Rossana Rossanda

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

dal Manifesto, 23 ottobre 1997


 

Signor Presidente,
so bene che il solo residuo del potere sovrano che è assicurato a Lei - per il resto custode, e io ritengo attento custode, nella lettera e nello spirito, della Costituzione - è quello di grazia. E credo che sia anche il solo che senza irriverenza possa chiederLe di esercitare una cittadina, senza bisogno di mediazioni e con qualche fondata speranza di non incontrare il silenzio. Le chiedo la grazia, e non sono la sola, per le tre persone che non possono farlo senza ammettere una colpa che non hanno commesso, e che nessuno in coscienza può ritenere senz'ombra di dubbio colpevoli, e che pure sono state condannate, sembra senza possibilità di ricorso, per l'uccisione del dottor Luigi Calabresi: Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Non si attendevano la condanna e si erano consegnati nel modo più limpido al processo, certi della loro innocenza, stupiti della inconsistenza dell'accusa. Fino all'ultimo hanno creduto che questo sarebbe stato riconosciuto. Che non lo fosse, li ha come folgorati, non accettano questa sorte e si lasciano andare in carcere allo sfinimento e, temo, a decisioni più gravi. Si può, anzi si deve capire. Sono stati condannati a nome del popolo italiano, ma il popolo italiano esiterebbe a firmare la condanna: Lei lo vede, e non solo in questi giorni. Molti avrebbero levato la voce allarmati prima, quando l'iter giudiziario era ancora aperto, se non avessero confidato che nessun errore sarebbe stato commesso dalle corti, o che almeno il dubbio di tutti sarebbe stato rispettato.

Non è stato così. Molti di noi non si rassegnano a che il processo non sia riaperto, perché quel che a Sofri, Bompressi e Pietrostefani sembra dovuto non è clemenza ma giustizia. Ma non sappiamo se questo potrà essere e sarà. E intanto? Neppur possiamo far nostra un'espressione di scarso senso, fiat iustitia, pereat mundus, perché pensiamo che giustizia non sia stata fatta. Per questo non ci resta che chiedere, prima che sia tardi, un Suo gesto di grazia, finché uno spiraglio di revisione non si apra, se mai può aprirsi dopo tanto tempo: gli assassini di Calabresi hanno saputo proteggersi con una così totale distruzione delle prove che in Italia non appartiene certo alle azioni, anche le più violente, della sinistra.

Ma non sollevo una polemica nella quale Ella non può, comprensibilmente, entrare. Chiedo, chiediamo, un gesto che sani sotto il profilo umano quel che in altra sede è stato ferito. Abbiamo letto qualche mese fa che di Sua iniziativa Ella pensava a una forma di grazia nei confronti di alcuni protagonisti degli anni di piombo, visto che il Parlamento non sa decidersi a riportare almeno alla misura dei tempi di pace le pene sovraggravate di quella stagione di guerra, una guerra tremenda ma non mossa da indegni interessi, cosa che per la generazione Sua e mia, perdoni se mi affianco a Lei nel dubbio privilegio dell'età e della memoria, conta. Ma sembra che questa sua iniziativa si sia arrestata, e per la verità credo che tocchi alle Camere chiudere con saggezza quel periodo. Ma di fronte a tre persone che dovrebbero finir la vita in carcere per un'azione non commessa, quale Parlamento può intervenire? Soltanto Lei può, signor Presidente. Il solo rischio cui espone la Sua figura, e so che in questo non la ferma una preoccupazione privata, è di generosità. E' il migliore, forse il solo, che si addice a una figura, in questo caso, sovrana. La prego, ci risponda. Con speranza, anzi fiducia.