Sofri: ci fu un depistaggio
"Sul sì alla richiesta di revisione del processo sono scettico"
"Troppi errori sospetti nell'inchiesta"

Pierangelo Sapegno

La Stampa, 17 dicembre 1997





Cra cra. Le chiavi della prigione. Chiavi grandi come un braccio, spesse come un polso. Le porte di ferro che sbattono. Cra cra. Una sala con le sedie accatastate. Libri nella biblioteca. Un tavolo di cristallo. Undici mesi sono passati. Prigione di pareti grigie, di mura pesanti.
L'altro ieri gli avvocati di Sofri Bompressi e Pietrostefano hanno presentato le istanze per la revisione del processo Calabresi. C'è un supertestimone, Luigi Gnappi, che vide i killer del commissario in faccia: non sono gli imputati. "Ma non c'è solo questo", dice Sofri.
E che altro c'è?
"C'è un nuovo teste, un vicecomandante dei vigili urbani di Massa, Roberto Torre, che afferma di essere stato con Bompressi la mattina dell'omicidio. E conferma altre testimonianze. C'è la perizia balistica da cui si vede che è stato sostituito, o intromesso, un proiettile con un altro, già nel '72, indubbiamente a scopo di depistaggio. C'è la ricostruzione della dinamica dell'omicidio con una serie di testi nuovi che contraddice del tutto la ricostruzione resa da Marino. Ci sono errori, strafalcioni incredibili nella sentenza. Come quando si cita a prova della condanna il teste Biraghi che depose sotto giuramento nel '90. Solo che il teste era morto nel '72".
E poi c'è Gnappi...
"Questo è un signore che non ha niente a che fare con noi, la nostra militanza. E' un testimone oculare e la sua storia processuale ha una duplice importanza. Primo, dimostra l'intenzione immediata di depistare le indagini. Secondo, scagiona Bompressi".
Ma Gnappi non aveva già deposto in aula?
"Sì, il presidente gli chiese di fare il riconoscimento. E' già assurdo un riconoscimento fatto 18 anni dopo. Lui venne e si soffermò più a lungo sul giornalista del Corriere della Sera, Brambilla, che all'uscita dichiarò di essere stato un po' a disagio".
Senta, Sofri, da Gnappi al vigile è comunque un mucchio di roba. Ottimista?
"No".
Pessimista?
"Non sono pessimista perché è un'espressione rivolta al futuro, mentre io vado avanti guardando al passato, incline a rivedermi le cose che sono successe. Ed è già avvenuto infinitamente di più di quello che è concepibile".
Allora che cos'è questo? Scetticismo?
"Lo scetticismo deriva da quello che è successo. A me pare impensabile che queste ultime testimonianze non portino alla revisione del processo. Però tutto quelo che è successo finora è impensabile. Se tu dimostri che ci sono due proiettili che costituiscono il copro di reato e che si rivelano incompatibili con l'oggetto di questo processo, ebbene, tutto questo che cosa vuol dire? E' chiaro che tutta questa catena di elementi dimostrano un depistaggio non casuale, ma sistematico".
Dario Fo ha appena detto: non credo al complotto. Piuttosto a un grottesco errore di valutazione. Lei non è d'accordo?
"E' una grottesca catena di errori di valutazione. Però, ho passato talmente tanto tempo ad allontanare questo termine del complotto che adesso sono veramente stufo e mi viene voglia di dire che invece ci sono una serie di elementi da far pensare al complotto"
Per esempio?
"Ma pensate a quel documento falso fabbricato dal Ros di Trapani, firmato dal capitano dei carabinieri Dell'Anna. Una cosa assurda, in cui è scritto che il magistrato di Milano Lombardi, giudice istruttore del caso Calabresi, gli aveva detto che era sicuramente nostra la responsabilità dell'omicidio Rostagno. Nel '96 si è trovato questo documento. Il magistrato smentì attraverso l'Ansa di aver mai detto niente del genere. Allora, o mente uno o mente l'altro. Non c'è equivoco. E' difficile non pensare che questo non sia l'anello di una catena"
Ma se vi ritenevate vittime di un complotto, perché avete accettato l'arresto?
"Perché costretti. Per proclamare la nostra innocenza, la violenza che ci veniva fatta. C'è una specie di monopolio della giustizia, non c'è altra giustizia che questa. Noi non potevamo che venire qui, e in questo consisteva la nostra proposta radicale".
Ma oggi, 11 mesi dopo, ne è valsa la pena?
"Io sono una persona così incline a identificarmi in un posto che persino in un posto abominevole come questo rischio di trovare una quantità di ragioni che mi portano a dire che ne vale la pena".
E quali sarebbero?
"Tutte. La conoscenza degli altri e la simpatia per gli altri. E poi la conoscenza di sé e la simpatia per sé, il modo in cui queste circostanze ti mettono alla prova di te stesso. In prigione, ci sono persone che tengono maniacalmente pulita la propria cella e altre che lasciano accumulare la sporcizia. Io sono uno che cerca di rendere pulito il posto dove è costretto a vivere, ma che al tempo stesso non vuole sia mai attenuata la bruttezza. Perché quella è la verità. Mai intonacare la propria cella. E allora la verità alla fine è che non valeva assolutamente la pena e che ci sono cose a cui noi umani ci adattiamo, ma che non valgono la pena. Mai. Quello che si ricava dal passaggio di questi inferi, lo si ricava nonostante quello che succede. No grazie".
Se non fosse stato qui, cosa avrebbe votato al Mugello?
"Al Mugello Forza Italia Toscana aveva proposto me come candidato. Naturalmente, non ero candidabile. Penso che non avrei votato. Dichiarandolo".
Dichiarando che cosa?
"Che non avrei votato per Di Pietro in particolare per ragioni venatorie. Trovo pieno di significato che troppi magistrati amino la caccia. Io mi sono trovato dalla parte del fagiano negli ultimi anni".
E Ferrara?
"Per Giuliano no. Ho stima e amicizia, però non ha fatto niente per presentarsi come fagiano. Trovo che sia stato diabolicamente tentato dall'idea di fare il cacciatore".
E Curzi?
"No. E' simpatico. Ma no".
Torniamo al processo, Sofri. Cosa direbbe oggi alla vedova Calabresi?
"Non ho voglia di parlare di questo. C'è una mole di fraintendimenti pazzesca. Vespa mi attribuisce di averla salutata in modo arrogante e offensivo in aula. Assolutamente no. Mai più mi sarei immaginato che fosse interpretato così il mio saluto. Però, al di là di tutto, penso che i nostri rapporti siano buoni. Penso francamente questo".
Sofri: la grazia?
"E' fuori da qualsiasi discussione. Mi sono congratulato con la risposta di Scalfaro. Sono solo dispiaciuto che non abbia fatto accenno al fatto che quella era anche la nostra posizione".
La libertà?
"E' una di quelle cose di cui non bisognerebbe nominare il nome invano".
Ma dov'è, Sofri?
"E' altrove, per definizione. Qui, mai. Ed è come la salute. Bisogna avere almeno avuto un mal di denti per capirne il valore".