Le carte processuali

Bruno Tinti, Procuratore aggiunto di Torino, risponde ad Antonio Tabucchi

dal Corriere della Sera, 6 marzo 1999


Qualsiasi persona di normale cultura e intelligenza capisce che un magistrato legge, e anzi studia approfonditamente, le carte processuali dei fascicoli a lui affidati; e che non legge invece mai, se non per ragioni di connessione con i suoi processi, le carte processuali di fascicoli propri di altri magistrati, soprattutto se appartenenti ad altri uffici.

Sotto questo profilo l'affermazione del signor Tabucchi che non si capacita del fatto che io non conosca il processo Sofri perché non ne ho letto le carte processuali e che rileva con meraviglia «Anzi, le carte processuali non le legge mai, perché ha altro da fare» è priva di senso logico e anche gratuitamente offensiva. Quali processi, oltre quelli a me affidati, dovrei leggere, anzi conoscere approfonditamente, per tranquillizzare il signor Tabucchi? Quello a carico di Sofri, evidentemente; ma anche quello a carico degli imputati dell'omicidio di Marta Russo? E forse anche tutti i processi pendenti a Brescia a carico di Di Pietro? E perché non quelli a carico di Berlusconi? O quello a carico di Andreotti, pendente a Perugia? Dovrei chiedere al Tabucchi l'elenco dei processi da studiare, onde non essere svillaneggiato pubblicamente come personaggio che vive fuori del suo tempo e della storia?

Tabucchi dice di conoscere le carte processuali della vicenda Sofri; apprezzo lo sforzo e il sacrificio rappresentato dal piccolo capitale certamente speso in diritti di cancelleria per acquisire innumerevoli copie in così tanti uffici giudiziari. E la sua opinione sulla innocenza di Sofri merita certamente la massima considerazione. Il punto è che egli è certamente uno dei pochissimi in Italia che può discutere del processo Sofri con cognizione di causa poiché è indiscutibile che quasi tutti gli altri che ne discettano in convegni, giornali e trasmissioni televisive (o anche nei bar e nei salotti) parlano di cose di cui nulla sanno; e io non ho alcuna intenzione di intrupparmi con tal genere di superficiali commentatori.

Il problema di Tabucchi è allora un altro; egli non si preoccupa del fatto che io non conosca il processo Sofri ma che non manifesti gli stessi pregiudizi di chi parla senza conoscere. L'importante per lui non è l'eventualità che io abbia un'opinione diversa dalla sua, anzi ritengo che ciò gli farebbe molto piacere; la cosa che lo disturba è che io pretenda di esprimere opinioni solo su cose che conosco e che ritenga avventato e, peggio, mistificatorio, atteggiarsi a possessore di verità quando si è privi di informazioni. Il punto è proprio questo: l'esistenza di persone che dell'imparzialità fanno, prima che una professione, un'esigenza etica mette Tabucchi di fronte al suo essere uomo di parte, svalutando obbiettivamente le sue opinioni e relegandole al ruolo di pregiudizio.

Ritengo importante evidenziare l'incoerenza di Tabucchi anche sotto un altro profilo: egli ha partecipato alla trasmissione televisiva sul processo Sofri con il proposito di commmentare le decisioni giurisdizionali che, a suo legittimo parere, non rendevano giustizia all'imputato. Sofri è innocente, secondo il suo modo di vedere, ancorché una sentenza definitiva affermi il contrario.

Ho già avuto modo di affermare che queste convinzioni sono legittime e che la verità processuale non sempre coincide con la verità storica; dunque, bene fa Tabucchi a nutrire e manifestare tal fatta di opinione.

Quello che mi lascia perplesso è che invece, quando si tratta di una sentenza definitiva che afferma una verità processuale da lui evidentemente condivisa, allora l'eventuale dubbio quanto alla non corrispondenza tra la verità processuale e quella storica non debba essere consentito.

Mi riferisco alla parte in cui Tabucchi riassume la vicenda Valpreda e termina dicendo «Molto più tardi la Magistratura stabilì che le bombe erano fasciste e Valpreda fu prosciolto». In questo caso la verità processuale deve evidentemente essere granitica; e chi, non conoscendo le decine di migliaia di pagine dei numerosi processi celebrati, non si pronuncia sulla certa corrispondenza di essa con la verità storica merita di essere additato al pubblico ludibrio come un signore attaccato a un papillon, privilegiato, spensierato e tanto dotato di candore da vivere fuori del tempo e della storia.

In conclusione mi piacerebbe che i lettori potessero distinguere tra la doverosa imparzialità di chi ragiona in base alle informazioni di cui è in possesso, astenendosi quando non sa, e la supponente alterigia di chi è convinto di possedere, sempre e comunque, la Verità.

 

* Il magistrato Tinti ha dichiarato ripetutamente (la trasmissione è registrata) che non conosce niente di un caso giudiziario di cui è andato a parlare in televisione. Forse ha sbagliato trasmissione. Vedo invece che legge i giornali, e ciò è lodevole. A.T.


 

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