Entro la fine dell'anno

di Pierluigi Sullo da Il Manifesto, 2 marzo 1997

Due ore con Sofri, Bompressi e Pietrostefani nella saletta dei colloqui del carcere di Pisa. Per capire, dopo la Cassazione, che cosa accadrà.

Felice ha ricevuto molta posta, ed era così contento che il giornale parlasse di lui che ha detto alla sua ragazza di conservare il ritaglio. Poi è uscito dal carcere. Aveva un residuo di pena da scontare - per un furto o una cosa così - e il suo datore di lavoro si è offerto per l'affidamento. Così adesso lavora da qualche parte in Toscana, ha la ragazza, la sera va a giocare a calcetto - è un portiere molto bravo - e in più ha questo bel ricordo. Che una persona nota, chiusa in carcere, abbia scritto di lui nel giorno in cui diecimila o più persone si radunarono a Pisa per chiedere la scarcerazione di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, e per simboleggiare questo desiderio liberarono centinaia di palloncini gialli verso le nuvole della giornata piovosa, e il manifesto intitolò la lettera di Sofri "Un palloncino giallo anche per Felice".
In compenso, le quotidiane partite di pallone all'aria, se hanno perso un buon portiere, hanno acquistato un mediocre centravanti: è Adriano, al quale, come dice Giorgio (cioè "Pietro", come tutti lo chiamano), "fanno segnare i gol". Infatti sono un tantino eccessive le pretese di Sofri, che, ammiratore di Sylvester Stallone, immagina "di portare una metaforica fascia rossa sulla fronte e di avere poderosi muscoli morali". E pertanto l'altra sera si è entusiasmato, guardando in tv il film in cui Stallone è un detenuto che combatte contro un direttore perfido: curiosa sensazione, guardare il carcere in tv stando chiusi in cella, "e quando Stallone ha gridato 'Agente!' - ridacchia Pietrostefani - l'agente è venuto a chiedere cosa c'è".

I colori della tv
Quella del film di Stallone è stata una delle volte in cui Adriano ha alzato il volume della tv, mentre di solito scrive, e tiene acceso il televisore solo per guardare i colori: "La tv - spiega lui - è l'irruzione dei colori nella bicromia del carcere, grigio e bianco, bianco e grigio. Ed è una delle sofferenze, insieme al non poter guardare oltre una certa distanza, circondato di muri come sei, tanto che la vista peggiora subito". Il direttore del carcere di Pisa, a differenza del suo collega nel film, si mostra affabile e gentile. Quando siamo arrivati, Valentino Parlato e chi scrive, ci ha fatto accomodare nel suo ufficio e si è complimentato per il modo in cui abbiamo pubblicato gli stralci delle motivazioni della Cassazione, dopo la sentenza che ha definitivamente condannato a 22 anni i tre detenuti che siamo venuti a visitare. "Me l'hanno segnalato gli educatori - dice il direttore Cerri - e così ho potuto documentarmi un po'". Sofri si è documentato a sua volta, da un paio di giorni ha le cento e passa pagine della Cassazione, "e ho cominciato a scrivere, in proposito", dice. Il colloquio si tiene in una saletta dove sono un tavolo, alcune sedie di plastica da bar estivo e un mobile vetrina pieno di libri di tutti i generi, compreso Gramsci, e che nelle interviste televisive ad Adriano in queste settimane ha fatto da sfondo, perché gli altri muri sono bianchi e grigi. Noi aspettiamo che arrivino con una certa ansia, perché tutto questo aprire e chiudere cancellate pesanti e porte blindate non può non innervosire. C'è un gruppo di detenuti in arrivo, le mani legate e accompagnati da carabinieri. Normale vita carceraria, sembra la solita miscela di ospedale psichiatrico, caserma e collegio maschile. Ma le tre persone che entrano dalla "blinda" della saletta colloqui - Ovidio dall'espressione triste, Pietro placido, Adriano ironico e rapido nello svolgere concetti complicati - sono amici, sono innocenti e sono uguali a noi. Perciò si è inquieti, nello stringere mani, dare baci sulle guance, accendere sigarette, sedersi e parlare. Più tardi, già fuori del carcere, Valentino, che conosce Adriano da quasi trent'anni, dirà che gli è parso animato da una tensione molto forte, e dolorosa, nonostante abbia sempre parlato in quel modo svelto, sempre accostando ai concetti forti l'ombra di un sorriso un po' ironico e un po' cordiale.
Ora le giornate del carcere impongono a tutti e tre il faticoso tentativo di adattarsi a un ritmo, usandolo. Ore 8, si apre la blindata; ore 8,30 il cancello della cella. Ore 9, si va all'aria. Ore 11, si rientra; ore 11,30, si richiude il cancello dopo che è passata la "casanza" (il cibo che passa la casa, cioè, e che tutti, "tranne i poverissimi", rimpiazzano con quello che comprano alla "spesa"). Ore 16,30, si sta "aperti nel corridoio", poi di nuovo l'aria e il gioco del pallone; ore 18 si chiudono blindata e cancello, fino al mattino successivo. Pietro elenca: "Proibiti gli occhiali da sole, gli accappatoi con il cappuccio, i libri rilegati...". "Proibito il walk-man, proibite le cassette con l'involucro opaco, proibite le stilografiche...", continua Adriano, e mostra la sua, che ha alla fine ottenuta, ma ha dovuto fin qui rinunciare alla sua musica lirica, "che mi ha aiutato a Bergamo, nell'altro mio carcere". La lirica? Lui sorride: "Quando sono dentro, devo espandermi". In questo percorso obbligato s'incastrano le attività di ciascuno. Pietro va in giro a parlare coi tossicodipendenti, e ha cominciato a scriverne. Ovidio, tra l'altro, comincerà presto a rispondere in pubblico alle molte lettere che gli arrivano, sul manifesto, una volta la settimana. Adriano, oltre a quel che scrive sul Foglio e su Panorama, ha deciso di rispondere a tutte le lettere che gli sono arrivate: "Finora sono riuscito a scriverne tra le tre e le quattrocento, ma sono in un ritardo irrimediabile", dice. Che persone ti scrivono? "La cosa sorprendente è che ricevo moltissime lettere di signore di una certa età, o di persone invalide o malate. O all'incontrario scrivono moltissimi ragazzi e ragazze dai 14 anni in su, che, con un tono di estrema confidenza, mi chiedono spiegazioni e racconti degli anni settanta, e qualche volta chiudono con frasi come 'Adesso la professoressa mi chiama, devo interrompere'". Sulla sentenza, poche parole. Seguiranno analisi a fondo, tempo ce n'è. "Ci hanno trattato da impuniti", dice solo Ovidio, che poi esce perché sono arrivati i parenti. "Di cosa dovremmo pentirci?", chiede Pietro. Adriano dice: "Per vendicarsi avevano bisogno di dissociarci dal nostro passato. Questa sentenza è una vendetta sul nostro presente, in cui si mescolano vanità personali, disegni politici, l'aver voluto usare questa vicenda via via per far fuori i socialisti, confermare il primato della procura di Milano, difendere la legislazione sui pentiti. E in questa cattiveria da vicepresidi di provincia è scomparso l'apparato di prove e di confutazioni delle presunte prove: non interessa più se quel certo giorno a Pisa pioveva o no. Questo l'ho capito a una udienza dell'ultimo processo d'appello, eravamo forse in sei persone, quando il procuratore generale Lo Russo disse due cosa inaudite. Disse nella sua arringa che esiste una Cassazione vecchia e una Cassazione nuova, e che la sentenza delle Sezioni Riunite che ci aveva dato ragione era frutto di quella vecchia, e citò nome e cognome di uno dei giudici 'vecchi'. Poi se la prese con il procuratore generale della Cassazione, Brancaccio, quasi come con un complice di Sofri, perché aveva risposto - polemicamente - a una mia lettera. Allora capii che in Italia siamo in un regime di semi-legalità, peggiore dell'illegalità perché è ipocrita".

Tutte le vie possibili
E adesso? "Adesso percorreremo tutte le vie possibili. Chiederemo la revisione del processo, ma è una procedura talmente lunga da essere in pratica priva di conseguenze pratiche. Faremo il ricorso europeo. E poi siamo grati di tutte le cose che si fanno, della manifestazione, la raccolta di firme, i comitati e i dibattiti. Ringraziamo tutti". Un "ma" resta sospeso. I tre non si guardano neppure, tra di loro, forse ne hanno discusso molto e hanno preso una decisione. Aggiunge Adriano con il tono spassionato di chi fa una constatazione: "Entro la fine dell'anno ci comporteremo in modo estremo". E subito dice qualcos'altro, riavvia la conversazione, Pietro esce e rientra, Ovidio va via. Infine ci salutiamo, sono passate quasi due ore, usciamo dalla saletta e noi ci avviamo verso il cancello a destra, Pietro e Adriano verso quello a sinistra. Aspettiamo che la guardia ci apra, e loro due alzano automaticamente le braccia, per farsi perquisire. I cancelli si aprono, l'uno e l'altro. Mentre usciamo nel cortile pieno di sole ci voltiamo indietro, e li vediamo già a metà del corridoio, Adriano si gira e alza il braccio in un segno di saluto, la mano chiusa in un pugno, o così sembra nella penombra. Sarà che non riesce a non fare dell'ironia, forse.


[La Storia] [Gli Interventi] [Le Iniziative] [La Bibliografia] [Home]