"Gli imputati dovevano essere assolti"

Paola Sacchi intervista Stefano Rodotà, da L'Unità, 12 novembre 1995

"La formula americana per cui la condanna arriva solo quando la colpevolezza dell'imputato è stata provata al di là di ogni ragionevole dubbio è la formula della civiltà giudiridica. Io credo che è quella implicita ormai anche nel nostro sistema. Ma, ora, di fronte a queste carte io non credo che nessuno possa dire che ogni ragionevole dubbio sia stato superato...". Stefano Rodotà commenta a caldo la sentenza che condanna a 22 anni Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Una decisione che giudica "estremamente grave, sorprendente, ingiustificata".

Allora, la decisione della Corte d'Appello di Milano giunge dopo un lungo e frastomante carosello di condanne e assoluzioni. Che ne pensa professor Rodotà? La mia reazione non può che essere di incredulità dopo una vicenda così lunga e dopo l'intensa discussione svoltasi sia all'interno dei diversi gradi di giurisdizione sia nell'opinione pubblica. Io credevo francamente che tutto ciò avesse chiarito i limiti dell'impianto accusatorio.

E, invece, pare che si ricominci da capo... Sì, ora ci ritroviamo a partire da capo. Devo dire, certo, che in questi casi si usa sempre la clausola prudenziale in base alla quale si aspetta di leggere le motivazioni della sentenza. E però io sono tra quelli che hanno avuto occasione di vedere molte di queste carte, le sentenze precedenti, quindi mi sento non dico di sbilanciarmi, ma di esprimere il mio giudizio anche prima che queste motivazioni vengano. Ripeto, di fronte alla debolezza di quell'impianto accusatorio, mi sembrava del tutto naturale e corrispondente al direi elementare criterio di giustizia che si assolvessero gli imputati da un'accusa così grave e sostenuta da indizi così deboli, contraddittori. Un'accusa sostenuta da indagini che hanno manifestato non solo estrema approssimazione ma anche molti dubbi: il rapporto di Marino con i carabinieri...

Un passato lontano sembra quindi tornare con tutti i suoi in quietanti dubbi, fantasmi ed aloni di mistero mai fugati. Insisto, ci troviamo di fronte ad una fragilità di fondo dell'impianto accusatorio e anche a dubbi su come nasce questo impianto accusatorio. Una inconsistenza che viene fuori chiaramente leggendo tutti i pronunciamenti precedenti sia quelli di condanna sia quelli di assoluzione.

Ma qui siamo in presenza ad una condanna a 22 anni di reclusione, una decisione che i magistrati avranno ben ponderato... Io lo giudico un fatto estremamente grave tenendo conto del particolarissimo caso che abbiamo di fronte, all'insistenza dei magistrati di voler ad ogni costo tirare da quelle premesse questa conclusione accusatoria. Ripeto, a me sembra che non ci fossero gli elementi...

Sono tempi in cui il tema della giustizia è al centro del dibattito. Nelle sue considerazioni si riferisce anche alla discussione generale di questi giorni? No, assolutamente. Questa è una vicenda di straordinario rilievo e a mio giudizio anche di grande gravità, ma, per carità, non mettiamo tutto nel calderone, non diventi questo un altro elemento accusatorio della magistratura. E' un caso che va valutato per la vicenda particolare che esprime.

C'è una vicenda giudiziaria e c'è il lungo incubo umano dei suoi protagonisti diretti ed indiretti. A Sofri cosa si sente di dire in questo momento? Mi sono occupato a lungo di questa vicenda, per collaborare con la giustizia ma anche per esprimere una testimonianza nei confronti di persone come Sofri tirate in questa storia da un impianto accusatorio che mi sembra inconsistente. La solidarietà personale mi pare che sia del tutto ovvia.


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