La richiesta di archiviazione del procedimento contro il giudice Della Torre
25 marzo 1997
Il ricorso di Adriano Sofri

 

N. 1962/96 R.G. N.R. MOD.21
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia
RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE
(artt. 408/411 c.p.p., 125 e 126 D.Lv. 271/89)

Al Giudice per le Indagini Preliminari
in sede

Il Pubblico Ministero dott. Fabio SALAMONE,
visti gli atti del procedimento penale n. 1962/96 Mod. 21 nei confronti di:
DELLA TORRE Gian Giacomo, nato a Bergamo il 4.6.1926 e ivi residente in via Cattaneo n. 22, magistrato in servizio presso la Corte d'Appello di Milano con funzioni di presidente di Sezione;
iscritto nel registro delle notizie di reato di cui all'art. 335 comma 1
c.p.p. in data 6.6.1996 (e 22.6.1996 a nome dell'indagato);

SVOLGIMENTO DEL PROCEDIMENTO

In data 7.5. 1996 Adriano SOFRI, imputato nel processo per l'omicidio del commissario di P.S. dott. Luigi Calabresi, depositava un esposto alla Procura Generale della Suprema Corte di Cassazione (esposto inviato anche al Presidente della Repubblica e ai componenti del C.S.M). Con l'esposto, che faceva seguito ad una lettera inviata alle stesse Autorità il 20 aprile precedente e nella quale anticipava le medesime vicende, SOFRI, con riferimento al processo nei suoi confronti celebratosi dinanzi la terza Corte d'Assise d'Appello di Milano e conclusosi l'11.11. 1995 con la condanna dello stesso esponente e dei coimputati BOMPRESSI e PIETROSTEFANI a 22 anni di reclusione, riferiva circostanze riguardanti taluni comportamenti che il presidente del collegio dott. Gian Giacomo DELLA TORRE avrebbe mantenuto prima del dibattimento. nel corso di esso e soprattutto in occasione della conclusiva camera di consiglio.

In particolare l'esponente denunciava. "che il processo condotto dalla terza Corte d'Assise d'Appello milanese, e la sentenza di condanna con cui si concluse, erano stati preceduti da un pregiudizio già formato nel Presidente della stessa Corte, ed espresso fomentato verso membri della stessa Corte, prima ancora dell'apertura del processo, e nel suo corso".

A sostegno di tali gravi affermazioni SOFRI riferiva:

che all'esito di un processo precedentemente trattato nella stessa sessione, e riguardante una vicenda di criminalità organizzata, il presidente Della Torre si sarebbe congratulato con i giudici popolari per l'unità di giudizio manifestata e avrebbe sostenuto che "la stessa unità sarebbe stata necessaria per ribaltare il risultato del precedente processo in Corte d'Assise d'Appello per l'omicidio Calabresi, concluso con un'assoluzione; e dichiarando di fare affidamento sulla collaborazione a questo fine dei membri del collegio."

che nella finale camera di consiglio si era giunti a "un voto di parità sulla colpevolezza degli imputati, voto equivalente all'assoluzione, e azzerato e mutato per effetto delle pressioni del Presidente, fondate su argomenti del tutto estrinseci al contenuto processuale (inopportunità di provocare ricorsi ulteriori della Pubblica Accusa e dell'Avvocatura dello Stato, desiderio personale di concludere senza grane la propria carriera e simili);

SOFRI continuava nel suo esposto mettendo in collegamento tali vicende, di cui era venuto a conoscenza e sulle quali chiedeva che si svolgessero i necessari accertamenti, con quelle che aveva a suo tempo denunciato con esposto del 7.4.1994 presentato alla Procura di Brescia relativamente alla motivazione, qualificata "suicida" della sentenza di assoluzione pronunciata il 23.3.1994 dalla II Corte d'Assise d'Appello di Milano estesa dal consigliere Ferdinando PINCIONI (esposto-denuncia archiviato dall'A.G. bresciana).

L'esposto-denuncia, pervenuto per competenza ex art. 11 a questa Procura il 5.6.1996 veniva iscritto in data 6.6.1996 nel registro mod. 21 nei confronti di persone da identificare. In data 22.6.1996 il P.M. disponeva l'iscrizione del nominativo del dott. Gian Giacomo Della

Torre e in pari data venivano avviate le indagini preliminari con una prima delega alla locale Digos.

In data 27 ottobre 1996 Sofri inviava altro esposto-memoria con il quale chiedeva che venisse sentita come persona informata sui fatti la signora Roberta Duchene. La signora, a dire dell'esponente, ben prima che il processo dello III Corte d'Appello avesse inizio aveva avuto modo di colloquiare con il presidente Della Torre che aveva "disinvoltamente quanto inequivocabilmente" dichiarato che gli imputati che si apprestava a giudicare "erano senz'altro colpevoli". Anche in tale circostanza Sofri ribadiva il collegamento tra quanto accaduto nell'ultimo processo con la c.d. "sentenza suicida" redatta dal dott. Pincioni ("Il presidente della terza sezione d'Appello, e quanti altri ne abbiano condiviso il pregiudizio, ha infatti agito in modo da portare a compimento il partito preso restato in minoranza nel processo di rinvio precedente, e più precisamente la "rivincita" che, a detta di ogni fonte di informazione - mai smentita - il giudice togato aveva voluto prendere, grazie all'abuso nella stesura della motivazione sui giudici popolari."

Mentre erano in corso le indagini, il 30 ottobre 1996 il "Corriere della Sera" pubblicava l'intervista, a cura dell'inviato Gian Antonio Stella, ad uno dei giudici popolari che aveva fatto parte della Corte d'Assise d'Appello presieduta dal dott. Della Torre. Nel corso dell'intervista il giurato, di cui non veniva rivelato il nome, riferiva sostanzialmente i fatti di cui alle denuncie presentate da Sofri sullo svolgimento del processo e su quanto sarebbe accaduto nella decisiva camera di consiglio.

Il 31 ottobre lo stesso quotidiano pubblicava un'intervista, sempre raccolta da Stella, ad una gallerista romana, certamente identificabile nella signora Duchene, che riferiva i fatti, da lei direttamente vissuti già segnalati da Sofri con l'esposto inviato a questo P.M..

Dal 7.11.1996 in poi tutti i giudici popolari, titolari e supplenti, che avevano fatto parte della Corte venivano escussi dal P.M. o, su delega, dalla Digos di Brescia.

L'8 novembre 1996 veniva sentita dal P.M. la signora Duchene.

L'11.12.1996 al presente procedimento veniva riunito quello N. 4203/96/21 iscritto il 28.11.1996 nei confronti del dott. Ferdinando

Pincioni a seguito della presentazione di una memoria da parte dei difensori di Ovidio Bompressi.

Il 16.12.1996 il dott. Della Torre si presentava spontaneamente e rendeva al P.M. la sua versione dei fatti e

Dopo la proroga dei termini, il 12.2.1997 veniva escusso il dott. Luigi de Ruggiero, consigliere a latere della Corte.

Per quanto riguarda la posizione del dott. Pincioni codesto Gip, dopo aver qualificato l'archiviazione decretata il 12.5.1994 su una richiesta avanzata nel proc. N. 616/94 mod. 45 (atti non costituenti notizia di reato) come archiviazione ex art. 408 c.p.p., non concedeva la autorizzazione alla riapertura delle indagini e, pertanto, si perveniva ad una definizione formale del procedimento.

IN DIRITTO

Esposto lo svolgimento del procedimento, occorre ora valutare l'esito delle indagini svolte per verificare la fondatezza delle accuse mossa da Sofri e conseguentemente la sussistenza di ipotesi di reato ex art. 323 c.p. a carico dell'indagato dott. Della Torre. Ovviamente, peraltro, in questa sede non doveva, né poteva, compiersi alcun accertamento con riferimento al merito del processo Calabresi che, infatti, ha proseguito regolarmente nel suo corso dinanzi la corte di Cassazione.

Prima di esaminare quanto accertato nel corso delle indagini va evidenziato che l'indagine ha presentato un particolare problema laddove, per verificare gli aspetti fondamentali dell'accusa, si è dovuto porre domande ai componenti del collegio giudicante su quanto avvenuto nel corso delle camere di consiglio e, in particolare, in quella finale dove è stata assunta la decisione e le conseguenziali statuizioni

Come è ovvio tutti i testi, giudici popolari e consigliere a latere, allorchè sono state poste domande circa quanto avvenuto in camera di consiglio hanno opposto o comunque segnalato l'obbligo di rispettare il segreto di cui all'art. 201 c.p.p. - il P.M., vista l'impossibilità di procedere ai dovuti accertamenti senza superare il limite di cui all'art 201 c.p.p., ha ritenuto di "sciogliere" dal segreto le persone informate sui fatti, ordinando loro di deporre, nel rilievo, evidenziato nei verbali, che <per il pubblico ufficiale "l'obbligo di astenersi dal deporre su fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere segreti", ai sensi dell'art. 201 c. p. p., non è previsto nell'ipotesi in cui, ai sensi dell'art. 331 c. p. p., vi sia l'obbligo di denunciare notizie di reato perseguibili d'ufficio. Nel caso in ispecie si procede per il reato di cui all'art. 323 c. p., reato perseguibile d'ufficio, e pertanto non sussiste l'obbligo di osservanza del segreto>.

Ciò premesso e venendo alle risultanze processuali va subito sottolineato che le indagini espletate hanno consentito, al tempo stesso di verificare:

1. l'insussistenza di fatti penalmente rilevanti a carico del dott. Della Torre;

2. che gli esposti di SOFRI possano essere considerati frutto di "manovre" strumentali in vista della trattazione del ricorso dinanzi la Corte di Cassazione che, come detto, è stato regolarmente trattato il 22.1.1997 concludendosi con la conferma della sentenza di condanna pronunciata dalla III Corte d'Assise d'Appello l'11.11.1995.

E infatti, considerando le tre fattispecie denunciate:

a)pregiudizio manifestato dal Della Torre prima dell'inizio del processo, b) pregiudizio manifestato in corso del dibattimento, c) interventi abusivi nel corso della conclusiva camera di consiglio;

è emerso:

A) Sul punto appare indispensabile riportare quanto riferito dalla signora DUCHENE SORCINELLI:

D.R. L'intervista pubblicata dal 'Corriere della Sera" a pagina 5 nell'edizione del 31 ottobre '96 è stata rilasciata da me.

Confermo integralmente il contenuto di quell'intervista perchè è stato riportato fedelmente quello che io ho dichiarato.

D.R. Dal 1989 conosco Giorgio PIETROSTEFANI, in quanto ha sposato una mia carissima amica Gabriella CREMA. A ragione di tale rapporto ho avuto modo di conoscere e frequentare il Pietrostefani nei cui confronti nutro una stima particolare trattandosi di una persona molto perbene sensibile nei rapporti familiari e di sani principi religiosi. In questi anni ho ovviamente avuto modo di parlare con il Pietrostefani e devo dire che egli non mi ha mai detto nulla del suo passato politico di militante di Lotta Continua né delle sue vicende processuali legate all'omicidio del commissario Calabresi.

Per quanto riguarda invece il dott. Della Torre devo dire che egli è tanti anni amico della mia famiglia di origine. Il Della Torre in particolare ha sempre mantenuto rapporti con delle mie zie e anche con mia sorella. Personalmente non avevo mai avuto modo di conoscere il Della Torre anche perchè essendomi sposata da giovane avevo avuto occasioni di incontri diversi da quelli dei miei familiari. Ho conosciuto il Della Torre proprio nell'estate del '95 nella circostanza di cui ho parlato con il dott. Stella del Corriere della Sera. Ricordo che il Della Torre, approfittando della presenza a casa mia di mia sorella, era venuto anche per poter conoscere me. Quella è stata l'unica volta in cui ho incontrato il dott. Della Torre. Devo dire che il nostro incontro fu immediatamente caratterizzato da simpatia e familiarità sia per il rapporto che legava il Della Torre ai miei familiari e sia per il suo modo di porsi.

Nel corso della conversazione il Della Torre disse che stava andando in vacanza in Sardegna perchè poi alla ripresa autunnale si sarebbe dovuto occupare di un processo che l'avrebbe impegnato a fondo precisando proprio che si trattava del processo "Calabresi". Sentendo ciò io dopo qualche attimo di riflessione ritenni opportuno informare il Della Torre che quel processo mi sta va molto a cuore in quanto in quel processo era coinvolto il mio amico Pietrostefani. Spiegai al Della Torre come era sorta l'amicizia con il Pietrostefani e gli dissi qual'era la mia considerazione nei confronti dello stesso. Ricordo che nel descrivere quella che a mio parere era la personalità del Pietrostefani conclusi dicendo che si trattava di un uomo che una volta si sarebbe definito "timorato di Dio". Continuai dicendo che a mio avviso si trattava di un processo assurdo perchè si basava solo sugli indizi dati da una tardiva chiamata in correità di un presunto pentito. A quel punto il Della Torre mi interruppe dicendo che tutti i fatti avevano avuto i loro riscontri e che, a dimostrazione della natura terroristica del gruppo di Lotta Continua, era stata trovata una capanna dove questi si andavano ad allenare al tiro a segno su una sagoma di legno, ricordo che la definì silhouette. Il Della Torre mi disse anche che questi erano degli "scalmanati" e che io non ero in grado di esprimere giudizi in quanto non conoscevo le duemila e piú pagine del processo. Io soprattutto dalla affermazione del Della Torre che tutti i fatti avevano trovato i loro riscontri trassi la convinzione che il magistrato era già orientato e preferii interrompere la discussione.

D. R. Al momento della discussione erano presenti anche mia sorella Clara e la moglie del dott. Della Torre. Devo dire, però, che entrambe mi sembravano disinteressate all'argomento e anche distratte. In particolare mia sorella spesso si alzava per offrire qualcosa agli ospiti.

Un paio di giorni dopo ritenni mio dovere informare di quella discussione la mia amica Gabriella Crema, cui riferii dettagliatamente l'incontro con il Della Torre, premettendole che secondo me doveva prepararsi al peggio perchè il Presidente della Corte d'Assise d'Appello mi sembrava orientato per la condanna. Dopo altri tre o quattro giorni mi telefonò Pietrostefani chiedendomi un incontro da soli. Ci vedemmo al ristorante "34" e anche al Pietrostefani riferii tutto quello che il Della Torre aveva detto. Il mio amico mi chiese se io fossi stata disposta a riferire i fatti in altra sede facendomi presente che mi sarei cacciata verosimilmente in un ginepraio. Io ovviamente risposi che quelli erano i fatti e per un senso di verità li avrei confermati in qualunque sede. Con mia sorpresa il Pietrostefani non mi chiese più nulla su quell'argomento. Soltanto verso la fine di ottobre c.a. mi telefonò richiedendomi se io fossi stata disponibile a riferire il colloquio a suo tempo avuto con il Della Torre. Ottenuta la ennesima conferma Pietrostefani mi disse che sarei stata contattata da un giornalista del Corriere della Sera. In effetti qualche giorno dopo ricevetti la telefonata del giornalista Stella che mi chiedeva un incontro per aver raccontati i fatti. Io risposi al giornalista che trattandosi di un racconto breve potevo farlo per telefono cosa che effettivamente feci rilasciando l'intervista che è stata pubblicata.

Voglio precisare che a me dispiace riferendo questi fatti di poter provocare qualche conseguenza al dott. Della Torre, amico della mia famiglia e persona che ho sempre stimato anche se per conoscenza indiretta. Ho ritenuto comunque mio preciso dovere di cittadina amante della verità e della giustizia riferire dei fatti di cui sono involontariamente venuta a conoscenza.

A fronte di tali precise dichiarazioni il DELLA TORRE nel corso della sua presentazione spontanea ha dichiarato:

E' vero che io ho incontrato a Roma la signora Roberta Sorcinelli. Si trattò di un incontro occasionale perchè in quel momento ospitava la sorella Clara mia amica di famiglia da diversi anni. Io prima di allora non avevo mai conosciuto tale signora né l'ho piú vista. Escludo di aver parlato con la signora Sorcinelli del processo Calabresi che doveva iniziare dopo qualche mese.

Ribadisco quanto ho appena dichiarato anche dopo aver ricevuto lettura delle dichiarazioni rese dalla signora Sorcinelli Duchene. E' ovvio che dato il tempo trascorso io non posso del tutto escludere di aver fatto qualche riferimento al processo che andava a cominciare e tutt'al piú alla circostanza che la Cassazione aveva annullato la sentenza di assoluzione.

Certamente il contrasto tra le due versioni poteva anche indurre ad ulteriori approfondimenti (l'audizione, piú che della sorella della signora Duchene e della moglie del dott. Della Torre, della signora Crema e del Pietrostefani, nonchè l'eventuale confronto tra la teste e l'indagato) ma non si è ritenuto di procedere in tal senso per diverse ragioni: 1) In primo luogo perchè, a parere di questo P.M., la versione dei fatti offerta dalla Duchene è apparsa più attendibile e non solo per la parziale conferma venuta dallo stesso Della Torre ("non posso escludere....") ma anche perchè la teste ha evidenziato il sincero disagio nel dover riferire, per dovere morale, circostanze che potevano determinare conseguenze negative ad una persona molto vicina alla sua famiglia; 2) poi perchè il "pregiudizio" del magistrato isolatamente considerato avrebbe potuto soltanto legittimare, se tempestivamente denunciato, un'istanza di ricusazione. Non essendo emersi in seguito elementi tali da poter affermare che il dott. Della Torre abbia abusato dei suoi poteri per raggiungere risultati conformi a quel "pregiudizio" la circostanza, seppure rilevante sotto l'aspetto morale e deontologico, ha perso connotati decisivi dal punto di vista della valutazione in sede penale.

B) e C) In ordine al comportamento mantenuto dal Della Torre nel corso del dibattimento e nella conclusiva camera di consiglio gli elementi raccolti sono risultati contrastanti ma non idonei a ipotizzare concretamente che il magistrato possa avere abusato dei suoi poteri per influire o condizionare l'andamento del processo e la decisione adottata dalla Corte e ancor meno per far modificare un diverso giudizio già espresso dal collegio.

Per un verso, infatti, si sono raccolte delle testimonianze inquietanti rese da taluni giurati che, manifestando un profondo disagio morale per quanto da loro vissuto, hanno riferito di una condotta del Della Torre sussumibile sotto i parametri di un abuso finalizzato a danneggiare gli imputati. In particolare:

La teste TUANA, dopo aver ammesso di essere stata lei il giurato che aveva rilasciato l'intervista al giornalista Stella e averne confermato il contenuto, dichiarava testualmente:

D.R. Quale componente della Giuria Popolare della Corte d'Assise d'Appello ho partecipato in quella sessione a tre processi tutti conclusisi con la condanna degli imputati. Il primo processo era relativo ad un omicidio passionale a carico di un uomo che aveva ucciso la sua convivente; il secondo era il processo Mirabella relativo ad una strage di tipo mafioso consumata in un ristorante di via Moncucco a Milano.

D.R. Effettivamente dopo la fine del processo Mirabella, il Presidente Della Torre si complimentò con noi giurati per l'attenzione e l'impegno che avevamo dimostrato riuscendo a portare a compimento due processi delicati con decisioni unitarie e manifestando l'aspettativa che lo stesso impegno e la stessa unitarietà vi sarebbe stata anche nel processo Calabresi che da lì a poco tempo dopo andava a cominciare. Io non ricordo che il Presidente Della Torre in quella circostanza abbia manifestato l'augurio che anche nel terzo processo si sarebbe arrivati a una sentenza di condanna, devo però dire che il complesso del suo discorso sembrava orientato in tal senso.

.........................

D.R. Confermo che nel corso del dibattimento, più volte io o altri giurati, abbiamo chiesto di poter leggere le memorie difensive senza però riuscirvi. Ricordo che il Presidente ci invitava a leggere la sentenza del precedente grado di Appello che lui riteneva riassuntiva di tutta la vicenda. Devo dire che io avevo letto quella sentenza e ne avevo tratto motivo di perplessità perchè arrivava alla decisione assolutoria con una motivazione decisamente di impronta diversa.

D.R. All'esito della camera di consiglio non vi fu alcun dissenso scritto ai sensi del Vß Comma dell'art. 125 c.p.p.. Devo dire comunque che il Presidente Della Torre ci aveva spiegato che il dissenso scritto non era obbligatorio e anzi era irrilevante in quanto serviva soltanto nei casi in cui potessero intervenire delle denuncie penali e non aveva alcun senso in esito a un processo regolarmente celebrato.

D.R. per spiegare lo stato di tormento che mi angoscia da un anno dovrei riferire quanto avvenuto in camera di consiglio al momento della deliberazione e, per quello che è a mia conoscenza, sono obbligata, invece, a mantenere il segreto su quelle circostanze.

Sciolta dal vincolo del segreto la TUANA dichiarava:

D.R. Appena riuniti in camera di consiglio si iniziò l'esame della ponderosa documentazione processuale. Personalmente durante quell'esame io manifestavo delle perplessità rispetto all'impostazione fatta dall'accusa. Tali mie perplessità vennero sempre sminuite sino al punto che il presidente Della Torre un giorno mi fece la battuta: "Cosa le ha suggerito Sofri questa notte?". Io rimasi turbata per quella battuta perchè mi limitavo a cercare di svolgere il mio ruolo con assoluta coscienza e pervenire ad una decisione che fosse frutto della mia convinzione.

I fatti che mi hanno turbato e che hanno determinato in me il tormento di cui ho parlato sono stati quelli conclusivi della camera di consiglio. Quando votammo, secondo l'ordine dato dalla posizione intorno al tavolo dove ci trovavamo seduti ma comunque con i due magistrati togati per ultimi, il risultato fu di quattro voti per la condanna e di quattro voti per l'assoluzione, il che secondo il disposto dell'art. 527 ultimo comma c.p.p. determinava proprio l'assoluzione degli imputati. A quel punto il Presidente Della Torre si alzò in piedi e con tono allarmato disse che non potevamo "fargli quello". Il Presidente continuò dicendo che non voleva che gli si rovinasse la sentenza. In particolare diceva che non voleva che anche la sua sentenza venisse annullata come la precedente. Di fronte alla presa di posizione del Presidente che non accettava il risultato della votazione, i giurati che ci eravamo espressi per l'assoluzione, proponemmo di concedere agli imputati le attenuanti generiche, ma anche in quel caso il dott. Della Torre si oppose rilevando che la concessione delle generiche avrebbe determinato la prescrizione del reato. La discussione andò avanti per circa un ora con il Presidente che insisteva che non gli si rovinasse la sentenza e ricordando come lui fosse stato disponibile con tutti noi ad esempio consentendoci durante la camera di Consiglio di telefonare alle rispettive famiglie. La discussione ebbe fine quando due dei giurati che si erano espressi per l'assoluzione dissero che, per non rovinare la sentenza come affermava il Presidente, cambiavano la loro decisione.

Ricordo che il Presidente pur di ottenere la modifica del voto e la sentenza di condanna disse che successivamente si sarebbe chiesta la grazia per gli imputati. Ricordo che io dissi al Presidente che non era giusto prendere in giro così gli imputati. In questo momento tenuto conto che io sono la prima componente della Corte ad essere interrogata, preferisco non riferire i nomi dei giurati che modificarono la loro opinione, riservandomi eventualmente di farlo dopo che la S.V. avrà ascoltato anche gli altri giurati.

Su quanto avvenuto in corso di dibattimento altre generiche perplessità sono state manifestate dalla teste SCATTINI, membro supplente della Corte, che, insieme alla Tuana e al Settimo, di cui ora si dirà, ha valutato più volte la necessità di far conoscere circostanze che avevano turbato la loro serenità di cittadini chiamati ad assolvere il delicato compito di giudicare un fatto così grave.

Il più determinato a portare alla luce le perplessità sull'andamento del processo è stato indubbiamente il giurato Giovanni SETTlMO, che sin dai giorni immediatamente successivi alla pronuncia della sentenza si rivolse a legali per trovare il modo di denunciare, senza violare la legge e in particolare l'obbligo del segreto, quanto accaduto in camera di consiglio e specialmente i comportamenti del presidente Della Torre che, a suo giudizio avevano determinato una decisione diversa da quella che la Corte aveva assunto o stava per assumere.

Il SETTIMO, chiarendo subito di non essere stato mosso da ragioni politiche (avendo anzi dei trascorsi in gruppi dell'estrema destra) ma soltanto da una grande sofferenza morale, nella sua prima dichiarazione ricostruiva tutto quanto aveva fatto per cercare di portare a conoscenza l'A.G. di quelli che gli erano apparse delle gravi irregolarità, se non degli illeciti, nelle modalità con cui si era pervenuti alla condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.

Riportare questa parte delle dichiarazioni del Settimo, ribadite nel memoriale di cui si dirà, appare di particolare rilievo perchè consente di affermare con certezza che gli esposti di Sofri non possono essere considerati un escamotage per ostacolare il regolare sviluppo della vicenda processuale ma soltanto la denuncia di fatti di cui egli era venuto a conoscenza e che, certamente, potevano avere rilevanza anche per la posizione degli imputati nel processo per l'omicidio Calabresi. Dichiarava il SETTIMO il 13.11.1996 dichiarava:

D.R. Io sono rimasto molto turbato dall'esperienza vissuta nel corso del processo Calabresi e ho condiviso tale mio turbamento di coscienza con altri giurati e precisamente con la signore Tuana e Schettino.

Devo dire che non conoscendo esattamente quale fosse il modo più opportuno di procedere, ma essendo mia precisa intenzione dentro di me, sin dal giorno dopo la pronuncia della sentenza, e precisamente il 12 novembre 1995, chiesi un parere all'avvocato Giorgio Pirra di Bra paese vicino ad Alba. Il suddetto legale a fronte del generico racconto che io gli feci su quanto accaduto nel corso del dibattimento, mi fece presente come a suo parere, in Italia le giurie popolari siano di fatto subordinate ai magistrati togati non manifestando meraviglia per quanto potevo raccontargli. Visto l'atteggiamento di quell'avvocato, mi rivolsi all'avvocato Carlo Prandi di Alba, ottenendo sostanzialmente la stessa risposta e un sorriso di circostanza che accompagnò la battuta "così ti rendi conto di come va la giustizia in Italia" anche probabilmente riferendosi all'esito sfortunato di una causa civile in cui lo stesso mi aveva prestato assistenza.

Non molto tempo dopo mi rivolsi a un terzo legale e precisamente all'avvocato Rocca del foro di Torino. Quest'ultimo mi diede sostanzialmente la stessa risposta consigliandomi di non far nulla perchè in sostanza mi sarei messo nei guai andando ad urtare un "potere forte" quale la magistratura. Dopo questi incontri, verso la fine del 1995, decisi di chiedere un parere all'ex deputato Tommaso STAITI DI CUDDIA che avevo avuto modo di conoscere in precedenza e che sapevo particolarmente sensibile ai problemi di giustizia. Allo Staiti, così come ai legali che avevo prima incontrato, riferii gli episodi, tutti avvenuti fuori della Camera di Consiglio, che si erano verificati dal luglio all'ottobre del 1995 nella Sessione della Corte d'Assise cui avevo partecipato con particolare riferimento al procedimento Calabresi.

Nel corso della discussione con lo Staiti emerse l'idea di contattare il Partito Radicale, in quanto sensibile a quelle tematiche, e lo Staiti a quel punto mi parlò dell'Associazione "Nessuno Tocchi Caino" facendomi il nome di Sergio D'Elia.

Telefonai al D'Elia cui riferii sempre gli stessi episodi. Il D'Elia rimase turbato ma sul momento non seppe darmi indicazioni su come comportarmi dicendomi che ci avrebbe pensato. Di lì a qualche giorno mi telefonò Enrico Deaglio chiedendomi un incontro che avvenne in p.zza San Babila presso il bar Donini. Al Deaglio riferii gli stessi episodi sempre relativi a ciò che era avvenuto fuori dalla Camera di Consiglio.

Dopo l'incontro con il Deaglio, preoccupatomi di essermi esposto eccessivamente, predisposi una lettera in cui narravo i principali fatti che avevo raccontato alle persone che ho sopra indicato. Inviai la lettera per posta celere all'avvocato Giancarlo Bongioanni di Alba mio amico e esponente politico del P.D.S., ovviamente avevo preannunciato al Bongioanni l'invio della lettera e avevo con lui concordato un appuntamento. In effetti incontrai tale STROPPIANA praticante dello studio legale, e poi successivamente al Bongioanni e ad entrambi ribadii quanto scritto nel memoriale. Dell'esistenza della lettera io avevo informato soltanto mia sorella Lidia, la mia convivente Cortese Anna e un mio amico d'infanzia tale Claudio Rosso. Tali ultimi fatti sono avvenuti nel marzo di quest'anno.

L'avvocato Bongioanni mi consigliò però di rivolgermi ad un avvocato di Milano.

Successivamente, credo nel giugno '96, incontrai alla Casa della Cultura di via Borgogna, in occasione della presentazione di un libro di Claudio Fava, Enrico Deaglio, il quale mi disse che aveva incontrato la Tuana che gli aveva riferito particolari della Camera di Consiglio che l'avevano fatto, come disse lui, saltare dalla sedia. Deaglio mi disse che mi avrebbe mandato copia della denuncia presentata da Adriano Sofri soltanto in quel periodo perchè avevo aspettato il deposito della sentenza.

Credo nel mese di luglio incontrai il Deaglio in un bar di corso Genova. Avevo voluto quell'incontro per segnalargli come negli esposti di Sofri vi fosse una inesattezza e cioè che il Della Torre non doveva andare in pensione dopo il processo Calabresi ma doveva ancora presiedere il processo De Benedetti per il "Crac Ambrosiano". La circostanza non era secondaria perchè proprio con riferimento al successivo processo De Benedetti vi erano degli episodi che mi avevano turbato sul modus operandi del dott. Della Torre.

In effetti ricevetti copia degli esposti di Sofri che portai all'avvocato Bongioanni e in seguito all'avvocato Davide Palmieri cui, seguendo il consiglio del Bongioanni, mi sono rivolto credo nel settembre di quest'anno. L'avvocato Palmieri ha insieme a me predisposto un memoriale che ci accingevamo a consegnare all'Autorità Giudiziaria....... L'avvocato Palmieri mi disse che mi sarei dovuto presentare spontaneamente ma nella more ho ricevuto la convocazione della S.V.-

Il successivo 16 novembre Giovanni SETTIMO produceva l'originale della lettera datata 21.3.96 inviata all'Avv. Giancarlo Bongioanni confermandone integralmente il contenuto ed in particolare, tra le altre, la circostanza:

che al termine del processo a carico di Gaetano Mirabella il Presidente, dott. Della Torre, dopo avermi avvicinato ebbe a dirmi testualmente: "Spero che al Calabresi siano tutti come lei, che nessuno si lasci condizionare, perchè l'ultima volta hanno assolto tutti e non dovevano";

Il SETTIMO, quindi, continuava dichiarando:

Consegno altresì alla S.V. in duplice copia, il memoriale che avevo preparato e che è stato materialmente stampato ieri nello studio del mio legale dott. Davide Palmieri. Il memoriale che sottoscrivo ora davanti alla S.V. porta proprio la data del 15.11.96.

Confermo integralmente il contenuto del memoriale dove per la prima volta espongo anche quanto accaduto nella Camera di Consiglio atteso che la S.V. mi ha precisato come l'obbligo del segreto non sussista ai sensi del combinato disposto degli artt. 201 e 331 c.p.p. laddove i Pubblici ufficiali abbiano notizia di un reato perseguibile d'ufficio, quale in ipotesi il reato di cui all'art. 323 c.p..

Faccio presente che come si evince dalle dichiarazione già rese il 13.11.96 e da quanto precisato nel memoriale che oggi deposito, io sin dal giorno successivo la pronuncia della sentenza avevo cercato l'assistenza di un legale per verificare se vi fossero le condizioni per presentare una denuncia in ordine ai fatti avvenuti in mia presenza nel corso del processo Calabresi e che a mio giudizio potevano costituire irregolarità anche penalmente rilevanti. Ribadisco che in occasione dei miei incontri con Staiti Di Cuddia, Sergio D'EIia ed Enrico Deaglio io parlai esclusivamente degli episodi che si erano verificati nel corso del giudizio prima della Camera di Consiglio finale.

 

Nel memoriale il teste, dopo aver ripercorso quanto accaduto nel corso dei lavori della Corte d'Assise d'Appello durante la sessione conclusasi con la celebrazione del processo Calabresi (ricordando taluni episodi indicativi: a) di una sorte di generico pregiudizio manifestato dal dott. Della Torre nei confronti di tutti gli imputati dei processi che sarebbero stati trattati dalla Corte; b) della posizione di "predominio" che i giudici togati avevano nei confronti dei giudici popolari anche nei momenti decisionali; c) del chiaro pregiudizio manifestato dal magistrato nei confronti degli imputati del processo Calabresi) affermava:

.................

IL PROCESSO A CARICO Dl BOMPRESSI, PIETROSTEFANI e SOFRI.

8) Dopo il periodo estivo, il giorno 21 settembre 1995 fummo convocati per la presentazione del processo, nel corso del quale ci vennero indicate le questioni rilevanti da discutere, distinguendole dai fatti ormai prescritti.

Della Torre disse: "i testimoni a discarico non sono credibili perchè hanno parlato dopo sedici anni". Ribattè il dott. De Roggero "anche Marino aveva parlato dopo sedici anni, accusando i tre imputati".

9) Il 28 settembre si tenne la prima udienza del processo contro Bompressi, Marino, Pietrostefani e Sofri e rinviato al 12 ottobre.

10) Il 12 ottobre la difesa della parte civile tentò di ricusare il giudice a latere, dott. De Ruggero.

Il collegio si ritirò per esaminare la questione.

Il dott. Della Torre disse di andare dal dott. Salafia per, esaminare se vi fossero dei vizi nella nomina.

Il dott. De Roggero, assente il presidente, disse agli altri componenti del collegio giudicante, i giudici popolari, che il vero motivo di ricusazione era quello della ideologia politica in quanto noto esponente di Magistratura democratica. In realtà, aggiunse il dott. De Roggero, egli aveva dimostrato di essere di ben altro avviso in tema di condanna/proscioglimento degli imputati.

L' impressione era che il dott. De Roggero avesse subito la minaccia di ricusazione come un messaggio trasversale.

11) Nel corso del dibattimento il dott. Della Torre ci disse: "se Sofri confessa non ho difficoltà ad accordare a tutti le attenuanti prevalenti rispetto alle aggravanti".

A differenza della difesa di parte civile (in particolare l'avv. Ascari) il procuratore generale dott. Ugo Dello Russo mantenne un tono professionalmente distaccato e per questo il presidente Della Torre ci disse che era stato poco efficace (anche perchè il p.g. chiese le attenuanti per tutti gli imputati, eccetto Adriano Sofri).

12) Dopo l'arringa dell'avv. Pecorella il presidente Della Torre disse che sulla direzione di fuga dell'auto dopo l'omicidio del commissario Calabresi era più credibile la versione di Marino rispetto a quella dei carabinieri. La circostanza influiva sulla colpevolezza degli imputati.

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Ricordate anche alcune discussioni avute con altri giudici popolari (che avrebbero manifestato perplessità sulla responsabilità degli imputati ma, al tempo stesso, la volontà di non porsi in contrasto con i giudici togati) e riferito di colloqui avuti, in camera di consiglio, con il Della Torre sul processo De Benedetti che il magistrato doveva presiedere di lì a poco, il Settimo così continuava:

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LA CONDANNA NON VENNE DELIBERATA SECONDO IL SISTEMA DELLA VOTAZIONE PREVISTO DAL 'ART. 527 C.P.P.- SAPEVAMO GIA' L'ORIENTAMENTO - MA AD UN CERTO PUNTO, IL VENERDI' VERSO MEZZOGIORNO, IL PRESIDENTE CHIESE: "TUTTI D'ACCORDO PER LA CONDANNA?"

NESSUNO RISPOSE E QUINDI IL PRESIDENTE SI SENTI LIBERO DI CONDANNARE GLI IMPUTATI E RINVIO' A DOPO PRANZO LA DECISIONE SULLA VALUTAZIONE DELLE CIRCOSTANZE.

VOTAMMO INVECE SULLA VALUTAZIONE DELLE CIRCOSTANZE. DE ROGGERO DISSE CHE CALABRESI AVEVA TRENT'ANNI, IL PRESIDENTE RAMMENTO' LA PROMESSA PER LA QUALE AVREBBE CONCESSO LE ATTENUANTI SOLO IN CASO DI CONFESSIONE DI SOFRI (NON AVVENUTA!): QUINDI NON ACCOLSERO LA RICHIESTA DELLA CONCESSIONE DELLE ATTENUANTI.

I GIUDICI POPOLARI VOTARONO QUATTRO A FAVORE DELLA CONCESSIONE DELLE ATTENUANTI (SETTIMO, PANERAI, PELLEGRINO, TUANA). A QUEL PUNTO IL PRESIDENTE SI MISE A SUPPLICARE DICENDO "QUI Ml ANNULLANO LA SENTENZA, DELLO RUSSO RICORRERA' E ANCHE L'AVVOCATO DELLO STATO, IN QUANTO CALABRESI ERA DIPENDENTE DELLO STATO". PANERAI E PELLEGRINI CAMBIARONO ALLORA IL LORO VOTO. IL PRESIDENTE CHIESE ANCHE A ME E ALLA TUANA DI FARE MARCIA INDIETRO, DI CAMBIARE IL NOSTRO VOTO, MA NOI FUMMO CONTRARI E RESTAMMO SULLA NOSTRA POSIZIONE. NESSUNO IN QUEL MOMENTO RICORDO' CHE IL P.G. DELLO RUSSO CHIESE LE ATTENUANTI PER BOMPRESSI E FORSE ANCHE PER PIETROSTEFANI. SE CE NE FOSSIMO RICORDATI, FORSE AVREMMO POTUTO CONTESTARE LA SUPPLICA DEL PRESIDENTE DELLA TORRE.

IL PRESIDENTE DELLA TORRE CI DISSE CHE RICONOSCERE LE ATTENUANTI ERA COME DIRE DI NON ESSERE CONVINTI DELLA COLPEVOLEZZA DEGLI IMPUTATI, il che potei appurare in seguito non era vero.

ADDIRITTURA SULLE INSISTENZE DEL PELLEGRINI, IL PRESIDENTE DELLA TORRE DISSE CHE SE, NON AVESSIMO CONCESSO LE ATTENUANTI SI SAREBBE IMPEGNATO A FARE LUI STESSO "DOMANDA DI GRAZIA" PER SOFRI E GLI ALTRI.

Sabato 11 novembre venne letto il dispositivo in pubblica udienza.

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Il Settimo concludeva il suo memoriale ricordando le circostanze già riferite nel corso della sua prima audizione.

Le affermazioni della TUANA e del SETTIMO trovavano parziale riscontro nelle dichiarazioni rese da un altro giurato, PANERAl Stefano il quale, pur escludendo che il presidente Della Torre avesse esercitato pressioni per pervenire ad una decisione anzichè ad un'altra, ha affermato:

Al termine dell'esame di tutti gli elementi quando si votò sulla colpevolezza o meno non vi furono contrasti. Le posizioni differenti erano invece sulla possibilità di riconoscere la prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti che avrebbe determinato la prescrizione del reato. Dopo la votazione su tale punto ci trovammo ad essere quattro per la prevalenza delle attenuanti e quattro per l'equivalenza. A quel punto il Presidente spiegò che la posizione del Marino era diversa da quella degli altri tre imputati e che pertanto un'eventuale conformità di giudizio sarebbe stata difficilmente motivabile. Il Presidente si dilungò in quella esposizione per circa mezz'ora dopo di che chiese di procedere ad altra votazione che si concluse con sei voti per la equivalenza e due soltanto per la prevalenza. Il problema era stato posto dal Presidente perchè come ho detto l'eventuale giudizio di prevalenza avrebbe comportato la pronuncia di estinzione del reato.

A fronte di tali risultanze certamente idonee a gettare pesanti ombre sul comportamento dell'indagato, stanno invece le dichiarazioni rese dagli altri giudici popolari PODRECCA Maddalena, PELLEGRINI Michele, PASSANISI Giuseppina e, con le precisazioni che si sono viste lo stesse PANERAI Stefano e, soprattutto il consigliere Luigi DE RUGGIERO. Costoro hanno tutti concordemente escluso che il dott. Della Torre abbia manifestato sin dall'inizio del processo una sua convinzione sulla colpevolezza degli imputati o comunque la sua volontà di pervenire ad una sentenza di condanna. Tutti, ancora, hanno decisamente escluso che nel corso della conclusiva camera di consiglio vi fossero state diverse formali votazioni concluse in modo differente e che la decisione finale fosse stata determinata da interventi non corretti del presidente. In particolare:

La teste PASSANISI, escluse qualsiasi comportamento preconcetto del presidente nel corso del dibattimento, in ordine a quanto avvenuto al momento della decisione, ha dichiarato:

D.R. L'esame degli atti e la discussione sui vari elementi da esaminare e giudicare in Camera di Consiglio si svolsero in modo del tutto regolare. E' ovvio che capitasse che qualche giudice popolare aveva dubbi anche tecnici sui problemi che si esaminavano e in quel caso ovviamente si chiedevano spiegazioni ai giudici togati che li fornivano con assoluta serenità. Posso dire che la mia impressione che qualcuno dei giudici popolari non avesse magari approfondito nel corso del dibattimento la conoscenza del materiale processuale. Tale impressione mi derivava dal fatto che qualcuno dei giurati in Camera di Consiglio, alla lettura di taluni atti, mostrava di non averla studiata adeguatamente in precedenza. Ciò rese necessario più volte soffermarsi a lungo su certi passaggi. Devo dire che tale impressione io la colsi soprattutto per uno dei giurati.

D.R. Al termine della discussione si procedette com'è ovvio alla votazione sulla colpevolezza o meno degli imputati ed essa diede risultati di 6 voti per la colpevolezza mentre gli altri due, pur manifestando convinzione per la colpevolezza, non erano d'accordo sulla pronuncia di colpevolezza tenuto conto del tempo che era passato. Ovviamente si trattava di un atteggiamento contraddittorio che comunque non incise sulla decisione. Successivamente, deciso che agli imputati sarebbero state concesse attenuanti generiche, si passò a votare per il giudizio di eventuale equivalenza o prevalenza con le aggravanti e ancora soltanto due dei giurati si espressero per la prevalenza perchè secondo loro, visto gli anni che erano trascorsi, non si potevano mandare in carcere quelle persone che ormai avevamo cambiato vita e si erano perfettamente inseriti nella società.

D.R. il presidente Della Torre in effetti spiegò come l'eventuale prevalenza delle circostanze attenuanti avrebbe determinato la prescrizione del reato, ma tale spiegazione fu data prima che si procedesse ad un'unica votazione su quel tema.

D.R. Prendo atto che la S.V. mi dice che altri giurati hanno riferito che l'intervento del Della Torre fu successiva ad una votazione che aveva dato esito di parità e procedette ad una ulteriore votazione sullo stesso argomento che diede poi un risultato diverso. Ricordo perfettamente che fu il dott. De Ruggiero a chiedere a ciascuno di noi di esprimersi sulla prevalenza o meno delle attenuanti e il risultato fu quello che ho già riferito.

D.R. E' vero che il dr. Della Torre dopo la votazione e quindi dopo che era già stata decisa la sentenza, disse che era anche possibile che i condannati potessero essere affidati ai servizi sociali o ottenere la grazia. Disse ciò come sua considerazione e non certamente per condizionare il voto di qualcuno perchè come ho detto la votazione era già avvenuta.

La teste PODRECCA, dopo aver chiarito di essere sì figlia di un ex poliziotto ma morto per cause naturali e non di servizio quando già da molti anni non era più in Polizia ha affermato:

Non è vero pertanto che il presidente Della Torre rendesse difficile la consultazione degli atti e ci avesse invitato a leggere soltanto la precedente sentenza d'appello.

D.R. Escludo che nel corso del dibattimento il presidente Della Torre o altri abbiano in alcun modo tentato di orientare il convincimento dei giudici popolari.

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D.R. Nel corso dell'esame degli atti e della discussione sui vari elementi da esaminare e giudicare in Camera di Consiglio non ho rilevato alcun comportamento da parte del dr. Della Torre o di altri che si potesse definire di pressione nei confronti della Corte.

D.R. Al termine della discussione si procedette com'è ovvio alla votazione sulla colpevolezza o meno degli imputati ed essa diede risultati di 6 voti per la colpevolezza e due contrari. Successivamente, deciso che agli imputati sarebbero state concesse attenuanti generiche, si passò a votare per il giudizio di eventuale equivalenza o prevalenza con le aggravanti e in questo caso il risultato di prevalenza fu determinato da un solo voto.

D.R. il presidente Della Torre in effetti spiegò come l'eventuale prevalenza delle circostanze attenuanti avrebbe determinato la prescrizione del reato, ma tale spiegazione fu data prima che si procedesse ad un'unica votazione su quel tema.

D.R. Prendo atto che la S.V. mi dice che altri giurati hanno riferito che l'intervento del Della Torre fu successiva ad una votazione che aveva dato esito di parità e procedette ad una ulteriore votazione sullo stesso argomento che diede poi un risultato diverso. Ribadisco che il mio ricordo è di una sola votazione per la eventuale colpevolezza e di una sola votazione sulle attenuanti. Certamente vi furono discussioni animate ma esse precedettero la votazione vera e propria che ripeto per me fu una sola a meno che anche la fase in cui ciascuno esprimeva la sua opinione non sia stata considerata da qualcuno come una votazione.

D.R. Nella fase della discussione è possibile che si fosse in situazione di parità, ma man mano che si andava avanti e si era invitati a motivare il perchè di una scelta vi fu difficoltà da parte di taluno a trovare argomenti in favore di una scelta anzichè di un'altra.

D.R. E' vero che il dr. Della Torre nel corso di quelle discussioni animate di cui ho parlato, tese a dare una risposta a noi giudici popolari su quali sarebbero state le pene, disse anche che eventualmente non sarebbero andati in carcere perchè sarebbero stati affidati al servizio sociale o avrebbero potuto richiedere la grazia.

D.R. Non so perchè il dr. Della Torre si sia espresso in quei termini che come di dice la S.V. non erano tecnicamente corretti.

Il teste PELLEGRINI ha affermato:

D.R. Escludo che nel corso del dibattimento il presidente Della Torre o altri abbiano in alcun modo tentato di orientare il convincimento dei giudici popolari. Capitava però che durante le pause del processo si parlasse dei protagonisti del processo, degli imputati, della loro personalità riferita al periodo storico in cui avvenne l'omicidio Calabresi, nonché di altre persone, (avvocati ecc.) e circostanze che emergevano durante il dibattimento.

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D.R. Nel corso dell'esame degli atti e della discussione sui vari elementi da esaminare e giudicare in Camera di Consiglio non ho rilevato alcun comportamento da parte del dr. Della Torre o di altri che si potesse definire di pressione nei confronti della Corte.

D.R. Stilato un programma di lavoro così come risulta annotato in un mio personale quaderno di lavoro che avevo iniziato contestualmente all'inizio della discussione in Camera di Consiglio, il 6 novembre 1995, si procedeva secondo l'ordine prestabilito. Ad uno ad uno venivano esaminati tutti i punti che io ho segnato sul quaderno e per ognuno di essi i giudici singolarmente esprimevano la loro decisione che, risultando nell'insieme maggioritaria, consentiva di andare avanti nel programma. I giudici togati hanno sempre votato per ultimo fatta eccezione di due casi in cui abbiamo chiesto noi di votare loro per primi.

A questo punto raccolte le risposte il P.M. si allontana e la verbalizzazione prosegue a cura degli Ufficiali di P.G.

D.R. Per quanto riguarda la valutazione sulla prevalenza delle circostanze aggravanti ed attenuanti io ricordo che vi è stata una sola votazione che conclusa con il riconoscimento a maggioranza delle sole circostanze aggravanti, come risulta dalla sentenza. Non ricordo con quali numeri si era conclusa la votazione.

D.R. Prendo atto che gli altri testi hanno riferito di due votazioni per la prevalenza delle circostanze aggravanti ed attenuanti, ma io ne ricordo una sola.

D.R. E' vero che prima di iniziare la discussione sulla prevalenza delle circostanze il presidente Della Torre ed il dr. De Ruggiero spiegarono il meccanismo delle applicazioni delle circostanze spiegando quali effetti avrebbero avuto sul reato ed in particolare che quelle attenuanti avrebbe consentito di prescrivere il reato.=

D.R. E' vero che i giudici togati nel corso di quelle discussioni di cui ho parlato ebbero a dire che in caso di non riconoscimento delle attenuanti, gli imputati avrebbero eventualmente scontato meno anni di pena di quelli previsti dal codice, per effetto di alcune cause quali la buona condotta, eventuali amnistie ed altre.

Del teste PANERAI siè già detto.

Decisiva, infine, la ricostruzione dei fatti offerta dal consigliere a latere della Corte, dott. Luigi DE RUGGIERO, il quale dopo aver spiegato le ragioni per le quali nel corso della sessione vi era stato un avvicendamento tra la dott.ssa Fazio e lui stesso come. a componente della Corte e i motivi che avevano determinato la P.C. a presentare una istanza in cui lo si invitava ad astenersi ha precisato:

.................. Per quel che ho visto e comunque per quanto riguarda gli scambi di opinione intervenuti con me, mai il Presidente della Corte manifestò un qualche pregiudizio di nessun segno. .................. All'inizio poi del dibattimento ho personalmente curato che ciascuno dei giurati ricevesse copia di alcuni atti processuali che ritenevo più significativi. Posso anche aggiungere che in ogni caso gli atti processuali contenuti, se non sbaglio in 47 faldoni, sono sempre stati a disposizione dei Giudici popolari, i quali spesso negli intervalli delle udienze dibattimentali o alla fine delle stesse li consultavano riuniti tra loro in piccoli gruppetti. Tutti gli atti processuali li abbiamo poi ovviamente portati con noi nella Camera di Consiglio e più volte, ogni volta che ci sembrava di doverlo fare, li abbiamo letti insieme durante la discussione.

Posso anche aggiungere, sia per assumermi tutte le responsabilità che mi competono, sia per mostrare a quanto poco accentratore e "decisionista" sia stato l'approccio del Presidente Della Torre, e sono stato da lui incaricato di predisporre uno schema degli argomenti che potesse servire quale utile ordine logico della discussione in Camera di Consiglio. La circostanza si evince, credo, anche dalla missiva indirizzata dal Presidente Della Torre in data 20.11.1995 al Presidente della Corte, missiva che su sua richiesta le produco nella copia che mi è pervenuta a suo tempo.

A questo punto il P.M. informa il dr. De Ruggiero delle dichiarazioni rese da alcuni testi ed in particolare Tuana Marilena e Settimo Giovanni, dando anche lettura di alcuni passi delle loro dichiarazioni, circa le modalità con le quali si sarebbe svolta la Camera di Consiglio finale e si pervenne alla affermazione suIle responsabilità degli imputati e al giudizio di comparazione fra le circostanze attenuanti e aggravanti.

...............................

Il dr. De Ruggiero risponde:

contrariamente a quel che hanno affermato i due testi da lei citati, la Camera di Consiglio si è svolta con assoluta regolarità ed anzi con impegno e partecipazione da parte di tutti. E' stata particolarmente approfondita su ciascuna questione e su ogni argomento è stato sempre sollecitata l'opinione di ciascuno. Ad esempio non è vero che si sia arrivati immediatamente alla affermazione delle singole responsabilità, giacchè queste conclusioni hanno richiesto numerosi passaggi logici. In effetti è vero che una delle ultime questioni affrontate è stata quella del giudizio di comparazione tra le circostanze del reato. Ma anche su questa questione ricordo una discussione seria e serena come tutte le altre. Voglio dire che non ogni giro di opinione su una determinata questione deve essere inteso come una formale votazione, giacchè è ovvio che gli argomenti portati da ciascuno possono incidere ed anzi tendono ad incidere sulle opinioni degli altri. Appartiene alla saggezza del Presidente comprendere quando la discussione sia esaurita e dunque è il caso ormai di procedere ad una votazione o comunque di prendere atto delle opinioni ormai cristallizzatesi. Escludo assolutamente che siano mai stati usati toni tesi o che qualcuno abbia mai alzato la voce in Camera di Consiglio o che si siano mai creati scontri "personalizzati" fra i giurati.

Posso anzi spiegare visto che lei me ne accenna che l'argomento della "grazia" è stato usato in Camera di Consiglio nei termini che mi pare siano fedelmente riportati nella motivazione della sentenza: a fronte dell'insistenza dei difensori sul mutamento del clima politico e sociale quale unico argomento per affermare la prevalenza delle attenuanti generiche, si è detto che questo argomento non appartiene propriamente al Giudice, ma al "Sovrano", costituendo motivo per il quale il Presidente della Repubblica o il Parlamento possono concedere grazie, amnistie o indulti.

Escludo che qualcuno abbia mai sostenuto, e certo né il Presidente Della Torre né io, che l'eventuale condanna per omicidio volontario non avrebbe mai di fatto comportato la carcerazione dei condannati.

Il complesso delle risultanze sopra esposte non consente di affermare che il dott. Della Torre abbia abusato dei suoi poteri di presidente della III Sezione della Corte d'Assise d'Appello di Milano allo scopo di indurre gli altri componenti del collegio ad assumere decisioni contrastanti con la loro volontà ovvero abbia commesso irregolarità tali da alterare il corretto iter con cui la Corte pervenne alla sentenza pronunciata l'11.11.1995. L'inidoneità degli elementi raccolti a sostenere in fatto l'ipotesi accusatoria rende, peraltro, del tutto inutile ogni possibile eventuale approfondimento per verificare se il comportamento del Della Torre fosse finalizzato ad arrecare danno agli imputati del processo Calabresi.

Di certo non è questa la sede per porre questioni di carattere generale (peraltro da tempo oggetto di discussione nelle competenti sedi legislative) sulla composizione delle Corti d'Assise, né sulle problematiche (altrettanto vive e forse anche esasperate proprio dalla vicenda processuale che sta a base di questo procedimento) che si presentano allorchè il Giudice è chiamato a decidere su fatti verificatisi tanti anni prima e in un contesto del tutto diverso rispetto a quello in cui si celebra il processo Non v'è dubbio, però, che di queste generali tematiche bisogna tenere conto per spiegare il perchè all'interno di un collegio formato da due giudici togati e sei giudici popolari sia potuto accadere che taluni avessero una percezione di quanto andava accadendo in termini così diversi rispetto agli altri. Questo P.M. non ritiene, infatti, anche tenuto conto dei particolari ricavabili nelle dichiarazioni dei componenti della Corte, che il Settimo e la Tuana, in particolare, abbiano riferito i fatti in modo diverso da come li hanno "vissuti" o "percepiti". Costoro (esclusa la dolosa volontà di "inquinare" l'ulteriore sviluppo del processo) hanno, invece, e con evidente sofferenza, riferito i problemi di coscienza che erano stati suscitati in loro dal partecipare (dopo altri cinque processi conclusisi con pronunce contrastanti tra loro) a decisioni che incidevano così gravemente sulla vita di persone che si erano presentate loro in modo ben diverso da come potevano risultare descritte negli atti e in un contesto temporale radicalmente mutato. Ecco, quindi, che, quelle che erano discussioni, anche particolarmente sentite, sul merito e su questioni procedurali sono state interpretate, anche a ragione di qualche frase inopportuna e considerazioni atecniche del dott. Della Torre, come interventi al di fuori delle regole e come prevaricazione della volontà di taluno dei giurati.

 

Rilevato, pertanto, che gli elementi raccolti sono inidonei a sostenere l'accusa in giudizio, va richiesta l'archiviazione del procedimento;

Di tale richiesta deve essere dato avviso al denunciante Adriano Sofri che, direttamente e tramite il suo difensore, ha fatto espressa richiesta ex art. 408 II comma c.p.p.

Invero secondo l'interpretazione della Suprema Corte ha diritto all'avviso ex art. 408 II comma c.p.p. soltanto la "persona offesa" del reato cioè titolare dell'interesse specifico direttamente protetto dalla norma penale incriminatrice e non anche la persona danneggiata di riflesso dal reato. Tale giurisprudenza si è però formata, soprattutto con riferimento al reato di cui all'art. 323 c.p., per quelle ipotesi in cui l'azione del soggetto attivo del reato è esclusivamente lesiva dell'interesse dello Stato all'ordinato funzionamento della p.a. e diretta a perseguire l'interesse del favorito. Diversa deve essere considerata l'ipotesi, come nel caso in ispecie, in cui la contestazione riguarda comportamenti del p.u. non solo lesivi dell'interesse primario tutelato dalla norma, il corretto funzionamento della p.a., ma anche finalizzati ad arrecare danno al terzo. In tale ipotesi non v'è dubbio che il reato de quo assume caratteristiche plurioffensive e il danneggiato diretto, e non di riflesso, assume le qualità di persona offesa anche ai fini del diritto all'avviso di cui all'art. 408 II comma c.p.p. (in tal senso, ad esempio, vedesi Cass. Sez. VI - Cc 30.5.1994 (dep. 1.9.1994) Raimondi - n. 199535 - dove tale principio è ricavabile proprio dalla distinzione tra abuso in favore, con la presenza di persona danneggiata di riflesso dal reato, e abuso in danno, dove il danneggiato assume la veste di vera e propria persona offesa).

visto l'art. 4O8/411 c.p.p., 125 disp. att. c.p.p.

CHIEDE

che il Giudice per le indagini preliminari in sede voglia disporre l'archiviazione del procedimento e ordinare la restituzione degli atti a questo Ufficio.

Dispone che, a cura della Segreteria, sia notificato avviso della presente richiesta al denunciante-persona offesa Sofri Adriano - con domicilio eletto presso il difensore avv. Marcello Gentili, piazza V Giornate n.1, Milano - con avviso che nel termine di giorni 10 può prendere visione degli atti e presentare opposizione con richiesta motivata di prosecuzione delle indagini preliminari;

Manda alla Segreteria per gli adempimenti di competenza.
Si trasmette l'intero fascicolo.
Brescia, lì 25 marzo 1997

IL PUBBLICO MINISTERO
dott. Fabio SALAMONE

Depositata nella Cancelleria del Giudice in data

Il ricorso di Adriano Sofri