IL CASO CALABRESI / Lo sfogo del &laqno;killer» dal carcere di Pisa: &laqno;Ma capisco Gnappi: era terrorizzato dai servizi segreti»

 

&laqno;Siamo in cella per 25 anni di silenzio»

&laqno;Adriano crede nel complotto? Sì, non c'è mai stata una ricerca della verità»
Bompressi: se il supertestimone avesse parlato allora, ora non saremmo qui
&laqno;Gli sono riconoscente Ha trovato comunque il coraggio di raccontare»

Gian Antonio Stella

DAL NOSTRO INVIATO

PISA - &laqno;Sto qua, fumo, sento l'odore del ragù che mi entra in cella, guardo fuori il mio spicchio di cielo e penso: bastava che quello lì dicesse allora una sola parola e io non ero qua». Sono due giorni che Ovidio Bompressi, nella galera di Pisa dove è rinchiuso da undici mesi con l'infamante accusa d'essere il killer del delitto Calabresi, sente ronzare nelle orecchie quanto ha detto Luciano Gnappi, il dirigente d'azienda che assistette all'omicidio e che oggi, venticinque anni (e un millennio) dopo, racconta: &laqno;Vennero da me due tipi loschi, dicevano di essere poliziotti, mi mostrarono cinque foto e la terza era quella dell'assassino del commissario. Ma non lo dissi perché mi sentii in pericolo».

Sorpreso?

&laqno;Sì. Nonostante tutto, sì. Allibito. È vero che si tratta di una cosa tutta dentro la tradizione di questo Paese che ne ha visti tanti, di depistaggi dei "servizi", ma è incredibile che una storia come questa salti fuori solo grazie alle possibilità offerte alla difesa dal nuovo codice di procedura penale, che ha permesso all'avvocato Gamberini di scovare questo episodio pazzesco».

Ce l'ha con Gnappi che ha impiegato 25 anni a ricordare?

&laqno;No. Assolutamente. Anzi, sono riconoscente a quel signore perché oggi ha trovato il coraggio di uscir fuori e raccontare come andò. Certo, se le indagini allora fossero state condotte in modo diverso... Nella direzione giusta...».

Il fatto è che se Gnappi ha ragione lei forse non sarebbe qui ma lui magari finiva sotto una macchina.

&laqno;Infatti. È una cosa che mi ha colpito: lui dice di aver taciuto perché intuì immediatamente che questa faccenda poteva essere pericolosa per lui. È molto indicativo del clima di allora. Non solo i giovani ma le stesse persone mature hanno dimenticato com'erano quegli anni. C'è una rimozione di quel periodo. Che riemerge in modo deformato solo attraverso la via giudiziaria, le veline, le carte processuali».

Insomma, non gli rimprovera un po' di viltà?

&laqno;Non mi permetterei mai... Era un uomo spaventato. Attaccato alle sicurezze della propria vita. Per niente stimolato dall'aria che si respirava nel nostro Paese».

Poteva parlare nel '90, al vostro processo...

&laqno;Può darsi. Ma dopo aver vissuto per anni in prima pagina capisco che una persona che ha una famiglia, che conduce una vita tranquilla, che si è sentito costretto a rimuovere una cosa che gli è pesata non abbia alcuna voglia di assumersi la responsabilità di cambiar di colpo le carte in tavola. Di mettere in gioco la propria serenità. È una reazione in cui penso si possano riconoscere la maggior parte delle persone. Certo, se le cose fossero andate diversamente...».

Però Gnappi non dice &laqno;l'assassino non era Bompressi»...

&laqno;Vero. Capisco benissimo che vedendomi un paio di decenni dopo il delitto lui non possa dire: sono sicuro che non è lui. Ma aggiunge anche: "Se quella mattina che andai da lui il capo dell'ufficio politico Allegra mi avesse fatto rivedere la foto che mi avevano mostrato i due figuri la sera prima sarei stato in grado di riconoscere il killer". Questo è il punto: lui si ritrae intimorito perché capisce che qualcosa non va. Perché Allegra finge di non sentirlo mentre gli dice: "Ho visto la foto dell'assassino"».

Si è convinto anche lei, come Sofri, che il vostro non è un errore giudiziario ma un complotto?

&laqno;Mah... Pensavo, diciamo, a un accanimento di errori giudiziari. La rivelazione di Gnappi e le prove che abbiamo portato sui due proiettili sparati da pistole diverse (cosa secondo tutti i testimoni impossibile perché il killer era uno) dicono invece che fin dall'inizio hanno pesato i "servizi" deviati. Quelli di D'Amato. Non dico che dall'inizio avessero pensato a scaricar la cosa tanti anni dopo su di noi. Dico che non c'è mai stata una serena ricerca della verità. Basti vedere come nessuno abbia mai cercato Roberto Torre».

Cioè...

&laqno;Cioè quel vigile urbano che dice d'avermi visto, la mattina dell'omicidio, verso mezzogiorno e mezzo, al Bar Eden di Massa. Cosa che mi sarebbe stata impossibile se alle dieci, come dice Leonardo Marino, io fossi stato ancora alla stazione centrale di Milano».

E come fa a ricordarsene?

&laqno;Se è per questo l'avevano già detto altri tre testi, il giorno dopo il nostro arresto nell'88. Solo che per i giudici non erano attendibili in quanto amici miei e ex militanti di Lotta continua. Assurdo. Fatto sta che questo non è amico mio, non era di Lotta continua e dice la stessa cosa».

Come fa uno a ricordare cosa ha fatto il 17 maggio mattina di venticinque anni fa?

&laqno;Se ci pensa ricorderà sicuramente anche lei dov'era nel momento in cui venne a sapere qualcosa che particolarmente la colpì. Giusto? Quella mattina la notizia di Calabresi era una cosa enorme. Ed entrando in quel bar frequentato da noi di Lc lui si trovò in un ambiente che partecipava all'avvenimento non con uno stato d'animo contrito ma direi quasi, se vogliamo usare questa brutta parola, con un certo entusiasmo».

Orribile parola...

&laqno;Lo so. Vivevamo in un mondo in cui amicizie, passioni, inimicizie e odii erano particolarmente viscerali. E Calabresi era per noi il simbolo del nostro odio verso quella parte dello Stato che consideravamo nostro nemico».

A farla corta: brindaste?

&laqno;Non mi pare. Però...».

È una cosa di cui oggi si vergogna?

&laqno;È una cosa che mi dispiace profondamente d'aver fatto. E so che non c'è giustificazione storica che possa renderla meno grave. Ma è un peso mio. Privato. Sul piano giudiziario resta il fatto che quella mattina, a Milano, io non c'ero. E quindi non posso accettare il peso della condanna. Neppure se fosse in cambio della grazia. Per questo vogliamo la revisione. Per ribadire l'unica cosa che c'interessa e che abbiamo dimostrato consegnandoci a questa carcerazione ingiusta: siamo innocenti».