IL POVERO
E IL PRINCIPE


di MICHELE SERRA
Repubblica, 20 marzo 1998



DELLA vicenda Marino- Sofri esiste una vulgata molto popolare a destra (ma parodisticamente marxista) secondo la quale il proletario, confessando il crimine al quale era stato istigato dall'intellettuale, avrebbe inteso vendicarsi della propria subalternità, e affrancarsi dal plagio ideologico.
Le sentenze di colpevolezza suffragano esplicitamente, del resto, l'ipotesi che il pentimento di Marino sia frutto di una doppia redenzione: religiosa e di classe. L'istruzione dai salesiani che torna a profumare come farina buona dopo tanta gramigna sovversiva; e la semplicità d'animo dell'uomo del popolo che ha finalmente la meglio sulle fantasie contorte dell'intellettuale seduttore. A leggere i giornali, del resto, Marino sbarcava il lunario, all'inizio della storia, facendo crepes. Alla fine della storia, facendo frittelle. Anche qui, il transito (edificante) è dalle sofisticherie alla tradizione genuina.
Meno semplice è costringere Adriano Sofri in quel ruolo di intellettuale viziato, privilegiato e lobbista che avrebbe scatenato il risentimento del suo accusatore. All'epoca del suo arresto, Sofri faceva frittelle anche lui. Pur inseguito dalla fama non comoda di "consigliere del principe" (Claudio Martelli), non risiedeva a palazzo e campava di collaborazioni editoriali e giornalistiche tanto apprezzate quanto infrequenti (la mancanza di genuinità penalizza la produzione intellettuale, sempre alla ricerca di ingredienti non facili da reperire). Piuttosto squattrinato, pochissimo mondano, tutto si poteva dire di lui tranne che avesse monetizzato in qualunque maniera la sua fama pregressa.
BEN poco maggioritario (e in questo sì, fedele alle sue origini politiche), imbrancato in nessunissimo schieramento, ebbi modo di conoscerlo e apprezzarlo quando in un luogo classicamente di sinistra come la festa di Cuore a Montecchio affrontava i fischi, e i luoghi comuni dei giovani fischiatori, discutendo di politica in maniera insolitamente e spesso sfrontatamente libera. Delle tante persone di ingegno che ho conosciuto, giuro che nessuno come Sofri mi è parso tanto sotto-collocato, professionalmente e socialmente parlando, rispetto alle sue rare possibilità dialettiche e culturali. Come si sia fatta strada, in seguito, l'idea dell'intellettuale intoccabile, superprotetto e coccolato che sprezza per pura alterigia le parole del paria Marino, è uno di quei misteri spiegabili solo ricorrendo allo schema di cui sopra: stabilito che l'accusatore era uno schietto e veritiero popolano, il principale degli accusati non poteva che essere uno spocchioso professorino. Il "culturame", come ragione di spregio, non è meno comune, in questo paese, delle frittelle.
Al pari ridicola, e purtroppo dolosamente malevola, è l'altra idea corrente: che attorno a Sofri si siano costituiti in furente corporazione ("canea di dervisci urlanti" è la sobria, cortese definizione di Mario Cervi) gli intellettuali di sinistra al gran completo. Cioè, come è noto, tutti gli editori, tutti gli scrittori, tutti gli artisti, tutti i professori (tutti ex di Lotta Continua). Si è trattato, posso testimoniarlo direttamente, in quanto derviscio, di poche decine di persone, che si sono alternate, sempre le stesse, in meste assemblee faticosamente spese nella lettura delle carte processuali e mai troppo gremite, pagandosi gli appositi siti con apposite collette. Qualche giornalista (di sinistra e di destra), due o tre disegnatori di satira (Staino, Vauro, Vincino), un comico-amico (Paolo Hendel), un professore di storia (Carlo Ginzburg), due o tre attori (Lella Costa, Dario Fo), due o tre cantanti (Jovanotti, Roberto Vecchioni) e pochi altri.
QUESTO formidabile apparato di pressione, mobilitato per solidarietà di casta attorno al mefistofelico Sofri, ha sortito come effetto della propria "forsennata campagna innocentista" tre galeotti e la non graditissima promiscuità con qualche professionista del ga rantismo che profittava dell'occasione per dichiarare che tutti i giudici sono puzzoni, tutte le sentenze ingiuste, tutti gli imputati innocenti. Sofri come Andreotti come Pacciani, mancavano solo Landrù e O.J. Simpson e la frittella era fatta.
Un brillante bilancio, non c'è che dire. Spulciando il quale, a parte la grande pena umana di vedere un caro amico e due altre civilissime persone in carcere ritenendoli innocenti, ci si può ripagare in termini di divertimento: leggendo su molti giornali, non solo quelli tradizionalmente forcaioli, che la moralità di questa sentenza sta nell'aver saputo resistere allo strapotere delle mafie intellettuali, e aver saputo credere al povero Marino. Ha vinto il Povero, ha perso il Principe, e così sia.