La pietra e il verminaio

L'istanza di revisione del processo per l'omicidio Calabresi presentata dall'avvocato Gamberini riapre nuovi capitoli sui depistaggi nelle indagini. Il caso Allegra, ex capo ufficio politico della questura di Milano

Guido Viale, dal Manifesto
7 gennaio 1998

L'istanza presentata dall'avvocato Gamberini per chiedere la revisione del processo Calabresi, nel quale Sofri, Bompressi e Pietrostefani sono stati condannati in via definitiva a 22 anni di carcere, ha sollevato una pietra. Sotto la pietra sta venendo alla luce il verminaio dei depistaggi di stato che hanno accompagnato questa interminabile vicenda fin dal suo inizio. "Non m'interessa..." Il primo a tirar fuori la testa è stato l'ex capo dell'Ufficio politico della Questura di Milano Antonino Allegra, che il 18 dicembre, a Giuseppe D'Avanzo di Repubblica, che lo intervistava dal citofono di casa sua, aveva risposto (riferendosi a Luciano Gnappi, il testimone oculare dell'omicidio Calabresi che ha rilasciato all'avvocato Gamberini una dichiarazione da cui emerge in modo incontrovertibile l'ipotesi di un depistaggio ad opera proprio di Allegra): "A me non interessa quello che dice quello lì, perché non intendo rispondergli... eppoi, mi stia a sentire, non ho deciso ancora di parlare". Il 28 dicembre, con dieci giorni di ritardo - il tempo di riordinare i suoi ricordi, le sue carte, accordarsi con i suoi "testimoni" e mettere a punto la sua versione; ma sono comunque meno dei 17 giorni impiegati da Leonardo Marino per mettere a punto la sua "confessione" con l'assistenza dei carabinieri (anche questa vicenda sta dunque subendo una certa accelerazione) -Allegra decide di "rispondergli".

Per farlo ha trovato l'organo adatto - il quotidiano il Giornale, già altre volte impegnato nella diffusione di eclatanti rivelazioni dei carabinieri - e il giornalista adatto, Valerio Riva, che approfittando della grazia accordatagli, si dilunga - il 29 dicembre, sullo stesso quotidiano - in un lirico elogio del suo ruolo di cronista ("non c'è mestiere più bello -intellettualmente parlando -del cronista, e un vecchio cronista è, come dicono gli inglesi, a joy for ever"); ma anche della sua pericolosità (c'è sempre, par di capire, la struttura armata di Lotta Continua in agguato). L'idea originale Valerio Riva utilizza lo spazio accordatogli per ventilare l'ipotesi che le indagini del tempo abbiano solo sfiorato Lotta Continua perché questa in realtà godeva di protezioni dall'alto. E per ribadire l'idea originale - già lanciata da Giuliano Ferrara - che la strage di Piazza Fontana fosse finalizzata a rafforzare il consociativismo tra il governo dell'epoca (Rumor) e l'opposizione. In sede di revisione storica, Valerio Riva riesce persino a spiegarci, per bocca di Allegra, che il fermo illegale di Giuseppe Pinelli, conclusosi con la sua defenestrazione dal quarto piano della Questura di Milano, era finalizzato a "tener fuori dal giro per più tempo il maggior numero di capi e capetti". Completamente fuori, aggiungiamo noi; addirittura dalla finestra.

Oggi c'è ancora chi si chiede a chi mai potrebbe "giovare", a tanti anni dai fatti, un processo falso e inimmaginabile come quelli che sono stati fatti a Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Giova. C'è che c'è una buona metà dell'Italia, di lettori di giornali, di ascoltatori di televisione, dei loro "cronisti", di consiglieri comunali, di magistrati, di parlamentari e di seguaci dell'on. Giovanardi, di destra e di sinistra - come sa bene chi è stato per mesi a raccogliere firme nelle piazze, all'uscita dei cinema, e persino ai festival dell'Unità -che sarebbero persino contenti di veder riarrestare Pietro Valpreda per la strage di Piazza Fontana. Nella sua intervista, Allegra cerca di confutare la testimonianza di Gnappi, ma le sue dichiarazioni si traducono in un clamoroso autogol. Perché ne esce confermata quella che era la principale novità della testimonianza di Gnappi rispetto a quanto deposto durante il processo di primo grado nel 1990: Gnappi ha effettivamente ricevuto la visita di due agenti di polizia giudiziaria, un poliziotto e un carabiniere, la sera a casa sua, che gli mostrarono alcune fotografie di sospetti. Allegra, che fornisce nome e cognome degli agenti, anticipa di due giorni la visita a Gnappi e sostiene che gli fu mostrata una sola foto, quella di Mathias Deichmann, per un certo tempo tra gli inquisiti per l'omicidio Calabresi, tanto da costituire la fonte principale dei sedicenti ricordi di Leonardo Marino. I genitori di Mathias hanno infatti ospitato Marino e la sua consorte nella loro villa di Bocca di Magra nel periodo immediatamente precedente la sua improvvisa "confessione". Cosa confermata due giorni dopo in un'intervista comparsa sempre su il Giornale: "In casa non si parlava d'altro -afferma Mathias Deichman - e proprio questi discorsi possono essere stati orecchiati da Leonardo Marino, visto che con lui non ho mai parlato di altre cose. L'ipotesi di un mio coinvolgimento può aver acceso la fantasia di Marino...".

Allegra afferma inoltre che Gnappi - che ha dichiarato di aver riconosciuto l'assassino in una delle foto, ma di non averlo voluto dire agli agenti, perché insospettito dalle inusuali circostanze di quella visita - sostenne di non poter riconoscere nessuno in quella foto, perché avrebbe "visto l'assassino solo di spalle, tranne per un breve attimo in cui gli si mostrò di profilo". Una dichiarazione plausibile, per chi volesse stornare il sospetto di aver effettivamente riconosciuto l'assassino (Gnappi si riprometteva di comunicare il riconoscimento direttamente ad Allegra, da cui era stato convocato per il giorno dopo). Ma comunque in netto contrasto con quanto dichiarato da Gnappi immediatamente dopo l'omicidio: "Probabilmente, se la persona che ha sparato mi venisse fatta vedere di persona, sarei in grado di riconoscerla". Lì, in questura Fatto sta che - secondo Allegra -Gnappi non venne più riconvocato in Questura per fare altri riconoscimenti; o se venne convocato, parlò al massimo con un piantone. Gnappi, come è noto, ha invece dichiarato che il giorno dopo si recò in Questura, dove disse ad Allegra di aver riconosciuto l'assassino in una delle cinque foto mostrategli e scoperse che il capo dell'Ufficio Politico faceva orecchie da mercante, mostrandogli poi a sua volta qualche foto di manifestazioni studentesche, mentre Gnappi si sforzava di spiegargli che l'assassino, a suo avviso, era un professionista e non un "contestatore". Ce n'è abbastanza per esigere un confronto tra Gnappi e Allegra, cosa che può essere fatta solo in sede processuale. Ce ne è già abbastanza, cioè, perché la revisione del processo venga concessa al più presto! Ma un semplice confronto tra queste due versioni fa apparire estremamente plausibile la versione di Gnappi ed altamente sospetta quella di Allegra. Può bastare mostrare una sola fotografia a un testimone oculare che si dichiara in grado di riconoscere l'assassino? E per di più fuori verbale? E per di più nel corso di un'improvvisa irruzione in casa sua? E se davvero quel testimone non è mai stato convocato in Questura, come afferma Allegra, perché mai non lo si è convocato? E perché mai, se Gnappi era davvero un testimone così insignificante come afferma Allegra, qualche giorno dopo gli è stata addirittura affidata una scorta, mentre non risulta sia stata assegnata ad altri testimoni che Allegra considera più importanti? Sono tutte questioni che aspettano una risposta e che il "cronista" Valerio Riva sembra promettere in un prossimo articolo in cui rivelerà anche i torbidi intrecci intercorsi tra l'avvocato Pecorella e l'avvocato Gamberini, che si sono succeduti nella difesa dei tre condannati. Intrecci che avrebbero messo capo alla esplosiva testimonianza di Gnappi.

Il secondo bruco che spunta dal verminaio venuto alla luce dopo la presentazione dell'istanza dell'avvocato Gamberini è un superteste, individuato sempre da il Giornale (ovvero dalla fonte delle veline che lo ispirano): si tratta di un posteggiatore che tre giorni dopo l'omicidio del commissario Calabresi avrebbe dichiarato in Questura di aver ascoltato, pochi giorni addietro, nella trattoria Zia Carlotta, due persone "parlare della necessità di far fuori Calabresi perché sapeva troppo e ormai era diventato troppo pericoloso". Il cronista aggiunge che si trattava di militanti di Lotta Continua. Ordine del "capo" Il pericolo derivava dal fatto che Calabresi aveva scoperto il covo di via Boiardo (delle Brigate Rosse) e questo "era estremamente pericoloso per il processo in corso contro Lotta Continua". L'omicidio sarebbe stato ordinato dal "capo" ("il capo ha deciso di sopprimere Calabresi perché aveva appreso troppe cose") e il "capo", indicato per nome e cognome, sarebbe "uno dei sei direttori del giornale coinvolti nel processo contro Lotta Continua avviato proprio da Luigi Calabresi": cioè, poiché il direttore coinvolto è stato uno solo, Pio Baldelli. Veniamo poi a sapere "che il capo si è spostato da Essen ad Amburgo e che le direttive erano appunto di eliminare Calabresi". Non basta. Questa piacevole conversazione in pretto stile gangsteristico (ve li immaginate degli extraparlamentari dell'epoca parlare in questi termini in trattoria?) si sarebbe svolta tra una donna "sui 23-25 anni, capelli biondi, magra, alta, credo, 1,60-1,65" e un uomo sui "25-30 anni, alto 1,75-1,80, corporatura snella, viso piuttosto lungo, capelli tagliati corti di colore rossiccio credo ossigenati". Straordinaria coincidenza con i connotati dei due autori materiali dell'omicidio diffusi negli stessi giorni dalla stampa, che attribuiva l'omicidio ad un commando venuto dall'estero (in particolare dalla Germania) tanto che i primi arresti per l'omicidio Calabresi sono stati effettuati nei confronti di due militanti di Lotta Continua - un uomo e una donna - provenienti uno dalla Germania e l'altra dalla Svizzera; poi rilasciati - ma non scagionati, fino al 1988 - per aver presentato alibi inoppugnabili. Il posteggiatore avrebbe poi riconosciuto solo in parte l'uomo nel fotofit (quale?) pubblicato dai giornali. Questo clamoroso scoop de il Giornale (prima pagina, sette colonne) non è affatto uno scoop ma una autentica bufala, come è costretto ad ammettere nel testo il solerte cronista: "Il verbale è finito tra... gli atti dell'Istruzione sommaria compiuta allora dalla Procura della Repubblica di Milano". Cioè, è noto da venticinque anni, anche se è rimasto, per così dire, in secondo piano, sommerso tra le migliaia e migliaia di fogli che documentano questa interminabile vicenda.

Il vero problema, in tutta questa storia, è perché una testimonianza di questa portata non sia mai stata usata durante i molti processi contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani, o ancor prima, durante la lunga istruttoria (16 anni) che ha sempre visto alternarsi nella parte di indiziati militanti noti o ignoti di Lotta Continua. La risposta è molto semplice: perché si tratta con tutta evidenza di una testimonianza costruita ad hoc, utilizzando il parco taxisti e posteggiatori a disposizione della Questura di Milano (vi ricordate la straordinaria testimonianza del tassista Rolandi contro Pietro Valpreda?), una testimonianza di tale plateale falsità da rivelare immediatamente l'intento di depistare le indagini. E soprattutto perché tirarla fuori durante il processo avrebbe messo subito in chiaro che i falsi per attribuire l'omicidio del commissario Calabresi a Lotta Continua sono cominciati ben prima della improvvisa comparsa di Leonardo Marino e, forse - con una significativa analogia con quanto successo con la strage di Piazza Fontana - anche prima dell'omicidio del commissario. Un altro tema di grande interesse.

Come terza comparsa nel brulichio venuto alla luce sotto la pietra sollevata dall'avvocato Gamberini troviamo lo stesso "cronista" Valerio Riva che, giunto al terzo giorno di rivelazioni, non ce la fa più a fare la comparsa e assume direttamente il ruolo che gli compete. Lo fa - il Giornale, 30 dicembre '97 -attribuendo prima a Luca Sofri, e poi direttamente all'avvocato Gamberini, la volontà di attribuire l'omicidio Calabresi a Mathias Deichmann, per scagionare Bompressi: "E' più che evidente infatti - scrive il nostro -che è proprio a questo che la nuova difesa mira, quando presenta il superteste Luciano Gnappi come la novità capace di riaprire il processo". Invano, leggendo l'intervista a Luca Sofri o l'istanza dell'avvocato Gamberini, troverete il minimo accenno ad un intento del genere. Chi ha chiamato in causa Deichmann, senza nominarlo, ma tracciandone un profilo inequivocabile, è proprio Allegra, per sostenere che a Gnappi fu mostrata una sola foto, quella di Deichmann. Nel qual caso è ovvio che Gnappi non avrebbe potuto riconoscere in lui l'assassino. Ma, come si ricava dalla stessa intervista ad Allegra, questo dato non è ricavabile dalle "relazioni" degli agenti che hanno fatto visita a Gnappi; relazioni peraltro mai comparse tra gli atti del processo e fino ad oggi ignote. Gnappi invece dice che gli furono mostrate cinque foto; e che tra queste c'era quella dell'assassino, che lui era perfettamente in grado di riconoscere. Riva conclude la sua ultima fatica con un nuovo saggio di lirismo: "Lasciatemi in pace -esclama Mathias Deichmann -io non c'entro per niente con questa storia". "E fatti i bagagli -aggiunge Riva - se ne è andato somewhere in Toscana. Sans laisser l'adresse, naturalmente". Due nuovi inserti in lingua per ricordarci che Valerio Riva, prima di essersi ridotto a manutengolo dei depistaggi di stato, era stato, molto tempo fa, anche un uomo di cultura.