"Quei giudici che non hanno
il coraggio di sconfessarsi"

Incontro nel carcere di Pisa: "Per me questa ennesima, pessima notizia non era inaspettata"

di MICHELE SERRA

da Repubblica, 4 marzo 1999


PISA - "Una parte ingente e territorialmente compatta della magistratura giudicante, avendo fatto della nostra persecuzione un suo punto d'onore, non riesce a trovare la voglia né il coraggio di tornare indietro e sconfessarsi. Così, ad ogni tappa, la dose è rincarata. Ce lo avevano detto in tanti: questa volta è fatta, è da escludere che un tribunale voglia e possa rovesciare un pronunciamento così netto della Cassazione. E invece: mettere una pietra su di noi evidentemente val bene la fatica di dare uno schiaffo alla Cassazione".
"Per me, però, questa ennesima pessima notizia non è inaspettata. Di cose legalmente irrituali e logicamente improponibili, la nostra storia è disseminata. Capisco che il loro sommarsi possa generare, alla fine, un sentimento di saturazione. Questo non toglie che le enormità restino tali, una per una. È come se da parecchi anni mi chiamassero: Gennaro Sofri. Che posso fare, se non continuare a ripetere che mi chiamo Adriano?"
"La grazia? L'hanno già chiesta in duecentocinquantamila cittadini italiani, noi non possiamo fare altro che ripetere la stessissima cosa, che vogliamo giustizia, non certo grazia. Detto questo: adesso non farmi più parlare della mia vicenda. Mi sembra di emettere comunicati ufficiali, cerco le parole e faccio le giuste pause come Craxi, povero Craxi. Parliamo d'altro. Va bene qualunque argomento, sono preparato: qui dentro è come stare in un panottico, si vede il mondo a trecentosessanta gradi...".
Il carcere di Pisa è ormai un luogo familiare dell'interminato dramma giudiziario italiano, capitolo Calabresi. Sofri e Pietrostefani ci abitano da più di due anni. Bompressi, il terzo condannato per omicidio, ha ottenuto gli arresti domiciliari per gravi ragioni di salute, ma dei tre resta quello che sta peggio. Pietrostefani, metodico, "secchione" come lo chiama Sofri, studia e scrive di cose africane. Sofri, Adriano qui domiciliato in quanto Gennaro, lamenta di non essersi organizzato altrettanto bene, mentalmente impreparato, nonostante il pessimismo, a un così lungo soggiorno.
Legge, scrive sui giornali, è in corrispondenza con molti, riceve visite, insomma vive, per mezzo delle parole, anche fuori da questo luogo di cemento e ferro, e questo gli è valso, diciamo così, un piccolo processo a latere, con l'imputazione di essere un detenuto privilegiato.
"Riconosco che la parola è un privilegio. Ma ad una sola condizione. Che questo problema venga sollevato da un detenuto che non abbia la parola. Chi lo solleva a piede libero può solamente vergognarsi. Quanto a me, cerco di compensare in minima parte questo miserabile privilegio spendendo una buona parte delle mie parole insieme a quelli che ne sono sprovvisti. La frase sarebbe essa stessa odiosa, se non potessi aggiungere a questa facoltà anche quella opposta, sapere ascoltare le parole altrui, quelle degli altri detenuti, e la lingua straniera nella quale vengono pronunciate".
"Vivo in Arabia. I veri disperati con i quali divido le giornate (sciagurato piacere che ricercavo anche fuori dal carcere, per esempio a Sarajevo, e qui mi è stato imposto come un involontario favore) posseggono solo il loro corpo, per giunta un corpo deprivato e prigionero. Quando arriva la primavera e ci si può spogliare, l'ora d'aria è un impressionante abbecedario di segni autografati sul corpo. Ci sono braccia dove non è più possibile fare un buco, membra, come quelle del mio amico marocchino Kanais, dove non c'è più una "pagina bianca", la lametta ha già riempito tutto lo spazio disponibile. Ogni cicatrice è una richiesta, una protesta, una rivendicazione. L'autolesionismo è un antico linguaggio dei carcerati di ultimo rango. Un tempo tutti italiani, ora soltanto extracomunitari".
"Ascoltarli non è mai un sacrificio. Dicono cose fantastiche, e forse il vero privilegio è la socievolezza che mi dimostrano. Socievolezza ampiamente ricambiata, perché la gente, nel suo complesso, mi è sempre piaciuta. Ad ogni cattiva notizia che mi riguarda si consultano, si riuniscono a piccoli gruppi, poi qualcuno viene a parlarmi, a consolarmi in maniera formale. I più detronizzati sono i più solenni, sono ex maestà che compensano la loro radicale caduta e forse confidano in una maestà futura. Penso che avere a che fare con loro è ciò che rende la mia vita salva".
"Riguardo alle mie cose: se mi trovi tranquillo non è perché sono magnanimo. Ho imparato a relegare l'ira in uno spazio limitato del mio animo, l'ira mi serve a difendermi dall'offensività dei dettagli. Il quadro d'insieme, invece, mi suscita disgusto e disprezzo, e sono questi i sentimenti più frequenti che provo. Non l'odio, l'odio è insopportabile specie per chi ne è portatore, e la mia generazione ha già pagato all'odio un prezzo spaventoso. Quando eravamo giovani alcuni tra noi, anche i gentili, hanno voluto addestrarsi all'odio perché pareva colpevole non odiare. Si sono costretti a odiare. Disprezzo e disgusto, se non sono sentimenti magnanimi, almeno sono cauterizzanti: non aprono altre ferite, e collaborano a mantenere, per quanto sia possibile, la mia serenità".
"Non chiedermi del futuro. Presenteremo un nuovo ricorso alla Cassazione, confidereno come al solito nei tempi brevi. La Cassazione può fare due cose: accettare il ricorso e rispedire il pallino a un ennesimo tribunale, oppure mandare definitivamente il pallino in buca. In teoria, la cosa può durare all'infinito, i soli limiti certi sono quelli concessi dai miei cinquantasei anni. Fortunatamente (sorride) non ho le terribili responsabilità di Ocalan, che fuori dalle mura può augurarsi o temere che qualcuno si dia fuoco per lui. Anche per questo, pur nella gratitudine per tutti quelli che, fuori, si sono battuti per noi, ho sempre visto con diffidenza e timore le mobilitazioni permanenti. Tutto quello che vorranno fare di utile e sensato, fuori, lo facciano. Anche i salotti (quasi ride) che sarebbero, leggo sui giornali, tutti schierati al mio fianco. Ho fatto un ripasso mentale, ultimamente, sui salotti che ho frequentato. A parte le case dei miei vicini rustici, Paolo Hendel e Sergio Staino, con i quali si viveva in promiscuità, non me ne sono venuti in mente..."
Il tempo è scaduto. Almeno questo breve tempo fatto di parole, residua traccia della libertà di Adriano Sofri. Sui muri della saletta dei colloqui, una vecchia stampa della torre di Pisa, che il giornale radio, pochi minuti dopo, darà per raddrizzabile, secondo promettenti studi. Almeno lei.


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