Sono un complice di Sofri

di Guido Viale da Il Manifesto, 25 giugno 1992

Al Procuratore della Repubblica di Milano: mi chiamo Guido Viale; insieme ad Adriano Sofri sono stato per sette anni, ininterrottamente, dalla sua fondazione al suo scioglimento, uno dei dirigenti di maggior rilievo del gruppo extraparlamentare Lotta Continua. In più, nel 1971 e nel 1972 ero il responsabile politico dell'organizzazione torinese del gruppo, cioè di quella in cui, secondo la versione delI'accusa, sarebbe stata messa a punto la struttura clandestina che avrebbe poi portato a termine l'omicidio del commissario di Ps Luigi Calabresi. Data la mia incontestabile posizione all'interno dell'organizzazione, è assolutamente impossibile che una struttura del genere potesse venir organizzata e una decisione del genere venir presa senza il mio esplicito consenso, o, addirittura, a mia insaputa. Da questa ovvia considerazione io traggo l'inoppugnabile certezza dell'innocenza di Bompressi, Pietrostefani e Sofri rispetto alle accuse per cui sono stati condannati in prima e seconda istanza.

Al contrario, da questa stessa considerazione chi ha mosso l'accusa e chi ha giudicato Sofri, Pietrostefani e Bompressi dovrebbero trarre l'inevitabile conseguenza che io sono colpevole quanto loro. Queste cose le ho già dichiarate più volte in pubblici interventi, nonché nella deposizione che ho reso di fronte alla Corte di Assise di Milano durante il dibattimento di primo grado, senza incorrere in alcuna misura giudiziaria.

L'idea di una chiamata di correo assai più estesa di quella limitata ai tre principali imputati era sicuramente alla base della deposizione messa a punto nei lunghi colloqui intercorsi tra Leonardo Marino ed alcuni ufficiali dei carabinieri, e successivamente raccolta dal sostituto procuratore Ferdinando Pomarici, deposizione su cui si regge l'intera accusa.

Questa stessa impostazione è stata peraltro pedissequamente ripresa nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio a suo tempo redatta dal giudice istruttore Lombardi e poi meccanicamente ricopiata nelle motivazioni della sentenza di primo e di secondo grado che hanno condannato gli imputati. Secondo questa tesi, a decidere l'uccisione del commissario Calabresi sarebbero stati non solo gli imputati Sofri e Pietrostefani, bensì un intero organico dirigente, dai confini incerti, ma di cui io avrei dovuto inevitabilmente far parte.

L'accusa di omicidio, in base a quanto era stato più volte anticipato dalla stampa dell'epoca, e da oculate fughe di notizie dalla Procura di Milano, si sarebbe presto estesa a tutti i dirigenti del gruppo. Tanto è vero che comunicazioni giudiziarie in tal senso erano state a suo tempo inviate all'allora senatore Marco Boato, a Mauro Rostagno - ucciso dalla mafia poco dopo aver ricevuto questo avviso - a Roberto Morini e a Paolo Brogi.

Se questa impostazione iniziale non è stata mantenuta nel tempo, al punto che gli inquirenti non hanno nemmeno sentito il bisogno di convocare gli indiziati durante l'istruttoria, è solo perché l'impianto accusatorio costruito sulle deposizioni di Leonardo Marino ha cominciato a far acqua da tutte le parti. Sicché le energie degli inquirenti si sono dovute concentrare sul tentativo di tappare queste falle, che sarebbero state ancora più clamorose se avessero allargato ulteriormente il campo di indagine.

Cercare di tappare le falle ha comunque richiesto alla conduzione del processo continui cambiamenti delle versioni dei fatti fornite sia da Marino che dagli inquirenti, soppressione di corpi di reato, menzogne in aula. Per concludere con il grottesco escamotage giudiziario secondo cui alcuni dirigenti di Lotta continua che avrebbero partecipato alla riunione in cui sarebbe stata decisa l'uccisione del commissario Calabresi - tra cui io - non dovevano essere incriminati perché... avrebbero votato contro!

In realtà, il mezzo legale per tenere fuori queste persone dal processo - e non dover così affrontare contraddizioni ancora più eclatanti è stato molto semplice: mentre in aula e sui mass-media si discuteva di Lotta continua come di una vera e propria organizzazione terroristica - anzi, la prima organizzazione terroristica italiana - questo capo di accusa, con la conseguente imputazione di banda armata, non è mai stato sollevato formalmente nel corso del dibattimento, né compare nelle motivazioni delle sentenze di primo e di secondo grado.

Ora apprendo che, a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione, per sottrarre gli imputati al loro.giudice naturale, con un semplice atto amministrativo e non con una sentenza, è stato stabilito che l'omicidio del commissario Calabresi sarebbe stato effettivamente un atto di terrorismo, compiuto quindi, da una "banda armata".

Si tratta di una ennesima operazione per cambiare le carte in tavola, analoga a quelle compiute durante le precedenti fasi istruttorie e dibattimenti, con il solo scopo di assicurare una condanna definitiva, già scritta molto tempo prima che l'intera vicenda processuale avesse inizio. Ciò rigetta però sull'organizzazione di cui io ho fatto parte e sono stato dirigente per anni l'accusa di banda armata, inficiando tutto il precedente svolgimento della vicenda processuale. Chiedo pertanto che questa imputazione venga sollevata in modo formale anche contro di me, giacché sono deciso a comparire in giudizio per rispondere a questa infamia.


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