Paolo Angelo Sodani

Un uomo buono e altri riscontri

da Una Città, giugno 1997


La sentenza emessa in data 22.1.1997 dalla Sez. 5 della Corte di Cassazione ha chiuso processualmente la vicenda relativa alla morte del Commissario Luigi Calabresi, confermando le condanne nei confronti di Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri inflitto dalla Corte di Assise di Appello di Milano. A meno del sopraggiungere di un provvedimento di revisione, secondo i giudici della Suprema Corte, i tre imputati, unitamente al pentito Leonardo Marino, sarebbero i responsabili dell'uccisione del funzionario di Polizia avvenuta a Milano il 17 maggio 1972. Gli elementi probatori di responsabilità sono rappresentati dalle esclusive dichiarazioni di Marino che, autoaccusandosi, rivolge delle chiamate in correità nei confronti di Bompressi, Pietrostefani e Sofri.

Questa sentenza ha suscitato numerose reazioni sia per la conclusione che ha avuto, sia per essere stata emessa dopo 25 anni dai fatti e dopo altre pronunce (ben sei) anche assolutorie.

Se la circostanza di eventuali diverse pronunce rientra nella fisiologia processuale, il trascorso del tempo non può non avere delle conseguenze, non tanto in riferimento all'istituto della prescrizione, quanto alla valutazione degli stessi elementi probatori che la celebrazione del processo deve costruire, e quanto alla necessaria sussistenza dei riscontri, che in casi analoghi devono essere particolarmente precisi ed idonei per scongiurare qualsiasi dubbio sulla responsabilità dell'imputato. In questi casi il giudice deve avvicinarsi alla vicenda processuale senza alcun pregiudizio che il tempo trascorso o la conoscenza, anche solo giornalistica o di altri mezzi di informazione, ha determinato sia in riferimento alla vittima che a coloro che l'accusa ritiene essere i responsabili.

Gli istituti dell'astensione e della ricusazione dovrebbero rimediare proprio a questi inconvenienti qualora ci sa la prova di fatti o situazioni che impedirebbero al Pubblico Accusatore e allo stesso Giudice di essere liberi di svolgere il loro ruolo in modo imparziale all'interno del processo. In taluni casi, però, la pubblicità dei fatti, la loro notorietà, i ruoli svolti nella società dalla vittima e dagli imputati, possono determinare un possibile condizionamento, inconscio o conscio, che mai viene riconosciuto. Se ciò accade, il pregiudizio che si determina per le varie ed eventuali parti processuali, si trascina sino al provvedimento conclusivo e il tentativo di individuare ove tale condizionamento si è prodotto, salvo casi di evidente illegittimità, si arresta sempre in quella insindacabile sfera del libero convincimento che assegna al giudice la possibilità di valutare liberamente le prove assunte.

Un cattivo esercizio del libero convincimento, oltre a tradire la conquista di civiltà che questo istituto ha rappresentato, e rappresenta, nei confronti delle prove legali, determina l'impossibilità di rimediare alle ingiustizie che necessariamente provoca.

Da una lettura della sentenza della Corte di Cassazione si rimane colpiti da alcune valutazioni che ineriscono i temi principali del processo: l'attendibilità di Marino ed i riscontri alle sue dichiarazioni accusatorie nei confronti di Bompressi, Pietrostefani e Sofri. Per quanto riguarda il primo aspetto, la sentenza affronta prima la credibilità del soggetto chiamante in correità e quindi l'attendibilità intrinseca delle sue dichiarazioni. Secondo i giudici di Cassazione, Marino sarebbe credibile, tra le altre cose, perché è un "uomo buono", perché non avrebbe motivi di rivalsa nei confronti dei tre accusati e perché la menzogna relativa alla data in cui iniziò la sua collaborazione con i Carabinieri non inficia un giudizio complessivo positivo, anzi tale ultima circostanza corroborerebbe ancor di più la predetta riconosciuta credibilità soggettiva.

Le precedenti osservazioni sul trascorso del tempo assumono valore e pertinenza, se solo si prende in considerazione la sproporzione esistente tra questi elementi e la posta in gioco, ovvero il destino dei tre uomini, destinatari di queste dichiarazioni accusatorie.

Viene considerato un uomo buono nonostante le successive rapine da lui commesse, giacché queste sarebbero state effettuate per esigenze occasionali. Come tale occasionalità incida sulla bontà del suo carattere, non trova risposta nella sentenza; né trova risposta il legittimo dubbio scaturente dalla certezza che esigenze occasionali possano provocare il superamento dei limiti di legalità da parte di un uomo che successivamente si autoaccusa di un omicidio. Gli eventuali motivi di rivalsa vengono esclusi muovendo unicamente da dinamiche superficiali, e comunque soggettive, riconducibili allo stesso Marino, nei confronti del quale si esclude che lo stesso non avrebbe saputo della possibile prescrizione, poi puntualmente dichiarata, che lo avrebbe messo al riparo dalle conseguenze processuali. La menzogna della data, successivamente rettificata, relativa a quando iniziò la collaborazione con i Carabinieri, assume un riscontro positivo della sua credibilità.

Questi stessi tre elementi presentano, comunque, un altro quadro: il soggetto che accusa è un rapinatore, un omicida; accusa sapendo che lo svolgersi delle fasi processuali avrebbe portato alla dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione; ha inizialmente mentito sulla data e sulla genesi del suo pentimento, ovvero su un elemento di chiara delicatezza per valutare la credibilità soggettiva del chiamante in correità.

Passando all'attendibilità intrinseca, analogo positivo giudizio viene pronunciato dalla sentenza giacché le contraddizioni o le successive correzioni sarebbero dovute al livello intellettuale di Marino, alla distanza di tempo dai fatti. Con uno sforzo ermeneutico, si sostiene che tutti gli interrogatori, anche tra loro confliggenti, devono essere considerati come una sola deposizione. Per quale motivo questa sola deposizione debba rappresentare un giudizio di accertata attendibilità intrinseca, non trova giustificazione nella sentenza, se non scomodando il libero convincimento. Se altri giudici avessero, sulla base delle stesse emergenze e sulla base di analogo procedimento metodologico, ritenuto che i vari interrogatori dovevano essere considerati quale unica deposizione, alcuna meraviglia poteva sorgere se il giudizio sull'attendibilità sarebbe stato negativo anziché positivo.

Il pericolo di un cattivo uso del libero convincimento trova conferma quando vengono disattese le deposizioni dei testi a discarico di Bompressi, i quali vengono ritenuti non credibili perché amici, compagni di Lotta Continua e perché senza un valido motivo non è possibile che gli stessi potessero ricordare fatti o circostanze a distanza di così tanto tempo. Il decorso del tempo viene utilizzato per giustificare gli errori di Marino e per ritenere inattendibili i testi a discarico. In un caso diviene riscontro accusatorio ed, in un altro, circostanza che travolge elementi di estraneità dal reato.

Analogo discorso viene fatto sul travisamento di Bompressi; il Commissario Costantino non ricorda cambiamenti, mentre la Bistolfi sottolinea lo schiarimento dei capelli e la modifica della pettinatura di Marino.

In un caso il decorso del tempo può aver fatto dimenticare al Commissario Costantino il cambiamento, mentre lo stesso elemento non incide sul teste a carico. Si discute se una parte della dichiarazione di Marino abbia trovato riscontro in altre emergenze processuali; secondo un teste tale dichiarazione viene smentita, secondo un altro viene confermata. Attraverso il decorso del tempo si predilige quella accusatoria, facendo scomparire nel nulla, non solo il mancato riscontro, ma addirittura quello contrario. E' proprio sul capitolo dei riscontri, necessari alla legittimità ed alla utilizzabilità probatoria della chiamata in correità, che la sentenza della Corte di Cassazione opera un'evidente forzatura dell'istituto del libero convincimento.

Riscontri non ve ne sono sulle segmentazioni che formano il racconto di Marino e relative alla ricostruzione delle fasi dell'omicidio, agli incontri tra questi e gli altri condannati, anzi ve ne sono di segno opposto.

I riscontri vengono individuati essenzialmente sulla struttura militare di Lotta Continua, sul colloquio tra Marino ed il Sen. Bertone, precedente la confessione ed, infine, sulla campagna di stampa del giornale Lotta Continua, sia prima che dopo l'omicidio.

La sentenza affronta un dilemma che pone di fronte due interpretazioni circa la struttura militare di Lotta Continua: struttura solo indirizzata contro i fascisti o struttura terroristica. Viene optato per quest'ultima interpretazione. Nessun elemento si trae dalla lettura della sentenza, attraverso il quale la conclusione presa possa trovare giustificazione. La conclusione anticipa la premessa. Attraverso la prova dell'omicidio ascrivibile a Lotta Continua si può desumere che quest'ultima fosse o avesse una struttura terroristica; ma non già presupponendo la struttura terroristica, in assenza di alcun elemento concreto e storico, si può far risalire l'omicidio ai suoi esponenti.

E' una conclusione tautologica ed apodittica. E' frutto di un sillogismo scorretto e non supportato da alcun elemento concreto o massima di esperienza. La struttura terroristica di Lotta Continua deve essere provata e non può essere desunta da un fatto, l'omicidio del Commissario Calabresi, che a sua volta deve anch'esso essere addebitato con prove ai vari incolpati. La mancanza di prove su un elemento non può essere surrogata da un'altrettanto mancanza di prova su un altro elemento.

Anche lo stesso colloquio avvenuto tra Marino ed il Sen. Bertone non assume alcun valore se solo si valuti, e ciò appare necessario e doverosamente imposto dalla delicatezza della questione, la possibile falsità delle dichiarazioni provenienti dal "pentito". L'ipotesi che ogni magistrato, sia inquirente che giudicante, deve formulare è che le dichiarazioni provenienti dal pentito possono essere affette da elementi di falsità totale o parziale. La precostituzione di supporti precedenti alle stesse dichiarazioni accusatorie, proprio perché rilasciate dopo 15 anni dai fatti, assume un valore irrilevante nella valutazione complessiva dell'attendibilità del collaborante.

Infine, emerge con prepotenza l'iter attraverso il quale si è sviluppato il libero convincimento dei giudici proprio attraverso l'ultimo dei riscontri affrontati: la campagna di stampa di Lotta Continua nei confronti del Commissario Calabresi e gli articoli apparsi sull'omonimo giornale.

A parte l'ovvia riflessione, secondo i canoni della prova logica, che nessuna organizzazione legale e di massa preannuncerebbe e rivendicherebbe un'azione omicidiaria, quello che colpisce è la riesumazione di una sorta di "colpa di autore" che avrebbe attinto i tre condannati accusati non per quello che hanno fatto (relativamente al capo di imputazione) ma per quello che sono o, meglio, sono stati.

Non è particolarmente grave, se non fosse per le conseguenze che se ne sono determinate attraverso la sentenza di condanna, che i giudici non abbiano compreso il fenomeno della contestazione degli anni '70 ed in particolare di quella galassia che si riconduceva a Lotta Continua, ma appare imperdonabile se la conoscenza soggettiva del fenomeno ed il suo relativo giudizio, hanno potuto trovare spazio nella decisione. Anche a voler riconoscere nell'attuale vicenda processuale una situazione di "bilico" tra una conclusione ed un'altra, non appare accettabile che il libero convincimento di tutti i giudici che hanno riconosciuto responsabili i tre condannati, abbia potuto esprimersi attraverso indicazioni e stimoli estranei alle carte processuali.

Questa è una sfera talmente imperscrutabile che solo la certezza delle emergenze processuali può consentire che si renda palese l'iter del procedimento che ha condotto ad una decisione anziché ad un'altra.

Nella indeterminatezza riscontrabile nella stessa sentenza risiede la consumata ingiustizia: senza certezza non può esserci condanna.

Questa doveva essere la conclusione tecnica di una vicenda processuale che ha come conseguenza il futuro di tre uomini.


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