Adriano Sofri, dal Manifesto 2 gennaio 1998

LA MOLE INGENTISSIMA di carte - migliaia e migliaia - dell'istruttoria e poi dei processi per l'omicidio di Calabresi ha tradito in alcuni punti principali i cronisti del Giornale, che non potevano conoscerle a sufficienza. A questi punti di fatto dedico le mie osservazioni: non agli altri in cui un partito preso, piuttosto che una mancata conoscenza, abbia guidato le pagine del Giornale.


Il primo equivoco colossale riguarda Mathias Deichmann. Il Giornale ipotizza due cose. La prima è che la foto in cui Luciano Gnappi ritenne di riconoscere lo sparatore appartenesse al giovane (allora) Deichmann. E' quanto suggerisce Antonino Allegra. Non so se sia così, e mi permetto di dubitarne fortissimamente. La seconda è che l'avvocato Gamberini, per nostro conto, abbia architettato un uso della rivelazione di Gnappi teso a indicare Mathias Deichmann come il vero assassino di Calabresi. Ora, né l'avvocato né noi abbiamo neanche immaginato che il riconoscimento di cui ha parlato Gnappi di riferisse a Deichmann: più precisamente, io ho scritto infinite volte (nella mia "Memoria" in volume, nei miei appunti sulle sentenze successive, in vari articoli) che Mathias Deichmann era stato sospettato del tutto arbitrariamente.

Ne ho parlato e scritto tante volte per un'altra ragione: cioè la coincidenza per me impressionante, non so per voi, che portò la coppia Marino-Bistolfi a vivere e lavorare presso i coniugi Deichmann (Hans, padre di Mathias, e sua moglie), a turlupinarli, come il Giornale stesso ha ricostruito, e ad ascoltare da loro il racconto della disavventura occorsa al giovane con il grave quanto infondato addebito per l'omicidio Calabresi. Coincidenza resa più sconcertante dal fatto che sia Marino che Antonia Bistolfi, al processo, negarono di averne mai sentito parlare. Per completare il quadro, l'articolo che su Epoca, a pochi giorni dall'attentato, presentava M. D. (cioè Mathias Deichmann) come sospettato dell'assassinio, a firma di Livio Caputo, conteneva con risalto informazioni - come quella dell'attentato progettato per il giorno prima, e poi rinviato - che vent'anni dopo, riferite da Marino, sarebbero state dichiarate "inedite" dai magistrati. Voglio aggiungere che ho avuto modo nel corso di questa torturante vicenda di conoscere i Deichmann e nutrire per loro sentimenti di stima e amicizia: ciò che rende, oltre che assurda, oltremodo spiacevole per me e per mio figlio e per la mia difesa l'idea che possiamo fare di Mathias Deichmann un capro espiatorio. Se Valerio Riva, che firma le pagine del Giornale, non è un omonimo (col passare degli anni tendiamo tutti a diventare nostri omonimi), è un uomo che ebbi l'impressione di conoscere, praticante di libri e scrittura: avrebbe potuto dare un'occhiata a qualcuno dei tanti testi in cui si parlava del capitolo Deichmann. (Hans Deichmann è a sua volta notevole autore di libri, oltre che protagonista di un'esistenza invidiabile, raccontata pochi anni fa nei prestigiosi Profiles del New Yorker).

Il secondo equivoco (ma definirlo così è un puro eufemismo) riguarda la risposta di Allegra all'intervistatore del Giornale, su che cosa avesse pensato al momento dell'arresto di Bompressi. "Che col nostro identikit ci eravamo andati molto vicini", dice Allegra. Ora, i cronisti possono non sapere, ma Allegra non può non sapere, che quell'identikit, ritenuto somigliante a Ovidio Bompressi, non può assolutamente appartenere a Bompressi. Quell'identikit venne disegnato sulla scorta delle indicazioni di una commessa, Graziella Martone, che aveva venduto il pomeriggio del 13 maggio 1972, a un uomo "con accento straniero", un ombrello poi ritrovato nell'automobile impiegata dagli attentatori il 17 maggio. Supponendo che l'acquirente dell'ombrello fosse anche lo sparatore, si diffuse quell'identikit. Il fatto è che nello stesso pomeriggio del 13 maggio, mentre l'uomo comprava l'ombrello a Milano, Ovidio Bompressi partecipava a Pisa alla manifestazione per Serantini, com'è assodato da tutti, compresa la polizia di Pisa e di Massa. Dunque la presunta somiglianza fra Bompressi e l'identikit vuol dire una sola cosa: che Bompressi assomiglia all'identikit di qualcun altro che non può essere Bompressi. Nonostante ciò sia chiaro e provato, e sia stato spiegato le mille volte, si continua a pubblicare il dittico della foto di Bompressi e dell'identikit. Non è un caso che non si pubblichi un altro identikit, costruito sulle descrizioni dei testimoni oculari dell'attentato, che ha però il difetto di non assomigliare a Bompressi. Antonino Allegra non può, per ragioni professionali, giustificare la sua battuta con l'ignoranza: dunque imbroglia, congratulandosi della constatazione che Bompressi assomiglia a un altro.

Non posso abusare dello spazio. La buffa "rivelazione" del posteggiatore e avventore della trattoria "zia Carlotta" era notoria, contenuta nelle carte processuali, impiegata per perseguire dal primo giorno militanti di Lotta continua che avessero un qualunque rapporto con la Germania. A prenderla sul serio, quella storia avrebbe una sola conclusione, che il Giornale ha omesso di tirare: il nostro scagionamento. Non avevamo alcun rapporto con via Boiardo, né "il capo" (ero io, il capo, no?) aveva alcun rapporto con Essen e Amburgo, e via farneticando. Di "supertestimoni" così ne trovereste altri duecento, impiegabili in tutte le direzioni, dall'estrema sinistra all'estremo centro all'estrema destra.

Lo zelo con cui il Giornale si occupa della questione sembra ispirarsi a una idea bizzarra: e cioè che se depistaggi nel 1972 ci furono, furono tesi a coprire le responsabilità di Lotta continua. Tanto opposto fu il nostro modo di vivere quel tempo, e dunque di vivere il presente. Al Giornale, a distanza di venticinque anni, sembra irrilevante l'eventualità che noi siamo condannati e innocenti. Anche a Valerio Riva, che dopo tutto qualche opinione sul mio conto deve essersela fatta. In ogni caso, perfino il Giornale dovrebbe essere d'accordo che di tutte queste cose, vecchie e nuove, che così vivacemente riempiono le sue pagine, la sede necessaria per ripararle è quella di un nuovo processo.