
LE ELEZIONI ITALIANE SPIEGATE AI BERLINESI
di Adriano Sofri
(da "Il Foglio", 12 maggio 2001)
Adriano Sofri ha scritto per il quotidiano tedesco "Berliner Zeitung" un articolo su Silvio Berlusconi alla vigilia delle elezioni. Ne pubblichiamo un'ampia parte.
Si arriverà a una vera Costituzione europea. Già
ora bisognerebbe essere più sobri nel deplorare la meschinità
sordida di un'Europa unita solo nei soldi e negli affari. I potenti
d'Europa hanno messo in comune la moneta: cioè, dopotutto,
ciò che hanno di più caro. Alla voce "Liberté
de penser" Voltaire scriveva: "E' vergognoso mettere
la propria anima nelle mani di coloro cui non affidereste il vostro
denaro".
Il problema delle elezioni politiche italiane del 3 maggio sta
qui. C'è un protagonista assoluto della vita pubblica che
si chiama Silvio Berlusconi. E' l'uomo più ricco d'Italia.
Secondo alcuni non è bene che l'uomo più ricco sia
anche il capo del governo. Secondo lui no. Lui si rivolge agli
italiani e dice: c'è qualcuno cui affidereste il vostro
denaro con più fiducia che a me? La risposta di molti italiani
è positiva, al punto che il partito fondato inventato-
in fretta e furia da Berlusconi alla vigilia delle elezioni politiche
del 1994, è da tempo il primo partito. Incassata la delega
degli elettori sul denaro, tocca all'anima. Un numero crescente
di nostri contemporanei tende a oltrepassare la questione, facendo
intimamente coincidere l'anima col patrimonio. A voler restare
alla distinzione, ci si aspetterebbe che a un centrodestra del
denaro si opponesse un centrosinistra dell'anima. Ma ecco qui
un doppio intoppo. Perché proprio quando sembrerebbe averne
più bisogno, la sinistra ha perso l'anima, e lo racconta
con una strana accoratezza. Come se fosse un oggetto smarrito.
D'altra parte, non solo non ci si vergogna più di essere
molto ricchi (molto, dico: come nel testo evangelico. "Vendi
tutto quello che hai e il ricavato dallo ai poveri". Il ricco,
"udite queste parole, divenne assai triste, perché
era molto ricco"), ma se ne fa il proprio principale
titolo di merito. Allora, zoppicando dal lato dell'anima, gli
avversari di Berlusconi si concentrano sui difetti della sua ricchezza:
due essenzialmente, un'origine non limpida, o addirittura losca,
e una attuale incompatibilità con la responsabilità
di governo, tanto più che a Berlusconi fa capo il più
importante impero mediatico del paese (televisioni, cinema, editoria
libraria e giornalistica).
Il partito di Berlusconi si chiama Forza Italia. "Forza Italia"
è uno slogan patriottico una specie di "allons
enfants de la patrie"- ma tratto dal cuore del patriottismo
contemporaneo: il football. Berlusconi è anche il proprietario
del Milan, e non esita, di fronte alle sconfitte del suo club
e della stessa squadra nazionale, a pronunciare la propria opinione
tecnica in polemica con gli allenatori professionali. Si può
confrontare il nome "Forza Italia" coi nomi scelti dalla
costellazione di partiti del centrosinistra: Ulivo, Quercia, Margherita,
Girasole L'orto botanico è il rifugio del paradiso perduto.
Il nome che il centrodestra ha dato alla sua coalizione è:
Casa delle Libertà. L'accezione più sentita di queste
libertà è l'insofferenza verso le tasse e le regole,
verso i vincoli che tutelano il lavoro dipendente, verso sanità
e istruzione pubbliche, e la magistratura troppo curiosa dei reati
da ricchi. E' un fatto che la sinistra non è riuscita a
fare della libertà una propria parola: per un'eredità
non del tutto liquidata, che anteponeva l'uguaglianza alla libertà,
facendo della prima il fine e della seconda un lusso, e per una
diffusa vocazione statalista e allo stato d'eccezione, giustificata
dalle perenni "emergenze" della vita pubblica.
L'elenco dei sospetti e delle accuse mosse contro Berlusconi
è impressionante. L'origine della sua fortuna è
ritenuta oscura, e sospettata di legami con capitali di provenienza
mafiosa. La prosecuzione della sua fortuna è attribuita
ai reciproci favori col potere politico e a metodi spregiudicati
se non apertamente illegali: bilanci falsi, evasioni fiscali,
società di comodo, corruzione di funzionari pubblici e
di magistrati. Queste accuse si sono tradotte in numerosi processi,
conclusi con assoluzioni o prescrizioni, o tuttora in corso. Ancora:
l'enormità dei suoi interessi economici, e specialmente
la potenza mediatica, sembrano incompatibili con una funzione
di governo, eccetera. C'è infine un genere di accusa che
va distinto dalle citate, perché la sua gravità
eccede ogni immaginazione. Berlusconi, e alcuni dei suoi più
stretti collaboratori, avrebbero agito da mandanti delle stragi
di mafia in cui nel 1992 morirono i due magistrati siciliani che
simboleggiavano la lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino. Coltivata, più o meno apertamente, da minoranze
politiche e giornalistiche, senza alcun ammissibile fondamento,
un'accusa come questa obbliga chi le dia credito a un paradosso:
se solo si dubiti che Berlusconi, già capo del governo
(nel 1994, per sette mesi), poi per sette anni leader di un'opposizione
di fatto maggioritaria nel paese, se non in parlamento, e probabile
imminente nuovo capo del governo, sia un mandante di stragi mafiose,
solo un'esecrabile viltà spiegherebbe che non si ricorra
a qualunque ribellione, legale o illegale.
La provvisoria conclusione è che l'eccesso di zelo, chiamiamolo
così, delle accuse, e del trasferimento della lotta politica
sul terreno della giustizia penale, è un'arma a doppio
taglio. Perché se non riesce nel suo intento, e conclude
i processi con assoluzioni o uscite secondarie, e vede sconfessare
ufficialmente accuse micidiali, regala ai suoi avversari una rivalsa
trionfale. E' successo con Giulio Andreotti, ottuagenario protagonista
dell'intero dopoguerra democristiano, imputato e processato a
Palermo per associazione mafiosa, a Perugia per omicidio, e assolto
in ambedue le sedi. Solo l'età impedisce ad Andreotti di
ridiventare ora l'arbitro della politica italiana. Del resto,
ci sta provando.
Vale la pena di usare Machiavelli, noi che l'abbiamo così
a portata di mano. Si è osservato (l'ha riscritto Jean
Daniel sul Nouvel Observateur) che il fascino di Berlusconi deriva
dalla sua immagine vincente. E' vero, ma bisogna aggiungere l'altro
lato. I príncipi di Machiavelli venivano abbattuti di colpo
da una cancrena, da una febbre di stagione. La Fortuna, la buona
e la cattiva, secondo quel grande consigliere, detiene sempre
almeno una quota di maggioranza nelle cose umane. E' l'azzardo
a spiegare perché Berlusconi, così straniero alla
politica tradizionale, sia così seducente per il pubblico.
I dirigenti del centrosinistra si sono divisi fra due scelte:
lasciare alla provvidenza i giudici, la malattia- di rimuovere
il problema, o trattare con Berlusconi "come se fosse normale",
e pienamente legittimato. D'ora in poi sarà anche il problema
del resto d'Europa.
C'è una forte tentazione a rappresentare il confronto
fra Berlusconi e i suoi rivali come un'irruzione della modernità
in politica. E' così solo in parte. Berlusconi ha coniato,
fra altre formule esplicitamente pubblicitarie, lo slogan delle
"tre i", in italiano "impresa, inglese, internet".
In realtà la Nuova Economia è entrata tardi e superficialmente
negli interessi delle sue imprese. E' vero però che il
conservatorismo del sistema politico italiano era tale, e così
tramortito dai colpi della cosiddetta "rivoluzione giudiziaria"
dei primi anni '90, da tramutare l'avvento di Berlusconi in un'invasione
aliena. Dunque la sua peculiare modernità ha avuto due
aspetti: quello dell'avvento di un "uomo nuovo", non
covato e cooptato dal sistema dei partiti, contro una classe politica
molto tradizionale e dalle abitudini solidali, al di là
delle divergenze politiche; e, ancora più significativamente,
dell'avvento di un consumismo baldanzosamente spudorato ragazze
Rosemarie senza complessi di colpa- televisioni dei lustrini,
calcio e quiz miliardari, allegria. Tenete conto, nonostante l'idea
lusinghiera sul nostro solare paese e i suoi agrumi, che la classe
politica italiana era fra le più seriose e tendenzialmente
tetre d'Europa: di due tetraggini maggiori, dei cattolici in
politica per sacrificio- e dei comunisti per austerità.
Quest'aura di cerimoniosità antica e solenne, divenuta
davvero plumbea negli anni detti di piombo, non aveva ceduto neanche
all'avvento del benessere, della televisione a colori e dei quiz.
Se ne era tenuta in disparte, un po' offesa. Le cose erano cambiate
bruscamente con Craxi. Bettino Craxi, benchè titolare di
un piccolo partito socialista, giocò sulle reciproche crisi
dei due partiti maggiori, democristiano e comunista, e sulla propria
eccellente qualità di animale politico. Gli anni '80 furono
segnati dalla sua leadership, che coincise con un'uscita, vorace
come sono le convalescenze, dalla cupezza spaventata o moralista
degli anni della violenza politica e delle paure petrolifere.
Ai notabili della vecchia politica anche Craxi apparve come uno
scandaloso uomo nuovo, e tuttavia si trattava di uno che era in
politica da quando aveva i calzoni corti, e che aveva fatto della
"politique d'abord" il proprio motto. Di questo talento
politico professionale Craxi fu beneficiario e vittima: maneggiò
come un domatore di circo i suoi colleghi, ma disprezzò
quello che succedeva fuori dal tendone. Succedeva che la società
producesse umori forti e barbaricamente sprezzanti delle regole
e abitudini costituite, come il separatismo avaro e xenofobo del
nord ricco e intraprendente; e che la spregiudicatezza ostentata
con cui Craxi e i suoi avevano trattato il rapporto fra il potere
e il denaro per volgarità da nuovi ricchi, o per spregio
dell'ipocrisia- scatenasse una reazione giudiziaria, accompagnata
presto da un entusiasmo popolare, che avrebbe travolto il regime
politico uscito dalla guerra. L'ascesa imprenditoriale di Berlusconi
era avvenuta all'ombra di Craxi. La sua caduta lo lasciò
allo scoperto. Berlusconi non avrebbe probabilmente mai pensato
alla politica. Guardato con distacco, se non con diffidenza, dalle
vecchie famiglie del capitalismo italiano, Berlusconi decise la
sua "discesa in campo", come usava chiamarla, anche
qui mutuando dal linguaggio calcistico: la quale, lungi dall'attenuare
le attenzioni giudiziarie nei suoi confronti, le moltiplicò,
con imputazioni via via più gravi. Nel 1994, alla prima
prova, Berlusconi vinse le elezioni politiche e diventò
capo del governo. Non era mai successo niente del genere in un
paese moderno (l'Italia lo è). Durò poco. I processi,
la ribellione sindacale, e il cambio di campo di Bossi, condito
di insulti sanguinosi, misero in crisi la sua maggioranza. Nel
1996 una coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi
vinse di stretta misura le elezioni, e governò con l'impegno
primario di portare l'Italia dentro le condizioni di Maastricht:
riuscendoci. Strada facendo, le divisioni di gruppo e personali
nell'alleanza di centrosinistra l'hanno gravemente minata.
Nel corso di questi anni, Berlusconi è sempre rimasto il
leader dell'opposizione, formata dai postfascisti di Fini e da
tronconi del partito democristiano. Ma la sua personale posizione
ha ondeggiato fra burrasche mortali e risalite mirabolanti. Si
è difeso con le unghie e coi denti, dall'angolo, contro
i giudici, gridando forte e chiamando i suoi in piazza, e ne è
uscito con un colpo di genio: l'evocazione spiritica dei "comunisti".
Berlusconi ha fatto passare la resistenza personale contro una
magistratura che lo braccava in una leva generale contro i comunisti;
una battaglia per la propria libertà in una battaglia per
la libertà. I suoi seguaci e alleati sono stati tolti così
dall'imbarazzo di star dietro a un capo inseguito dai tribunali
e promossi a una grande campagna ideale contro il comunismo. Questo
aiuta a spiegare l'inspiegabile successo di un anticomunismo senza
comunisti senza, o quasi. Anche quando tutta la selvaggina
sarà estinta, i cacciatori andranno a caccia. "Comunisti":
spalancano le porte agli immigrati clandestini, proteggono i criminali,
vogliono la droga di stato e lo sposalizio fra omosessuali. E
poi ce l'hanno con le cose belle, con l'iniziativa privata, con
il desiderio di diventare ricchi, e di non essere schiacciati
dalle tasse. In una situazione allarmata e risentita, non si resiste
a un'estremizzazione con una moderazione. Si perde. Bisognerebbe
almeno trovare un insulto uguale e contrario di "comunisti".
Anticomunisti non va, e "egoisti", che pure è
inadeguato, non basta a offendere un così solidale egoismo
di massa.
Gli italiani sono quasi 58 milioni. Il saggio demografico è
oggi inferiore a quello tedesco. La longevità supera quella
tedesca. Sono appena stati pubblicati i dati sulla speranza di
vita: 76 anni per i maschi, 82 per le donne. Il prodotto interno
lordo è cresciuto negli ultimi anni meno di quello tedesco:
per l'anno corrente l'Ocse prevede un sorpasso italiano. Tuttavia
i sindacati segnalano il divario ingente, a favore della Germania,
per la qualità tecnologica dei prodotti. Uno svantaggio
aggravato dalla forte riduzione delle spese per la ricerca. Il
risultato più lusinghiero dei governi di centrosinistra
inaugurato da Giliano Amato, e nel 1993 dal governo di Ciampi,
già governatore della Banca centrale e oggi presidente
della repubblica- ha riguardato il risanamento del debito pubblico,
che era arrivato sull'orlo della bancarotta con gli ultimi governi
democristiani. Ottenuta attraverso una forte pressione fiscale,
la riduzione degli investimenti pubblici, e i ricavi delle privatizzazioni,
questa politica impopolare ha abbassato l'inflazione e il tasso
di interesse. Fino a poco fa, l'occupazione diminuiva, e gli incrementi
del prodotto erano dovuti solo alla produttività. Da due
anni, e assai più consistentemente dal 2000, l'occupazione
è cresciuta. In sostanza, gli economisti, compresi gli
osservatori internazionali e, alla fine, il severo governatore
della Banca centrale, Fazio, riconoscono il successo dei governi
di centrosinistra nel risanare la finanza pubblica senza bloccare,
e anzi rilanciando la crescita economica e l'occupazione. Qualcuno
lamenta che il centrosinistra non faccia valere abbastanza questo
bilancio positivo. In verità due questioni hanno dominato
la campagna elettorale, e già prima la discussione pubblica
e i sondaggi d'opinione: la "sicurezza" e l'immigrazione.
Paure comuni all'intera Europa: tuttavia gli italiani sono i più
allarmati dall'immigrazione. Il candidato del centrosinistra,
Francesco Rutelli, finora sindaco di Roma, ha condotto una campagna
elettorale impegnata e non rissosa. Ma pochi credono in un recupero
del centrosinistra. Il fatto è che il centrodestra aveva
già vinto nettamente nelle ultime elezioni regionali. In
particolare, la sinistra è stata battuta in tutto il nord
del paese, e ha perduto anche la sua roccaforte storica, la città
di Bologna. L'allarme espresso da buona parte della più
prestigiosa stampa europea non influirà sulle scelte elettorali.
E' venuto tardi, e per di più in un quadro internazionale
modificato dalla vittoria repubblicana negli Stati Uniti. Le elezioni
saranno un plebiscito pro o contro Berlusconi. E dopo? Chissà.
Ora dice: rifarò l'Italia da capo a fondo. Dice: farò
la rivoluzione. La resistibile ascesa del dottor Berlusconi è
davvero un'incognita per tutti, e probabilmente anche per lui.
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