Né giustizia né grazia

Rossana Rossanda

dal Manifesto, 29 ottobre 1997


CHE CONFUSIONE. Forse ne siamo responsabili anche noi, che da tempo ci muoviamo per un indulto sugli anni di piombo. Ma la vicenda di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani non appartiene a quella storia, come sembra credere il presidente della repubblica nella sua lettera ai presidenti delle Camere.

Non per questo avevamo chiesto la grazia per i tre. Non ci sarebbe stata ragione di chiederla per loro e non per altri. Al presidente chiedevamo un gesto che riparasse in sede non giudiziaria quel che era stato prodotto da un itinerario giudiziario al limite del principio della prova e del pregiudizio favorevole all'accusato in caso di dubbio. Perché quel che è chiuso giudiziariamente non per questo è chiuso nella verità e nelle coscienze. Esistono gli errori giudiziari, esiste un dubbio nella testa di moltissimi italiani, e se questo è difficilmente riparabile ormai in sede di diritto, aveva da esserci una strada che, senza calpestare l'indipendenza dei giudici, se ne facesse carico.

Il presidente della repubblica non ritiene di percorrerla perché, scrive, sarebbe un'interferenza. Ma pensa che lo sarebbe perché ritiene che una colpevolezza possa essere sancita dal convincimento dei giudici anche senza prove. Pensa che verità e verità giudiziaria siano la stessa cosa. Per questo non ha osato inserirsi in quello spiraglio che le separa. Certo, con un gesto di sovrano arbitrio, che non a caso la Costituzione gli consente. Non saprebbe difenderlo, lo riterrebbe un "quarto grado di giudizio". La grazia non si può mai dare a un innocente ma soltanto a chi è colpevole, e confesso.

Oggi noi temiamo per i nostri tre amici. Essi pensano, e troppo tranquillamente scrivono, che dal carcere non usciranno vivi. Che non reggeranno a un destino irrazionale come una malattia. Altri possono puntare con ragione sull'indulto, come un'effettiva deposizione delle armi, legali e illegali, fra storia e presente. Ma sono coloro che hanno anche terribilmente agito, e quindi rivendicato - senza rivendicazione non c'è un gesto politico - e avevano messo in conto un prezzo da pagare: uccidere un uomo non è semplice per nessuno, chi lo ha fatto se lo porta dentro come una scelta politica e una colpa umana, ambedue non rinnegabili.

Ma chi non ha ucciso? Chi non ha rivendicato perché non ha colpito? Come vivrà? Neanche la grazia avrebbe liberato Sofri, Bompressi e Pietrostefani dalla sciagura che gli è caduta addosso. Questo potrebbe farlo soltanto una revisione del processo. Ma è da temere che i 25 anni trascorsi dall'omicidio Calabresi, e la mancanza di indagini fatte in tempo, una volta frettolosamente chiuso il fascicolo Nardi, renderanno la revisione difficile. Anche questo faceva del caso un caso assolutamente a parte. Anche per questo li volevamo fuori a combattere questa ultima e incerta battaglia.

Contro la quale peserà la lettera del presidente. In questa materia non ci sono scelte puramente di metodo, tutte incidono nella sostanza. Non è che il capo dello stato non sia intervenuto, è intervenuto contro il dilemma morale posto dal dubbio, che tanta parte del paese aveva messo nelle sue mani.

Ci attendevamo da Scalfaro, che non ha temuto in passato di essere isolato in nome di quel che crede, una parola diversa. Così come, per esser franchi fino in fondo, ci inquieta che sull'indulto assieme incoraggi il parlamento a risolversi e scoraggi un'iniziativa di segno generale. Dunque ognuno ne beneficierebbe soltanto se consegnato a nuovi processi su meriti e demeriti extragiudiziali? Ci auguriamo di aver capito male. Importa che il parlamento decida con chiarezza, senza ricorrere ancora a confessionali e confessioni, che non sono state gloriose per la repubblica e delle quali perfino la chiesa più avvertita sa che è tempo di liberarsi.