Con Sofri dietro le sbarre

 

di Michele Serra
Repubblica 24 marzo 1998


PISA - Il detenuto (suo malgrado) più famoso (suo malgrado) d'Italia chiede se fuori piove. La piccola stanza fredda riservata ai colloqui ha una finestra con i vetri opachi. Si sente l'acqua scrosciare. Il tempo, fuori, è appena un rumore da interpretare. Non è un'intervista, questi sono i patti. E' l'interessata ricognizione, mettiamola così, di un amico che fa il giornalista (non di un giornalista amico) nei pensieri di un uomo infilato da dieci anni in un interminabile toboga giudiziario, otto tra sentenze e controsentenze, al termine delle quali Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani si ritrovano sempre al punto di partenza: colpevoli, assassini.

Fuori avevo incontrato il figlio Luca. Da dieci anni (suo malgrado), "il figlio di Sofri". "Avrei sperato di fare il figlio di Sofri per un anno al massimo. Mi tocca replicare a oltranza". Da sempre, come sospesa allo stesso tenacissimo filo, la conversazione con lui oscilla attorno all'identica domanda: che faranno, adesso, tuo padre e gli altri due? L'ultimo pronunciamento, che ha respinto la richiesta di revisione del processo, ha accumulato altre nubi, se possibile ancora più nere. La determinazione di un'autodifesa assoluta, che non lascia varchi a compromessi che suonerebbero come una resa, o peggio un'ammissione di colpa (Sofri conferma di non voler sentir nemmeno parlare di indulto e/o di grazia) fa intendere che la prossima mossa potrebbe essere lo sciopero della fame a oltranza. Nella decisione pesa, però, il timore che qualcuno, fuori dal carcere, voglia unirsi all'estremo atto di protesta.

E' immaginabile, ne deduco, che lo sciopero della fame non venga mai proclamato. Una sottigliezza dialettica utile a mettere in atto l'eventuale protesta suicida prorogando il più possibile nel tempo il rischio dell'emulazione. Se Luca teme che questo possa essere uno scenario possibile, se non probabile, il padre, in carcere, non fa nulla per smentirlo.

Racconta che Bompressi, nell'anno e rotti trascorsi in carcere, è già dimagrito di 14 chili. Scherza sulla robustezza psicologica di Pietrostefani, che sta scrivendo tenacemente, laboriosamente un libro sulla droga, riallacciandosi alle sue competenze da uomo libero. Sorride anche della propria attività di "scrivano a tempo pieno", per sé e per altri detenuti. E sulla sua difficile convivenza con le regole carcerarie, che il carattere indocile inevitabilmente inasprisce. Malsopporta, però, le premure (anche affettuose) di chi si allarma della sua "eccessiva coerenza". Come se fosse coerenza nei confronti di qualche lussuoso ideale, e non l'arrocco di un uomo aggrappato alla propria dignità e costretto in cella, ciò che lo anima.

Farebbe molto volentieri a meno di essere "coerente", spiega: e anzi, si è ritrovato costretto in quegli indesiderati panni solo da quando è diventato, per bocca di Leonardo Marino, un'assassino.

"Quelli di fuori" hanno spesso avuto la percezione che la maniera migliore per aiutarlo sarebbe, come dire, sottrargli in qualche modo la conduzione del suo proprio "caso". "Ma se era complicato arginare la sua leadership prima - scherza, ma neanche tanto, il figlio - da quando è in carcere è diventato impossibile..."

E' dimagrito, appena invecchiato, comunque più giovane dei suoi 56 anni, pallido (anche se una vigorosa discussione con il personale carcerario, che solo in extremis, e dopo tre ore di anticamera, mi ha ammesso al colloquio, gli ha riacceso il volto). E' abituato all'imbarazzo di chi viene da fuori. Lo supera, come sempre, parlando diffusamente, lucidamente, di tutto, del fuori e del dentro.

Conferma di non credere, come ha già detto e scritto cento altre volte, alla facile spiegazione del complotto. Anche perché i complotti, dice, hanno la prerogativa di disinnescarsi da soli. Si è fatto la convinzione, piuttosto, di una somma infinita di pregiudizi, omissioni, stupidità giuridiche innescate, all'abbrivio, da un "odio attivo", e poi alimentate l'una dall'altra, non più smentibili, non più frenabili se non a costo di smontarle a ritroso, magari partendo dall'ultimo e risalendo faticosamente, ormai troppo faticosamente, fino al primo. Sentirlo parlare e ritenerlo totalmente pessimista sulla propria sorte è tutt'uno. Anche se aspetta, come è ovvio, che la Cassazione vagli la bocciatura della richiesta di revisione (fra tre o quattro mesi), la nona battaglia di un'interminabile guerra, parla della sua vicenda come di una tragedia già definita, compiuta. La pusillanimità, la piccineria gli paiono ingredienti inconfondibili di ogni tragedia italiana, grovigli di indecisioni, pigrizie, equivoci che avviluppano come in una tela di ragno le vittime. Perché tutti coloro che lo hanno condannato, dice quasi senza sarcasmo, sono sicuramente brave persone, e in buona fede. Semplicemente non in grado, se mai lo sono stati, di fermare la macchina.

Perfino l'ultima (clamorosa) contraddizione di Leonardo Marino, che in una recente intervista televisiva ha attribuito l'inizio del suo pentimento all'attimo in cui vide il cadavere scempiato di Luigi Calabresi (una novità: negli atti aveva dichiarato di non averlo visto), viene descritta da Sofri come l'ulteriore conferma dell'impossibilità di difendersi più che come una nuova, possibile opportunità di smentire il suo accusatore.

E' caparbio nel precisare che il carcere non è, come si preferisce credere fuori, un luogo di pene psicologiche, quanto di implacabile mortificazione fisica. Non concede alle premura del suo interlocutore neppure il classico conforto di saperlo, in cella, dedito alla consolazione della lettura. Leggere è un lusso, spiega, da godersi in tempi di benessere: così come non si legge volentieri sotto i bombardamenti, non si legge volentieri in carcere. Racconta il rumore continuo, ossessivo, delle porte che sbattono, delle luci che si accendono in piena notte e spezzano il sonno, e si può stare certi che non ha mancato di farlo notare anche ai suoi carcerieri. Solo con alcuni dei quali intrattiene rapporti di amichevole rispetto. Perché è "arrogante", si sa, tanto quando è "coerente"...

Della sua "antipatia", messagli nel conto in aggiunta al resto, e come se il resto non bastasse, parla con una certa indifferenza, come se fosse tra le accuse oramai date per scontate. Difende generosamente, piuttosto, la scelta di Dario Fo di spendere il fresco prestigio di Nobel in suo favore, rischiosamente, impetuosamente. Perché quando piovono botte è meglio prenderle dimenandosi piuttosto che rimanendo impalati. Non gli si riesce a rubare nemmeno una critica a un testo che pure, con la sua conoscenza delle carte, avrebbe magari potuto mettere al riparo dalle critiche di faziosità strumentale.

La conversazione torna più volte, condotta dall'ansia del visitatore, alle nubi nere. Alla paura che l'arrogante, l'orgoglioso, il coerente, e i suoi due compagni di sorte, non abbiano più la forza (o, trattandosi di loro tre, la voglia) di aspettare qualcosa che non arriva mai, che non arriva più. Risponde, infine, che se anche dovesse morire, pure la morte gli verrebbe rinfacciata come un atto di improntitudine.

Quello che abbraccio alla fine (lo ripeto per la famosa deontologia professionale) è un mio amico e una persona che credo innocente. Per questo vi prego di prendere con le molle ogni parola che avete letto. Perché non si aggiungano altri equivoci ai tanti già accumulati. E perché chi tiene, se non alla libertà, alla vita di quei tre detenuti, possa pensare che magari non il pessimismo di Sofri, ma l'apprensione di chi ha parlato con lui, abbia prodotto un racconto così poco fiducioso.