Dalla parte dei detenuti e degli agenti

di Adriano Sofri

da Repubblica, 9 maggio 2000


PER oggi i sindacati della polizia penitenziaria hanno indetto una manifestazione nazionale a Napoli. Anch'io sono solidale con gli agenti accusati. Non perché creda che il pestaggio non ci sia stato: al contrario, perché credo fermamente che ci sia stato. È successa ai detenuti una cosa orribile. Sono stati picchiati e umiliati da chi rappresentava la legge. Sono dalla loro parte naturalmente e completamente, perché sono un detenuto. Però è successa anche a quegli agenti picchiatori una cosa orribile. Sono stati condotti, con indosso una divisa - sia pure la versione mimetica - a malmenare e seviziare persone in quel momento indifese. Eppure sono agenti normali, giovani uomini normali. Con altri come loro divido senza volere da anni i giorni e le notti, e per molti ho simpatia e quasi un'amicizia.
Dopo aver saputo di Sassari, la prima cosa che ho pensato è stata: avrei potuto essere anch'io fra i bastonati. Il secondo pensiero è stato: avrei potuto essere anch'io fra i bastonatori? Questo turba specialmente. So che cosa sono le "squadrette" carcerarie, gli specialisti dei pestaggi. Gentaglia, cui piace. Anche le autorità le conoscono.

LI DISPREZZANO, probabilmente, e li usano. A Sassari, se ho capito bene, si sono messi insieme agenti "normali". Mi dispiace per loro. Mi dispiace anche che i loro compagni, sinceramente commossi, guastino la propria solidarietà negando quello che è successo, o difendendolo, o, peggio di tutto, ingiuriando ancora i detenuti che già erano stati vittime di quella vigliaccata. Sono solidale con quegli agenti perché credo che l' abbiano fatto, e penso che forse non vorranno farlo più. I loro colleghi che ne pretendono l'impunità non li aiutano, perché possono indurli a fare i duri, e a non riconoscere dentro di sé l' infamia. Sono solidale anche perché penso che i superiori di quegli agenti li abbiano spinti (non dirò forzati, nessuno è del tutto forzato se non vuole). Hanno fatto credere loro di essere, se non giusti, forti, spregiudicati e furbi. E che quei detenuti fossero feccia, monnezza. Ora, i loro colleghi e i loro falsi difensori dicono che i detenuti di Sassari avevano fatto una "rivolta". Ma il provveditore Della Vecchia, dopo la spedizione, aveva descritto, nel rapporto al ministero, la "palpabile, netta sensazione che il contingente di poliziotti in servizio a Sassari non venisse tutelato adeguatamente contro gli scantonamenti, a volte anche virulenti, dei detenuti che man mano alzavano il tiro fino ad arrivare ad integrare quasi il reato di oltraggio". Ho letto e riletto questa prosa. "Fino ad arrivare ad integrare quasi il reato di oltraggio". Questa, la rivolta.
Aggiungo, per i profani, che il reato di oltraggio è fra quelli depenalizzati. Ho letto la testimonianza di un detenuto del San Sebastiano. Ha detto: quando abbiamo deciso la protesta perché lo sciopero dei direttori ci aveva lasciati senza cibo, acqua, sigarette, i nostri agenti erano d'accordo con noi. Beh, non stento a crederci. Avete visto a Striscia la notizia, un mese dopo, il filmato sulla protesta dei detenuti di San Vittore, le celle abbuiate, le lenzuola incendiate? Era lo stesso giorno della protesta di Sassari. Dirò un altro pezzetto di possibile sgradevole verità. Se si fa pagare ai detenuti lo sciopero facendo mancare cose primarie come la spesa per il sopravvitto o le sigarette o, ancora di più, i colloqui con le famiglie, i detenuti protesteranno, e la loro protesta servirà ad attirare l'attenzione sullo sciopero dei direttori. Detenuti ignorati, se non strumentalizzati. Agenti mandati addosso ai detenuti ("coi guanti, mi raccomando, quelli tengono l' Aids"). Non era in conto l'infortunio, la denuncia del detenuto trasferito, le madri e le mogli coraggiose, i cronisti locali scrupolosi. Dannatissime coincidenze. Dunque, io sono solidale con quegli agenti. Sul serio.
"La Repubblica" di venerdì aveva il titolo: "La rivolta dei secondini". Un agente del mio piano ha cancellato con un frego blu "secondini" e ci ha scritto sopra in stampatello: "agenti di polizia penitenziaria". Così infatti si chiamano, dalla legge 395 del 1990, da quando il loro corpo è stato smilitarizzato. Nella universale improprietà lessicale gli agenti hanno sentito in questi giorni la più acuta conferma della disattenzione del mondo nei loro confronti. Secondini suona loro offensivo, e anche guardie. Fratellastri delle polizie, se ne risarcivano un tempo facendosi chiamare superiori dai detenuti. I vecchi nomi appartengono a guardiani e malavitosi di un carcere scomparso, benchè gli sopravvivano spesso tal quali i muri e le sbarre, come a Sassari. E, come a Sassari, le botte.
Gli agenti penitenziari conquistarono, col nome, anche i diritti sindacali. Le loro sigle sindacali sono irresistibilmente proliferate: otto, finora. (Quasi come i partiti politici). Questo ha spinto a una concorrenza tanto più forte quanto più monotona nelle richieste: aumento di organico, stipendi, orari, modalità di carriera. In teoria, la loro nuova figura li avrebbe investiti di una partecipazione al lato "educativo" della reclusione, a quello che si chiama "trattamento". In pratica, non si è fatto niente per prepararli a questo compito, cui la cultura e le abitudini del loro corpo non li disponevano. Dunque gli agenti e soprattutto i loro sindacati hanno coperto piuttosto, e spesso in modo esclusivo e polemico, il versante del proprio interesse di categoria e, quanto alla gestione del carcere, delle esigenze di sicurezza opposte a quelle della socializzazione. La sproporzione fra agenti e operatori civili è così madornale da frustrare il lavoro e anche la dignità dei secondi, tollerati spesso come un' ingerenza futile o fastidiosa. (E, in alcune prigioni, specialmente del sud, del tutto assenti). Soprattutto, ogni politica carceraria è insormontabilmente frenata dall'inerzia degli interessi legittimi o corporativi della polizia penitenziaria, cioè di più di 43 mila persone. Per restare agli esempi più recenti, fu l'ostilità becera dei sindacati di polizia a chiedere, e malamente ottenere, la testa di Alessandro Margara, cui veniva imputato, come capo dell'amministrazione penitenziaria, lo zelo garantista e trattamentale, e soprattutto la schietta dichiarazione che nessun paese europeo ha, in proporzione, un così alto numero di agenti penitenziari.
Diliberto esordì al ministero pronunciando propositi generosi sull'abolizione dell'ergastolo e sulla riforma penale e carceraria. Assai presto, si rassegnò a convertire le sue priorità sulle rivendicazioni della polizia penitenziaria. Probabilmente pensò realisticamente di dover passare da quella tappa per affrontare poi le riforme che gli stavano a cuore. Succede sempre così: che si passa prima dalla tappa realistica, e lì il giro finisce. Per le riforme non è mai tempo. Giancarlo Caselli, successore di Margara, si è trovato presto anche lui a fronteggiare l' avversione dei sindacati di polizia - della gran parte - esplosa a ridosso della sciagura sassarese.
Il punto è nell'ammissione che la dignità degli agenti è legata alla dignità dei detenuti. Non è detto che l'aumento del numero di agenti vada in questa direzione. Gli agenti erano 26.000 nel 90, sono 43.000 oggi. Ma non è cresciuto in proporzione l'impegno per la formazione degli agenti. Dura l'abitudine clientelare, che provoca una distribuzione territoriale squilibrata di assunzioni e assegnazioni. Il sovraffollamento e un regolamento ottuso e vessatorio hanno perpetuato un impiego mortificante degli agenti nella mera contenzione di persone in gabbia.

ALLA modificazione colossale della composizione dei detenuti - scomparsa della malavita tradizionale, a parte la criminalità organizzata, e alluvione di tossicodipendenti e giovani extracomunitari- non ha corrisposto un cambiamento adeguato nella composizione e nella preparazione degli agenti. Nelle carceri si è invertito il rapporto fra aggressività esterna dei detenuti (rivolte e anche episodi di aggressioni individuali) e autolesionismo (scioperi della fame, suicidi tentati e riusciti, mutilazioni): e nonostante ciò, si è rincarata la richiesta di militarizzazione di fatto.
I progetti appoggiati dalla destra e prediletti dai sindacati più corporativi pretendono che tutte le funzioni carcerarie (comprese le più civili, medici, educatori, ecc.) siano ricondotte nei ruoli di polizia. Ma anche i progetti elaborati dal ministero e appoggiati dal centrosinistra parlamentare prevedono (e in parte hanno già realizzato) la riduzione dei poteri del personale civile, in primo luogo dei direttori, in favore di quelli di polizia. L' assegnazione a ruoli direttivi e dirigenziali della polizia penitenziaria ha rivelato freudianamente questa militarizzazione di fatto, opposta alla smilitarizzazione di diritto: la legge apposita del '99 chiamava i nuovi ruoli direttivi coi gradi di tenente, capitano, maggiore e tenente colonnello. Poi qualcuno deve essersi accorto della comicità della cosa, e si è ripiegato sulla nomenclatura della polizia di stato (commissari ecc.). I 720 direttori di polizia previsti dalle nuove leggi nei ruoli ordinari e speciali avrebbero un'autonomia piena nella conduzione della sicurezza, riducendo a una supervisione o a un controllo a posteriori la funzione dei direttori civili. Alla fine, la polizia penitenziaria avrebbe la bellezza di 17 ruoli gerarchici, 17 gradi, insomma. L'intreccio fra gli interessi di categoria e di corpo e le loro conseguenze sulla concezione ideale e la gestione pratica del carcere è evidente. Per un confronto: i direttori civili sono 464, e saranno secondo la pianta organica 655. Gli educatori (cioè la figura chiave del trattamento previsto dalla legge) sono 655 e saranno 1085. Divertente è la quota degli psicologi: sono 3 (tre) su 6 (sei) previsti dalla pianta organica. Gli altri, dove ci sono, lavorano con contratti precari per un massimo mensile di 64 ore. Derisoria è la cifra dei magistrati di sorveglianza, che sono 120, cioè neanche la metà del numero delle galere!
I sindacati della polizia penitenziaria chiedono un miglior trattamento economico (un agente prende due milioni al mese, più gli straordinari, cui si fa ampio ricorso, ma che vengono mal pagati) e un aumento degli organici. Chi abbia il coraggio di guardare con occhio estraneo la spesa carceraria non può che riconoscervi una consolidata pazzia. Si riduca la spesa per una gestione insensata oltre che brutale della reclusione; piuttosto che ripetere la frase oltraggiosa secondo cui ogni detenuto costa allo stato 400.000 lire al giorno! Costa 400.000 lire al giorno un ragazzo tunisino che è sempre affamato ed è disposto a tagliarsi per l'elemosina di una sigaretta. Il costo giornaliero del detenuto - lo dico senza demagogia, con un tranquillo tono contabile - è in realtà l'investimento necessario a perpetuare la macchina: il business penitenziario. Ho letto una frase di Francesca Scopelliti, una senatrice che frequenta le galere: "Quando ho saputo che il braccialetto elettronico costerebbe 180.000 lire al giorno ho detto: ma datele al detenuto!" Non è solo una battuta. Non si può darle al detenuto, perché si farebbe la coda per farsi arrestare. Ma si può usarle per provare meglio, e perfino più a buon mercato, a sottrarre il detenuto all'inevitabile recidiva e all'intermittenza della galera a vita. Il lavoro resta davvero lo strumento decisivo di recupero, cioè di conquista di una dignità e una responsabilità, della folla di imputati e condannati da poco che trabocca nelle prigioni. In una parte decisiva, il lavoro può venire dal carcere stesso e dalla sua trasformazione. A Pisa si è appena fatta la prima esperienza di impiego di detenuti stranieri come mediatori culturali presso i loro connazionali, privi di ogni cosa, perfino, a volte, della lingua. È la promozione della responsabilità insieme alla sicurezza: con esiti misurabili rispetto alla stessa sicurezza.
Nessuno può chiedere agli agenti di subire prepotenze e tanto meno violenze. Ma nemmeno che le infliggano, senza necessità, e al costo dell'altrui pena e della propria degradazione. Impressionante, in questi giorni, non è la solidarietà delle associazioni degli agenti, ma la loro sentita stupefazione per un'iniziativa giudiziaria di cui si capisce che non era nel loro conto. Che nel loro conto era l'impunità, per antica abitudine rinnovata dagli umori recenti dei media e della gente: cosicchè ora se ne sentono traditi, e lo dicono. Preferite quei drogati!
Senza aspettarmene molto, sarei favorevole a una commissione d'inchiesta. Si permetta, fatta salva la tutela del nome di agenti e detenuti, di leggere le migliaia di rapporti che gli agenti stilano a carico dei detenuti. C' è, lì, un repertorio prezioso per ricostruire i problemi dell'esistenza quotidiana nelle galere, dal lato dei reclusi, e dal lato degli agenti, delle norme cui si attengono, dell'interpretazione che ne danno. Se un paese ha una così forte e artefatta paura che la gente esca dalle galere, ci entri lui, a vedere, a guardare. Lo dico ancora: l'odio e il disprezzo reciproci fra guardie e ladri sono la condizione perché la barbarie delle galere non sia scalfita. È una verità più difficile da dire, ma ancora più vera, nel momento in cui qualche guardia è ruzzolata dall'altra parte delle sbarre.


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