Il gioco delle tre corti

Ecco perché il processo Calabresi e' tutto sbagliato

Una ridda di contraddizioni nell'intrecciarsi di sentenze sull'omicidio Calabresi. Una roulette che costringe in prigione Bompressi, Pietrostefani, Sofri dopo sette gradi di giudizio: senza aver sciolto i complessi nodi della vicenda, né dato risposte ai molti ragionevoli dubbi

Guido Viale, dal Manifesto 9 agosto 1998


Nel mese di giugno la procura generale presso la Corte di cassazione ha reso pubblico il suo parere sul ricorso della difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani contro l'ordinanza della Corte d'appello di Milano che ha giudicato inammissibile la loro richiesta di revisione del processo che li ha condannati a 22 anni di detenzione (sono in carcere da oltre 18 mesi). Questo documento è interessante perché la procura generale fa letteralmente a pezzi l'ordinanza della Corte d'appello di Milano.

La procura generale contesta l'ordinanza della Corte di appello di Milano, che utilizza le sentenze di primo grado (1990) e del primo processo di appello (1991), entrambe annullate dalle sezioni unite della Corte di cassazione (1992), la quale ha messo radicalmente in dubbio l'attendibilità di Leonardo Marino. Per questo il processo era stato rinviato al secondo giudizio di appello (1994: quello che si concluderà con la sentenza suicida), perché venisse verificata più seriamente la credibilità di Marino. La Corte di appello di Milano sostiene che l'annullamento delle sezioni unite è stato sanato dalla terza sentenza della Corte di cassazione (1997) che ha confermato la sentenza di condanna del terzo processo di appello (1995). La procura generale presso la cassazione respinge questa tesi: le parti delle prime due sentenze ('90 e '91) non citate in quella definitiva (Cassazione '97) - ma utilizzate dalla Corte di appello di Milano per sostenere che i temi a cui fanno riferimento le nuove prove sono stati già valutati nei primi due processi - sono da considerarsi nulle.

Processo casareccio

"Ad avviso del requirente - scrive la procura generale presso la cassazione - la suesposta valutazione, in quanto valuta tamquam non esset (come se non ci fosse, ndr) la decisione di annullamento delle sezioni unite, non è rispettosa delle regole dettate dalla giurisprudenza".

Quello della Corte di appello di Milano è una specie di gioco delle tre carte in cui, per integrare la sentenza di condanna definitiva si citano due sentenze annullate; e per restituire validità a quelle sentenze nonostante il loro annullamento, si sostiene che le cause di annullamento sono state sanate dalla sentenza definitiva. La Procura generale accusa la Corte d'appello di Milano di entrare continuamente e cervelloticamente nel merito delle prove e addirittura - in un delirio di onniscienza - delle perizie tecniche; mentre il suo compito è solo quello di valutarne l'ammissibilità, cioè il fatto che esse non siano palesemente infondate. In altre parole, la Corte di appello di Milano ha già anticipato il processo di revisione, facendolo nel chiuso della camera di consiglio, al di fuori di qualsiasi contraddittorio. "Appare fin d'ora contestabile... la rivendicazione da parte della Corte del potere di svolgere "autonome considerazioni" rispetto a quelle contenute nelle "sentenze di merito".

Il teste Gnappi

La prova nuova più eclatante addotta dalla difesa è la dichiarazione di Luciano Gnappi - un teste oculare dell'omicidio giudicato molto attendibile da tutte le precedenti sentenze - di aver riconosciuto l'assassino del commissario Calabresi (che non era Bompressi) in una delle foto mostrategli, due giorni dopo l'omicidio, da due agenti in borghese nel corso di una visita estemporanea in casa sua - e alla vigilia di una sua convocazione in questura per effettuare, per l'appunto, dei riconoscimenti fotografici. Ma che il vicequestore Allegra - superiore gerarchico di Calabresi - si era rifiutato di prendere atto di questo riconoscimento, inducendo Gnappi a non parlare più di quest'episodio, se non dopo venticinque anni, e dopo aver visto tre persone finire in carcere ingiustamente.

La denuncia era di tale gravità da indurre l'ex vicequestore Allegra a corrrere ai ripari, con un'intervista al quotidiano il Giornale, in cui cercava di imbrogliare le carte facendo coincidere la visita notturna a Gnappi con un suo interrogatorio, regolarmente registrato negli atti del processo, ad opera di due ufficiali di polizia giudiziaria, svoltosi il giorno prima. La Corte di Appello di Milano ha preso per buona la versione di Allegra.

La procura generale presso la Cassazione è costretta a bacchettare la Corte di appello di Milano che "suppone certo un dato (coincidenza delle due visite) che non è affatto dimostrato... ed anzi sembrerebbe prima facie (a prima vista, ndr) escluso dalla non coincidenza delle date". Quanto alla demolizione della deposizione di Gnappi ad opera della Corte d'appello, ribaltare il netto giudizio sulla sua affidabilità "è, ad avviso del requirente, del tutto fuori dei poteri valutativi del giudice di ammissibilità".

Il teste Torre

La seconda prova nuova presentata dalla difesa è la testimonianza di Roberto Torre, capo dei vigili urbani di Massa, che ha confermato di aver visto Bompressi in un bar di Massa brindare per la morte del commissario Calabresi verso le 13 del 17 maggio 1972, meno di quattro ore dopo l'omicidio e meno di tre ore dopo l'ora in cui Marino sostiene di aver lasciato Bompressi a Milano: un tempo insufficiente per percorrere, con qualsiasi mezzo, la distanza tra le due città. Roberto Torre era già stato individuato, da un giornalista del quotidiano la Repubblica, pochi giorni dopo l'arresto di Bompressi, come uno dei possibili testimoni a suo discarico, ma non era stato interrogato al processo. La sua testimonianza peraltro conferma quella già fornita da altri tre testimoni, che la sentenza di primo grado - come tutte quelle successive di condanna - aveva giudicato inattendibili perché amici di Bompressi ed ex militanti di Lotta Continua. Nessuno di loro è mai stato incriminato per falsa testimonianza. La corte di appello di Milano giudica inattendibile anche Torre, perché "appartenente allo stesso milieu (ambiente, ndr) politico dei precedenti testi a discarico di Bompressi". Inoltre sostiene che la sua testimonianza non scagiona Bompressi, in quanto la distanza Milano-Massa sarebbe stata percorribile - anche nel 1972, quando l'autostrada della Cisa non era ancora completata - in meno di tre ore.

La procura generale non può evitare di bacchettare di nuovo la Corte di appello di Milano: "Anche se fosse lecito esaminarli, poi, i motivi addotti a sostegno della ritenuta inattendibilità del Torre si rivelerebbero fallaci. Il primo - l'essere il Torre appartenente al milieu politico da cui sono sbocciate le testimonianze già ritenute inattendibili e non semplicemen te un "simpatizzante di sinistra" - è frutto di travisamento del fatto, posto che il Torre, nelle sue dichiarazioni al difensore, ha dimostrato esattamente il contrario... Quanto poi alla tesi secondo cui sarebbe possibile l'arrivo a Massa alle 13,30 partendo da Milano alle 10,00... essa non può essere presa in considerazione: sia per il divieto di indagini istruttorie nel giudizio di ammissibilità, sia perché non possono in tale sede porsi in discussione le acquisizioni probatorie del giudizio (le precedenti sentenze di condanna avevano ritenuto impercorribile quella distanza in tre ore e su questa base avevano giudicato inattendibili le deposizioni dei testi a discarico di Bompressi, ndr)".

La difesa ha dimostrato che Marino ha tratto notevoli vantaggi economici dalla sua condizione di "pentito": era in miseria e ora ha acquistato due case, un furgone-bar (recentemente ne ha acquistato un secondo), ha saldato i suoi debiti e conduce una vita da benestante. La difesa ha presentato inoltre delle testimonianze che documentano la vita dispendiosa condotta da Leonardo Marino e dalla sua famiglia anche prima della sua "confessione" e la loro continua ricerca di soldi.

La "bontà" di Marino

Per far passare come irrilevanti questi elementi, la Corte di appello di Milano ha sostenuto che i venditori di generi alimentari (leggi crepes) in luoghi turistici, come Marino, guadagnano molto, anche perché non pagano le tasse; e che, comunque, la situazione economica di Marino era già stata esaminata nei precedenti processi. E quindi non costituisce "novità".

La procura generale contesta la tesi dei grandi e facili guadagni dei venditori di crepes, ma soprattutto rileva che le precedenti sentenze si sono formate "su un quadro di "vita modesta" condotta dalla famiglia Marino". Inoltre, la Corte d'appello di Milano, dando per scontato che Leonardo Marino non fosse uno stinco di santo - a differenza di quanto sostenuto in tutte le sentenze di condanna - "compie un radicale sovvertimento del dato conoscitivo posto a base del giudicato, che ha fondato il giudizio di attendibilità (anche) su una descrizione del Marino come uomo buono e modesto lavoratore". E ancora: "La pretesa della Corte di valutare autonomamente i dati probatori che si prospettano confliggenti con il giudicato conduce inevitabilmente a valutazioni superficiali e illogiche.

I proiettili

La difesa ha presentato una perizia balistica - appoggiata a una ricostruzione digitalizzata dei proiettili repertati come corpi del reato - effettuata sulle relative fotografie (i proiettili sono stati fatti sparire durante il processo) da cui risulta: a) che i due proiettili repertati non sono stati sparati dalla stessa arma; b) che il proiettile integro, su cui sono state fatte tutte le precedenti perizie, è stato sparato da un'arma a canna corta, e non da una a canna lunga, quale quella che Marino sostiene essere stata usata nell'attentato. La difesa ha inoltre dimostrato che non si conosce l'origine di questo secondo proiettile e che un rapporto di Polizia giudiziaria del 2 agosto 1972 - più volte citato nelle sentenze - da cui risulterebbe che è stato ritrovato in ospedale tra i vestiti del commissario Calabresi, in realtà non esiste. "La Corte milanese non conferma e non smentisce tale affermazione difesa - afferma la Procura Generale - che, se vera, sarebbe un elemento "nuovo" che si aggiungerebbe all'esito negativo dell'interpello di medici e infermieri sul rinvenimento del proiettile... In ordine poi alla pretesa della Corte milanese di svolgere - sulla base di proprie, asserite cognizioni (secondo i giudici della Corte di assise di Milano, la ricostruzione digitalizzata dei due proiettili li fa risultare come sparati da armi diverse perché i proiettili sarebbero stati illuminati in modo diverso, ndr), il requirente si limita a... rilevare che - anche ad ammettere l'onniscienza della Corte - tali apprezzamenti le sarebbero comunque preclusi".

L'incidente d'auto

Quanto alla ricostruzione della dinamica dell'incidente, chi ha seguito la pièce di Dario Fo Marino libero, Marino è innocente conosce i termini della questione. Secondo Marino, Bompressi avrebbe sparato al commissario Calabresi dopo averlo aspettato armato sotto casa sua per quasi un'ora e sarebbe stato raccolto da Marino, che lo stava attendendo a bordo di un'auto con il motore acceso, dopo una marcia indietro di una ventina di metri. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia dopo l'attentato - confermata da una ricostruzione digitalizzata della dinamica dell'attentato, effettuata dalla difesa sulla base di tutte le testimonianze oculari raccolte dopo l'omicidio - l'auto del commando attendeva con il motore acceso di fronte al portone del commissario Calabresi, ma dall'altra parte della strada: sarebbe partita al momento in cui il commissario usciva di casa e avrebbe compiuto una svolta a U per superare lo spartitraffico che separa le due corsie di via Cherubini, luogo del delitto. Il killer sarebbe sceso dall'auto che procedeva lentamente, avrebbe sparato al commissario e sarebbe risalito sull'auto pochi metri più avanti.

Punto centrale del contrasto tra le due versioni è un incidente con una Simca, che, secondo il suo proprietario, tale Musicco, sarebbe avvenuto immediatamente prima dell'omicidio, quando l'auto degli attentatori partiva per fare la svolta a U; mentre secondo Marino, che ha però corretto per ben tre volte la sua versione dei fatti, sarebbe avvenuta mezz'ora prima, all'interno del parcheggio antistante la casa del commissario.

Per avvalorare la versione di Marino occorreva innanzitutto distruggere la testimonianza di Musicco, e quella, congiunta, del guidatore dell'auto che seguiva immediatamente quella degli attentatori - tale Pappini - che ha visto distintamente il killer scendere dall'auto e risalirvi dopo l'attentato. E' quello che si è incaricato di fare il presidente della Corte di assise durante il processo di primo grado (1990), ingarbugliando le carte e avallando le successive rettifiche di Marino. Ora la difesa ha presentato una perizia sulle ammaccature riscontrate sull'auto dell'attentato e su quella di Musicco - ricostruite attraverso fotografie: anche l'auto dell'attentato è stata dolosamente distrutta durante il processo di primo grado - da cui risulta che l'urto tra le due vetture è avvenuto nella forma e nel luogo indicati dal Musicco e non in quelli indicati da Marino. La Corte d'appello di Milano ha ovviamente invalidato con le argomentazioni più varie tutti questi nuovi elementi. Ma vediamo cosa ne pensa in proposito la procura generale.

Sull'incidente con l'auto di Musicco, rileva che i giudici di Milano si sono improvvisati periti automobilistici, interpretando i danni riportati dalle due vetture in modo difforme sia dalla sentenza di merito con cui sono stati condannati Sofri Bompressi e Pietrostefani, sia dal parere del perito della difesa; ipotizzando delle manovre di Marino di cui non c'è traccia nelle sue svariate deposizioni. Sostenendo per di più che Musicco sarebbe stato plagiato dalla polizia: "Quanto, poi, alla tesi dell'ordinanza secondo cui le dichiarazioni rese dal Musicco alla polizia sarebbero viziate da una sorta di subornazione, nel senso che la P.G. (Polizia giudiziaria, ndr) avrebbe cercato di indirizzarle per adattarle al convincimento che si era fatta sulle modalità dell'omicidio, va osservato che trattasi di un'ipotesi del tutto inedita, mai formulata da alcuno dei giudici di merito (oltre che non sorretta da alcun indizio volto a suffragarla)".

Le distanze

Al centro della contestazione c'è un altro elemento di grande rilievo, così riassunto dalla procura generale: "La Corte milanese prende atto dell'errore commesso dalla sentenza 11. 11. 95 (terza di appello, ndr) laddove valuta in una trentina di metri la distanza tra il semaforo di via Cimarosa - ove prima dell'evento sostavano in fila il Pappini e la Decio - ed il luogo dell'omicidio: distanza che la difesa indica invece in 100 metri"...

"Al riguardo occorre ricordare che la sentenza 11. 11. 95 utilizza il dato metrico (una trentina di metri) per dimostrare, sia la ritenuta assurdità della manovra di conversione a U, sia l'inattendibilità del Pappini laddove afferma che, pur essendo il primo della fila dei veicoli fermi al semaforo di corso Vercelli, non è in grado di precisare da dove (la Fiat 125 degli attentatori) sarebbe arrivata davanti a lui... l'accertato, macroscopico errore della sentenza passata in giudicato circa la distanza tra il semaforo ed il luogo del delitto comporta la seria messa in discussione del principale argomento da essa addotto a sostegno dell'inattendibilità del Pappini".

Una bionda, o un moro

Che l'affidabilità del Pappini come teste andasse contestata per poter condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani appare evidente se si pensa che Pappini aveva dichiarato che al volante dell'auto degli attentatori c'era una donna castana, con i capelli lisci, lunghi, svasati da un lato; e non un uomo nero, con i capelli crespi e a cespuglio come quelli di Marino (che non poteva indossare una parrucca e non ha mai sostenuto di averla indossata). Una descrizione - quella della donna - coerente con quella fatta da un altro testimone più che attendibile (Gnappi) e dalla teste (Dal Piva) che ha visto gli attentatori scendere dall'auto usata per l'attentato e salire su quella di un complice in attesa (passaggio che non compare nella versione di Marino, secondo cui il commando, cioè lui e Bompressi, non avevano preparato alcun piano di fuga!). Le diverse sentenze di condanna hanno considerata inattendibile la Dal Piva in quanto la sua deposizione risalirebbe ad almeno quindici giorni dopo l'attentato. La difesa ha presentato un appunto di polizia - agli atti del processo - da cui risulta che la Dal Piva aveva riferito alla polizia giudiziaria quanto aveva visto (cioè un uomo alto e una donna - l'autista - bionda), pochi giorni dopo l'attentato.

La procura generale presso la cassazione afferma: "il giudizio di irrilevanza (espresso nell'ordinanza della Corte di appello di Milano, ndr) - trattandosi di circostanza già ampiamente valutata - in ordine ai documenti (appunto e promemoria) da cui risulta che la Dal Piva si presentò e rese dichiarazioni alla polizia almeno entro cinque giorni dal fatto... risulta incongruo sotto vari profili... (dato) che l'asserito ritardo di presentazione ha, nella motivazione della decisione, un ruolo rilevante in quanto piuttosto enfatizzato". Inoltre, la Corte di appello di Milano "ha trascurato di valutare che la Dal Piva aveva dichiarato al P.M. (Pubblico Ministero, ndr) - in sede di ricognizione di persona - di aver visto la donna al volante della Fiat 125 non solo "da retro", ma anche di profilo, così notando (non solamente che aveva un sedere piuttosto grosso e rotondo, fasciato da pantaloni neri attillati, ma anche) che la guancia destra era piuttosto arrotondata (e, aggiungiamo noi, priva di baffo nero come quelli di Marino! ndr) e che i capelli biondi scendevano fino alle spalle".

E veniamo al povero Pappini: "Quanto poi - continua la procura generale - all'affermazione della Corte di Milano secondo cui sarebbe difficile notare e memorizzare... un particolare così preciso quale sarebbe quello costituito dalla differenza tra i capelli "lunghi e lisci" descritti dal Pappini e quelli "a cespuglio" del Marino, essa attinge... a nozioni sconosciute alla psicologia della percezione... tale rilievo vale a maggior ragione rispetto all'ipotesi della Corte milanese secondo cui il ricordo dei capelli castani, lunghi e lisci - "in un flash-back" - potrebbe essere frutto della percezione visiva dei baffi (neri: ndr (ma qui la nota del redattore è della procura generale! ndr)) di Marino".

La difesa ha fatto notare che la sentenza di condanna del '95 cita la "lucida testimonianza" resa al processo di primo grado (1990) da un teste (Biraghi) morto pochi mesi dopo l'omicidio del commissario Calabresi (1972), sedici anni prima di aver reso tale "lucida" testimonianza.

Resurrezione dei morti

"In ordine all'errore in cui è incorsa la sentenza 11. 11. 95 - osserva la procura generale - nel valorizzare la deposizione del teste Biraghi affermando che era stato sentito sia in istruttoria che in dibattimento "sotto il vincolo del giuramento" (mentre era già morto da molti anni), la Corte milanese qualifica ciò come mera "imprecisione", inidonea a infirmare la credibilità di Marino" mentre alla deposizione di Biraghi "è attribuita, nell'economia di tale sentenza, un'importanza centrale".

Questo teste è stato infatti sopravvalutato in tutte le sentenze perché aveva visto un'auto blu ferma davanti al suo negozio con il motore acceso - pochi numeri civici davanti al portone del commissario - il mattino dell'attentato; è stato quindi utilizzato per avvalorare la versione di Marino sulla dinamica dell'attentato. Solo che l'auto vista dal Biraghi era posteggiata in seconda fila, davanti a un furgone di bibite, in una posizione da cui sarebbe stato impossibile sia controllare la scena dell'attentato sullo specchietto retrovisore - come sostiene di aver fatto Marino - sia fare la marcia indietro per andare a raccogliere Bompressi. (Per Marino, infatti, l'auto era posteggiata in prima fila davanti a un passo carraio libero).

Le divergenze frontali tra l'ordinanza della Corte di appello di Milano e la requisitoria della procura generale presso la Cassazione fanno assomigliare sempre di più l'amministrazione della giustizia italiana a una roulette (russa: ci sono tre persone in carcere, condannate a 22 anni di detenzione!). Questa situazione, dopo ben sette gradi di giudizio, mal si concilia con la prescrizione di legge secondo cui le condanne possono essere comminate solo quando la colpevolezza degli imputati è dimostrata "al di là di ogni ragionevole dubbio". Adesso la parola spetta - per la quinta volta! - alla Corte di cassazione. Speriamo che dio ce la mandi buona e che la pallina cada dalla parte giusta!