"L'intero processo, che avrebbe dovuto trovare riscontri oggettivi alle affermazioni del pentito (insufficienti non solo secondo il buon senso ma anche secondo la legge), è tornato circolarmente alle affermazioni del pentito. Sui punti decisivi nessun riscontro decisivo è stato trovato; su più punti, il pentito è stato smentito da altri testi; e le circostanze in cui la sua confessione è stata resa sono risultate, per più d'un aspetto, torbide e inquietanti. Eppure, Sofri e gli altri sono stati condannati".
Le parole riportate qui sopra le ho scritte più di cinque anni fa, recensendo (sull'"Europeo" buonanima) "Il giudice e lo storico" di Carlo Ginzburg (Einaudi). Non amo citarmi, ma stavolta ritengo doveroso farlo. Perché? Non soltanto perché sul processo Sofri la penso esattamente come allora, ma anche e soprattutto per rivendicare il diritto di pensarla come allora. Sarà un caso, ma sta di fatto che nessuna delle precedenti sentenze di condanna contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi (in mezzo ce n'é stata, come è noto, una di assoluzione) è stata accolta con tanta indifferenza o, nella migliore delle ipotesi, con tanto imbarazzo da parte di quanti ieri si riconoscevano nelle posizioni e nei valori del garantismo e oggi, non meno giustamente, sentono di doversi opporre alla furibonda campagna anti-magistratura dei garantisti dell'ultima ora.
Lasciare in esclusiva ai Ferrara e ai Taormina la critica dei provvedimenti giudiziari, compresi quelli che ripugnano alla nostra sensibilità e alla nostra intelligenza, non è solo moralmente indecoroso, è anche, credo, un errore politico. O vogliamo proprio avvalorare la raccapricciante ipotesi che l'unica polarizzazione - e, dunque, I'unica concreta ipotesi di alternanza - prodotta dalla crisi della prima repubblica e dall'avvento del maggioritario sia quella fra "partito degli inquisiti" e "partito dei giudici"?