LA PICCOLA DIFFERENZA

di Adriano Sofri

(da Repubblica, 12 maggio 2001)


 

Non credo che Berlusconi stia in politica per farsi gli affari suoi. Forse all'inizio. Ora penso che gli piaccia. Gli affari suoi se li è fatti, è il più ricco di tutti, e questo è il suo titolo alla fiducia pubblica. Governare è più bello che fare affari: del resto, si possono fare le due cose insieme. A questa storia degli affari e del potere ho ripensato in questi giorni, perché non è mai stata così importante la questione dell'astensionismo elettorale.
Quando, più di un secolo fa, i socialisti, staccandosi dagli anarchici, decisero di partecipare alle elezioni, ne furono molto tormentati. I più intransigenti temevano che gli eletti finissero separati dalla vita dei lavoratori, corrotti dalle manovre parlamentari, indotti al compromesso e alle abitudini borghesi. I fautori della partecipazione elettorale usarono soprattutto un paio di argomenti pratici. Il primo, che il parlamento era una tribuna dalla quale la propaganda dell'ideale avrebbe trovato la risonanza più vasta. Il secondo e formidabile argomento era che gli eletti avrebbero viaggiato in treno gratis. Avrebbero potuto portare la promessa dell'avvenire nei punti più remoti d'Italia. Commemoro con gran nostalgia questo argomento. Infatti non è detto che per fare una buona politica bisogni essere molto ricchi. Si può provare anche da poveri. La tessera ferroviaria ebbe dunque la sua efficacia nel superare il moralismo astensionista contro la politica elettorale (non del tutto infondato: si comincia col lusso della strada ferrata, e si finisce con un gran batter d'ali sopra Gallipoli).
Oggi non c'è un astensionismo ideologico, moralista o rivoluzionario, se non in qualche ripostiglio. Anche la parola rivoluzione era squalificata a vita dalla lingua della politica, se non l'avesse risuscitata Berlusconi, al quale non manca un'audacia giacobina. C'è un vasto astensionismo mosso dal dubbio, e anche da un'amarezza delusa per la politica: dunque non dall'indifferenza ma da un di più di fede offesa. Esso desidera soprattutto punire la propria parte, dalla quale si sente tradito. Il desiderio di punire la propria parte è più irresistibile proprio perché è più irragionevole. Non è una meschinità, è un sacrificio. Uno dei suoi argomenti è che ormai destra e sinistra si somigliano, programmi copiati, manifesti anche. Credo che l'argomento vada discusso e battuto, non perché sia del tutto falso, ma perché è abbastanza vero. Voglio dire che nelle elezioni delle nostre società non si misurano più propositi di governo e idealità finali ­programmi minimi e massimi- radicalmente contrapposti. Si vota piuttosto per la "piccola differenza": ma la "piccola differenza" è essenziale. Non scandalizzatevi: provo a spiegarmi.
In America si sono decise, diciamo così, le sorti del mondo, per un mucchietto di voti che il vento portava qua e là come la banconota da un milione di sterline. Nella universale deplorazione della somiglianza grigia dei programmi, e delle stesse grigie facce e cravatte dei candidati; e nella scettica persuasione che comunque avrebbero fatto le stesse grigie cose, imposte dall'agenda del mondo e dal ruolo imperiale dell'America. Grigiore a parte, bisognava scegliere: se guardare alla forte somiglianza, o alla piccola differenza. Per esempio, nessuno dei due candidati maggiori era contrario alla pena di morte. Soltanto, Gore le è favorevole, Bush ne è entusiasta. Differenza da poco? Questione di punti di vista: per esempio quello dei condannati a morte. Naturalmente, sono bastati i cento giorni a misurare la crescita geometrica delle piccole differenze: dall'aborto al ruolo dei trattati internazionali sull'inquinamento, allo scudo stellare. Ralph Nader, persona stimabile, lui sì che era apparso diverso dai due contendenti maggiori. Nader aveva fatto appello, per spiegare la sua discesa in lizza, a una giustificazione analoga ­salvo l'ammontare- a quella degli ottocenteschi apostoli socialisti aspiranti alla tessera ferroviaria. Col 4 per cento dei voti, Nader avrebbe avuto accesso agli ingenti finanziamenti federali. Argomenti come questi sono sostanziosi, ma a condizione che facciano bene i loro conti. Nader è restato nettamente al di sotto del 2 per cento. Gore ha perso per una manciata di voti.
Una responsabilità simile non vale anche qui? Anzi: molto simile. Perché nel voto di domani c'è anche la "piccola differenza" fra una più forte solidarietà europeista e una più forte adesione alla politica repubblicana degli Stati Uniti. Come ha mostrato la differenza fra l'atteggiamento prevalente della stampa europea e quello dell'americana. (Berlusconi è indebolito dalla diffidenza europea, ma assai meno di quanto sia rafforzato dall'adesione alla leadership americana).
Le persone che decidono di non votare, o le formazioni minori che partecipano autonomamente alle nostre elezioni, in polemica col bipolarismo, o in nome della sua italiana difettosità, si sono poste questo problema? Di Pietro, mentre si diceva "il Ralph Nader italiano", andò in America ad appoggiare la campagna di Al Gore, prima di tornare a condurre qui la sua: è strano. Io, se votassi, voterei per l'Ulivo, se votassi a Milano 1 ­molti "se", nel mio caso- voterei per Emma Bonino. Mi rallegrerei di un successo radicale, ma non riuscirei a condividere l'opinione radicale che la vittoria dell'una o dell'altra alleanza maggiore sia irrilevante. E' rilevante, e lo è anche la proporzione del risultato finale. Un pregiudizio conservatore resta più tenacemente nella sinistra più appassionata. Essa fa come se fra i propri programmi e i propri ideali, e la loro rappresentazione parlamentare, esistesse un rapporto diretto. Un'idea del genere ha senso se si sia rivoluzionari: se lo si sia davvero, voglio dire, non se si abbia voglia di continuare a chiamarsi così, nel biglietto da visita. Chi si figuri possibile e auspicabile un rovesciamento del regime sociale e politico, qualunque sia la propria influenza elettorale ­l'1 per cento, il 6 per cento- mirerà alla "conquista della maggioranza", al 51 per cento, per la via elettorale parlamentare, o per quella dell'insurrezione nelle piazze. Se no, la posta elettorale è il sostegno a un'alleanza contro un'altra: perché la si riconosce più favorevole, o meno sfavorevole, alle proprie aspettative e agli interessi per i quali ci si batte. Si vota dunque, piuttosto che per guadagnare o allargare la propria quota di minoranza, per far prevalere la "piccola differenza".
Penso così, e naturalmente mi accorgo di un'altra stranezza. Che questa idea della mortificante somiglianza o equivalenza di programmi e schieramenti convive singolarmente con l'impressione contraria, che si oppongano due irriducibili concezioni del mondo. Che la scelta del 13 maggio trascini un rischio fatale, che la differenza sia enorme, morale, civile e perfino somatica. Piccola differenza e scontro epocale si mescolano. Bisognava, si dice, parlare di più dei programmi. Sì, ma senza esagerare. I programmi contano fino a un certo punto, e sono piuttosto noiosi. Se si discutesse seriamente dei programmi per più di ventisei minuti, spettatori di destra e sinistra cambierebbero canale. Si vota per altro: facce, abbigliamenti, circostanze, parentele Aria che tira, indici di gradimento.
Scrivo per invidia. Anche i prigionieri hanno il diritto di voto, ad eccezione dei più indegni: io fra questi. La privazione del diritto di voto è un equivalente civile della degradazione militare. E' come strappare le spalline a un cittadino. Così, per risarcimento, esprimerò il mio augurio che le persone incerte o arrabbiate votino. Io, del resto, un vantaggio ce l'ho: chiunque vinca, non devo temere che mi mandi in galera.



[La Storia] Gli Interventi] [Le Iniziative] [La Bibliografia] [Home]