
Luca Sofri
Cosa ci faceva mio padre a Sarajevo
da Panorama, 8 maggio 1997
Una mattina sì e una no, a Spalato si danno appuntamento la nave partita la sera prima da Ancona e il sole che se ne sbuca dalla parte opposta. Coi marinai che gettano le cime e i comandanti che governano l'attracco, la luce abbronza metro dopo metro le case della città.
A Spalato venni la prima volta nel '94. Mio padre era a Sarajevo da diverse settimane, bloccato dalla chiusura dell'aeroporto e senza poter attraversare lo stretto e lungo cunicolo (il "tunnel") che i bosniaci si erano costruiti per uscire dalla città sotto le linee e gli stivali dei loro assedianti. Un giorno mi chiama non so come (anche oggi da Sarajevo si può chiamare l'estero solo con pochi apparecchi satellitari) e mi spedisce a Spalato a prendere un ragazzino bosniaco che verrà a stare un po' da lui. Nessuno di noi in Italia ne sapeva niente. Il ragazzino, Fadil, è stato due anni a casa nostra e ora è tornato a Sarajevo. Ha diciott'anni e gli è rimasto un debole per Vasco Rossi.
I molti mesi sarajevesi di mio padre sono sempre rimasti un mistero, per noi che eravamo qui, solo in parte mitigato dalle informazioni sulla Bosnia che circolavano in Italia, dai suoi racconti e dal cauto osservare della sua passione. I suoi amici alternavano l'adesione al suo impegno all'ansia per la sua salute, e per il fatto che trascurasse i suoi guai italiani. Le tragedie piccole non capiscono le grandi, a volte, e non solo viceversa. E in Italia avevamo altri pensieri. La prima volta che partì per la Bosnia, lo accompagnai in macchina fino a Trieste, dove arrivammo nel cuore della notte sbandando e cappottando sul bagnato dell'ultimo tornante. Così cominciò.
A Sarajevo arrivano ancora pochissimi voli, e con tragitti tortuosi per chi parte dall'Italia. Il viaggio in macchina, da Trieste, dura tra le sette le nove ore, a seconda delle disponibilità dei guardiani di frontiere e posti di blocco. Da Spalato, un autobus raccoglie gli sbarcati dal mare, impiega otto ore per compiere un improbabile giro verso sud lungo circa trecento chilometri, e arriva a Sarajevo che ormai non ci speravi più ("dovevi vedere durante la guerra", è il ritornello che qui appioppano continuamente a noi viziati visitatori dell'ultim'ora). Il bus ha fatto una lunga sosta alla frontiera croato-bosniaca, due in altrettante trattorie di campagna, una in un bar, quattro fermate intermedie, tra cui Mostar.
Arrivo a Sarajevo alla vigilia della
visita del papa, ma nessuno dei due gode di un'accoglienza formidabile.
A me mi aspettavano un'ora dopo, a lui due anni prima. Così mi perdo
in giro e cerco di capire la città: era vero, bisogna venirci. Mentre
mi guardo intorno incrocio un uomo di mezza età in un vestito grigio
che scambia il mio sguardo, distante.
Sulla giacca ha appuntato un fiocchetto giallo.
Sarajevo se ne sta in una valle
stretta stretta, al cui fondo stanno la via principale e un piccolo fiume,
la Miljacka. Sui due versanti sono appoggiate in ordine sparso case vecchie
e nuove, moschee e minareti, resti di mura e bastioni, palazzetti e cimiteri,
tra intrecci di strade e stradette di una ripidezza quasi insuperabile.
E' un posto stretto e lungo, in cui non ci si perde mai, ché si sbatte
sempre contro una salita o contro un minareto. A un estremo, quello da cui
sono arrivato col bus, è cresciuta l'orribile città moderna,
socialista e reale (quella che si è vista sempre nei reportages,
perché è lì l'Holiday Inn, l'albergo dei giornalisti).
All'altro si annidano i lastricati dei vecchi quartieri, piccoli e fitti.
E tutto quanto, tutto quanto, è sforacchiato e sgangherato. In questi
anni, dalla cima delle colline, gli assedianti serbi hanno buttato giù
di tutto. Il catalogo delle cicatrici è sterminato: brecce nei muri,
tetti crollati, rose di pareti scheggiate, marciapiedi sbrindellati, vetrate
infrante o forate, buche nell'asfalto, statue mutilate.
Comincio a incontrare persone che
hanno conosciuto mio padre e a raccogliere storie, saluti, ansie. Vedo altri
fiocchi gialli su altri baveri.
"Noi tutti giorni pensa di Adriano in carcere".
Il giorno che precede l'arrivo del
papa le strade sono affollate: a me pare una città europea simile
ad altre, le persone eleganti, quelle no, i sacchetti nelle mani, i ragazzi
fermi sui muretti, le signore ai tavolini del bar. Ma tutto intorno è
pieno di buchi. Non fosse per i cimiteri, sembrerebbe che sia successo tutto
un giorno che erano via. I cimiteri hanno centinaia di lapidi bianche sulle
colline, dozzine di lapidi bianche nei giardini, mazzi di lapidi bianche
nei cortili delle case, file di lapidi bianche nei prati delle moschee.
Sulla vetrina di un bar vedo un manifesto: "Adriano SoFree".
"Vostro padre viene spesso qui. Noi litighiamo. Ora deve uscire
di prigione, per tornare. A litigare."
Due anni fa mio padre era qui e
sperava come tutti che il papa venisse, prima che quel viaggio fosse annullato
all'ultimo momento da grandi e piccole viltà.
"Io sono qui da un mese soltanto: sa che suo padre è molto
popolare a Sarajevo?"
Arrivo a un incontro organizzato qui "per il nostro amico Adriano Sofri".
Ci sono duecento persone, combattive e appassionate. Riconosco nomi sentiti
e facce viste nei film di mio padre, e persone che qui sono conosciute.
Il generale Divjak, vicecomandante della difesa di Sarajevo, Zlatko Dizdarevic,
direttore del settimanale Svijet e collaboratore di diversi giornali esteri,
Marko Vesovic, autore di "Chiedo scusa se vi parlo di Sarajevo".
Una signora mi si avvicina e mi dice cose che non so, poi mi consegna, da
portare in carcere, dei francobolli che celebrano la visita del papa; lavora
all'ufficio postale, mi dicono, da dove mio padre mandava gli articoli in
Italia. Un pittore sarajevese ha disegnato un manifesto con un cuore in
fiamme, rosso.
"Hanno cambiato tanti nomi alle strade di Sarajevo: ma ce ne saranno
una per Tadeusz Mazowiecki e una per Adriano Sofri. Ci andranno gli innamorati."
Il giorno che il papa arriva a Sarajevo,
la città è stravolta, a metà tra un set cinematografico
e un ritorno ai giorni di guerra. Non circola un'automobile, ai cittadini
è stato detto di stare lontani dalle finestre e di non muovere le
tende, ci sono due poliziotti a ogni incrocio e uno tra incrocio e incrocio.
Le troupes televisive si danno il cambio nei punti più pittoreschi,
nel bene e nel male.
"Non voleva mai prendere un taxi, usciva e camminava".
Quattro elicotteri stanno fermi, appesi al cielo, sopra le colline da cui
più si teme e da cui più si è buscato. C'è un
silenzio beato e impaurito, ma i più lo attraversano in attesa che
passi. I soldati del battaglione San Marco mostrano tutto il repertorio
tradizionale di cattiveria estetica, occhiali scuri, ghigno e barbette,
ma sfoderano sorrisi entusiasti quando gli chiedi "come va?".
"Potrebbe andar meglio, grazie". Fa un freddo cane che ghiaccia
le mani, la notte è nevicato, poi torna il sole, e di nuovo. A Sarajevo
il tempo è così, dicono.
"Adriano è venuto, è stato, e ha capito cosa stava
succedendo".
Nella comunità giornalistica
papalina calata per l'occasione, sono pochi i veterani di Bosnia e fanno
da guida ai nuovi per le vie e le tensioni della città: "dicono
che non sia una vera pace. Ma questa è l'unica pace possibile e non
sarebbe venuta senza una prova di forza: Nessuno di quelli che la criticavano
paventando stragi di civili e l'allargamento della guerra, ha poi avuto
il coraggio di dire dire &laqno;abbiamo sbagliato»".
"Una volta mi ha confessato di aver avuto paura, una granata gli
era caduta così vicina da sputargli i pezzi d'asfalto sui calzoni".
Il presidente Izetbegovic accoglie il papa all'aeroporto. Qui tutti lo chiamano
Alja, quelli che lo amano e quelli che diffidano. Si gela e ha il basco
ben calcato sulla testa.
A Sarajevo non c'è gas e ci si scalda, poco, con le stufe elettriche.
Il gas arriva da un gasdotto serbo, fornito dai russi, che vogliono milioni
di dollari che la Bosnia non ha. Quindi. L'acqua c'è ogni tanto sì
e ogni tanto no."
Questa è la casa dove stava: l'Holiday Inn era costosissimo e non
gli piaceva."
Trovano ventitré mine sotto
un ponte, non se ne capisce niente. Erano fuori dal percorso del papa: ma
erano già lì? E avevano un timer o un telecomando? E le hanno
messe quattro turchi? L'allarme generale però si sgonfia, come se
fosse stato in qualche modo soddisfatto. Il papa arriva alla cattedrale
accolto da un raggio di sole, da ovest. Molla tutto e si avvicina alle persone.
Panico tra la sicurezza. Le persone sono poche e infreddolite.
"E' possibile che lui esce di prigione se Bosnia dà rifugio
politico?"
La neve diventa una tormenta quando il papa prega allo stadio, affollato
di gente venuta da lontano. E' stanco, vecchio e malato, e tiene duro. Gli
inviati battono i denti e lui canta.
"Estate io va con tutta famiglia, moglie, bambine, a vedere lui
in prigione".
A sera l'aereo del papa vola via, in diretta televisiva. Subito dopo nel
suo silenzio si insinuano di nuovo i canti lamentosi dei titolari, alla
preghiera della sera.
La mattina dopo i blindati dello
Sfor, la forza multinazionale che a Sarajevo schiera italiani, libanesi
ed egiziani, si muovono con pigrizia verso le basi fuori città. La
città è di nuovo camminata dai suoi abitanti, che si affacciano
e spostano le tende. Le auto si sparpagliano lentamente per le strade, con
l'andatura tipica di qui: quella imposta dal rallentare e zigzagare tra
le voragini dell'asfalto.
"Quando Amra era piccola e non voleva mangiare, voleva solo ananas,
e Adriano un giorno porta venti barattoli di ananas".
L'auto su cui ho trovato un passaggio rimane bloccata mezz'ora a un incrocio
in periferia. Il traffico è sospeso per far passare una delegazione
arrivata all'aeroporto, dice un poliziotto. Ordinaria amministrazione internazionale.
Sulla strada torreggia la maceria impressionante del palazzo di Oslobodjenie,
il maggiore quotidiano di Sarajevo. Partiamo che c'è il sole.
"Fai una foto per Adriano. Lui è stato qui durante la guerra
e io gli avevo raccontato che avrei fatto questo ristorante, alla fine della
guerra".
Viaggiare in Bosnia è una
cosa diversa. Le carte non aiutano, le strade sono all'improvviso chiuse,
i cartelli mancano, i monti ingannano. Nessuna perduta casa di montagna
è stata risparmiata da un colpo o due, o dallo svuotamento esplosivo.
Ci sono paesi poveri e soli, calpestati dalle armi e dimenticati dagli aiuti.
Entriamo nella repubblica serba di Bosnia senza accorgercene, poi appaiono
i caratteri cirillici.
"Quando viene papa, noi scrive lettera, di Adriano, per papa. E
a Sarajevo tanti vuole firma lettera".
La frontiera con la Croazia, per mia ignorante sorpresa, è chiusa
ai civili. Per controllare le tensioni tra serbi e croati, si passa in due
soli punti, da cui ci troviamo distanti centinaia di chilometri. I doganieri
ci permettono di superare il ponte solo dopo aver escogitato una formula
di registrazione del costo di sessanta marchi. E dopo c'è di nuovo
la Croazia, un altro paese. Che si è scrollato di dosso un sacco
di cose ed espone autostrade e vetrine e ragazzini in gita scolastica alla
cattedrale di Zagabria.
"Deve tornare, ci sono qui le sue pantofole".
Così anch'io sono stato a Sarajevo. Dove mi pare che non gliene importi niente di quello che mio padre scrisse nel 1970, né di chi sono i suoi amici, e non gli importa della procura milanese, e dell'uso dei pentiti. Là credono che sia innocente. Vogliono sapere come sta.
Adriano sta bene, nel carcere di
Pisa.