Il libretto che pubblico qui è parte di un diario che tenni nel 1988, quando fui messo in prigione per un'estate. Ho lasciato passare molto tempo e non so bene perché. Mi sembrava che non ne valesse la pena. Non è un gran libro, non è neanche un vero libro. Del resto, quando lo scrivevo, in una camera di sicurezza o in una cella, ci tenevo: era il mio verbale. Inoltre, è il mio modo di dire che vergogna sia il carcere, quando non è necessario. A questo tengo molto.

E' passato molto tempo, e così precipitoso, che la questione del carcere è cambiata. L'ha cambiata prima una conduzione cieca che ha raddoppiato il numero delle persone detenute in neanche due anni. Poi la disfatta di un regime che ha buttato in galera in un modo strano e carnevalesco molti campioni e scudieri della classe dirigente. La mia esperienza carceraria è perciò diventata ancora più marginale e anacronistica. Non so perché, ma questo mi ha fatto decidere finalmente a pubblicare il libretto. Gli ho aggiunto un'appendice di note di altro tono, che costituiscono il mio assalto di carta ai bastioni del carcere. Ci vuol altro? Lo so. Siano almeno un'introduzione, una visita guidata nei paraggi. Leggetele, prego. Non dirò che dobbiate farlo perché può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto, che ve la caviate. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c'entrate. c'entriamo tutti.

Adriano Sofri, 1993.

 







 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le prigioni degli altri
di Adriano Sofri, Sellerio 1993.

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Le prigioni degli altri

Era una bella mattina d'estate. La luce dondolava sul verde più tenero dei pioppi e del glicine, e più scuro dei pini e dei cipressi, e si distendeva come un velo sull'erba rigogliosa della valletta. Sul crinale che la chiudeva in fondo si scorgevano le macchie bianche delle robinie e del biancospino e l'oro delle ginestre. Rialzata sulla valletta, c'era una casa colonica. Un piccolo giardino pensile le faceva da terrazza, un portico a tre archi da accesso: poi, attorno a una corte, si alzavano una torre con la meridiana e la casa a due piani. I tetti spioventi avevano i coppi per metà vecchi, gialli e porosi, per metà rinnovati, rossi e lucidi.

Una mattina segue pigramente l'altra, un giorno è piacevolmente uguale all'altro. La casa colonica è già in piena luce, ma una finestra al piano di sopra resta chiusa. Davanti alla porta chiusa della stanza la vecchia gatta viene a miagolare per protesta. Sull'aia i cani sono in attesa. Ecco, la finestra si schiude un po', poi si spalanca, e il sole invade la stanza, impaziente anche lui d'esser stato tenuto fuori. I cani guardano in su scodinzolando e guaendo, e subito corrono alla porta d'ingresso. La gatta fa un rumore di gola che vuol dire: alla buon'ora.

Chi non concederebbe a una storia il viatico di una mattinata luminosa e piena di vita? C'è una bella valletta verde, in piena fioritura: robinie e biancospini, iris e paulovnie, rose canine e ginestre. C'è una casa colonica, con la torre e il portico e la meridiana, e i tetti spioventi ricamati di voli e di gorgheggi. L'aria calda, appena addolcita dalla brezza, entra dalle finestre spalancate.

Ma ecco, la serie dei giorni che si succedono uguali, delle belle mattine d'estate -la mattina di oggi appena più calda di quella di ieri- si interrompe di colpo. Un bel mattino -anzi, non è neanche mattina ancora, la luna è alta e l'aurora graffia appena l'orizzonte con le sue dita di rosa: è questa l'ora delle irruzioni, chissà per quale retaggio di assalti a tradimento

Fui catturato

Fui catturato all'alba del 28 luglio del 1988, con un ragguardevole dispiego di uomini e mezzi. I cani abbaiarono, e ci rimasero male quando intimai loro di starsene a cuccia. Fra le forze dell'ordine che vanno ad eseguire perquisizioni e arresti, in borghese e in divisa, a mani nude e con pistole e mitragliette spianate, c'è sempre qualcuno che ammonisce che ha paura dei cani e se si avvicinano lui, gli dispiace, spara. Le persone che hanno paura dei cani lo proclamano spesso come se fosse un loro risentito diritto, anzi, un segno di distinzione. Peraltro questo nugolo di carabinieri e poliziotti fu cortese, mi avvertì che potevo chiamare un avvocato -no, grazie- scorse con negligenza qualche mia lettera privata, chiese come al solito se avessi letto tutti quei libri. Mi consegnarono un mandato di cattura, prolisso e perentorio così da somigliare piuttosto a una sentenza di condanna e non lo lessi nemmeno tutto, perchè a quell'ora e senza essersi lavati la faccia e d'estate si è un po' svogliati e insofferenti. Riguardava addirittura un omicidio, di sedici anni prima. Una specie di disguido postale.

Ho raccolto le mie cose: un pigiama, qualche indumento, la roba da bagno, due matite e un temperamatite, l'Oblomov di Gonciarov e la Guida agli alberi d'Europa, perchè in carcere bisogna avere qualcosa da leggere e qualcosa -Oblomov- da rileggere. Ho sostituito con una penna biro la mia vecchia Parker 51 perchè non me la sequestrassero, e perchè mi sono detto che in carcere sarebbe stato complicato procurarsi l'inchiostro. Dovrei metterle le manette ma non gliele metto -ha detto uno. Veda lei- ho detto io. Fuori c'era un cielo già caldo, e ho pensato che non avrei visto la luna piena, che era per la notte prossima. La mia casa è infatti su un pendio adatto ad accorgersi della luna.

Fui portato alla stazione dei carabinieri di Scandicci, che è vicina a casa mia. Lì rimasi per due o tre ore, nella stanza del maresciallo. Sulle pareti della stanza c'era:

un elenco delle AUTORITA' DELLA REPUBBLICA in corpi tipografici gerarchicamente decrescenti, che dalla mia seggiola funzionava come una tabella oculistica. Io riuscivo a leggere fino a: Capo di Stato Maggiore Difesa Ammiraglio Mario Porta;

un calendario illustrato, un acquarello con il mare e dei palmizi -forse Bengasi, o Alassio- e un armadio a giorno con varie filze di incartamenti, la più numerosa delle quali ripeteva la dicitura: MOSTRO, risalendo evidentemente alla fase in cui il mostro prendeva il nome da Scandicci.

E' arrivato un giovane carabiniere romano e sgarbato che mi ha fotografato di profilo sinistro e di fronte e poi è passato a compilare le schede segnaletiche della Criminalpol su cui avrei apposto le impronte. Mi ha chiesto se fossi mai stato arrestato, gli ho detto sì, nel '70, a Torino, e lui ha scritto in stampatello: PREGIUDICATO. Ho detto che alla fine ero stato assolto con formula piena e che la scheda con su scritto PREGIUDICATO se la poteva firmare lui. Ha proferito qualche frase minacciosa ma gli altri gli hanno spiegato di lasciar perdere. Si è infilato delle specie di guanti di plastica trasparente, da ginecologo o da mostro di Scandicci -infatti nelle formalità di avviamento giudiziario c'è molto dell'iniziazione ospedaliera- e mi ha impiastricciato di inchiostro nero le dita e le palme di entrambe le mani, che ho poi premuto sulle apposite caselle, combattuto fra lo schifo dell'operazione e un ricordo d'infanzia, di polpastrelli inchiostrati e premuti sui quaderni di terza per contemplare la trama affascinante delle linee. Ho pensato a Wilson lo Zuccone, che avevo letto da piccolo, e ai gorilla, che si distinguono, pare, dalle impronte del naso. Mi sono chiesto dove fossero andate a finire le impronte che depositai nel '70 nella Matricola delle Carceri Nuove a Torino, e se il confronto avrebbe fatto risultare i segni del tempo che era passato. A Torino, quando uscii di galera dopo l'assoluzione, era sera, e il magazzino degli effetti personali era chiuso: il giorno dopo divampò, come succedeva allora, una rivolta, e mi si dichiarò poi che gli effetti personali erano andati distrutti o dispersi. Persi così: una penna stilografica Aurora, un paio di lacci da scarpe usati, e un anello sul quale erano incisi un nome e una data.

Mi sono lavato faticosamente le mani dall'inchiostro criminale con un detersivo liquido rosa, e ne sono restato impregnato di un ributtante profumo. Avrebbe potuto giovarmi, perchè ho la tentazione di grattarmi il naso. Si sa che un sintomo deplorevole dell'invecchiamento è che il naso diventa più grosso, e prude fastidiosamente. Ma sono arrivati due nuovi carabinieri, del Nucleo Traduzioni, che mi hanno messo ai polsi gli schiavettoni -quei ferri pesanti che si avvitano, con la catena- cosicchè il naso era comunque fuori portata delle mani. I carabinieri traduttori mi hanno chiuso nell'abitacolo a grate del loro furgone e lì ho viaggiato da Firenze fino a Milano, come in un forno. Durante il viaggio un carabiniere guidava e l'altro dormiva sgangheratamente: ogni tanto si svegliava di soprassalto e si voltava indietro, per assicurarsi che fossi sempre nell'apposita graticola. Per un po' lo guardai fisso dalla grata, per rinfacciargli la sua sonnolenza. Poi mi stufai e, per strano che appaia in quella scomodità materiale e morale, mi assopii anch'io. Sebbene quell'estate fosse in vigore -anzi, da soli sei giorni- un limite di velocità a 110 kmh, il furgone andava a 130; ma a Milano si smarrì e impiegò un tempo da via Crucis per trovare la caserma cui ero segretamente destinato.

Nella caserma di viale Berengario mi tolsero la cintura dei calzoni, le scarpe -nonostante avessi calzato, per precauzione, mocassini senza lacci- e gli occhiali, e perfino le calze. Naturalmente, anche il bagaglio. Così liberato da ogni appendice atta a impiccarmi o a farmi altrimenti del male, fui chiuso in una camera di sicurezza. La camera di sicurezza è larga neanche un metro e mezzo e lunga due, ha una porta blindata, uno spioncino largo un palmo che prende l'aria non dall'esterno ma da un corridoietto cieco a sua volta, ed è arredata con un tavolaccio. I carabinieri incaricati di accudirmi, alcuni della caserma, altri distaccati specialmente per me, erano premurosi. Quando feci sapere che non avrei accettato di restare scalzo su quel pavimento repellente, un brigadiere fu mandato col mio denaro a comprare un paio di espadrillas, delle quali fui contento. Cominciai a risentire l'attaccamento alle conquiste elementari che fa di ogni sequestrato un Robinson naufrago. Nel '70, alle Nuove, c'erano ancora vecchi detenuti che da uno zolfanello clandestino riuscivano a cavarne quattro, e si faceva di nascosto il fuoco lento con un cono di giornale accartocciato.