolari che togati, per condurla all'esito di una condanna definitiva.

Alcune pressioni sui giudici popolari sono state documentate dall'indagine svolta dal sostituto procuratore di Brescia, Fabio Salamone; di altre si è avuta notizia, ma non è stato possibile documentarle. Ma è difficile comunque spiegare eventi come l'accanimento che ha sorretto la stesura della cosiddetta sentenza suicida: quella che ha portato all'annullamento dell'assoluzione di tutti gli imputati (Marino compreso) al secondo processo di appello; o la solerzia del giudice Della Torre (all'epoca sotto schiaffo da parte dei carabinieri di Bergamo, che lo avevano sorpreso a dar consulenze giuridiche a due notori mafiosi) nel perseguire una sentenza di condanna contro il parere dei giurati della sua corte; o il transito del primo ricorso in Cassazione dalla prima alla sesta Sezione - prima di approdare, per le proteste che coinvolsero a suo tempo alcune migliaia di persone, alle Sezioni Unite; o la scomparsa dei corpi del reato subito dopo l'omicidio (come i vestiti del commissario Calabresi) o, peggio ancora, dopo l'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (come i proiettili o l'auto del commando omicida); o l'imboscamento per ben venticinque anni delle carte del commissario Calabresi a opera del giudice istruttore Lombardi; o le messe in scena del sostituto Pomarici, che dichiara di "cascare dalle nuvole" quando sente dire ai carabinieri quello che essi stessi avevano concordato con lui e con il procuratore Borrelli in sede extragiudiziale poche ore prima, e che Pomarici sapeva sicuramente da parecchio tempo.

E' difficile spiegare tutto ciò, e altro ancora, senza supporre dietro tutta questa vicenda una regia occulta, che non ha mancato di far sentire il suo peso anche in sede giudiziaria al momento opportuno. L'istanza dell'avvocato Gamberini ce ne fornisce una chiave.