dal Manifesto, 29 ottobre 1997

Amici, parenti, difensori: "Ha sbagliato"

Manuela Cartosio


S CALFARO HA DETTO no, non darà la grazia d'ufficio ad Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Il provvedimento, a soli nove mesi dalla sentenza definitiva, smentirebbe "oggettivamente" la condanna, configurandosi come quarto grado di giudizio. Il presidente ha bruciato i tempi e, insieme, le speranze. Non ha neppure aspettato che i comitati Liberi Liberi gli consegnassero, domani pomeriggio, le 160 mila firme raccolte a favore della grazia. "Gliele porteremo comunque", dice Mimmo Pinto. Oltre a manifestare la "profonda preoccupazione di noi tutti", Pinto sottolinea l'elemento che, nel corso della giornata, tornerà in tutti i commenti degli amici e dei difensori dei tre sequestrati di Pisa: l'indulto o l'amnistia - che Scalfaro sollecita al parlamento - non potrebbero essere applicati a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati per un reato comune.

Esprime "un triste presentimento" Giuliano Pisapia: il presidente della commissione giustizia teme che, nonostante gli sforzi compiuti nel rispetto di tutti, "non riusciremo ad evitare che alla disperazione segua altra disperazione, che ad una tragedia segua un'altra tragedia". Parole in cui si sente l'eco di una recente visita al carcere di Pisa,

Ezio Menzione, difensore di Bompressi, è ancora più esplicito. Il no di Scalfaro si innesta su uno sciopero della fame già in corso e che andrà avanti ad oltranza: "Suona come una campana a morto". Menzione non è d'accordo con chi etichetta come "pilatesta" la posizione di Scalfaro. Il Quirinale ha scelto. Oltre ad aver messo le mani avanti rispetto a richieste "sempre più autorevoli che stavano arrivando" - e di cui Scalfaro era già informato - il presidente ha deciso di non avvalersi del suo potere di concedere la grazia d'ufficio. E gli argomenti con cui nega la grazia oggi, "potrebbero essere ripetuti tra tre o diciassette anni".

Più di vent'anni

C'erano buoni ragioni per concedere la grazia, argomenta Gaetano Pecorella, un altro difensore di Bompressi: "il processo Calabresi ha lasciato grandi dubbi e l'applicazione della pena a distanza di più di vent'anni non ha evidentemente la funzione di rieducare".

Evoca Ponzio Pilato, invece, Enrico Deaglio. "Mi dispiace per Scalfaro che, a differenza di Ponzio Pilato, certo non passerà alla storia per questa prova di mancanza di coraggio". E ora che si fa? "Mi sento di dire questo: i familiari chiedano ad Adriano, Ovidio e Pietro di mettere da parte l'orgoglio, il senso di sé. I miei tre amici non appartengono solo a se stessi. Non prolunghino il digiuno, non facciano i cretini". Devo scrivere proprio cretini?, domando. "Scrivi, scrivi". Ai tre amici in carcere a Pisa Lanfranco Bolis non dà "né consigli, né sconsigli". Dice d'aver reagito alla bella notizia di Scalfaro "con uno scatto di rabbia": non si è capita - o si finge di non capire - la "specificità" di questo caso, non sanabile con l'indulto. Le firme raccolte, dice Toni Capuozzo, hanno avuto almeno il merito di far pronunciare il Quirinale. Pronunciamento "avvilente", che potrebbe preludere a "una soluzione all'italiana, la concessione degli arresti domiciliari a tre detenuti ospedalizzati, stremati dal digiuno". Ora dobbiamo batterci per la revisione del processo, aggiunge Capuozzo. Hanno avuto più naso i tre in carcere, che alla grazia non hanno mai creduto? "Più che naso, hanno avuto un orgoglio più amaro e una sfiducia che affonda in nove anni di ingiustizia".

Franco Travaglini è "amareggiato", eppure cerca ostinatamente di tener vivo un filo di speranza: "Scalfaro ha detto la sua, e la sua conta moltissimo, visto che toccava a lui decidere. Voglio sperare che chi ha opinioni differenti continui a manifestarle". Il tempo, aggiunge, è un fatto soggettivo. I nove mesi che a Scalfaro sembrano pochi, "a noi che li sappiamo innocenti sono sembrati troppi". Sembra una battuta, ma non lo è, la reazione a caldo di Sergio Staino. "Ora è Leonardo Marino l'ultima speranza che mi rimane". In una delle sue prossime tavole il disegnatore si rivolgerà al "pentito", "gli chiederò di tirar fuori la verità".

Gianni Sofri non nasconde la "grande amarezza per l'accenno (di Scalfaro, ndr) al terrorismo con il quale questo processo nulla ha a che vedere. Non avrò tregua -conclude il fratello di Adriano -finché la ripertura del processo non avrà reso giustizia a tre condannati. Purché sia possibile contare, questa volta, su un processo leale".