
PISA - "Una parte ingente e territorialmente compatta
della magistratura giudicante, avendo fatto della nostra persecuzione
un suo punto d'onore, non riesce a trovare la voglia né
il coraggio di tornare indietro e sconfessarsi. Così, ad
ogni tappa, la dose è rincarata. Ce lo avevano detto in
tanti: questa volta è fatta, è da escludere che
un tribunale voglia e possa rovesciare un pronunciamento così
netto della Cassazione. E invece: mettere una pietra su di noi
evidentemente val bene la fatica di dare uno schiaffo alla Cassazione".
"Per me, però, questa ennesima pessima notizia non
è inaspettata. Di cose legalmente irrituali e logicamente
improponibili, la nostra storia è disseminata. Capisco
che il loro sommarsi possa generare, alla fine, un sentimento
di saturazione. Questo non toglie che le enormità restino
tali, una per una. È come se da parecchi anni mi chiamassero:
Gennaro Sofri. Che posso fare, se non continuare a ripetere che
mi chiamo Adriano?"
"La grazia? L'hanno già chiesta in duecentocinquantamila
cittadini italiani, noi non possiamo fare altro che ripetere la
stessissima cosa, che vogliamo giustizia, non certo grazia. Detto
questo: adesso non farmi più parlare della mia vicenda.
Mi sembra di emettere comunicati ufficiali, cerco le parole e
faccio le giuste pause come Craxi, povero Craxi. Parliamo d'altro.
Va bene qualunque argomento, sono preparato: qui dentro è
come stare in un panottico, si vede il mondo a trecentosessanta
gradi...".
Il carcere di Pisa è ormai un luogo familiare dell'interminato
dramma giudiziario italiano, capitolo Calabresi. Sofri e Pietrostefani
ci abitano da più di due anni. Bompressi, il terzo condannato
per omicidio, ha ottenuto gli arresti domiciliari per gravi ragioni
di salute, ma dei tre resta quello che sta peggio. Pietrostefani,
metodico, "secchione" come lo chiama Sofri, studia e
scrive di cose africane. Sofri, Adriano qui domiciliato in quanto
Gennaro, lamenta di non essersi organizzato altrettanto bene,
mentalmente impreparato, nonostante il pessimismo, a un così
lungo soggiorno.
Legge, scrive sui giornali, è in corrispondenza con molti,
riceve visite, insomma vive, per mezzo delle parole, anche fuori
da questo luogo di cemento e ferro, e questo gli è valso,
diciamo così, un piccolo processo a latere, con l'imputazione
di essere un detenuto privilegiato.
"Riconosco che la parola è un privilegio. Ma ad una
sola condizione. Che questo problema venga sollevato da un detenuto
che non abbia la parola. Chi lo solleva a piede libero può
solamente vergognarsi. Quanto a me, cerco di compensare in minima
parte questo miserabile privilegio spendendo una buona parte delle
mie parole insieme a quelli che ne sono sprovvisti. La frase sarebbe
essa stessa odiosa, se non potessi aggiungere a questa facoltà
anche quella opposta, sapere ascoltare le parole altrui, quelle
degli altri detenuti, e la lingua straniera nella quale vengono
pronunciate".
"Vivo in Arabia. I veri disperati con i quali divido le giornate
(sciagurato piacere che ricercavo anche fuori dal carcere, per
esempio a Sarajevo, e qui mi è stato imposto come un involontario
favore) posseggono solo il loro corpo, per giunta un corpo deprivato
e prigionero. Quando arriva la primavera e ci si può spogliare,
l'ora d'aria è un impressionante abbecedario di segni autografati
sul corpo. Ci sono braccia dove non è più possibile
fare un buco, membra, come quelle del mio amico marocchino Kanais,
dove non c'è più una "pagina bianca",
la lametta ha già riempito tutto lo spazio disponibile.
Ogni cicatrice è una richiesta, una protesta, una rivendicazione.
L'autolesionismo è un antico linguaggio dei carcerati di
ultimo rango. Un tempo tutti italiani, ora soltanto extracomunitari".
"Ascoltarli non è mai un sacrificio. Dicono cose fantastiche,
e forse il vero privilegio è la socievolezza che mi dimostrano.
Socievolezza ampiamente ricambiata, perché la gente, nel
suo complesso, mi è sempre piaciuta. Ad ogni cattiva notizia
che mi riguarda si consultano, si riuniscono a piccoli gruppi,
poi qualcuno viene a parlarmi, a consolarmi in maniera formale.
I più detronizzati sono i più solenni, sono ex maestà
che compensano la loro radicale caduta e forse confidano in una
maestà futura. Penso che avere a che fare con loro è
ciò che rende la mia vita salva".
"Riguardo alle mie cose: se mi trovi tranquillo non è
perché sono magnanimo. Ho imparato a relegare l'ira in
uno spazio limitato del mio animo, l'ira mi serve a difendermi
dall'offensività dei dettagli. Il quadro d'insieme, invece,
mi suscita disgusto e disprezzo, e sono questi i sentimenti più
frequenti che provo. Non l'odio, l'odio è insopportabile
specie per chi ne è portatore, e la mia generazione ha
già pagato all'odio un prezzo spaventoso. Quando eravamo
giovani alcuni tra noi, anche i gentili, hanno voluto addestrarsi
all'odio perché pareva colpevole non odiare. Si sono costretti
a odiare. Disprezzo e disgusto, se non sono sentimenti magnanimi,
almeno sono cauterizzanti: non aprono altre ferite, e collaborano
a mantenere, per quanto sia possibile, la mia serenità".
"Non chiedermi del futuro. Presenteremo un nuovo ricorso
alla Cassazione, confidereno come al solito nei tempi brevi. La
Cassazione può fare due cose: accettare il ricorso e rispedire
il pallino a un ennesimo tribunale, oppure mandare definitivamente
il pallino in buca. In teoria, la cosa può durare all'infinito,
i soli limiti certi sono quelli concessi dai miei cinquantasei
anni. Fortunatamente (sorride) non ho le terribili responsabilità
di Ocalan, che fuori dalle mura può augurarsi o temere
che qualcuno si dia fuoco per lui. Anche per questo, pur nella
gratitudine per tutti quelli che, fuori, si sono battuti per noi,
ho sempre visto con diffidenza e timore le mobilitazioni permanenti.
Tutto quello che vorranno fare di utile e sensato, fuori, lo facciano.
Anche i salotti (quasi ride) che sarebbero, leggo sui giornali,
tutti schierati al mio fianco. Ho fatto un ripasso mentale, ultimamente,
sui salotti che ho frequentato. A parte le case dei miei vicini
rustici, Paolo Hendel e Sergio Staino, con i quali si viveva in
promiscuità, non me ne sono venuti in mente..."
Il tempo è scaduto. Almeno questo breve tempo fatto di
parole, residua traccia della libertà di Adriano Sofri.
Sui muri della saletta dei colloqui, una vecchia stampa della
torre di Pisa, che il giornale radio, pochi minuti dopo, darà
per raddrizzabile, secondo promettenti studi. Almeno lei.