DA GRAMSCI A LEVI, IN DANTE
LE PAROLE PER DIRE LE COSE PIU' SACRE IN CARCERE COME NEL LAGER
IL COMPAGNO FEDELE DEI VECCHI PRIGIONIERI
Un poeta del carcere. I versi dell'infanzia cui aggrapparsi nella
segreta. Un incontro nel carcere di Pisa con Jacqueline Risset
si tramuta in una intervista sulla Divina Commedia
Adriano Sofri
Il Manifesto, 12 novembre 1998
Viene a trovarmi Jacqueline Risset: facciamo un'intervista
per il manifesto? Ma io non ho voglia di parlare del processo:
voi parlereste della nona sentenza, della venticinquesima ordinanza?
E poi Jacqueline Risset è scrittrice, poeta, traduttrice
della Divina Commedia in francese. Posso intervistarti io? - le
chiedo.
Ho raccontato su Panorama di un mio compagno di galera, calabrese
emigrato, piccolo e acuto, che si chiama Posidonio, ha 73 anni,
ha fatto tanti mestieri e soprattutto il gioco delle tre carte,
è stato comunista e lo è ancora, in mancanza d'altro
("Va Bene, dotto', uno non è più comunista,
ma che cos'è in cambio?") e ha imparato parecchi canti
di Dante a memoria, a cominciare da quando era bambino e andava
a servizio da un sarto, e poi nelle precoci prigioni. Ne fa un
uso quotidiano. Quando siamo fermi in fila, perquisiti, al cancello
dell'aria, borbotta piano: "... Esamina le colpe nell'entrata/
giudica e manda, secondo che avvinghia". Dante, l'Inferno
almeno, è il compagno fedele dei vecchi prigionieri. La
prima delle lettere dal carcere di Gramsci, nel 1926, è
indirizzata alla sua padrona di casa (non le arriverà mai):
"Gratissimo le sarei se mi inviasse una Divina Commedia di
pochi soldi, perché il mio testo lo avevo imprestato"
(e aggiunge, ahimè: "Se i libri sono rilegati, occorre
strappare il cartone..."). Gramsci si impegnerà a
un'interpretazione del canto di Farinata e Cavalcante, cui non
sarà estranea la sua esperienza di sepolto vivo; e tornerà
con affetto al suo antico maestro di studi danteschi, Umberto
Cosmo.Ho appena trovato un altro bel segno del modo in cui gli
italiani, e specialmente i prigionieri, trovano in Dante le parole
per dire le cose più sacre, nella corrispondenza dal carcere
di Vittorio Foa. E' il novembre 1938, e per descrivere la rivelazione
della persecuzione razzista, di cui tanto a lungo ci si era rifiutati
di vedere la brutalità, Foa ricorre, senza nominarlo, al
primo verso del IV dell'Inferno: "Ruppemi l'alto sonno ne
la testa" ("Come tutto ciò è accaduto
rapidamente, come fulmineamente ci è stato rotto l'alto
sonno nella testa!"). Come Primo Levi si aggrappasse a Dante
nell'inferno di Auschwitz, tutti sanno. Con Levi si tocca quella
soglia che, nel nostro secolo, ha separato la galera dal campo
di morte, impicciolendo e quasi intimidendo l'orrore della prima.
Leggo in Vasilij Grossman, Vita e destino: "Come sembravano
ingenue, perfino benignamente patriarcali, le vecchie galere che
occupavano il loro piccolo posto ai margini delle città,
in confronto a queste metropoli-lager, illuminate dal bagliore
rosso e nero, carico di terrore e pazzia, dei forni crematori".
"Ma anche alla prima vista del lager - dice Jacqueline -
è il verso di Dante che viene alle labbra". In Francia,
dice, non c'è un sommo come Dante, che il prigioniero si
porti nella memoria. Forse bisogna leggere Proust, ma, a parte
le altre differenze, non è 'popolare'. (Le ricordo la predilezione
dei prigionieri "politici" dopo gli anni '70 per Proust,
e la ricerca solitaria e asmatica della memoria). Il più
adatto resta forse Victor Hugo, quello della prosa più
che dei versi: di testi come L'ultimo giorno di un condannato".
Si sa che la Francia ha fatto eccezione: non ha un grande che
le stia come Dante all'Italia, e Shakespeare, Cervantes, Goethe,
ai loro paesi e alle loro lingue. Paese di una capitale, non ha
il suo poeta capitale. Forse perché è dominato da
uno spirito cartesiano, essenziale, lucido, sia pure accompagnato
da un'ombra. Non c'è un vincolo così forte con lingua,
musica e canto."Noi francesi invidiamo il Dante mandato a
memoria dagli artigiani o dai mezzadri toscani". Che poi,
penso, è l'antecedente del primato del melodramma, a spese
del romanzo. "Detto questo, non mancano certo gli autori
fatti per il prigioniero. Villon è un condannato. Montaigne
può aiutare. Stendhal certo: Julien Sorel e Fabrizio del
Dongo sono due prigionieri. E Baudelaire e Rimbaud, naturalmente.
Lo stesso Proust, che da ragazzo raccoglieva firme per Dreyfus,
non è una colombella: c'è in lui l'energia e l'allegria
di uno che pensa. Per la poesia, c'è in Francia una avarizia
strana, perfino ingiustificata rispetto alla domanda benché
sia stata così forte la filologia e la tradizione dell'explication
de textes: forse con l'effetto di un raffreddamento, una distanza.
Anche in questo senso è mancato Dante, l'infanzia, l'abitudine
a pensare cantando. E la lingua è passata attraverso rivoluzioni
successive e autoritarie, a scapito del legame col medioevo e
a vantaggio dell'astrazione. Dell'Italia si è scelto a
lungo il Petrarca del petrarchismo, contro Dante.
Jacqueline ha incontrato Dante nel 1978, senza pensare a tradurlo: piuttosto a ripresentarlo ai suoi compatrioti, indicandone una modernità di scrittore, la consapevolezza di linguista, e togliendolo dalla nicchia del Vate o dalla slogan del medioevo oscurantista. "Quando avevo bisogno di fare degli esempi, delle citazioni, mi accorgevo che le traduzioni erano inservibili: irte di falsi arcaismi, più impervie alla lettura che Dante stesso. La migliore era quella in prosa di Lamennais: ma Dante in prosa è un controsenso. Allora l'ho riletto da vicino, senza note, e mi sono accorta che è più semplice, che c'è un'urgenza, una pressione, una velocità, che il peso delle note inceppa fino a sopraffarle. E ho scoperto, alla prova delle brevi citazioni, che si lasciava tradurre docilmente, forse anche per il tramite provenzale, quello per cui Dante fa parlare Arnautz Daniel, unico in tutta la Commedia, nella propria lingua. Mi aiutava anche che scrivessi poesie io stessa, e la nostra lingua poetica, dopo Baudelaire e Rimbaud, ha rotto le regole, è più moderna e meno rigida dell'italiana. Volevo ritrovare una vicinanza a quel ritmo che ti sposta così velocemente, ti porta in avanti. Per non farmi paralizzare, come tanti traduttori, dal rispetto, ho puntato sull'amore. Ho vissuto per anni dentro un universo protettivo, e una compagnia quotidiana. Ero costretta a decidere continuamente una sola interpretazione - senza la libertà dell'originale, l'oscurità, la complessità - pena il rallentamento, la distanza. E' strano il lavoro della traduzione, perché ti costruisci via via una specie di visione, e te ne senti sicura, e insieme devi un po' abdicare al padroneggiamento, alla coscienza vigile, e abbandonarti al ritmo: se no sei accanto al fiume, non dentro. Ho pubblicato le cantiche a intervalli di due anni, nell'86, nell'88, nel '90". Nella problematica carta dell'identità italiana, io non rinuncerei a mettere fra i segni caratteristici l'endecasillabo: noi pensiamo e spesso scriviamo anche in prosa in endecasillabi: "Questa è una vera differenza: io ho impiegato versi liberi, alessandrini, endecasillabi, facendo tesoro della irregolarità duttile della prosodia francese contemporanea, e per esempio della variabilità della e muta - un piede, mezzo, un quarto, con una variazione di intervalli che richiama la musica contemporanea. Ho mirato alla semplicità, e qualcuno me l'ha rimproverato: troppo semplice, fluente. 'Minos s'y tient, horriblement, et grogne...'. Mi ha rallegrato che si siano serviti con entusiasmo della mia traduzione poeti, pittori, musicisti". Tradurre è lavoro di donne: sono di donne le traduzioni di gran parte dei testi capitali stranieri in italiano. E' stata a lungo la "stanza per sé" delle donne: la stanza da lavoro, accanto allo studio nobile degli autori. Di donne, dunque di carcerati. "Un'impresa come la versione della Commedia è un lavoro di clausura. L'ho fatto a Mentone, chiusa, ma con la finestra che guardava il mare. Bisogna andare avanti d'un fiato - se no non prendi il ritmo: dalla mattina alla sera, e le intere estati. Quando ne esci, alla fine, il mondo ti ferisce, come una troppa luce senza schermo. Che le traduzioni siano un lavoro femminile si capisce. Intanto, sono un lavoro che si disfa: le traduzioni, anche le più riuscite, durano un po' e poi muoiono. E poi la scrittura è un atto di orgoglio e anche di presunzione, la traduzione al contrario è la regola dell'ordine, una fatica di monaca paziente. La prima di Dante in francese fu di una poetessa, Christine de Pisan, nata a Venezia da genitori italiani intorno al 1364, e divenuta letterata da vedova. Ebbe la temerarietà, in Francia, di proclamare la Commedia superiore al Roman de la Rose. Anche Margherita di Navarra tradusse Dante. E infine fu Mme de Stael a chiamare Dante, quando era poco meno che dimenticato, l'Omero moderno".
Mi viene in mente un supremo precedente di incontro fra italiano
e francese, e fra carcere e letteratura e Pisa: il Milione di
Marco Polo, che fu dettato da Marco al compagno di prigionia Rustichello
da Pisa, e redatto in un francese italianizzante (e perduto).
All'altro capo della storia, a proposito di galera, Pisa e Dante,
c'è Ezra Pound, che scrisse i Canti pisani internato qui
vicino, nel campo di concentramento alleato di Coltano. Tu, Jacqueline,
sei fra le non poche persone - Vittorio Sermonti e Vittorio Gassman
e Roberto Benigni - che incontrano il pubblico andando a leggergli
Dante. Sei appena stata a Ravenna a leggere i tuoi Paolo e Francesca:
"Nous lisions un jour par agrément/ de Lancelot, comment
amour le prit" ... "Poco fa a Parigi, a una mostra di
Vrijes illustratore di Dante, c'era una folla imprevista di persone
semplici, molte di origine italiana, con un fervore straordinario.
Come se da Dante avessero avuto la vita cambiata. Sono stata al
Liceo Giordano Bruno, a Mestre: c'era un pubblico da concerto
rock, pieno poi di domande intelligenti. Dante sembra a questi
ragazzi un po' come Rimbaud: uno che ha messo tutto a rischio".
E poi c'è l'esilio, che ha, dopo la voga ottocentesca,
una nuova attualità. "Vedi un'altra differenza: in
Francia l'esilio è Napoleone...".Che non abbiate un
poeta del carcere, i versi d'infanzia cui aggrapparsi nella segreta,
è tanto più strano perché la Francia è
sormontata dalla figura della Bastiglia: l'Italia, paese dei mille
campanili, lo è anche delle mille galere. Forse solo l'Inghilterra
dipende altrettanto dalla sua Torre di Londra. "La Bastiglia,
espugnata, era quasi vuota. C'era Sade, vero campione di ogni
galera. La Bastiglia era lo Stato, Luigi XIV, la decisione di
rastrellare e segregare tutti quelli che stanno fuori dall'ordine
e dalla ragione. Ne venne una paura dello Stato che ancora dura:
solo nel '68 è stato toccato questo nervo. Ogni tanto succedono
cose salutari, che mostrano l'altra faccia della medaglia su cui
è impressa la Bastiglia. Uno sciopero dei ferrovieri e
del metrò che può far esasperare la gente, e intasa
il traffico, finché tutti lasciano le auto sul posto e
vengono fuori a ridere e far festa. O certe manifestazioni allegre
e cantanti coi sans-papier. E' quella la Bastiglia abbattuta".
E' la ragione per cui amate tanto Napoli, voi parigini, o l'idea
che ve ne fate. Del resto, chi più "napoletano"
del cittadino Pallois, che mise in vendita per ricordo i mattoni
della Bastiglia demolita, due secoli prima della festa da ballo
al muro di Berlino?