IL POVERO
E IL PRINCIPE
DELLA vicenda Marino- Sofri esiste una vulgata molto popolare a destra (ma
parodisticamente marxista) secondo la quale il proletario, confessando il
crimine al quale era stato istigato dall'intellettuale, avrebbe inteso vendicarsi
della propria subalternità, e affrancarsi dal plagio ideologico.
Le sentenze di colpevolezza suffragano esplicitamente, del resto, l'ipotesi
che il pentimento di Marino sia frutto di una doppia redenzione: religiosa
e di classe. L'istruzione dai salesiani che torna a profumare come farina
buona dopo tanta gramigna sovversiva; e la semplicità d'animo dell'uomo
del popolo che ha finalmente la meglio sulle fantasie contorte dell'intellettuale
seduttore. A leggere i giornali, del resto, Marino sbarcava il lunario,
all'inizio della storia, facendo crepes. Alla fine della storia, facendo
frittelle. Anche qui, il transito (edificante) è dalle sofisticherie
alla tradizione genuina.
Meno semplice è costringere Adriano Sofri in quel ruolo di intellettuale
viziato, privilegiato e lobbista che avrebbe scatenato il risentimento del
suo accusatore. All'epoca del suo arresto, Sofri faceva frittelle anche
lui. Pur inseguito dalla fama non comoda di "consigliere del principe"
(Claudio Martelli), non risiedeva a palazzo e campava di collaborazioni
editoriali e giornalistiche tanto apprezzate quanto infrequenti (la mancanza
di genuinità penalizza la produzione intellettuale, sempre alla ricerca
di ingredienti non facili da reperire). Piuttosto squattrinato, pochissimo
mondano, tutto si poteva dire di lui tranne che avesse monetizzato in qualunque
maniera la sua fama pregressa.
BEN poco maggioritario (e in questo sì, fedele alle sue origini politiche),
imbrancato in nessunissimo schieramento, ebbi modo di conoscerlo e apprezzarlo
quando in un luogo classicamente di sinistra come la festa di Cuore a Montecchio
affrontava i fischi, e i luoghi comuni dei giovani fischiatori, discutendo
di politica in maniera insolitamente e spesso sfrontatamente libera. Delle
tante persone di ingegno che ho conosciuto, giuro che nessuno come Sofri
mi è parso tanto sotto-collocato, professionalmente e socialmente
parlando, rispetto alle sue rare possibilità dialettiche e culturali.
Come si sia fatta strada, in seguito, l'idea dell'intellettuale intoccabile,
superprotetto e coccolato che sprezza per pura alterigia le parole del paria
Marino, è uno di quei misteri spiegabili solo ricorrendo allo schema
di cui sopra: stabilito che l'accusatore era uno schietto e veritiero popolano,
il principale degli accusati non poteva che essere uno spocchioso professorino.
Il "culturame", come ragione di spregio, non è meno comune,
in questo paese, delle frittelle.
Al pari ridicola, e purtroppo dolosamente malevola, è l'altra idea
corrente: che attorno a Sofri si siano costituiti in furente corporazione
("canea di dervisci urlanti" è la sobria, cortese definizione
di Mario Cervi) gli intellettuali di sinistra al gran completo. Cioè,
come è noto, tutti gli editori, tutti gli scrittori, tutti gli artisti,
tutti i professori (tutti ex di Lotta Continua). Si è trattato, posso
testimoniarlo direttamente, in quanto derviscio, di poche decine di persone,
che si sono alternate, sempre le stesse, in meste assemblee faticosamente
spese nella lettura delle carte processuali e mai troppo gremite, pagandosi
gli appositi siti con apposite collette. Qualche giornalista (di sinistra
e di destra), due o tre disegnatori di satira (Staino, Vauro, Vincino),
un comico-amico (Paolo Hendel), un professore di storia (Carlo Ginzburg),
due o tre attori (Lella Costa, Dario Fo), due o tre cantanti (Jovanotti,
Roberto Vecchioni) e pochi altri.
QUESTO formidabile apparato di pressione, mobilitato per solidarietà
di casta attorno al mefistofelico Sofri, ha sortito come effetto della propria
"forsennata campagna innocentista" tre galeotti e la non graditissima
promiscuità con qualche professionista del ga rantismo che profittava
dell'occasione per dichiarare che tutti i giudici sono puzzoni, tutte le
sentenze ingiuste, tutti gli imputati innocenti. Sofri come Andreotti come
Pacciani, mancavano solo Landrù e O.J. Simpson e la frittella era
fatta.
Un brillante bilancio, non c'è che dire. Spulciando il quale, a parte
la grande pena umana di vedere un caro amico e due altre civilissime persone
in carcere ritenendoli innocenti, ci si può ripagare in termini di
divertimento: leggendo su molti giornali, non solo quelli tradizionalmente
forcaioli, che la moralità di questa sentenza sta nell'aver saputo
resistere allo strapotere delle mafie intellettuali, e aver saputo credere
al povero Marino. Ha vinto il Povero, ha perso il Principe, e così
sia.