Quell'
archiviazione salamonica in ventitre cartelle
di Manuela Cartosio
dal Manifesto, 3 aprile 1997

 

La lettura integrale delle 23 cartelle con cui il pm bresciano Fabio Salamone motiva la richiesta al gip d'archiviare l'inchiesta sul giudice Gian Giacomo Della Torre, presidente del terzo processo d'appello Calabresi indagato per abuso d'ufficio, trasforma un'impressione a caldo in una fondata convinzione. La convinzione è duplice: 1) Della Torre, benché "assolto", esce con le ossa rotte dalle testimonianze dei giudici popolari (non solo da quelle dei due che confermano a tutto tondo il suo pregiudizio colpevolista e le pressioni esercitate in camera di consiglio per condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani) e dalle valutazioni che Salamone lascia cadere sul suo comportamento "inopportuno". 2) La richiesta d'archiviazione è assurda, illogica o, quanto meno, frettolosa. Salamone, infatti, afferma che le testimonianze contro Della Torre, pur essendo credibili, sono superate da quelle dei giudici laici che raccontano di una camera di consiglio in cui tutto si svolse "regolarmente". Nel far pendere la bilancia quantitativa a favore di Della Torre è stata "decisiva - scrive Salamone - la ricostruzione dei fatti offerta dal consigliere a latere della Corte, il dottor Luigi De Ruggiero". E' vero che la responsabilità penale è individuale, ma far discendere l'archiviazione per Della Torre dalla "decisiva" testimonianza del suo collega togato è piuttosto bizzarro. De Ruggiero, infatti, avrebbe tutto da perdere - quanto meno dal punto di vista dell'immagine - dalla non archiviazione, ne uscirebbe come uno che non ha alzato un dito per contrastare la linea di condotta del collega. Ragioni di buon gusto avrebbero consigliato minor enfasi sulla versione di De Ruggiero. Pur accantonando quelle, restano le ragioni del buon senso. Che avrebbero imposto a Salamone di mettere a confronto i testi tra loro discordanti "prima" di decidere per l'archiviazione.

E invece il pm ha scelto la strada più breve, affermando che "il complesso delle risultanze sopra esposte non consente di affermare che il dottor Della Torre abbia abusato dei suoi poteri di presidente della III Sezione della Corte d'Assise d'Appello di Milano". "Nello stesso tempo", Salamone dà atto ad Adriano Sofri che i suoi esposti contro Della Torre non sono "frutto di manovre strumentali".

I racconti dei giudici popolari differiscono su diversi particolari. E' la conseguenza, in parte, del vissuto soggettivo. Quello che per uno è stato un "voto", per un altro è stato un semplice "giro d'opinioni". E però, anche quelli che sostengono che le pressioni non ci sono state confermano che alcuni hanno cambiato idea, in particolare sulla prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti, "dopo" che il presidente - nel corso di "animate discussioni" - aveva fatto presente che dalla prevalenza sarebbe conseguita la prescrizione del reato. Della Torre, inoltre, per convincere i dubbiosi che gli imputati non sarebbero andati in carcere usò il trucco o della grazia o dell'affidamento ai servizi sociali.

La difesa Sofri si opporrà all'archiviazione.

 

"Chiederò io la grazia"

Il giudice Della Torre promise la prescrizione del reato per convincere la giuria a condannare Sofri, Bompressi e Pietrostefani. E' questo il racconto di due giudici popolari

 

DALLA RICHIESTA d'archiviazione del pm Fabio Salamone, titolare dell'inchiesta sul giudice Della Torre, citiamo ampi brani della testimonianza di Giovanni Settimo, uno dei giudici popolari al terzo processo d'appello per il delitto Calabresi. E' lo stesso Salamone a spiegare la rilevanza del racconto di Settimo.

... Il più determinato a portare alla luce le perplessità sull'andamento del processo è stato indubbiamente il giurato Giovanni Settimo, che sin dai giorni immediatamente successivi alla pronuncia della sentenza si rivolse a legali per trovare il modo di denunciare, senza violare la legge e in particolare l'obbligo del segreto, quanto accaduto in camera di consiglio e specialmente i comportamenti del presidente Della Torre che, a suo giudizio, aveva determinato una decisione diversa da quella che la Corte aveva assunto o stava per assumere.

Il Settimo, chiarendo subito di non essere stato mosso da ragioni politiche (avendo anzi dei trascorsi in gruppi dell'estrema destra) ma soltanto da una sofferenza morale, nella sua prima dichiarazione ricostruiva tutto quanto aveva fatto per cercare di portare a conoscenza dell'A.G. (autorità giudiziaria, ndr) quelle che gli erano apparse delle gravi irregolarità, se non degli illeciti, nelle modalità con cui si era pervenuti alla condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.

Riportare questa parte delle dichiarazioni del Settimo, ribadite nel memoriale di cui si dirà, appare di particolare rilievo perché consente di affermare con certezza che gli esposti di Sofri non possono essere considerati un escamotage per ostacolare il regolare sviluppo della vicenda processuale ma soltanto la denuncia di fatti di cui egli era venuto a conoscenza e che, certamente, potevano avere rilevanza anche per la posizione degli imputati nel processo per l'omicidio Calabresi. Dichiarava il Settimo il 13.11.1996:

D.R. Io sono rimasto molto turbato dall'esperienza vissuta nel corso del processo Calabresi e ho condiviso tale mio turbamento di coscienza con altri giurati e precisamente con le signore Tuana e Scattini (giudice popolare supplente, ndr). Devo dire che non conoscendo esattamente quale fosse il modo più opportuno di precedere, ma essendo mia precisa intenzione dentro di me, sin dal giorno dopo la pronuncia della sentenza, e precisamente il 12 novembre 1995, chiesi un parere all'avvocato Giorgio Pirra di Bra paese vicino ad Alba. Il suddetto legale a fronte del generico racconto che io gli feci su quanto accaduto nel corso del dibattimento, mi fece presente come a suo parere, in Italia le giurie popolari siano di fatto subordinate ai magistrati togati non manifestando meraviglia per quanto potevo raccontargli.

Visto l'atteggiamento di quell'avvocato, mi rivolsi all'avvocato Carlo Prandi di Alba, ottenendo sostanzialmente la stessa risposta e un sorriso di circostanza che accompagnò la battuta "così ti rendi conto di come va la giustizia in Italia" anche probabilmente riferendosi all'esito sfortunato di una causa civile in cui lo stesso mi aveva prestato assistenza.
Non molto tempo dopo mi rivolsi a un terzo legale e precisamente all'avvocato Rocca del foro di Torino. Quest'ultimo mi diede sostanzialmente la stessa risposta consigliandomi di non far nulla perché in sostanza mi sarei messo nei guai andando ad urtare un "potere forte" quale la magistratura.

A questo punto, siamo alla fine del '95, Giovanni Settimo si rivolge a Tommaso Staiti di Cuddia. L'ex deputato dell'Msi lo indirizza al radicale Sergio D'Elia, dell'Associazione "Nessuno tocchi Caino". Settimo viene contatto da Enrico Deaglio al quale riferisce "gli stessi episodi sempre relativi a ciò che era avvenuto fuori dalla Camera di Consiglio".

Nei mesi successivi, Settimo riassume il tutto in una lettera che indirizza all'avvocato Bongioanni e stende un memoriale che consegna al pubblico ministero Salamone il 16 novembre '96. Questi i punti del memoriale citati nella richiesta d'archiviazione.

8) Dopo il periodo estivo, il giorno 21 settembre 1995 fummo convocati per la presentazione del processo, nel corso del quale ci vennero indicate le questioni rilevanti da discutere, distinguendole dai fatti ormai prescritti.

Della Torre disse: "i testimoni a discarico non sono credibili perché hanno parlato dopo sedici anni". Ribatté il dottor De Ruggiero (il giudice a latere, ndr) "anche Marino aveva parlato dopo sedici anni, accusando i tre imputati".

9) Il 28 settembre si tenne la prima udienza del processo contro Bompressi, Marino, Pietrostefani e Sofri e (fu) rinviato al 12 ottobre.

10) Il 12 ottobre la difesa della parte civile tentò di ricusare il giudice a latere, dottor De Ruggiero. Il collegio si ritirò per esaminare la questione. Il dottor Della Torre disse di andare dal dottor Salafia per esaminare se vi fossero dei vizi nella nomina (di De Ruggiero, ndr). Il dottor De Ruggiero, assente il presidente, disse agli altri componenti del collegio giudicante, i giudici popolari, che il vero motivo di ricusazione era quello dell'ideologia politica in quanto noto esponente di Magistratura democratica. In realtà, aggiunse il dottor De Ruggiero, egli aveva dimostrato di esser di ben altro avviso in tema di condanna/proscioglimento degli imputati (come dire: i timori della parte civile sono malriposti, ndr). L'impressione era che il dottor De Ruggiero avesse subìto la minaccia di ricusazione come un messaggio trasversale.

11) Nel corso del dibattimento il dottor Della Torre ci disse: "se Sofri confessa non ho difficoltà ad accordare a tutti le attenuanti prevalenti rispetto alle aggravanti" (il che avrebbe comportato la prescrizione del reato, ndr). A differenza della difesa di parte civile (in particolare l'avvocato Ascari) il pg dottor Ugo Dello Russo mantenne un tono professionalmente distaccato e per questo il presidente Della Torre ci disse che era stato poco efficace (anche perché il pg chiese le attenuanto per tutti gli imputati, eccetto Adriano Sofri).

12) Dopo l'arringa dell'avvocato Pecorella il presidente Della Torre disse che sulla direzione di fuga dell'auto dopo l'omicidio del commissario Calabresi era più credibile la versione di Marino rispetto a quella dei carabinieri (una pretesa incomprensibile, se si ricorda l'esilarante episodio della "cartina rovesciata" dal pm Pomarici, ndr). La circostanza influiva sulla colpevolezza degli imputati.

Sciolto dal segreto sulla camera di consiglio, Settimo dichiara a Salamone:

La condanna non venne deliberata secondo il sistema della votazione previsto dall'articolo 527 C.P.P. - sapevamo già l'orientamento - ma ad un certo punto, il venerdì verso mezzogiorno il presidente chiese: "Tutti d'accordo per la condanna?". Nessuno rispose e quindi il presidente si sentì libero di condannare gli imputati e rinviò a dopo pranzo la decisione sulla valutazione delle circostanze.

Votammo invece sulla valutazione delle circostanze. De Ruggiero disse che Calabresi aveva trent'anni, il presidente rammentò la promessa per la quale avrebbe concesso le attenuanti solo in caso di confessione di Sofri (non avvenuta!): quindi non accolsero la richiesta della concessione delle attenuanti.

I giudici popolari votarono quattro a favore della concessione delle attenuanti (Settimo, Panerai, Pellegrino, Tuana). A quel punto il presidente si mise a supplicare dicendo "Qui mi annullano la sentenza, Dello Russo ricorrerà e anche l'avvocato dello Stato, in quanto Calabresi era dipendente dello Stato". Panerai e Pellegrini cambiarono allora il loro voto. Il presidente chiese anche a me e alla Tuana di fare marcia indietro, di cambiare il nostro voto, ma noi fummo contrari e restammo sulla nostra posizione.

Nessuno in quel momento ricordò che il pg Dello Russo chiese le attenuanti per Bompressi e forse anche per Pietrostefani. Se ce ne fossimo ricordati, forse avremmo potuto contestare la supplica del presidente Della Torre.

Il presidente Della Torre ci disse che riconoscere le attenuanti era come dire di non essere convinti della colpevolezza degli imputati, il che potei appurare in seguito non era vero. Addirittura sulle insistenze del Pellegrini, il presidente Della Torre disse che, se non avessimo concesso le attenuanti, si sarebbe impegnato a fare lui stesso "domanda di grazia".

Sabato 11 novembre venne letto il dispositivo in pubblica udienza.