"Dove siete?"

di Giovanni Raboni, Corriere della Sera, 19 novembre 1995.

"L'intero processo, che avrebbe dovuto trovare riscontri oggettivi alle affermazioni del pentito (insufficienti non solo secondo il buon senso ma anche secondo la legge), è tornato circolarmente alle affermazioni del pentito. Sui punti decisivi nessun riscontro decisivo è stato trovato; su più punti, il pentito è stato smentito da altri testi; e le circostanze in cui la sua confessione è stata resa sono risultate, per più d'un aspetto, torbide e inquietanti. Eppure, Sofri e gli altri sono stati condannati".

Le parole riportate qui sopra le ho scritte più di cinque anni fa, recensendo (sull'"Europeo" buonanima) "Il giudice e lo storico" di Carlo Ginzburg (Einaudi). Non amo citarmi, ma stavolta ritengo doveroso farlo. Perché? Non soltanto perché sul processo Sofri la penso esattamente come allora, ma anche e soprattutto per rivendicare il diritto di pensarla come allora. Sarà un caso, ma sta di fatto che nessuna delle precedenti sentenze di condanna contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi (in mezzo ce n'é stata, come è noto, una di assoluzione) è stata accolta con tanta indifferenza o, nella migliore delle ipotesi, con tanto imbarazzo da parte di quanti ieri si riconoscevano nelle posizioni e nei valori del garantismo e oggi, non meno giustamente, sentono di doversi opporre alla furibonda campagna anti-magistratura dei garantisti dell'ultima ora.

Lasciare in esclusiva ai Ferrara e ai Taormina la critica dei provvedimenti giudiziari, compresi quelli che ripugnano alla nostra sensibilità e alla nostra intelligenza, non è solo moralmente indecoroso, è anche, credo, un errore politico. O vogliamo proprio avvalorare la raccapricciante ipotesi che l'unica polarizzazione - e, dunque, I'unica concreta ipotesi di alternanza - prodotta dalla crisi della prima repubblica e dall'avvento del maggioritario sia quella fra "partito degli inquisiti" e "partito dei giudici"?


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