La revisione

Rossana Rossanda

Il Manifesto, 18 dicembre 1997


N ON SARA' indolore accogliere l'istanza di revisione della condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani presentata dall'avvocato Gamberini alla Corte d'appello di Milano. Ma sarebbe ancor meno indolore respingerla.

Essa compie quel salto nella lettura del rinvio a giudizio che andava fatto già al processo di prima istanza, quando i carabinieri ammisero che, prima di presentare il Marino alla magistratura milanese, lo avevano intrattenuto nottetempo per oltre due settimane. Con il colonnello Bonaventura, esperto di antiterrorismo, veniva giù da Milano a Sarzana apposta. I conciliaboli, mai verbalizzati, sarebbero rimasti segreti se un modesto prete non avesse innocentemente detto in aula di quel via vai notturno. Poiché la tesi accusatoria si fonda soltanto sulla crediblità di Marino, l'Arma teneva a non far sapere che tanto spontaneo e improvviso il racconto dell'uomo non era: si sarebbe potuto pensare che era stato filtrato, se non addirittura suggerito.

Di questa menzogna nessuno chiese davvero conto ai carabinieri. E qui sta la seconda enormità. Perché i casi sono due: o la procura di Milano, nelle persone del dottor Pomarici e poi del dottor Lombardi, è sotto l'inganno dei carabinieri quando ne avalla la versione nel rinvio a giudizio, oppure sa che essa è falsa ma è d'accordo con loro nel sottrarre una prova fondamentale sulla credibilità di Marino. Nel 1988 o l'Arma o la procura hanno mentito.

E non si sono mai corretti. I carabinieri guidano Marino nel bizzarro riconoscimento dell'appartamento dove avrebbe preparato l'attentato, o lo inducono nei loro stessi errori sull'identikit dell'omicida. Il colonnello Bonaventura dichiara che per lui "andava da sé" che Lotta Continua avesse ucciso Calabresi. Da bravo sceriffo, li deve incastrare con le buone o le cattive e quando le cattive vengono alla luce neppur sente il bisogno di difendersi.

Né si correggono i giudici, soltanto un'analoga convinzione e idea di "efficacia" spiega come tutte le corti, eccezion fatta per la Cassazione nel 1992, abbiano fatto agevolmente a meno di riscontri effettivi, abbiano screditato le testimonanze contro l'accusa e largheggiato con le altre, spingendosi fino a stravolgere le dichiarazioni, o far dichiarare un defunto, per non parlare della calma con la quale accettano la distruzione delle prove prima del processo, e non chiedono esami e perizie che, come l'istanza dimostra, si potevano ben fare.

L'istanza di revisione chiama finalmente con il suo nome quel che somiglia, più che a una serie di sbagli, a una montatura che una volta partita cresce su stessa, coinvolgendo un tribunale dopo l'altro. E' il riordino e la minuziosa verifica di tutti i materiali che getta una luce impressionante anche su quel che sapevamo. Il ricorso porta inoltre elementi nuovi. Non molti. Uno, enorme, la dichiarazione di una persona presente all'attentato che inutilmente dice di aver riconosciuto l'assassino al dottor Allegra della questura di Milano - quello dell'interrogatorio a Pinelli - e dal suo ostinato fingere di non sentire deriva un grande spavento, durato troppo a lungo. Altri minori, ma non meno ripugnanti, come il documento d'un tale dei Ros di Trapani che si dice convinto, in comune con la procura di Milano, che Rostagno sia stato fatto ammazzare da Sofri o i suoi amici, sempre per celare l'assassinio di Calabresi. Brutta faccenda, fra apparati che non osano smentirsi.

In che paese viviamo? si chiede Salvatore Mannuzzu a proposito del testimone azzittito e delle prove sparite o sostituite. Sì, in che paese viviamo? Quale idea di sé e dei propri diritti e doveri regge l'Arma dei carabinieri e le corti giudicanti? L'istanza di revisione va raccolta, non solo per restituire libertà ai tre condannati, ma per restituire a noi qualche fiducia nelle istituzioni della giustizia.