La proposta di Tabucchi

 

Il processo a Sofri? Rifatelo in tv

Corriere della Sera, 5 marzo 1999


Il 3 di marzo, vincendo la mia renitenza ad apparire in televisione, ho partecipato alla trasmissione «Pinocchio» di Gad Lerner, perché dedicata a un fatto che mi pare grave: due giorni prima il Tribunale di Brescia aveva rifiutato la possibilità della revisione del processo a Sofri, Bompressi, Pietrostefani. Si badi: la revisione è stata sollecitata dalla Corte di Cassazione. Un processo è prima di tutto la ricerca della verità. Se la Corte di Cassazione sollecita la revisione di un processo non significa che vuole assolvere i condannati, ma che nutre seri dubbi sulla verità raggiunta dalla sentenza di quel processo. Se il Tribunale rifiuta la possibilità di revisione vuol dire che la verità la possiede già, comunque sia.

Alla trasmissione erano presenti, fra gli ospiti, tre magistrati. Uno di essi, pur ammettendo timidamente che si potesse essere verificato un errore giudiziario (errare humanum est, lo sappiamo), sosteneva comunque la validità del processo, svoltosi a suo dire secondo i principi dello Stato di diritto. La definizione mi ha fatto venire in mente la mia infanzia del dopoguerra, quando il caffè scarseggiava e mia nonna utilizzava la cicoria, definendola «caffè di cicoria». Mio nonno, che aveva una visione filologica delle cose, la correggeva puntigliosamente: «Questo non è caffè di cicoria, si chiama succedaneo».

L'Italia è l'unico Paese d'Europa dove la parola di un pentito, priva di un milligrammo di riscontri obiettivi, ha valore probatorio. Qualsiasi mitomane vi può regalare vent'anni di galera, sostenendo solo con la sua parola che vi ha visto commettere un reato. Secondo la mia opinione questo non si chiama Stato di diritto, si chiama succedaneo di uno Stato di diritto. Un altro partecipante alla trasmissione, un signore attaccato a uno smisurato fiocco al collo, è invece intervenuto opportunamente per dire che lui di quel processo non sapeva assolutamente niente, perché le carte processuali non le aveva lette. Anzi, le carte processuali non le legge mai, perché ha altro da fare, e grazie a questo privilegio non poteva neppure dire se Valpreda fosse colpevole o innocente (Valpreda, si ricorderà per i più giovani, era un ballerino anarchico che per tutta una serie di loschi depistaggi istituzionali servì come capro espiatorio per coprire i veri responsabili delle bombe di Piazza Fontana nel 1969. Finì in galera. Molto più tardi la Magistratura stabilì che le bombe erano fasciste e Valpreda fu prosciolto). Ho cominciato a fantasticare sulla vita privilegiata e certo spensierata di quel signore superdotato di papillon. Ah, che invidia mi provocava il candore che emanava dalle sue parole! Costui era indenne, fenomenologicamente parlando, dalle maggiori brutture capitate all'Italia nell'ultimo trentennio. Non sapeva niente delle bombe fasciste, di un poveraccio che servì da capro espiatorio, di un questore di Milano che annunciava trionfalmente alla stampa di aver individuato i «mostri», di un ferroviere anarchico di nome Giuseppe Pinelli trattenuto abusivamente in una questura di questo nostro magnifico Stato di diritto e inspiegabilmente precipitato dalla finestra a causa di un «malore attivo» (secondo la definizione del magistrato che chiuse l'inchiesta). E che privilegio, pensavo, rispetto a chi conosce invece la coniugazione, oltre che dei verbi attivi, anche di quelli passivi e deponenti! La Storia gli era passata accanto senza sfiorarlo, e dentro di me formulavo bizzarre ipotesi sulla sua vita. Un collezionista di licheni? Un navigatore solitario? Uno stilita sceso dalla sua colonna che era passato un attimino dallo stilista prima di venire in trasmissione? Quando la telecamera non mi riprendeva ho approfittato per chiedere sottovoce a un tecnico quale straordinario mestiere egli facesse, e ho appreso che è un magistrato della Repubblica italiana, il dottor Tinti. A quel punto sono ricaduto in me.

L'Italia è un Paese in cui è più che lecito avere paura. Quando Papa Wojtyla si recò in visita pastorale in Cile presso il generale Pinochet che non da molto aveva sterminato qualche migliaio di cileni, e apparve al balcone del Palazzo della Moneda insieme al Grande Norcino, la visita spiacque a molti, cattolici e non cattolici. Io ero tra questi, e scrissi un articolo su El País che non esprimeva simpatia per quell'inquietante accoppiamento. Se qualche buontempone andasse a dire a un magistrato che io ho armato la mano di Ali Agca, in Italia avrebbe buone probabilità di essere creduto.

Alla fine della trasmissione Lerner, con comprensibili preoccupazioni umanitarie, si è chiesto e ha chiesto a Sofri se non fosse il caso, «a questo punto», di chiedere la grazia. Sofri ha risposto come Bartleby lo Scrivano, il personaggio di Melville: preferirei di no. Lerner ha chiesto specificamente a me se consiglierei a Sofri tale scelta. Io ho pensato alla buonanima della mia prozia, che in vita sua ha chiesto tante grazie a Sant'Antonio, che notoriamente fa ritrovare gli ombrelli smarriti (lo dice anche Montale) ma non mi è sembrato il caso di suggerirlo a Sofri. E a questo punto Lerner si è chiesto e ha chiesto che cosa si può fare di fronte a un caso giudiziario che turba la coscienza di tanti italiani (ricordo che l'anno scorso sono state consegnate al capo dello Stato circa 180 mila firme raccolte in tutt'Italia).

Io una proposta ce l'avrei, e mi permetto di avanzarla a Lerner che lavora in televisione. Visto che il Tribunale di Brescia rifiuta di rifare un processo nuovo, perché non si ripete in televisione quello già fatto che ha portato alla condanna? Ma non per finta: rigorosamente vero. Le carte processuali sono pubbliche, la sceneggiatura dunque c'è già. Saranno fittizi solo i volti, rappresentati da attori. Ma tutto ciò che essi diranno sarà rigorosamente esatto, corrispondente ai verbali del processo. L'attore che interpreta il Pubblico ministero dirà tutte le parole del Pubblico ministero. E altrettanto faranno gli attori che interpretano la Corte, la Giuria popolare e gli imputati. E altrettanto l'attore che interpreta Leonardo Marino e le parole dello straziante travaglio spirituale di un uomo che, dopo i contatti segreti con i carabinieri del suo villaggio, è tanto più credibile perché ha fatto la scuola salesiana, come dicono le carte del processo di un cosiddetto Stato di diritto. E poi sarà letta la sentenza, anch'essa vera, che più vera non si può. Ci sorbiamo sceneggiati televisivi così improbabili: questo almeno sarebbe la riproduzione del reale. Anche se ciò non cambierebbe di un millimetro la sentenza passata in giudicato, credo che gli Italiani, se vivono in uno Stato di diritto, abbiano il diritto di giudicare se si tratta di un caffè autentico o di un succedaneo. E mentre la trasmissione continuava, lasciando che la mia fantasia svolazzasse come una farfalla su farfalle e farfallini, mi è tornata in mente la frase di quel fisico americano sulla teoria delle catastrofi: «Il batter d'ali di una farfalla a New York può provocare un tifone a Pechino?». Sarà perché io le carte processuali le ho lette: non faccio mica il magistrato.

di ANTONIO TABUCCHI


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