Piccola posta
1998
Maggio e Giugno
Marzo e Aprile
Gennaio e Febbraio
1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Martedì 30 giugno 1998
Caro Remo Bodei, ho ricevuto il tuo libro si ethos e idee nell'Italia
repubblicana ("Il noi diviso", Einaudi) e ho cominciato a leggerlo.
Anche tu dunque hai pensato che fosse venuto il momento - nella tua vita,
e in quella degli italiani - di tirare le somme. Questa moltiplicazione
di bilanci sull' "identità italiana" è probabilmente
l'indizio più certo della sua fine: si cerca di definire qualcosa
che, finché esisteva, non aveva bisogno d'essere definita. L'Italia
in cui abbiamo vissuto, e le differenze sulle quali ci siamo dannati, sembravano
complicatissime e inconciliabili, e diventano invece rassicuranti di fronte
alla cronaca quotidiana. Dev'essere sempre così quando si perde
un mondo, e si ha paura. A Sarno, il mese scorso volontari curdi scavavano
con indosso un'uniforme arancione della Protezione civile, e trovavano
un corpo di extracomunitario clandestino senza nome. In Liguria, al funerale
di una prostituta albanese assassinata, dopo l'inutile attesa di qualcuno
che se ne certificasse anche solo conoscente, assistettero un sindaco e
un segretario comunale. L'Italia ha il record della longevità, della
caduta di natalità e della caduta dei risparmi privati. Di una signora
di 35 anni, che ha appena fatto una strage di parenti, si è spiegato
che era depressa, perché non poteva avere figli. "Forse il
vero difetto di noi italiani, è che non sappiamo essere atroci",
diceva Pavese a proposito di giacobini e nazisti: e si sbagliò.
Più o meno consapevolmente, più o meno innamorati delle novità,
siamo stati tutti persuasi che lo stampo antico dell'Italia profonda continuasse
a modellare la storia, dalle fisarmoniche alle tastiere elettroniche di
Castelfidardo, dalle filande al Kashmir della Lombardia: e che la metafisica,
nata a qualche chilometro da Sarno, non sarebbe più morta. Forse
è ancora vero, forse no. Forse anche la metafisica aveva bisogno
di una manutenzione metodica e capillare, come i Regi bagni: e i volontari
curdi sono arrivati troppo tardi.
- Sabato 27 giugno 1998
Bisogna concentrarsi nel punto in mezzo agli occhi, e volere fortemente.
Occorre tempo e pazienza, quando si è principianti. Dopo diciassette
mesi, lunedì 22, c'è stata la prima scossa, di puro avvertimento,
con epicentro a Marina di Pisa. Ora devo solo concentrarmi più rigorosamente,
senza distrarmi: voglio una scossa sussultoria devastante e circoscritta,
con epicentro al cancello centrale della Casa Circondariale di Pisa, ed
effetti distruttivi fino al muro di cinta compreso. Non dite che non vi
ho avvertiti.
- Venerdì 26 giugno 1998
"Immaginate diciotto anni in cella; immaginate anche solo diciotto
giorni in cella. Nell'"emergenza" gli anni, le decine d'anni,
venivano date senza batter ciglio, e ricevute con un'alzata di spalle.
Massimi di pena moltiplicati alla giornata, imputati che non si difendevano,
prove trattate all'ingrosso, apoteosi di "pentiti"; secoli erogati
per concorsi morali, per apologie di reato, per oltraggi, per reati "inframurali"
Una recita finita da tempo, ma alcuni degli attori sono rimasti chiusi
dentro. Si occupano ora, quando possono, di assistenza ai malati, agli
anziani, agli handicappati, di far scuola agli immigrati, di dare una mano
ai tossici Perché stanno in galera queste persone? Si sono macchiati
di reati di sangue qualche volta, addirittura, no. Ma chi crede che sia
davvero questo il punto? Che passi una differenza morale, in quanti decisero
allora di mettere in gioco la vita altrui e la propria, fra chi agì
in prima persona e chi mancò di trovarcisi? E soprattutto pesa come
un macigno contro questo preteso argomento la facilità con cui vennero
messi fuori, in cambio delle loro delazioni, colpevoli provati di più
omicidi. Quando vogliono, hanno lo stomaco forte le istituzioni".
da "Le prigioni degli altri", Sellerio 1993
- Giovedì 25 giugno 1998
Cara Karina, benvenuta. Certo, è uno scandalo che tu ti tuffi
in acque italiane e io non ci sia lì a guardarti. L'Italia ha dei
difetti, benché tu ne sia innamorata. Voglio avvertirti perché
tu, trovando l'Italia diversa da come te l'aspetti, non ci resti troppo
male, come quado fosti così spaventata dal Palio di Siena. Per esempio,
la parola più impiegata a proposito delle partite di pallone degli
italiani è: sofferenza. "Soffre", la nostra squadra, "e
ci fa soffrire". Da voi in Norvegia i calciatori sono ancora dilettanti,
tranne qualcuno che è andato a sbarcare il lunario all'estero, e
quando giocano si divertono. In Italia, come osservava perplesso Romano
Gattoni, si è coniata la frase: "Costringe il portiere alla
parata". Ma se non para, che ci sta a fare lì il portiere?
Morale: sabato tu, per amore dei mari caldi, tiferai per l'Italia, e io,
per amore dei mari freddi, tiferò Norvegia. Per non essere solo,
qui, ho pregato un prigioniero più disinteressato, che si chiama
Avarello - nome da pesce piccolo - di fare anche lui il tifo per la Norvegia.
Quando segna il Marocco, c'è un'esplosione di grida gioiose. Quando
segna la Norvegia, io dico ad alta voce: "Bene", nella mia cella
singola, e Avarello, due piani più sopra fa altrettanto. Temperamenti
nordici. Figuriamoci che capriole e che tuffi faranno i tuoi capelli biondi
se segnerà l'Italia, sabato.
- Mercoledì 24 giugno 1998
In un campionato a 32 squadre, i problemi di pronuncia diventano insormontabili.
Ci sono però lingue che rendono il compito più facile. Le
parole polacche, per esempio, sono piane: hanno cioè l'accento sulla
penultima sillaba. Le parole iraniane, nomi e cognomi compresi, hanno l'accento
sull'ultima: come il francese, benché meno fortemente. E tanto per
finire di esibire le mie quattro nozioni, il cognome Flo (nella squadra
norvegese ce ne sono tre, due fratelli e un cugino, e fanno anche gol)
si pronuncia Flu. Bello, no?
- Martedì 23 giugno 1998
C'erano due notizie sui giornali di domenica, che vanno ricongiunte.
La prima buona: i medici, secondo una sentenza, devono informare i pazienti
di quello che stanno per fare loro.(Buona, insomma; si può anche
chiedersi: "Ma perché finora, non dovevano informarli?")
L'altra notizia è orrenda: da novembre uno specchio orbitante di
progettazione russa rifletterà di notte il sole, illuminando il
cielo di Londra o Francoforte o Vancouver o Irkutsk di una luce da 5 a
10 volte superiore a quella del plenilunio. Non risulta che alcuno dei
pazienti, umani e altri animali, sia stato interpellato per dare il suo
consenso. Ecco compiuto un ulteriore passo verso l'aggiornamento (alla
lettera: il sole anche di notte) della legge morale: lo stellato artificiale
sopra di me, i parametri di Maastricht dentro di me. Le celebrazioni di
Giacomo Leopardi erano diventate troppo vaniloquenti e stucchevoli: eccolo
finalmmente commemorato a dovere.
- Sabato 20 giugno 1998
Caro Vittorio Foa, ho ricevuto ieri le tue lettere dal carcere, insieme
alle "Lettres de prison" di Wei Jingsheng, appena uscite da Plon;
e ho ricevuto anche, come ogni giorno (tranne la domenica: la domenica
in galera è sempre il giorno più insulso, come te lo ricordi
tu), qualche lettera di carcerati d'oggi. Dev'esserci qualcosa di vero
nella metafora sul mondo come prigione. Il tuo libro lo recensisò,
se sarò capace, per l'Indice. Intanto segnalo il titolo: "Lettere
della giovinezza" (Einaudi) che sottolinea discretamente gli otto
anni della tua vita, 1935-1943, in cui la giovinezza è coincisa
col carcere.L'altra sera ti ho anche guardato e sentito conversare con
Anna Maria Mori, nel suo programma televisivo. Mi piacciono sempre più
le cose che dici. Mi fanno rimpiangere le persone cui non è stato
dato il tempo di invecchiare, e che avrebbero saputo trarne il meglio:
soprattutto quando vedo maramaldeggiare nei loro confronti. Pensa a Gobetti,
a Gramsci. Del resto, i giornali di oggi certificano la concessione di
un vitalizio alla vedova di Nello Rosselli leggo le tue lettere, e mi succede
- scusa - di immaginarle postume, come se tu fossi morto nel 1944. O i
miei scritti, come se io fossi morto nel 1976. Bisogna, chi resta vivo,
fare la guardia accanto alle vite interrotte dei nostri compagni di un
tratto di strada.
- Venerdì 19 giugno 1998
L'ultimo numero de "La grande promessa", che è il
capostipite dei giornali di carcere (indirizzo: 57036 Porto Azzurro - Livorno)
pubblica un appello alla protesta contro la paradossale gestione del vitto
e della spesa in carcere. Dunque: un detenuto costa mediamente, a seconda
dei modi di calcolo, fra le 350.000 e le 500.000 lire al giorno. La spesa
quotidiana corrisposta alla ditta appaltatrice per colazione e pasti è
di lire 3.000 (tremila!) a detenuto. Non occorrono commenti. In cambio,
la ditta che prende l'appalto diventa automaticamente titolare della spesa
che i detenuti fanno in carcere: i cui prezzi sono allineati "al più
vicino mercato" (figuratevi i prezzi di località amene come
i dintorni di Porto Azzurro), privi di qualunque occasione di sconti o
acquisti speciali, e spesso sproporzionati rispetto alla qualità
delle merci. Si ricordi che i detenuti sono nella gran maggioranza poverissimi
(quelli stranieri non hanno neanche una famiglia cui ricorrere) e privati,
salvi pochissimi "fortunati", della possibilità di un
lavoro in carcere. "I partecipanti alla gara d'appalto - dicono i
detenuti di Porto Azzurro - abbassano il prezzo del vitto fino al ridicolo,
per rifarsi poi sul sopravvitto, tanto più necessario per integrare
la cattiva qualità e quantità dei cibi".
- Giovedì 18 giugno 1998
Gentili Claudio Fazio e Vittorio Agnoletto, ho letto con attenzione
la vostra lettera a Repubblica sul discutibile (ma non discusso, nonostante
lo sciopero dei medici penitenziari) passaggio, che va compiendosi in Senato,
della medicina penitenziaria al servizio sanitario nazionale. La vostra
opinione, che tengo in gran conto, essendo voi responsabili della Lila
nazionale e del Lazio, mi ha confermato nell'opinione contraria a quel
passaggio, che avevo espresso anch'io su Repubblica. Voi fate due esempi
concreti.Il primo riguarda la mancata prescrizione degli inibitori delle
proteasi ai malati di Aids; il secondo la mancata somministrazione delle
terapie di mantenimento a metadone. Sul primo punto, fermo restando il
vostro e mio parere (e dei medici penitenziari) sulla vergogna di tenere
in galera i malati di Aids, gli inibitori delle proteasi vengono somministrati
nel carcere in cui mi trovo. Dunque se una cura non avviene a Rebibbia
e avviene a Pisa, non è in questione il ministero della Giustizia
o della Sanità.Del tutto fuori luogo è il secondo esempio,
essendo già la terapia del metadone di esclusiva competenza del
Sert, dunque del servizio sanitario nazionale: sicché, mentre a
Roma voi denunciate il mancato trattamento, a Pisa quel trattamento è
vigente, e secondo qualche opinione fin troppo vigente. Il passaggio alle
Asl, che sarebbe comunque un impreparatissimo salto nel buio, rischia di
sopprimere la peculiarità della tutela della salute in carcere.
Se non sbaglio, in Francia, il passaggio alla sanità pubblica si
è rapidamente trasformato nella privatizzazione. Difficile immaginare,
con un prevalere della rotazione meramente burocratica dei medici e delle
ragioni di economia, trattamenti banalmente essenziali e gratuiti, come
uno sciroppo lassativo, o specifici e costosi, come l'interferone. Poiché
le pecche della medicina penitenziaria sono grosse ed evidenti (e quelle
del servizio sanitario nazionale non lo sono certo meno), perché
non sforzarsi finalmente di metter mano a una sua riforma, e prima di tutto
a una seria documentazione sulla situazione reale nelle diverse carceri,
che tuteli l'autonomia professionale e l'indipendenza dei medici penitenziari,
e insieme corregga le situazioni in cui essa si deforma in inerzia corporativa,
in cinismo, o in corruzione? E perché una decisione così
impegnativa (il turn-over dei detenuti in Italia è di 145 mila all'anno,
con un tasso di mobilità impressionante) viene presa nella disattenzione
e nell'incompetenza?
- Mercoledì 17 giugno 1998
Gentili calciatori della nazionale italiana, vi si rimprovera di non
cantare l'inno di Mameli.Qualcuno sospetta uno scarso amor di patria, qualche
altro uno scarso spirito di squadra.I tedeschi, cui si attribuisce un proverbiale
spirito di squadra, hanno una parola che sembra ben definirlo: mitsingen,
cioè cantare insieme, che dev'essere anche quel canticchiare di
un pubblico a un concerto. Ma non si direbbe che gli italiani siano così
poco proclivi al coro, come mostrano i grandi raduni recenti, da Baglioni
a Pavarotti a Ramazzotti. Allora, forse, una qualche difficoltà
sta nell'inno.I più severi vi rimproverano di non saperlo a memoria
("Con tutti i soldi che prendono").Ho un'idea: imparatelo davvero
(non lo sa nessuno, neanche di quei severi che vi rimproverano) e poi cantatelo
forte, alla prima partita: "Il sangue d'Italia/ e il sangue polacco/
bevé col cosacco/ ma il cor le bruciò". Detto così,
ha un'attualità anticomunista. Speriamo che passi liscio con l'Austria.
- Martedì 16 giugno 1998
Dopo aver ammazzato una zanzara esausta, mi affanno nel dormiveglia
perché non riesco a ricordare come si dice il suono - zzz - che
fa la zanzara. Ronzio? Ma no. Non sono disposto a far scendere il ronzio
sotto la misura di un'ape o di un moscone. Che cosa fa la zanzara? Ditemelo,
per favore. Sto crollando dal sonno.
- Sabato 13 giugno 1998
Fa discutere lo spot della Rai che chiede un mondo sgomberato da mogli
madri sorelle e amanti, per un mesetto: il tempo di guardare in pace i
mondiali di calcio. Volevo avvertire che quel mondo fortunato esiste, per
ben più che un mesetto, ed è la galera. Solo uomini, nel
riparo impenetrabile della loro cella, col loro televisore. Non è
male che la fantasia pubblicitaria immagini (ironicamente - ironicamente?)
un mondo beato che coincide con la galera maschile. Intanto, a San Paolo
del Brasile, c'è stata una rivolta carceraria perché non
gli lasciavano guardare la partita alla televisione. E ci mancherebbe altro:
in Brasile, per giunta.Provateci in Italia, e ve ne accorgerete di che
fine fanno la Gozzini e la Simeone. Italiani e marocchini uniti nella lotta:
non resterebbe mattone su mattone.
- Venerdì 12 giugno 1998
Caro Luca, ho letto una tua lettera a Repubblica, sui cinquecento giorni
di nostra cattività. Chissà perché l'hai scritta.
Evidentemente, tu tieni il conto. Qui, te l'ho detto tante volte, le ricorrenze
non contano - a parte il lunedì, cambio delle lenzuola. Il fatto
è che la vita è troppo piena. Oggi, per esempio, ho messo
su l'acqua per il tè. E' finita la bomboletta. Ho inseguito diciotto
zanzare: nove erano zanzare, nove macchie nell'occhio. Spero di aver schiacciato
le prime. Sempre con la coda dell'occhio - scrivendoti - sto guardando
un film sul baseball in Giappone. L'ho visto sette volte. Gli ho tolto
l'audio, perché tengo accesa la radiolina su Radio Montebeni che
trasmette musica da camera. Stasera poi comincia il campionato del mondo.
Il nazionalismo è la peste, ma quando si arriva al campionato ognuno
torna ad amare il proprio paese. Forza Norvegia!
- Giovedì 11 giugno 1998
Dunque, si è proclamato a parole che il carcere è un
luogo di rieducazione, di ricostruzione delle condizioni di un ritorno
alla normale convivenza sociale. Si è fatto anche qualche passo
in questa direzione: pochi passi, ed esitanti, e seguiti spesso da precipitose
ritirate. Tutti sanno che, altro che di rieducazione, il carcere è
una scuola di avviamento e perfezionamento alla delinquenza. Ha prevalso
l'inerzia delle cose - prevale quando si tratta degli ospedali o delle
scuole, volete che non avvenga con le galere? Così il carcere, come
ogni isola (era lì che si insediavano le galere più lugubri,
isole su isole) conserva tenacemente il passato, nei muri e nelle abitudini,
penosa archeologia al riparo dalle visite guidate. In realtà questa
inerzia opprimente ha la sua principale ragione nella persuasione ancora
diffusissima, e forse più diffusa che in altri tempi, che il carcere
sia un giusto castigo, e che sia tanto più giusto quanto più
penoso. () E' difficile ammettere alcune semplici verità, e comportarsi
di conseguenza. La prima è che il carcere, la reclusione, la detenzione,
sono stati inventati a un certo punto della storia umana, e non sono affatto
l'unico modo, né il migliore, di trattare la violazione delle leggi.
La seconda è che non è stato ancora inventato un altro modo
di tutelare la società da persone che costituiscono una minaccia
attiva nei suoi confronti: dunque che il carcere resta tristemente necessario
non per la favola bella o ipocrita della rieducazione, ma per la minacciosa
realtà di una criminalità attiva, organizzata e agguerrita.
La terza è che il carcere, quando non è penosamente giustificato
dalla necessità di impedire o ostacolare l'attuazione di nuovi crimini,
è superfluo e anzi nocivo dal punto di vista della sicurezza sociale,
e ignobilmente crudele dal punto di vista morale. Difficile ammettere queste
poche cose chiare, e comportarsi di conseguenza.
da "Le prigioni degli altri", 1993
- Mercoledì 10 giugno 1998
C'è un nuovo prigioniero, di un metro e cinquantadue e settantacinque
anni. Gran raccontatore. "Ero in Germania, avevo un posto da fresatore.Facevo
la filettatura dentro certi tubi.Ben pagato.Dopo una settimana non ne potevo
più.Dissi che avevo ricevuto un telegramma dalla Calabria, era morto
mio padre, e mi licenziai. In Germania ci sono bar bellissimi. C'era una,
alta, elegante, mi ha chiesto se le offrivo da bere.Me la porto fuori,
e arriva uno, ubriaco, enorme, mi voleva ammazzare. Gli do una coltellata,
ma bisogna stare attenti coi tedeschi, ci hanno tutti un fegato ingrossato
così, come niente ci restano. Per fortuna in Germania ci sono boschi
dappertutto. Mi nascondo nel bosco, e guardo. Ci credi? Tutti sti tedeschi
passano, e non si ferma nessuno.Ma che, lo vogliono far morire quel disgraziato?
Meno male che è arrivata la polizia. Ho trovato un altro lavoro,
in una fabbrichetta piccola, quasi famigliare. Si lucidavano trombe. E'
quello che fa per me, penso. Il padrone mi chiede: 'Quanto tempo vorresti
lavorare qua?' 'Ganz leben - rispondo - tutta la vita'. A mezzogiorno non
ce la facevo più. L'ho chiamato e gli ho detto che era morto mio
padre". (continua)
- Martedì 9 giugno 1998
Caro Giuliano Capecchi, ho letto sull'ultimo numero (giugno '98) della
rivista anarchica A una tua bella intervista, curata da Emanuela Scuccato.La
tua esperienza di volontario in carcere è ammirevole per fedeltà,
concretezza e coraggio. Tu, che sei un educatore e un giurista, hai fatto
meglio di ogni detenuto i conti della spesa del vitto e del sopravvitto,
hai ascoltato mille volte racconti di pestaggi non denunciati e non denunciabili,
hai visto fabbricare meravigliosi vascelli di stuzzicadenti fino al giorno
in cui il Vinavil è stato proibito (perché, Perché
no). Hai ascoltato centinaia di convegni in cui gli abolizionisti danesi
si confrontavano con i minimopenalisti di Orvieto e hai visto vietare i
maglioni col collo alto, le tute con l'elastico in vita, i jeans col bottone
di metallo. Hai scritto e ricevuto migliaia di lettere dal carcere, hai
curato giornali scritti da detenuti, poesie e posta del cuore. L'altra
sera un telegiornale ha intervistato il detenuto italiano che è
in galera da più lungo tempo - trentacinque anni, lo scrivo in lettere
per allungare almeno un po' questa eternità - senza un lavoro interno,
senza un permesso esterno: "Sono stato recluso in 70 carceri diverse",
ha detto. Ciao, Giuliano Capecchi. Buon lavoro.
- Sabato 6 giugno 1998
Cari lettori, l'altro giorno ho indirizzato la mia piccola posta ad
Alberto Arbasino, commentando, non senza qualche pretesa di acutezza ed
evocazione di dettagli personali, un suo articolo su Repubblica dedicato
all'espropriazione del Borgo Pio da parte della chincaglieria da Giubileo.
Solo che l'articolo non l'aveva scritto Arbasino, bensì Asor Rosa.
Chiedo scusa all'uno e all'altro, e a voi lettori. Sono tentato, per meschinità,
di accampare giustificazioni: la vista che si indebolisce, il disordine
dell'edificio, la lunga simulazione di una vita normale. In realtà,
la spiegazione è una sola, e non mancherà di meritarmi l'indulgenza
di Arbasino, di Asor Rosa, e di tutti voi: sono un po' rimbambito.
- Venerdì 5 giugno 1998
Pubblico un testo sottoscritto dai detenuti di Pisa.
"I medici e gli infermieri penitenziari sono in sciopero. Essi si
oppongono al passaggio al ministero della Sanità, e difendono il
loro rapporto di autonomia contrattuale col ministero della Giustizia.
Le detenute e i detenuti del carcere di Pisa pensano che la questione li
riguardi: si tratta della salute e della cura dei detenuti.La prima considerazione
è che una decisione su un argomento così cruciale non può
essere presa senza una pubblica e approfondita discussione, al di là
degli interessi di categoria o di burocrazia. Questa discussione non c'è
stata.
Nel merito, i detenuti nutrono ragionevoli preoccupazioni. Il passaggio
alla sanità pubblica, in principio, non meriterebbe obiezioni, se
non coincidesse con una situazione di fatto del servizio sanitario tutt'altro
che incoraggiante. In un'esistenza drammatica come quella del carcere,
dove l'incidenza di malattie e sofferenze è spaventosa, e dove la
stessa vita di gabbia reclusa e umiliata è una malattia, il trasferimento
alla sanità pubblica promette di fare dei detenuti l'ultima ruota
di un carrozzone traballante. L'argomento secondo cui i costi attuali della
sanità carceraria sono eccessivi è già rivelatore
di un'intenzione di tirare al risparmio sui più disgraziati: soprattutto
se il calcolo di questi costi venga assurdamente fatto sulla media di 50
mila detenuti, e non sui 110 mila che ogni anno transitano dalle galere.
E non è assurdo paragonare i costi sanitari medi della popolazione
libera con quelli delle carceri, che sono veri e propri lazzaretti? Grazie
al cielo, tra la popolazione libera non c'è una maggioranza di malati
di epatite, né un 40 per cento di tossicodipendenti, né una
percentuale comparabile di tubercolosi, di tentativi di suicidio e di atti
di autolesionismo. L'autonomia contrattuale permette almeno ai medici di
buona volontà di coltivare la propria professionalità e la
propria indipendenza nei confronti del dominio delle ragioni di sicurezza
che viene fatto valere nelle carceri, a volte fondatamente, a volte arbitrariamente.
Per queste ragioni i detenuti, che pure sperimentano sulla propria pelle
le mancanze e le colpe della cura della salute in carcere, auspicano che
decisioni di tale rilievo vengano assunte solo su una documentazione approfondita
e pubblicamente discussa - anche con loro, nelle carceri - e intanto testimoniano
la propria solidarietà a medici e infermieri penitenziari con l'astenzione
dal pranzo di mercoledì 3 giugno".
- Giovedì 4 giugno 1998
Gentile Alberto Arbasino, ho letto con apprensione, da vecchio frequentatore
del Borgo Pio, la sua descrizione del suk da Giubileo cui si va riducendo,
e la sua proposta di devolverlo formalmente allo Stato della Chiesa. Potrebbe
essere estesa la sua idea, all'intera condizione esanime dell'Italia: "Quando
son morto il mio cadavere in tanti pezzi l'avete a tagliar". D'altra
parte, come si fa a voler male al desiderio di tanti pellegrini commossi,
nonostante i loro pullman? ("Muovesi il vecchierel canuto et biancho";
a me poi piace tanto quella poesia di Pascoli, "La morte del Papa",
si ricorda, con la vecchietta garfagnina). Mentre lei deplorava la manomissione
di Borgo, il priore di San Miniato, padre Zielinski, lamentando pellegrini
troppo belli e puliti, auspicava pellegrini poveri: "Che le favelas
del mondo riversino il loro popolo nella capitale". Augurio che suona
insieme generoso e minaccioso.Mi permetta di essere un po' indiscreto.
Una volta io le feci visita, non so più per chiederle cosa - un
articolo, o mille lire, o chissà. Ammirai la sua collezione di obelischi
in miniatura di diaspri, onici, basalti e altre pietre dure.Io stesso,
nei miei limiti, non resistevo mai all'offerta delle uova bianche o colorate
(tre uova, diecimila lire) di marmo o alabastro; per non dire dei quadretti
di pietra paesina. Di qui alla Pietà di Michelangelo e alle Torri
di Pisa di plastica c'è un altro gradino. Nel suo articolo c'è
un quadretto delizioso sul Gesù Cristo che "fotografato nella
persona di un giovane villoso del suburbio romano, vi guarda da certi rozzi
cartoni muovendo gli occhi: fate un passo indietro, e li chiude; uno avanti,
li apre. Molti pellegrini passano il tempo oscillando ammirati davanti
alle vetrine di Borgo". Mi sono divertito, ma mi sono anche ricordato
di quando, davanti alla Maestà di Duccio, mi assicuravo di essere
solo, e poi andavo su e giù guardando negli occhi la Madonna, che
continuava a seguirmi con i suoi occhi.
- Mercoledì 3 giugno 1998
Caro Antonio Tabucchi, ho letto sul Corriere di domenica la tua pagina
su García Lorca. L'occhiello diceva: "Celebrazioni. Nel centenario
della nascita". E il titolo: "García Lorca, il poeta assassinato".
Se non fosse stato per la tua firma, temo che sarei passato oltre. Dei
centenari se ne ha abbastanza, e dell'assassinio di Lorca ho letto molto.
Puoi immaginare come sia rimasto a mezza lettura, e poi via via che si
andava verso la fine. Come entrare distrattamente in un cinema parrocchiale
di pomeriggio, e non accorgersi delle luci rosse. Vedo lettori prendersi
per mano e sussurrarsi precipitosamente: "Andiamo via! E' pericoloso".
Hai deciso di fare a meno di quello che i cattolici chiamano rispetto umano,
e che a volte è una benedetta mitezza, altre volte perfidia incartata
nell'ipocrisia. Io, che pure ho sentimenti affilati come coltelli di Scarperia,
li smusso per ironia e per precauzione. Tu sei entrato in piena festa coi
piedi infangati, e hai infilato un rospo nella scollatura della padrona
di casa. Chissà se ti inviteranno ancora. Quanto a García
Lorca, pare che oggi in Italia non potrebbe fare né il maestro di
scuola né il giocatore di calcio: forse il poeta? Forse il poeta
assassinato? Forse il pellegrino da Giubileo, confuso nella folla: "Hacia
Roma caminan dos pelegrinos, a preguntar el Papa, mamita, que si han pecado,
niña bonita". Ho scritto un paio di pensieri sul revisionismo,
cui saltuariamente appartengo, per il prossimo Panorama. Intanto, chi voglia
recuperare alcune premesse del trambusto, legga la tua "Gastrite di
Platone", Sellerio, lire 12.000. Un po' di pubblicità non fa
male. Alla prossima.
- Martedì 2 giugno 1998
Lo zio di mia madre era stato capostazione a Gorizia, poi a Trieste.
Benché da bambino vivessi in ambienti militari, nessun ufficiale
mi sembrò mai altrettanto austero e autorevole di quel vecchio signore,
quando metteva sulla testa il suo berretto rosso. Anche nei romanzi di
Roth, un capostazione ferroviario, rigido, con la mano alla visiera, era
la più appropriata guardia d'onore alla maestà e alla serietà
asburgica. Ci ripensavo l'altra sera, ascoltando i racconti dei disgraziati
viaggiatori del Pendolino restati per ore nel buio di una galleria. "Ogni
tanto si intravvedeva il passaggio furtivo di qualcuno che si toglieva
il cappello, per non essere riconosciuto come un ferroviere".
- Sabato 30 maggio 1998
Mi piace una frase di Rosa Russo Iervolino: "Il Papa si occupa
delle grandi questioni dell'umanità. Credo che non sappia nemmeno
come sono composti Polo e Ulivo". Bello: magari. Il modello Ronaldo
("Ah, lei fa del football?") esteso all'intera conoscenza che
il Papa ha del mondo. Fra altri anni, forse, non ne saprà più
niente, e si occuperà solo delle grandi questioni - della Grande
Questione. Ogni volta, cinque minuti prima, gli suggeriranno qualcosa,
gli daranno qualcosa da leggere. Lui non saprà chi sia la signora
Albright, né Fidel Castro, né Bob Dylan. Ricorderà
ricordi d'infanzia, confonderà tutte le lingue come le traduttrici
simultanee quando sono stanche, e rimpiangerà di non aver abbracciato,
quella volta, Michel Petrucciani.
- Venerdì 29 maggio 1998
Ci sono delle frasi su cui fermarsi, nelle lettere della ragazza che
si è uccisa a Bellizzi Irpino."Qui succedono cose che nessuno
deve vedere". In tutte le carceri italiane ci sono posti "che
nessuno deve vedere". Posti nei quali ogni legalità, ogni diritto
è messo al bando. Ci sono celle in cui si è soli e senza
difesa, celle di scarafaggi, e schizzi di sangue. Vi dirò una cosa
sul Sessantotto, che nessuna denigrazione cancellerà. Prima del
Sessantotto, c'era scritto "Vietato l'ingresso" dappertutto.
Le case chiuse, grazie a una brava signora, erano state abolite: ma le
caserme, i manicomi, gli ospedali, le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro,
gli uffici pubblici, le scuole - erano tutte case chiuse. Il Sessantotto
le aprì. I non addetti ai lavori entrarono, e guardarono. Quel po'
di trasparenza che l'Italia si è guadagnata, viene da lì.
Nelle prigioni, appena spostato a mani nude, il macigno che seppellisce
la porta è tornato al suo posto. Restano luoghi invisibili. Nessuna
esigenza di sicurezza lo giustifica, nessun impegno di umanità gli
si concilia. Solo il sadismo appassionato alle segrete e alle sevizie,
e l'impunità regalata agli addetti ai lavori sporchi. Guardate al
modo in cui le notizie sono sgattaiolate fuori dalla galera di Bellizzi
Irpino. Un deputato (di An) che ci è andato ieri, ha descritto altri
due bambini nigeriani e una bambina slava che piangono e battono la testa
contro i ferri.Del bambino di Silvana Giordano, che piange sul pavimento
stretto della cella e si attacca al corpo penzolante di sua madre, si può
solo immaginare: molto peggio che vedere. Governanti e carcerieri, non
vergognatevi delle vostre galere. Vantatevene. Portateci le scolaresche,
e i magistrati, e gli avvocati, e le famigliole. E i terapeuti della proibizione.
Visite guidate, cacce al tesoro, escursioni zoologiche. Non migliorate
niente delle carceri, non importa: solo, fatele vedere a tutti.
- Giovedì 28 maggio 1998
Se un giorno uscissi di qui, vorrei provare la pillola Viagra. Sono
disposto ad affrontare la fatica di un accoppiamento, pur di vedere tutto
blu.
- Mercoledì 27 maggio 1998
Del carcere di Bellizzi Irpino si parlò, qualche anno fa, a
proposito di una direttrice accusata (poi, forse, condannata) di cene allegre
ed esuberanze sessuali, in pro di detenuti eccellenti, e con concorso di
guardie e magistrati. Magari erano solo chiacchiere. Davano di quel carcere
un'idea orgiastica.
Ora se ne riparla, ancora per una donna. Una detenuta, questa volta, di
ventisei anni. Si è impiccata alle sbarre della cella, ed è
rimasta a penzolare davanti al suo bambino di due anni, detenuto con lei.
Ha lasciato due lettere, dicono i giornali. Chissà perché
l'ha fatto, dicono. La gente rinvia sempre le cose un po' più in
là. Perché l'ha fatto. Come se non bastasse vedere che l'ha
fatto. E quel bambino che guarda (e che cosa avrà fatto, lui?) e
piange.
Mi ripassano davanti le decine di titoli dell'ultimo anno. "Mai più
galera per le madri di bambini piccoli". Amen.
- Martedì 26 maggio 1998
Gentile direttore del Corriere della Sera, ho letto con amarezza sulla
prima pagina del suo giornale, sabato, il titolo che diceva: "Gettano
dall'auto una bambina ferita per fuggire". La notizia, mi pare, era
un'altra: un carabiniere aveva sparato a un'auto che non si era fermata,
colpendo alla testa una bambina di otto anni. Per decidere che è
quella, la notizia, non occorre cedere a pregiudizi ostili ai carabinieri.
Il brigadiere che ha sparato è ora anche lui un uomo che fa compassione.
Ma il fatto resta. Anche ammesso - e non ce n'era alcuna prova - che l'auto
su cui viaggiavano la bambina Natalie e sua madre, e due uomini, "extracomunitari",
poi fuggiti, fosse reduce da un furto, era ragionevole aprirle il fuoco
contro, perché non si era fermata? La malignità della sorte
ha voluto mettere questa "fuga" così castigata a ridosso
di altre fughe, Gelli, Cuntrera. L'Arma ha dichiarato (leggo sul Corriere
di domenica) che i militi non avrebbero mai sparato, se avessero visto
la bambina. Dunque sparerebbero su uomini e donne adulti, perché
non si fermano all'alt. Che fossero sospetti di furto, non è un'attenuante
per chi ha sparato. Che fossero, madre e figlia, nomadi, è un'aggravante.
Non crede? Per la singolare esistenza che conduco, io avevo conosciuto
quella bambina e sua madre. Suo padre era in carcere qui, e sapevamo tutti
delle traversie per la malattia di Natalie, le aspettative per l'operazione
al cervello che avrebbe affrontato all'ospedale di Careggi. Nella stanzaccia
dei colloqui, in quella ressa penosa e commovente fra detenuti e famigliari
in cui i bambini sono i soli a rompere le righe e rotolare di qua e di
là dal muro, la bambina Natalie, che non ce la faceva, doveva restare
in braccio alla madre. Ora i giornali riferiscono la disperata operazione
compiuta a Careggi e il ricovero in coma all'ospedale infantile Meyer.
Che tristezza. I carabinieri, dopo la sparatoria, avevano fatto salire
la madre sulla propria auto, e lasciato la bambina morente sull'altra,
per trasportarla all'ospedale. Lungo il tragitto, i due dell'auto hanno
lasciato la bambina e sono scappati. Di questi due disgraziati si può
pensare quello che si vuole. Ma non era quella la notizia.
- Sabato 23 maggio 1998
Mi scuso di usare lo spazio di oggi per una rinfusa di notizie necessarie.
1.L'anziano senegalese di cui parlavo ieri è stato rimesso in libertà
ieri pomeriggio. 2.Da qualche mese il barbaro divieto ai libri rilegati
è stato revocato: possiamo riceverli. Ringrazio La Capria e gli
altri così generosi, pur di mandarmeli, da scerparne le copertine,
atto penosissimo, com'è penoso riceverli così, come orfani
rapati per forza. Non ce n'è più bisogno. 3.Vorrei ricordare
agli amici di Sarno la leggenda russa su San Nicola che manca a un appuntamento
con Dio perché per strada si è fermato ad aiutare un contadino
bloccato dal fango. 4.Ho annotato, per tutti gli altri, la frase di un
infangato di Sarno che abitava da 19 anni in un container: "Comunque
qua prima della frana c'erano anche i topi abbastanza grandi". 5.Da
un po' di tempo i sacchetti di plastica per l'immondizia forniti dall'Amministrazione
penitenziaria (20 al mese: tutti gli altri ne han 31) sono regolarmente
bucherellati. L'interpretazione prevalente è che sia per impedire
i suicidi con la testa nel sacchetto.
- Venerdì 22 maggio 1998
Spettabili Autorità in genere, vedo che è universalmente
diffusa fra Voi, pur nella varietà delle soluzioni preferite, la
convinzione che, per incarcerare i condannati più grossi, ci sia
bisogno di cambiare le leggi vigenti, e forse perfino la Costituzione.
(Abolizione della Cassazione, abolizione della presunzione di non colpevolezza
dopo il primo o dopo il secondo grado, autoconsegna dei giudicandi dalla
Corte Suprema come condizione per essere giudicati eccetera). Permettete
una domanda. Finora, cioè negli scorsi cinquant'anni, le leggi non
consentivano di arrestare i condannati? E' giusto non prendere decisioni
avventate, ma cinquant'anni! E se no, qual è la novità? L'invenzione
del fax? Statemi bene.
- Giovedì 21 gennaio 1998
Ho idee confuse. E' uno scandalo che si sia lasciato scappare Gelli?
E' uno scandalo. Ma se non fosse scappato, malattia o no, avrebbe dovuto
andare in galera, a ottant'anni? L'avrei considerato uno scandalo - salvo
che si dimostrasse che, fuori, ordiva delitti. Ma ne aveva avuto il tempo,
no? Due giorni fa qui è morto un uomo: gli si è rotto il
cuore. Ne aveva solo 47, di anni. A Milano non avevano ritenuto il suo
stato grave abbastanza da sconsigliare la traduzione a Pisa. Sospettavano
che simulasse. A Pisa hanno accertato che solo un trapianto poteva salvarlo.
Se simulava, ha simulato bene. C'è qui un signore senegalese di
68 anni, sta seduto in cortile e si tiene la bella testa fra le mani, ogni
tanto cammina un po', stentando, è molto religioso e non parla quasi
italiano. Anni fa gli fecero una contravvenzione perché vendeva
cassette musicali contraffatte. Per questo, come sempre in contumacia,
lo processarono e condannarono a due mesi. Naturalmente né se ne
occupò né lo seppe, e la condanna passò in giudicato.
Venti giorni fa andò alla questura a rinnovare il permesso di soggiorno,
e il computer fece saltar fuori i due mesi. Fu assicurato al carcere. Come
vedete non è vero che i condannati sfuggono alla giustizia. Per
un Cuntrera che se la squaglia, sapete quanti anziani senegalesi da due
mesi vengono implacabilmente beccati? E senza misure alternative? Bene,
bravi. Alcuni fanno addirittura fatica a ricostruire perché vengono
dentro, ammesso che vogliano chiederselo. Il nostro senegalese forse non
vuole. Da lui non si riesce a sapere la storia. Ha chiesto il Corano, bisogna
farglielo portare: bisognerebbe farne portare almeno quanti Vangeli. Se
ne sta solo, ma risponde gentilmente al saluto. Però canticchia
sempre, dei canti monotoni, forse sono preghiere, forse canzonette.
- Mercoledì 20 maggio 1998
I carcerati guardano tutti i film sul carcere, e correggono gli errori.
La scena più bella di "Nel nome del padre" è quella
in cui, morto il padre, i detenuti lo ricordano facendo piovere giù
dalle finestre delle celle una luminaria di pezzetti di carta incendiati.
In realtà, non si può fare: le finestre hanno due file di
sbarre, e una grata fitta. In un altro film americano, non solo la dentista
è bellissima, ma fa l'amore col detenuto nell'infermeria del carcere.
In realtà, i detenuti sono atrocemente sdentati, e di far l'amore
non se ne parla nemmeno. Qualche volta non funziona neanche il paragone
con la letteratura più classica. Vi ricordate Maroncelli, nelle
"Mie prigioni": gli amputano la gamba, vede su una finestra un
bicchiere con una rosa, chiede a Pellico di portargliela, e la regala al
vecchio chirurgo. "Quegli prese la rosa e pianse". Ora, nel mio
piccolo ho subito un paio di piccoli interventi su dei nei. Il chirurgo
che mi ha operato è apprezzato anche come chirurgo della mano. Essendo
qui vietate rose e bicchieri, ho voluto regalargli una copia del mio "Libro
per la mano sinistra", prezzo di copertina lire 18.000, valore reale,
dopo esser passato per le mie mani e la mia dedica, lire zero. Ho chiesto
a un agente, che ha chiesto a un capoposto, che ha preso il libro e ha
chiesto a un ispettore, poi mi ha riportato il libro e ha detto che
non si può: è vietato. Mi vendico così, raccontandolo.
Sono piccoli infortuni, ora che finisce il secolo, siamo entrati in Europa,
e il resto. Però immaginate la scena: quel disgraziato di Maroncelli
amputato, Pellico gli porta la rosa, e le guardie la sequestrano. Il vecchio
chirurgo dello Spielberg "non prese la rosa, e pianse".
- Martedì 19 maggio 1998
Caro Giuliano Zincone, meno male che hai scritto l'articolo su Silvia
Baraldini, la legge e l'umanità, l'America e l'Italia. L'opinione
di Luttwak pubblicata dall'Espresso era, per la sostanza e ancor più
per la forma, un esercizio di sollevamento pesi: spedito l'articolo, l'autore
sarà uscito col cane, avrà mangiato due bambini, e si sarà
sentito bene. Bisogna tenersi in forma.
Intanto, abbiamo saputo che il 1°maggio, quando tutte le detenute e
i detenuti del carcere penale qui a Pisa hanno fatto uno sciopero della
fame per simpatia con lei, anche Silvia Baraldini ha digiunato, essendone
stata informata, per simpatia con noi. Non è come ritrovarsi insieme
a cena, ma gli somiglia.
- Sabato 16 maggio 1998
Caro Raffaele La Capria, ho ascoltato una tua bella intervista, registrata
fra bei libri, bei gatti beato te, insomma e sono stato attento
soprattutto quando hai parlato di com'era trasparente il mare, e com'è
diventato opaco. Noi siamo stati la prima generazione, hai detto, che ha
visto cambiare, e corrompersi, la terra, l'acqua, l'aria che si respira.
Il mare, hai continuato, ha smesso di colpo d'essere trasparente nel 1942.
Ne sono stato turbato. Infatti, quando tu (che eri un famoso tuffatore)
un giorno dell'estate del '42 ti sei tuffato nel tuo mare napoletano e
hai scoperto che l'acqua del mare non era più lei, io sono nato
era l'agosto del '42 e il mare era quello triestino. Sono cresciuto,
ho imparato a fare i tuffi, ho visto com'era trasparente l'acqua del mare,
e poi d'un tratto forse un giorno dell'estate del 1958 mi sono
accorto che era diventata torbida e opaca. Al prossimo colloquio devo chiedere
a mio figlio com'è andata a lui. Sarebbe giusto che ogni generazione,
o ogni tuffatore, conoscesse il mare trasparente, prima di vederlo sporcarsi.
Invece è provato che, da un giorno fatale in poi forse nel
'42, forse nel '58, o l'anno scorso quella limpidezza è finita
per sempre. (Dall'anno scorso non posso dire: mi hanno rubato l'estate).
- Venerdì 15 maggio 1998
Negli anni della politica estremista (ce ne sono di più estremiste,
oggi, benché meglio stirate) imparammo bene la geografia e l'amicizia.
Nella nostra geografia l'Agro sarnese-nocerino ebbe un posto importante.
Da Sarno veniva con altri un giovane dall'accento rotondo ed eloquente,
e pieno di ironia, a raccontare tutto sui raccolti di pomodoro, sugli arbitrii
contro i lavoratori stagionali, o delle fabbriche conserviere. Raccontava
delle lotte difficili sul prezzo del pomodoro ai contadini, sui diritti
di raccoglitrici e raccoglitori. Era competente e appassionato di storia
locale, e spiritosamente curioso, come succede nei posti piccoli, di aneddoti
e ritratti di amici avversari. Grazie a lui, e a molti altri, diventammo
di casa a Sarno e nei paesi limitrofi, prendendo lezioni di quella geografia
dell'amicizia. L'amicizia durò oltre la condivisione politica. Milone
continuava ad appartenere alla sua terra. Qualche anno fa mi mandò
un bel volume illustrato, che aveva curato, sulle vecchie filande di Sarno.
Mi scrisse per dirmi che suo figlio era stato accolto alla Normale di Pisa,
e che avrebbe potuto studiare storia dell'arte con maestri come Castelnuovo.
Ci saremmo potuti incontrare, diceva. Ora ho letto sui giornali che Gaetano
Milone, preside di liceo, è uno dei morti dell'alluvione di fango.
- Giovedì 14 maggio 1998
Ogni volta che, estasiato, guardo un nuovo e più sofisticato
documentario naturalistico, penso a quei grandi e sapienti antichi che
studiavano piante e animali a occhio nudo e col genio di una curiosità
illesa. Se potessi incontrare la grande anima di Aristotele, gli porterei
in regalo una videocassetta sui capodogli.Nell'ultima puntata di Superquark
c'era un servizio travolgente sulle aquile.Ho una passione per loro e anche
una discreta dimestichezza con le aquile di mare. Conosco bene il modo
in cui queste maestose creature, coi loro due metri e mezzo di apertura
d'ali, fanno finta di niente le quattro volte su cinque in cui si tuffano
senza acchiappare nulla. Ma non avevo mai visto uno spettacolo simile,
culminato nelle riprese strette sul girotondo della coppia di aquile che
si afferrano per gli artigli, e poi si gettano a vite.La scena più
emozionante riprendeva un'aquila reale (sui monti Tatra?) che artiglia
una testuggine, la solleva in alto, e la lascia cadere sulle rocce, per
spaccarne il carapace e mangiarla.Mentre la testuggine precipita, l'aquila
l'accompagna in picchiata, come per starle addosso, e poi si avventa a
riafferrarla dopo che è rimbalzata sulla pietra.L'etologo Mainardi
ha spiegato che si conosce bene il ricorso dei gabbiani e altri uccelli
a spaccare i gusci di frutti di mare lasciandoli cadere dall'alto sugli
scogli, ma che non si conoscono usi analoghi per le aquile.Mi sono ricordato
del più bel precedente: la morte di Eschilo.Eschilo aveva la zucca
pelata.Un'aquila reale scambiò la testa calva per un sasso, e le
fece cadere sopra la tartaruga che teneva fra gli artigli.I sapienti antichi
avevano già visto tutto.
- Mercoledì 13 maggio 1998
Caro Sergio Cusani, ho saputo da una tua intervista che la Cassazione
ti ha dato ragione sulla possibilità di una "semilibertà"
che ti faccia trascorrere il giorno al lavoro in carcere e la notte fuori.Ne
sono stato entusiasta: benché passata inosservata, questa decisione
è infatti una vera rivoluzione culturale. Non è un caso che
il tribunale di sorveglianza l'avesse negata, e sei stato coraggioso a
chiederla. Abbaglianti come sono, le notti restano per il pensiero vigente
il tempo delle tenebre, del vizio e del delitto: e la reclusione, zoologica
sempre, di notte si raddoppia come con le bestie inferocite e castigate.Ieri
notte mi hanno "contato" quindici volte, non ho chiuso occhio,
e ho fatto altri passi nella rieducazione metodica all'odio e alla maledizione.Che
la notte ritorni a essere, anzi con il certificato della Cassazione, il
tempo della libertà, è davvero una notizia da festeggiare,
sia pure con discrezione (che non ci sentano, le Guardie Notturne).
- Martedì 12 maggio 1998
Gentile Rosso Malpelo (non so di chi lei sia pseudonimo), lei ha voluto,
piuttosto sbrigativamente, sull'Avvenire, consigliarmi di usare il mio
molto tempo (errore: io non ho tempo libero; lei ne ha) per leggere di
più e scrivere di meno. So che dovrei farlo. L'occasione era in
un mio pezzo su Panorama, che toccava, fra altri, argomenti evangelici.
Le dirò francamente che, avendo avuto un'originaria buona educazione
cattolica, sono oggi saltuario e superficiale lettore dell'Antico Testamento,
e migliore lettore dei Vangeli, ma senza conoscenza metodica degli studi
storici e critici.Dunque in generale lei ha ragione. In particolare, riceva
un paio di obiezioni. La prima: io ho scritto un pezzo che metteva insieme
notizie comparse nello stesso giorno sul Corriere della Sera; fra esse
quella sulla nuova versione francese della Bibbia. Dunque è un po'
incongruo rimproverarmi che quelle notizie non fossero nuove.Nel merito:
il Vangelo che leggo abitualmente (non per ragioni di fede positiva, che
non ho e di cui non sento la mancanza) è la "traduzione interconfessionale
in lingua corrente", e ha, come ho controllato dopo aver letto la
recensione del Corriere, "siamo soltanto servitori". Ma, non
avendo seguito la discussione, ero rimasto legato alla vecchia (e difficilior)
dizione sui "servi inutili" (e al latino "servi inutiles
sumus"): che del resto rimane la più proverbialmente citata
nei commenti e nelle metafore correnti. E' anche la dizione della Cei (almeno
l'edizione cui sovrintese monsignor Galbiati) o del Vangelo a cura di Pietro
Vanetti s. J., e con la prefazione del cardinal Martini (Piemme 1997),
che ho qui in mano per averla trovata in regalo sul banco della cappella
di questa galera."Siamo servi inutili". Quanto alla questione
su che cosa Gesù pensasse di se stesso e della propria identificazione
messianica col "figlio di Dio", lei calca un po' la mano chiedendomi
se abbia mai letto le frasi che lei cita dal Vangelo di Giovanni: creda,
infatti, che ho letto i Vangeli. Se quelle frasi chiudessero la questione,
non si capirebbe perché essa sia così aperta e fruttuosamente
frequentata da studiosi di vaglia, compresi molti cattolici. A quella questione
rinviavo a proposito di un saggio di Carlo Ginzburg (in "Occhiacci
di legno", Feltrinelli 1998, libro di cui sull'Avvenire hanno scritto
Gian Franco Svidercoschi e Franco Cardini, se non sbaglio, e che anche
lei, che ha tempo, vorrà leggere).Resto grato di ogni correzione
e incitamento.In compenso, lei si chieda, se vuole, se la sbrigatività
con cui mi ha corretto non risenta di una gelosia da invasione di campo,
per così dire: "Un cinghiale è entrato nella vigna del
Signore", eccetera.
- Sabato 9 maggio 1998
Cara Elvira, rileggendo "Vent'anni dopo" ho trovato questo
passo: "Badate alla pronuncia; furono uccisi seimila angioini in Sicilia
perché pronunciavano malamente l'italiano; badate che i francesi
non abbiano a pigliar su di voi la rivincita dei Vespri Siciliani".
'E' D'Artagnan che avverte Mazzarino). Il passo inverte distrattamente
le cose: quelli furono ammazzati perché erano francesi. Ma detto
così, fa pensare a un raffinato capriccio purista dei palermitani:
che fecero una sommossa per correggere nel sangue gli errori di pronuncia.Bellissimo.Corrisponde
a una possibile idea della Sicilia: che solo ciò che sia inessenziale,
gratuito e lussuoso le si mostri necessario.(Perfino certe stragi mafiose
orrende e suicide obbediscono a questa sproporzione capricciosa). Non ho
visto applicazioni più concrete del pensiero di Maria Antonietta
(che poi era austriaca, e avrebbe saputo dire: ceci) sul pane e le brioches,
di certi vassoi mattutini arrivati da Caflisch degni di tornare alla memoria
intermittente come maddalene e melloni cantalupo. Quando penso a te, e
alla Sicilia, non sopporto l'idea che vi debba mancare, un giorno, il superfluo.
- Venerdì 8 maggio 1998
Caro Paolo Mieli, ho anch'io una perplessità sulla conclusione
della tua pagina dedicata allo studio di Anna Foa su Giordano Bruno. Non
per la dissacrazione di Bruno, che sarà senz'altro leale, data la
bravura dell'autrice. (Io però provo ormai un desiderio crescente
di riconsacrazioni: e, quanto a Campanella, mi chiedo se se ne possano
rileggere con immutato orrore i verbali del processo trascritti da Marguerite
Yourcenar ne "Il tempo, grande scultore"). Sembra che la tua
pagina si concluda con l'annuncio di una revisione del sommario giudizio
storico sulla Controriforma: revisione che sarebbe, anche, al centro della
nuova collana del Mulino sull'identità italiana. Se non fraintendo,
mi pare un'altra battaglia in gran ritardo. Lo Hubert Jedin della "Riforma
cattolica" era una lettura obbligata per gli allievi del maestro degli
studi su riforma e controriforma in Italia, Delio Cantimori. Quanto oltre
quella disputa -Riforma cattolica o Controriforma? - si sia felicemente
andati, lo mostra il libro capitale di Adriano Prosperi, "Tribunali
della coscienza" (Einaudi 1996), che espone i frutti di una ricerca
innovatrice durata decenni. Il libro, che pure tratta, specialisticamente,
di inquisitori, confessori e missionari interni nell'Italia del Cinque-Seicento,
ha un rilievo impressionante per la più urgente attualità
politica e civile italiana. Molto sobriamente maneggiata dall'autore, e
più spesso lasciata per intero alla riflessione del lettore, questa
"attualità" riguarda la parte della religione cattolica
e della chiesa nella formazione e nella custodia di un'identità
italiana unitaria; o l'intreccio fra tribunali ecclesiastici e tribunali
laici alla fine del quale si arriva alla triste nozione del "pentimento"
giudiziario; o il radicamento popolare conquistato grazie alla scelta di
considerare l'Italia come terra di missione, le "Indie interne";
o il peso dell'ossessione sessuale nel rapporto fra clero e fedeli, confessori
e devote. Eccetera. Una materia così riccamente documentata e raccontata
chiude la vecchia disputa sulla natura della Controriforma e si lascia
alle spalle l'amor di tesi costituite per ragioni politiche. Il suo rilievo
politico ne esce tanto più forte. Basta pensare alla forma recente
e imprevedibile assunta dall'opposizione fra antiunitarismo e unitarismo
nel nord d'Italia, con la campagna aperta da Bossi contro la chiesa cattolica
e lo stesso papa.A metà fra la bravata sbronza e il disegno calcolato,
questa è (benché del tutto sottovalutata) la più ambiziosa
dichiarazione di guerra mossa contro l'egemonia cattolica in Italia, nelle
sue roccaforti, come il Veneto bianco, dalla Riforma luterana in poi: più
dell'anticlericalismo risorgimentale e massonico e socialista dell'altra
fine secolo. E, viceversa, con la chiesa cattolica trasformata nella principale
titolare di una resistenza "unitaria" ai secessionismi. Ne riparleremo.
- Giovedì 7 maggio 1998
Gentile Paolo Mauri, lei ha osservato, se non sbaglio, che i giovani
letterati contemporanei sono influenzati soprattutto dalla lettura di autori
stranieri letti in traduzione. Penso che in generale tutti noi, salvi i
pochi poliglotti già in giovane età, facemmo molte fra le
nostre letture più formative in traduzioni. Dunque fummo influenzati
in modo ingente dalla lingua dei traduttori. Questa ovvietà ha un
corollario meno ovvio: infatti il mestiere della traduzione è uno
di quei lavori di cucina in cui le donne, escluse altrove, hanno avuto
una parte maggiore. Non solo donne scrittrici, come Natalia Ginzburg per
Proust. La traduzione Einaudi di "Guerra e Pace" (1928), rivista
da Leone Ginzburg, era di Enrichetta Carafa d'Andria. La traduzione di
"Gita al faro", prima dell'edizione Feltrinelli di Nadia Fusini,
fu, per Garzanti 1934, di Giulia Celenza (bella, direi: benché attribuisse,
se non ricordo male, un palco di corna a un cinghiale). I grandi tedeschi,
Mann, Musil (e Kafka) li abbiamo letti attraverso Lavinia Mazzucchetti,
Bice Giachetti-Sorteni, Anita Rho e Barbara Allason. (Per non dire del
Marx di Emma Cantimori). Abbiamo letto Conrad attraverso Franca Violani
Cancogni (e Maria Jesi). O, di recente, Cechov attraverso Serena Vitale.
L'elenco dovrebbe naturalmente essere molto più lungo e accurato.
Facendoci riconoscere, alla fine, la parte misconosciuta che la lingua
di tanti classici lavorata da donne traduttrici ha avuto nella nostra educazione
letteraria.
- Mercoledì 6 maggio 1998
Caro Ernesto Olivero, cercavo un pretesto per fare pubblicità
ai tuoi libri appena usciti da Mondadori, "Non bussate: è già
aperto", che è una storia del tuo Sermig, attraverso le vicende
umane dei suoi protagonisti, e "Meditazioni per il nuovo millennio",
che è una raccolta di tuoi pensieri-preghiere che, avendo la mia
prefazione, è apparso al titolista del Corriere come uno scoop ("Sofri
folgorato dall'estremismo del Vangelo": è vero, ma è
successo da una cinquantina d'anni). Be', l'ho già fatta, la pubblicità.Il
pretesto comunque l'avevo trovato.Era la notizia vaticana sul pellegrinaggio
del Giubileo del 2000, che sarà valido anche se avverrà attraverso
"i viali della telecomunicazione".Si potrà andare a Roma
- cui portano tutte le strade, anche quelle telematiche - via Internet.
Per un verso, la notizia è ovvia; per l'altro, è sconvolgente.
Il pellegrinaggio è il pellegrinaggio.Deve mettere in moto mani
e piedi, mantello bastone e conchiglia.Lo sai bene tu, che sei un estremista
dei pellegrinaggi comuni (come quello che stai conducendo: "A piedi
verso la pace") e di quelli solitari. Sei così santo e matto
che hai - posso dire, no? - un contapassi allacciato alla caviglia: sgrani
chilometri come preghiere.
Ho appena ritrovato una frase di Gandhi da un testo del 1909, in cui esprime
la sua angoscia di fronte alla civiltà moderna: "Gli uomini
non avranno più bisogno di usare le loro mani e i loro piedi".
Speriamo di no: che tanti si mettano in cammino. "Muovesi il vecchierel
canuto e bianco". Ci saranno degli ingorghi: non importa.Io intanto
vado avanti e indietro nel cortile, e ti saluto.
- Martedì 5 maggio 1998
Sulla scia del profumo dei ciclamini, di cui si è detto, voglio
raccontare un gradino della mia iniziazione al marxismo. Ero giovane, e
una rivista - forse Carte segrete, che aveva quella bella copertina di
cartone da pacchi - pubblicò un Questionario d'epoca al quale aveva
risposto Karl Marx. Alla domanda: "Qual è il vostro fiore preferito?",
Marx aveva detto: "L'oleandro". Ero molto affezionato agli oleandri,
che ora sono diventati siepi spartitraffico sulle autostrade, ma nel sud
di allora crescevano come alberi e riempivano di un unico cespuglio i greti
secchi delle fiumare, e io preferivo i fiori scarlatti, e mia madre quelli
color crema, e la scoperta che uno come Marx, dall'esistenza fuligginosa
e chiusa, prediligesse quel fiore meridionale e umoroso mi entusiasmò,
quasi quanto la prima lettura del "Manifesto". Molti anni più
tardi, quando il mio marxismo vacillava già mortalmente, il colpo
di grazia venne dalla lettura nell'originale di quell'antico questionario.
Era stato un errore di traduzione. Marx prediligeva i rododendri. Sono
meravigliosi i rododendri: ma è tutta un'altra storia, e un'altra
geografia.
- Venerdì 1 maggio 1998
Carissimo Marco Boato, suppongo che ti chiederanno di preparare una
bozza che, garantendo l'autonomia della federazione calcio, riduca anche
il rischio di errori arbitrali, ripristinando la terzietà del quarto
uomo e così via.So come sei gentile: ma accampa qualche impegno
impellente, e dì che non puoi.





