Quanto durano 30 anni

 

Adriano Sofri
da Repubblica, 27 novembre 1997


Gentile direttore, l'invito a riparlare delle cose successe trent' anni fa mi induce in tentazioni meschine: spedire tal quale - rendendolo appena più amaro qua e là - un saggio che scrissi vent'anni dopo, e che a sua volta riprendeva, con un po' più di distacco e ironia, il saggio che avevo scritto dieci anni dopo, eccetera. Si balla una sola estate, e si passano le estati successive a riparlarne. (In realtà era quasi sempre primavera e inverno. L'estate ci sembrò una perdita di tempo). Mi attaccherò piuttosto alla domanda: quanto durano trent'anni? Non c'è dubbio infatti che trent' anni siano un tratto di tempo più o meno lungo e denso secondo il luogo e l'epoca. La Guerra dei Trent' anni non finiva mai. Non moltissimo tempo fa trent' anni era la durata media della vita umana: oggi i giapponesi superano gli ottant'anni, e nei paesi più poveri la maggioranza della popolazione è sotto i trenta. Da noi, gli studenti sono appena scesi nelle strade alla parola d'ordine, come leggo: "Abbasso la mamma: non vogliamo più abitare in famiglia fino a trent'anni". Trent'anni dopo, io mi trovo vergognosamente (non per me) in galera: nel secolo scorso non sarebbe successo a nessun costo, tant'è vero che per dare seguito alla sua storia Alessandro Dumas dovette intitolare "Vent'anni dopo". Trenta, erano tutti morti.

Anche "Il grande freddo" si accontentava di farsi il funerale una quindicina d'anni dopo. In cambio, il romanzo che più ambiziosamente passa a raccontare il prima e il dopo della generazione di Berkeley e del Vietnam, questo "La legge dei padri" di Scott Turow, ora tradotto da Mondadori, si prende giusto trent'anni per chiudere il cerchio. Farò solo due altri esempi domestici: provi a immaginare quanto durarono i trent' anni che separarono il 1848 italiano (l'anno dopo tutto più paragonabile al '68, benché con l' esclusione ampia delle donne) dal 1875; oppure il 1948 dal 1978. Durate poco meno che geologiche, paragonate al respiro corto col quale i nostri trent' anni fa incombono - o sembrano incombere - sul nostro presente, come se si trattasse di questioni del giorno prima. Non che la memoria abbia guadagnato più peso nel nostro tempo - al contrario. Ma è come se una parte della nostra società pubblica abbia infilato la testa dentro un sacchetto di plastica, e da lì, facendo smorfie che forse sono spiritose boccacce e forse spasmi di asfissia, ricerca ogni giorno la sua dose di ultime notizie su una strage del dicembre 1969, quando non su una sciagura aerea del 1962 in cui perse la gara il temerario Enrico Mattei. Questa Italia pubblica frequenta gli anniversari come certi vecchi signori si apprestano al varco dei funerali altrui, e vi si mescolano singhiozzando: così, perché amano i funerali.

Davvero qualcosa di funereo dev'esserci nella cura per gli anniversari, perché il cuore segreto dalla commemorazione sta nel desiderio di far rivivere "come in ombra" ciò che è morto e passato per sempre, e che ci fu caro. Così naturale è il bisogno di commemorazione in ogni comunità, che quello stesso agile movimento del '67-68, che oggi ennesimamente si ricorda, famoso per la scanzonata rottura col passato, corse a inventarsi una tradizione negli anniversari, quelli ereditati dalla storia rilegata e quelli ricavati dal proprio corso stesso: ed erano per lo più anniversari della morte di qualcuno dei suoi militanti caduti, o delle stragi compiute dai suoi nemici. Così l'obbligazione verso il sangue versato avrebbe reso conservatore e opaco il movimento di giovani sorto nella freschezza e nella scanzonatezza.

È il camposanto il luogo delle promesse sacre e delle date da ricordare. Giacomo Leopardi, che fu grande poeta e gran dettatore di epitaffi (e a volte le due cose insieme, come in "A Silvia": "Da chiuso morbo combattuta e vinta") lodò l'illusione degli anniversari, e prima c'erano stati i "Sepolcri" di Foscolo, e la loro illusione protettrice. "E ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre né possono più tornare, tuttavia rivivano e siano presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l'idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna...". Al tempo di Leopardi, per quella frequenza del morir giovani e quella brevità media della vita, gli epitaffi non contavano per decenni ma per lustri, e dei trent'anni si sarebbe parlato come di sei lustri.

Il tempo era più lento, dunque: ciò che fa uno strano contrasto col nostro passato che non vuole passare, come certi fantasmi di insepolti. In ciascuno di questi trent'anni che oggi rimettiamo in agenda per qualche occupazione di università - magari disputando se fu prima Pisa o Torino, Trento o Napoli, figurarsi - è andato in fiamme un pezzo di foresta amazzonica grande come l'Austria, o nelle annate buone come l'Inghilterra; e mezzo Borneo se n'è andato negli ultimi due mesi. Mi scusi perciò se non entro nel merito.

Un anacronismo mi avvolge come una nebbia fitta. Mi pare ieri che cercavo di fabbricarmi una radio a galena, e nel '67 e nel '68, benché avessi due figli, praticamente non avevo ancora guardato la televisione. Non la guarda vamo neanche quando occupavamo l'università, e parlava di noi. Del resto non parlava mai di noi. Questo anacronismo ha i suoi difetti: per esempio la galera, che estrae dei corpi dal loro tempo e li schiaccia su un muro, come mosche e zanzare prese al volo. E ha i suoi pregi: per esempio un ricordo di tetti di tegole e coppi, senza gli steccati di antenne televisive, proprio come li vedeva dal verone di Recanati quel Leopardi.