Il doppio processo

 

Jacqueline Risset

Il Manifesto, 2 ottobre 1997


Abbiamo voluto cominciare questa lunga conversazione in carcere con Adriano Sofri tornando a quello che scriveva per il manifesto lo scorso 23 maggio, e precisamente laddove interpretava la sentenza contro lui, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani come una demonizzazione retrospettiva di Lotta Continua, assimilata al successivo terrorismo.

Ebbene, pensi che il bersaglio Lotta Continua sia ancora attivo?

Io sono persuaso di sì, sono persuaso che sia stato in larga misura alla sorgente, alle premesse della nostra storia, e che sia in misura ancora maggiore durante tutta la nostra storia, che è ormai lunghissima, il bersaglio assolutamente essenziale. Tutta la nostra è una storia molto fastidiosa, perché completamente stupida. Cioè non è solo brutale, anzi non è neanche più brutale, perché talmente anacronistica da diventare grottesca. L'unico senso che vi si possa trovare, dato che perseguitarci personalmente non è una cosa sensata per nessuno, e forse neanche per i nostri persecutori, sta in questa incriminazione di Lotta Continua e, attraverso Lotta Continua, di tutto il movimento che comincia alla fine degli anni '60, non semplicemente come incubazione di varie cose tra le quali anche una deformazione terroristica, ma come un movimento già terroristico, quindi con retrodatazione di una scelta terroristica molto precoce e con imputazione di un terrorismo proprio di vecchio genere, quello di un gruppo dirigente che fa sedute clandestine, che vota a maggioranza degli omicidi; cioè a dire con una deformazione della realtà assolutamente ridicola, consentita solo dalla perdita, più che di memoria, di dignità mentale delle persone a distanza di 25 anni. Però anche con un effetto di megalomania storiografica, oltre che morale. Si dice, in altre parole: il terrorismo non comincia a metà degli anni '70: comincia con la formazione di questi gruppi a ridosso del '68, '69. Ottenendo con ciò una tesi politicamente e storicamente piena di conseguenze, perché il terrorismo diventa così praticamente coevo, se non addirittura antecedente, al terrorismo di destra e dello Stato. Si cercherà di costruire su questa tesi, o di ricostruire - perché era una tesi già vecchia -, una specie di revisionismo, per cui la stessa strage di Piazza Fontana diviene una sorta di compensazione o di pendant di centro destra alle violenze della sinistra...
Tutto questo è la vera posta del nostro processo, ammesso che ne abbia una. Io tendo soprattutto a sostenere che non c'è nessuna sensatezza in questa storia. Dal mio punto di vista, la cosa veramente insopportabile è che mentre io avevo accettato l'idea, in quel periodo che non è stato così lungo, ma importante per me che avevo una grande responsabilità - superiore certamente alle mie forze, però me la prendevo -, in quel periodo avevo accettato l'idea che la violenza e il ricorso alla forza potessero essere indispensabili.

Questa idea era molto corrente allora. Io ero nella rivista "Tel Quel" in quegli anni, che era una rivista letteraria. Si pensava, si parlava nello stesso modo.

Ma è un periodo in cui c'era una fortissima reazione contro l'impiego di parole giuste e belle, "pace" eccetera... usate in modo diciamo anestetico, da una parte per fare da alibi ai bombardamenti col napalm sul Vietnam, dall'altra per rendere la gente entusiasta del consumismo recente... Più che i testi impegnativi, secondo me bisogna studiare le cose cui allora badavamo poco, i testi delle canzoni, canzonette politiche. Non avevamo testi nobili di canzoni come quella di Calvino Oltre il ponte, che, come sai, è molto utile per la mia idea attualistica. Ti ricordi come fa quella canzone: "Avevamo vent'anni e oltre il ponte/ oltre il ponte che è in mano nemica/ vedevamo l'altra riva, la vita/ tutto il bene del mondo, oltre il ponte...". E' la storia del periodo in cui si stava di qua o di là, e poi invece della ricaduta. Diceva anche: "Ormai tutti han famiglia, hanno figli/ che non sanno la storia di ieri. Io son solo e passeggio tra i tigli/ con te, cara, che allora non c'eri". Le canzoni di allora nominavano il termine "guerra" con una sorta di famelico apprezzamento. Era una cosa agghiacciante se tu la guardi in astratto. Così la canzone Contessa di Pietrangeli a un certo punto diceva: "Ma se questo è il prezzo/ vogliamo la guerra/ vogliamo vedervi finire sotto terra..." In tribunale, le letture danno questo esito: si prende un verso e si dice "Vi condanniamo per incitamento alla guerra".
Tutto questo è particolarmente offensivo. In quel periodo noi avevamo una specie di dedizione alla preparazione "spirituale". Se ne parlava poco, se ne vergognava, ma intanto ognuno si chiedeva "Ma io sarei capace di fare fronte alla tortura, di dedicare la mia vita, di sacrificarla, eccetera", e soprattutto se si aveva la capacità di costruire un movimento che sapesse affrontare questi compiti che poi sono quelli di ogni giovane generazione. Ma allo stesso tempo avevamo un rifiuto molto forte per il terrorismo, quindi per il primato dell'azione armata; un rifiuto fortissimo nei confronti di quello che apparve a noi la prima forma del terrorismo dello stato dei fascisti; ma molto forte anche quando apparvero le prime scelte che andavano in quella direzione.

Mi sembra che hai spiegato molto bene la specificità del vostro movimento quando hai descritto la vostra simpatia verso l'anarchia. Mi ricordo anche un articolo di Barbara Spinelli nel quale spiegava la differenza tra Italia e Francia dopo il '68 (assenza in Francia degli "anni di piombo" con il fatto che in Italia molti erano marxisti-leninisti mentre in Francia no).

Sì, anche se io sono meno incline a spiegare queste cose con la radice ideologica. Mi interessa di più spiegare la radice ideologica con altre cose. Comunque c'era in noi simpatia verso l'anarchismo tradizionale, seppure con un forte senso di superiorità. Lo vedevamo come una sorta di infanzia poetica del movimento operaio, alla quale eravamo legati. Mentre in altri c'era una specie di odio accanito contro l'anarchismo. E poi sicuramente, nella prima parte della nostra esperienza, contavano i riferimenti allo spontaneismo. Mi sono laureato sul Gramsci dei consigli di fabbrica. E Rosa Luxemburg era naturalmente una figura molto importante, perché di Rosa Luxembourg si poteva essere innamorati. A una donna si poteva così esporre la propria simpatia in termini non solo romantici ma anche sentimentali, pateticamente sentimentali, anche se poi, naturalmente, dovevamo fare i duri. Quindi c'era questa componente spontaneistica, antiburocratica, nel mio caso antistatalista, di cui mi sono sempre congratulato, perché è il frutto di un'educazione.

Umanistica?

Non solo, anche precedente - non un antistalinismo politico, ma morale. Io sono passato dall'antistalinismo di una donna come mia madre, cattolica e molto moralista, ad un antistalinismo di sinistra senza soluzione di continuità, senza dovere passare attraverso il pegno del culto dell'organizzazione, della forza, eccetera... Naturalmente noi abbiamo pensato, detto tante sciocchezze.

Forse bisogna ricordarsi che c'è stata allora una vera ribellione. Le bombe di Milano sono state uno scandalo...

Sì, scandalo è la parola giusta; perché in questo caso si arriva a dire parole che descrivono realtà innominabili, violentissime. Però poi ci si accorge che le parole che si sono usate, le si usava per così dire senza pensare che potevano corrispondere davvero ai fatti. Quando le cose accadono, ti accorgi che non hai creduto davvero che per esempio i tuoi nemici potessero fare davvero quelle cose lì. E questo è una cosa che si ripete ininterrottamente nel corso della vita, cosa di cui mi rallegro, perché nel momento in cui, non so, in un villaggio algerino succederanno le cose che stiamo leggendo in questi giorni e io capirò di aver creduto che potevano succedere, vorrà dire che sarò finito. Però al tempo stesso c'è la scoperta che si è sempre al di qua di quello che davvero può succedere. Noi scrivevamo dei titoli su Andreotti e la mafia. Quando poi ci hanno raccontato che rapporti c'erano tra Andreotti e la mafia - tutto ora è sub judicio - noi ci siamo accorti che non avevamo mai creduto a tutto questo... L'ideologia è una specie di schermo che riduce la gravità delle cose...

In Francia si dice: ma l'Italia è un paese democratico. Come può succedere che qualcuno sia condannato per la sola parola di un pentito?

Anch'io penso che l'Italia sia un paese democratico, anche se ritengo che stia andando verso la sua rovina. Guarda un caso come quello delle sentenze suicide. Il ricorso più frequente alle sentenze suicide è avvenuto in Italia nel dopoguerra, per riparare a sentenze frutto di intimidazioni, di paure ecc... Le giurie popolari nei processi di mafia venivano intimidite, ricattate dalla mafia, e quindi in qualche caso dei giudici onesti facevano il contrario, delle sentenze suicide per annullare la soluzione dei mafiosi e ottenere la ripetizione del processo. Dunque c'è un incrocio costante di buone intenzioni che corrispondono a violazioni della forma e viceversa.

In questo caso non mi pare che ci fossero molte buone intenzioni...

No, in questo caso c'erano le persone più malintenzionate di questo mondo. Guarda, questa storia del complotto si trascinerà sempre anche perché in larga parte è anche una specie di gioco di parole. E' la scelta di usare uno dei concetti che corrispondono anche a delle scelte di tipo psicologico. Ho detto diverse volte che preferisco non vedere un complotto che c'è piuttosto che vedere un complotto che non c'è. La paranoia mi pare la cosa peggiore, perché non ti rende meno intelligente, ti rende più intelligente, ma di un'intelligenza per la quale Otello strozza Desdemona. E siccome non mi piacerebbe strozzare Desdemona - vorrei regalarle un altro fazzoletto - allora... Questo non vuol dire che io non veda quanto ha contato un accanito pregiudizio nel fabbricare questa nostra storia. Il nostro processo è straordinario nella sua doppiezza. Cioè noi siamo processati per un omicidio comune. Contemporaneamente, nella motivazione della sentenza, si fa un lavoro storico-politico per cui si descrive questo come il primo attentato politico italiano. Quindi c'è un'inversione assolutamente parossistica, una confusione totale. Per cui siamo esclusi da qualsiasi provvedimento tecnico-giudiziario che riguardi i delitti politici o di terrorismo, cosa di cui mi congratulo, però allo stesso tempo siamo nei manuali giudiziari indicati come gli iniziatori del terrorismo italiano. Le parole che sono scritte nell'ultimo foglio della nostra sentenza sono due, "definitivo" e "perpetuo", parole che nel linguaggio comune si impiegano soltanto negli epitaffi. Sono le pietre messe sopra... Siamo interdetti di diritto in perpetuo...

Che cosa pensi che si possa chiedere alla gente, fuori, di fare per voi?

Guarda, mi dispiace di rispondere così, ma noi siamo molto contenti di tutto quello che la gente fuori ha fatto. Ma c'è una specie di separazione. I nostri obiettivi non coincidono, se non in parte. Comprensibilmente, le persone che sono fuori hanno come solo obiettivo di tirarci fuori da qui, mentre noi non abbiamo questo per obiettivo principale. Noi abbiamo il problema di ottenere un po' di giustizia sul nostro caso... Allora, nel momento in cui riprendiamo noi una iniziativa, quello che chiediamo agli altri è che ci lascino fare, cioè non facciano cose che siano per noi un ostacolo, una preoccupazione...