
Sofri scrive all'Unità
Ecco perché ho parlato del PCI
da l'Unità, 27 gennaio 2000
Gentile direttore, provo a chiarire esattamente che cosa penso del rapporto fra dirigenti del Pci e "confessione" di Marino, e perché ne parlo. E anche da quando ne parlo.
Marino andò a parlare con Flavio Bertone. Bertone
era il dirigente più autorevole e stimato del Pci di La
Spezia. Era stato valoroso partigiano e senatore, sindaco della
città. Nel maggio del 1988, quando incontrò Marino,
ne era vicesindaco. Di questo colloquio Marino non fece parola
durante l'istruttoria, e ancora al primo processo, dopo un anno
e mezzo, rifiutò di fare il nome di Bertone. Lo feci io,
e perciò Bertone fu chiamato a testimoniare. Disse che
Marino gli aveva parlato della propria partecipazione all'omicidio
di Calabresi, e gli aveva fatto il nome mio e quello di Pietrostefani.
Disse di non aver saputo che Marino aveva la tessera del Pci.
Marino disse al contrario di essere andato da lui per la comune
militanza nel partito. (Prima di trasferirsi a Sarzana, Marino
era stato segretario di sezione del Pci a Morgex, in Val d'Aosta,
e lì aveva organizzato alcune rapine a scopo di lucro privato).
Non riuscii a spiegarmi perché sia Bertone che Marino avessero
voluto tacere il loro colloquio, avvenuto alla vigilia della "confessione".
Di quel colloquio nella zona spezzina si sapeva, e le cronache
dei giornali locali ne avevano parlato. Io stesso avevo fatto
chiedere a Bertone di testimoniare. Si sapeva anche che c'erano
stati contatti fra Bertone e l'avvocato di Marino, Maris, anche
lui prestigioso esponente del Pci, con un passato di deportato.
Bertone e Maris erano stati colleghi di Senato, compagni ed amici.
Quando, nel primo processo, chiesi a Maris di questi contatti,
la sua smentita fu violentemente sdegnata ("È la solita
controinformazione di Lotta Continua. Si calunnia e si spara alle
spalle"). Quella durissima polemica indusse il Corriere della
Sera a intitolare: "Congiura del Pci contro Sofri?"
Protestai immediatamente, con una lettera aperta, contro questa
ipotesi, cui non credevo affatto e per la quale non avevo alcuna
propensione politica. Massimo D'Alema, allora direttore dell'Unità,
mi rispose ringraziandomi per la mia lealtà, e insieme
assicurandomi della integrità di Bertone, da lui personalmente
conosciuto e stimato. Non l'avevo messa in discussione. Avevo
solo indicato l'incomprensibilità della duplice e reciproca
reticenza di Bertone e Marino a proposito del loro colloquio.
Mi sembrò ragionevole dedurne (allora, e non oggi: si legga
la mia "Memoria", 1990) una conferma alla mia persuasione
che i carabinieri erano andati da Marino, e non Marino dai carabinieri.
Passò ancora un po' di tempo, e in quello stesso processo
di primo grado la schiettezza ingenua del parroco di Bocca di
Magra fece svelare un'altra verità fino ad allora negata
e occultata, sui prolungati rapporti fra Marino e ufficiali dei
carabinieri prima della data verbalizzata come l'inizio repentino
della "confessione". (Aggiungo che in un'intervista
al Tirreno appena uscita, il 25 Gennaio 2000, quel parroco dice:
"Ufficialmente la confessione ai carabinieri avvenne nel
mese di Luglio. Già, ufficialmente... Ma le cose non sono
andate così. I carabinieri erano in contatto con Marino
almeno da due mesi, forse di più. Parlavano con lui e lo
aiutavano a parlare perché la cosa, come dicevo, aleggiava
sulle acque... Se ne sono sicuro? Certo, perché sono stato
io a scoprire per primo che i carabinieri tenevano d'occhio Marino.
Una sera, forse di marzo, mi affaccio sulla porta della chiesa
e vedo dei giovani che non conosco (...) Vallo a sapere che erano
carabinieri in borghese che non si interessavano della chiesa
ma della casa di Marino". Se fosse così, il colloquio
fra Bertone e Marino sarebbe addirittura successiva a un'attenzione
dell'Arma per Marino, e le ragioni che mossero quest'ultimo sarebbero
ancora più torbide.) Dunque a quel punto (cfr. ancora la
mia "Memoria") le reciproche reticenze erano due: di
Marino e Bertone, e di Marino e i carabinieri. (Per non dire di
Marino e di Antonia Bistolfi, e della grottesca pretesa che non
sapessero niente l'uno dell'altra). Reticenze assurde e inspiegate,
salvo che nell'itinerario da me figurato: Bertone non poteva essersi
tenuto per sé presunte rivelazioni di una tale gravità
oltretutto esponendo sé stesso ed il suo partito e, direttamente
o no, provvide a che chi ne aveva competenza andasse a controllare
Marino e le cose che raccontava. Così si spiegava anche
la venuta da Milano dell'allora colonnello Bonaventura, da sempre
impegnato nell'indagine su Calabresi, e le sue ripetute sedute
notturne con Marino.
Passarono altri anni, e alla fine del secondo processo di appello
l'avvocato Maris, dimenticando smentite e sdegno, fece tranquillamente
la seguente rivelazione: "Io pregai Marino di dire pure che
aveva fatto questa sua confidenza al parroco di Bocca di Magra
ma di non dire che aveva fatto questa confidenza a Bertone. Non
mi piaceva. Non mi piaceva, anche se Bertone aveva informato altre
persone, preferivo lasciarlo fuori da questa vicenda. Bertone
poi uscì, non perché noi l'abbiamo detto."
Maris ammetteva ora di aver parlato con Bertone, e dava anche
una spiegazione del silenzio. Che cosa "non gli piaceva"?
Evidentemente che il nome di Bertone facesse chiamare in causa
il Pci, e che se ne traesse occasione o pretesto per qualche speculazione
politica. Ma, come si vede, la questione che io oggi esplicitamente
sollevo era già allora chiara, e chiaramente ammessa dallo
stesso Maris. In quel processo fummo assolti, e solo la slealtà
della "sentenza suicida" rimise in moto la macchina
della nostra persecuzione. La sentenza successiva, a noi contraria,
ripristinava la tesi della spontaneità assoluta e anzi
della santità religiosa della "confessione" di
Marino, e dichiarava ancora la sua compagna teste indipendente
a riscontro.
Nella revisione appena conclusa quest'ultima assurdità
Marino e Antonia ignari l'uno dell'altra, lei che andava
dall'avvocato repubblicano a fare il nome di Bompressi, lui che
andava dal senatore del Pci a fare il nome mio e di Pietrostefani
è definitivamente crollata sotto l'evidenza di nuove
prove materiali (aspetto di vedere se le motivazioni proveranno
a negarlo). A questo punto la falsità di Marino che va
"spontaneamente" dai carabinieri era ulteriormente dimostrata.
L'ho argomentato ancora una volta, e ho spiegato quale effetto,
forse non voluto ma praticamente fatale, avesse avuto il silenzio
sul percorso che aveva portato i carabinieri da Marino, lasciando
consacrare la pretesa "spontaneità" della sua
confessione: caposaldo dell'accusa prima e della condanna poi.
Ebbene, alla fine dell'ultima udienza della revisione, dopo la
mia dichiarazione conclusiva, coi giudici appena ritirati in camera
di consiglio, l'avvocato Maris, interpellato dai cronisti, dice:
"Ma certo che Bertone si rivolse ai massimi vertici del partito."
E aggiunge subito dopo, forse per attenuare la dichiarazione:
"Io, almeno, avrei fatto così".
Mi scuso della ricostruzione un po' pedante. Ma era necessaria
per alcune ferme osservazioni. La prima, che non sono io a ipotizzare,
o insinuare, qualcosa che lo stesso Maris ha riconosciuto, sia
pure a puntate e mettendoci una decina d'anni. La seconda, che
io non ho né accuse né polemiche da fare, e semplicemente,
ma fortemente, chiedo che chi è in grado di farlo ammetta
ciò che è ovvio: che di "rivelazioni"
così gravi Bertone abbia informato il Partito cui aveva
dedicato la propria vita, e per quel tramite lo Stato alla cui
legalità era oltremodo devoto. Aveva due ragioni per farlo:
accertare la verità su un episodio così grave, e
tenere il partito fuori da un possibile coinvolgimento. O si crede
davvero che una persona accorta e responsabile come Bertone, in
un partito che era ancora, nel 1988, il Pci, tenga per sé
una confidenza come quella che si sentì fare da Marino?
Vogliamo scherzare?
Ora ho letto alcune risposte alle cose da me dette, e largamente
fraintese. L'ex-segretario del Pci Natta, che mostra per me un'antipatia
che non ricambio affatto, dichiara di non aver saputo niente di
ciò che avvenne in quella primavera-estate del 1988. Non
ho nessuna difficoltà a credergli. Ma poi aggiunge un giudizio
pesante sul fatto che io ne parli ora che Bertone è morto.
Si sbaglia, dunque: ne ho parlato e scritto dall'inizio. Il mio
avvocato si è rivolto a Bertone personalmente ancora preparando
l'istanza di revisione. Natta dunque rinunci, per favore, al sospetto
di mie insinuazioni vili o tardive.
Achille Occhetto, su Repubblica, parla a sua volta di una mia
"accusa" (!) di cui è amareggiato. Gli dicono
che secondo me lui "doveva sapere", e replica di non
aver saputo niente. Ma io non ho mai detto niente che riguardasse
Occhetto, e tanto meno che "dovesse sapere": e credo
senz'altro che non ne abbia saputo niente, dato che lo dice. Spero
che legga questo pezzo, lui e Macaluso e Vezio Bertone e gli altri
che mi hanno risposto, e vedano che cosa dico io, e da quando,
e che cosa ha detto Maris, e quando. E mettano la propria esperienza
del vecchio Pci del bene e del male di quel Pci a
confronto con la domanda: se un iscritto al Pci va da un autorevole
esponente del Pci a dichiararsi autista dell'omicidio di Calabresi
e mandato per conto di Lotta Continua dal noto Adriano Sofri,
è pensabile che costui non avvisi qualcuno nel partito?
Che non avvisi, per esempio, Pecchioli?
Marino, che è Marino, nega. E dice anche: "Supponiamo
supponiamo perché non è vero che siano stati sul
serio i carabinieri a venire da me, su indicazione di Bertone
e di qualcuno del Pci: il punto centrale non cambia." Cambia,
naturalmente. Travolge la spontaneità della sua "confessione",
e con essa il fondamento abusivo quanto esaltato di accusa e condanna.
A qualcuno, oltre che a Marino, non è sembrato abbastanza
importante. Bene: è molto importante. Chi ne sa qualcosa,
lo dica. Senza imputarmi di evocare "complotti", quando
la mia idea dello svolgimento delle cose è l'esatta e argomentata
negazione dei complotti. E senza insinuare che io sollevi "accuse"
tardive e, peggio, postume, dopo undici anni che sostengo la mia
convinzione, avendo cura, a qualsiasi prezzo, di deludere ogni
strumentalizzazione di parte della mia disavventura.