L'indulto al Sessantotto

di MICHELE SERRA
Repubblica, 17 luglio 1997


Chi seguisse la discussione sull'indulto ai terroristi rossi (e prima ancora quella sul caso Sofri; e nel frattempo quella sul rientro di Toni Negri) senza avere memoria diretta degli anni Settanta, rischia di capire grosso modo questo: che un movimento giovanile di massa nato nel primo quadrimestre dell'anno scolastico '68-69 concluse la sua parabola, dieci anni più tardi, sequestrando Moro e assassinando alle spalle centinaia di italiani. Si leggono cose che per amor di sintesi o semplice fretta danno, di un periodo lungo almeno quindici anni (tanti ne corrono tra i primi comizi di Mario Capanna alla Cattolica di Milano e la liquidazione definitiva del brigatismo), una lettura incredibilmente piatta. La lotta armata vi figura come il tragico culmine di una ribellione generazionale ideologicamente univoca, e furiosamente determinata. Tra Lotta continua e Prima linea, tra le grandi manifestazioni di massa dei primi Settanta e le azioni delle bande armate di fine decennio, tra l'eskimo delle assemblee e il passamontagna di Negri, la confusione è spesso così totale da non poter non essere dolosa. E non è un caso che a questa rilettura (che non ha ancora bisogno di essere revisionista, le basta essere pregiudiziale: manca ancora una seria storiografia del periodo) concorrano da un lato le ricostruzioni giudiziario-poliziesche più ottuse, dall' altro la memoria di quei capi della lotta armata che insistono nel parlare "a nome di una generazione di sconfitti" piuttosto che per conto di quelle cinque-diecimila persone che scelsero le armi. A pochi mesi dal trentennale del Sessantotto, che prevedibilmente aprirà le chiuse di un dibattito torrenziale, sarebbe intelligente e utile se si cominciasse a ragionare su quegli anni in maniera più equa, cominciando a districare una matassa di fatti e atteggiamenti che oggi appare come un indistricabile garbuglio.

A partire dalla banale evidenza dei numeri, andrebbe ricordato, intanto, che mentre il movimento studentesco e operaio nato attorno all'autunno caldo ('69) coinvolse direttamente molte centinaia di migliaia di persone e indirettamente, lui sì, "un'intera generazione", la lotta armata riguardò poche migliaia di giovani. E se è impossibile negare che alcuni presupposti sessantotteschi (l'ideologia di classe come motore della storia, la violenza come opzione praticabile) furono evidenti concause del terrorismo, è altrettanto impossibile dimenticare che la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi in qualche modo coinvolti nel movimento erano, quando le P38 entrarono in azione, già confluiti nei partiti di massa (come elettori o come militanti), parte stessa della democrazia e in quanto tali avversari della lotta armata, oppure rientrati in altri ranghi, privati e pubblici, ugualmente non violenti. Se il caso Sofri (ben al di là della personalità dei condannati, e della loro contestatissima detenzione) ha sollevato una discussione così aspra e vasta, non è solo perché è in questione un attualissimo problema di garanzie, di diritti e di giustizia. E' soprattutto perché quel caso ha avuto, e ha, un enorme rilievo emblematico, suggerendo di retrodatare al delitto Calabresi, a Lotta continua, al 1972, l'omicidio politico come atto concepibile e rivendicabile (anche se la rivendicazione di Marino è arrivata quasi vent'anni dopo: anomala anche quella, come tutta la vicenda).

Capita così, inevitabilmente, che le parole spese da Adriano Sofri in favore di una soluzione politica per i reati di terrorismo rischino, in questo clima, di venirgli imputate, come se il solo fatto di spendersi al fianco di altri detenuti (tra l'altro rei confessi, mentre lui si dichiara innocente) significasse una sua corresponsabilità in quei delitti. L'uomo è tanto generoso quanto attento nell'esprimersi. Ma così come inutili sono state le sue dichiarazioni di ripulsa nei confronti della violenza verbale di Lotta continua (ancora oggi c'è chi gli chiede di ripetere ciò che ha già detto, e magari appena detto), altrettanto inutile rischia di essere la sua precisione rispetto alla questione dell'indulto. Ormai la frittata è fatta: Sofri è in galera come Negri e come Curcio (e si tratta di persone, e di esperienze, che hanno in comune appena l'anagrafe dei protagonisti), Lotta continua è menzionata come la madre di ogni Prima linea, e tra tutte le volontà di "chiudere i conti con quel periodo", manca, sinistramente, proprio quella fondamentale, la volontà della comprensione storica. Senza il Sessantotto non ci sarebbe stato terrorismo? E' probabile. Ma senza Sessantotto, altrettanto probabilmente, non ci sarebbero stati, con quelle dimensioni e in quella forma, neppure il femminismo, la democrazia di base in fabbrica, il sindacato di polizia, il divorzio, la depenalizzazione dell'aborto, la critica radicale di istituzioni totali come i manicomi-lager o di istituzioni decrepite come la famiglia patriarcale, la critica dell'autoritarismo e l'esercizio di massa di una partecipazione politica intensa e generosa quanto mai in precedenza. Nel Sessantotto ci fu di tutto: partitini stalinisti e uno straripante slancio libertario, violenza tribale e rottura radicale di schemi culturali asfissianti, marxismo archeologico e situazionismo in anticipo, chiusure settarie e un'apertura mai vista ed esperienze nuove, assemblearismo pecorone e individualismo incoercibile. Parole, letture, droghe, crisi, fughe, ricerche, esperimenti esistenziali, libertà sessuale, volontà quasi maniacale di rimettere in discussione ogni gerarchia sociale e interpersonale, da quella tra genitori e figli a quella tra maschi e femmine. Per ciascuno di questi ingredienti, e per i cento altri che non ho enumerato, il giudizio è ovviamente controverso. A Pasolini, per dire, la società contadina pareva ben più etica e umana di una modernizzazione edonista e priva di valori: e nei capelli lunghi degli studenti contestatori vide appena un oltraggio piccolo-borghese ai capelli corti dei poliziotti figli del popolo.

Ma di tutto questo come si potrà discutere, nel bene e nel male, alla luce di una rilettura sempre e comunque in termini di colpa e di perdono, che prende per la coda, partendo dal terrorismo, almeno quindici anni di storia italiana, di storia di italiani? Così come gli Ottanta non furono solo corruzione e concussione, e non possono dunque passare tutti interi per il setaccio delle inchieste giudiziarie e delle sentenze, anche i Settanta chiedono un interesse lucido, paziente e culturalmente onesto. Chiedono, quegli anni e quelle persone, di uscire di galera, soprattutto i tantissimi che non ci sono mai entrati nonostante siano stati parte ben viva di quella burrasca. Non solo Toni Negri e Curcio, ma neppure Sofri, che pure appartiene a una storia ben più largamente condivisa, possono esaurire da soli il compito di testimoniare un'epoca. Loro lo sanno di sicuro (almeno Sofri): ma i memorialisti e i giurati da giornale, lo sanno? O continueranno a misurare la storia in anni di prigione dati e tolti?