Sofri libero?

Va bene, ma senza violare la legge...

 

Delitti e castighi
Dopo il no di Scalfaro sul caso Calabresi

di Giovanni Raboni

Un intellettuale che e sempre stato dalla parte dell'ex leader di Lotta Continua affronta il vero nucleo del dilemma: fare i conti con la storia rispettando le sentenze. E prega Fo e Celentano di non fare confusione.


In questi anni ho scritto alcuni articoli e sottoscritto alcune dichiarazioni collettive in difesa di Adriano Sofri e dei suoi compagni di sventura. Lo rifarei. Con tutto il rispetto (che non ho mai sentito il bisogno di mettere in discussione) per i giudici che li hanno condannati, con tutta la pietà (cui non ho mai creduto di dovermi sottrarre) per l'indecifrabile ma forse non futile dramma del "pentito" che li ha fatti condannare, ero e rimango convinto che dai vari processi cui sono stati sottoposti non siano emerse prove sufficienti a dimostrarne al di la di ogni possibile dubbio la colpevolezza e, dunque, a renderne moralmente accettabile la condanna. Perché allora, il senso di disagio e, non di rado, addirittura di insofferenza che provo da qualche settimana di fronte alla maggior parte delle iniziative, degli appelli, delle prese di posizione in loro favore?

Mi sono dato delle risposte che cercherò di esporre qui con la sincerità e la semplicita richieste (e consentite) da un argomento tanto complesso e doloroso. In un primo momento ho creduto che a turbarmi fossero soprattutto la superficialità, il dilettantismo. L'evidente mancanza di cognizioni dimostrata nelI'occasione da molti "intellettuali", per esempio invocando nello stesso tempo la concessione della grazia e la revisione della sentenza come se si trattasse di due cose fra loro fungibili o addirittura complementari. Niente di meno esatto. La revisione di una sentenza divenuta irrevocabile, cioè non piu soggetta ad alcun tipo di impugnazione (che è, come tutti sanno, il caso dell'ultima sentenza pronunciata contro Sofri. Pietrostefani e Bompressi), puo essere richiesta solo in presenza di uno dei requisiti tassativamente stabiliti dalla legge. Uno di tali requisiti (probabilmente l'unico, in questo caso, nella cui esistenza si possa sperare) è che dopo la condanna siano sopravvenute o si scoprano nuove prove atte a dimostrare che i condannati devono essere prosciolti. Queste nuove prove, evidentemente, o ci sono o non ci sono: se ci sono, i difensori le faranno valere: se non ci sono, nessun Dario Fo, nessun Adriano Celentano, nessun Giuliano Ferrara puo farle scaturire dal nulla, e insistere su circostanze già prese in considerazione e valutate (non importa, ormai, se in modo adeguato o inadeguato) durante i vari gradi del processo non ha alcun senso, a meno che il vero scopo non sia quello di attaccare l'intera categoria dei giudici in nome e nelI'interesse dell'intera categoria degli inquisiti.

La grazia è invece un prowedimento individuale e discrezionale di clemenza che non implica alcuna messa in discussione della condanna (di cui presuppone a sua volta, è chiaro. l'irrevocabilità). Come si fa a dire - eppure c'è chi l'ha detto - che basterebbe spiegare al Presidente della Repubblica che il pentito Marino è un gran pasticcione e che, insomma, i giudici si sono sbagliati, per convincerlo a concedere la grazia? Si puo discutere se Scalfaro abbia fatto bene o abbia fatto male a respingerne la richiesta prima ancora che gli venisse presentata; ma quel che e certo e che l'ha fatto (e su questo mi sembra difficile dargli torto) precisamente per evitare quell'implicita sconfessione dell'operato dei giudici cui il piu recente dei nostri Premi Nobel è sicuro di poterlo indurre in pochi minuti con le sue capacita dialettiche e affabulatorie

Tutto qui? No, non è tutto qui. Quelle di cui ho parlato finora sono solo le ragioni piu appariscenti, vale a dire piu superficiali, del mio disagio. Ce n'è una piu profonda, piu grave, piu sostanziale, ed è l'impressione che per motivi più o meno nobili e più o meno confessabili tutti stiano facendo di tutto per nascondere la vera natura e la vera dimensione di questa storia, che non sono quelle di un semplice caso (o errore) giudiziario, ma quelle di una tragedia politica in cui sono direttamente o indirettamente coinvolte almeno due generazioni di italiani. Colpevole o, come personalmente credo, non colpevole del delitto per il quale è stato condannato, Adriano Sofri (perche è principalmente di lui, a questo punto, che bisogna parlare) è comunque uno dei protagonisti e oserei dire degli "autori" del clima ideologico-culturale nel quale sono maturati non solo il doppio assassinio - o, se si preferisce, la "morte accidentale" e l'assassinio - di Pinelli e Calabresi, ma anche altri eventi non meno terribili e non meno emblematici di quelli che fin troppo facilmente ci siamo abituati a chiamare gli anni di piombo. Se la liberazione di Sofri avvenisse (sperarlo è sempre possibile sebbene, temo, non molto realistico) grazie a una revisione "a lieto fine" della sentenza, potremmo anche continuare a fingere, con una buona dose di ipocrisia, che processo e condanna non siano stati, in realtà, un processo e una condanna politici. Ma se per arrivarci si ricorresse invece a un provvedimento ad personam come la grazia (di cui, per altro, dopo l'esternazione di Scalfaro sembra non essere piu questione) o, peggio, a una legge "su misura" come quella recentemente ipotizzata, non so francamente con che cuore potremmo sopportare l'esclusione dagli stessi benefici, solo perche sono stati condannati (come se fosse una colpa in più!) con minore ritardo, persone finite in prigione per delitti analoghi a quelli per i quali, a torto o a ragione, ci è finito Sofri: persone più colpevoli di lui, probabilmente, dal punto di vista giuridico, ma forse più innocenti di lui da quello della responsabilità etica, la quale non può non essere proporzionale al grado di consapevolezza e di autonomia intellettuale e, perché no?, al carisma personale, di cui ciascuno è dotato. Non avrebbe, una soluzione del genere, terribilmente l'aria di una giustizia di casta, una giustizia che privilegia i letterati con amicizie importanti e affossa la manovalanza? Ecco, è soprattutto questo a turbarmi, e a farmi sentire molto lontano, in questo momento, dagli attivisti pro-Sofri: di più, molto di più del pressapochismo delle anime belle e delle invenzioni a triplo fondo di qualche Talleyrand in sedicesimo.

Non c'è che un modo, secondo me, per dissolvere questo odioso fantasma: andare al di là del caso giudiziario, affrontarne apertamente le implicazioni politiche, inquadrare il problema specifico della liberazione di Sofri, Pietrostefani e Bompressi dentro il problema generale del superamento (psicologico, etico, culturale) degli anni di piombo. La strada da battere, insomma, è quella dell'amnistia o, se chi ci rappresenta non ne avra il coraggio, dell'indulto; i decenni che ci separano dal tempo dell'odio e delle illusioni non possono valere soltanto per chi li ha trascorsi in libertà, devono valere anche (sarei tentato di dire: in primo luogo) per chi li ha trascorsi in prigione. I morti, per questo, non rivivranno, né le coscienze saranno lavate; e nemmeno scopriremo chi ha ucciso Calabresi o come ha fatto Pinelli a sfracellarsi sul cortile della Questura di Milano: ma ci sentiremo tutti, forse, un po' meno tormentati e sconfitti.

Il romanziere Raboni
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