Piccola posta
1998
Maggio e Giugno
Marzo e Aprile
Gennaio e Febbraio
1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Giovedì 30 aprile 1998
Caro Vincenzo, se fossimo stati liberi e l'uno di fronte all'altro
avremmo litigato, alzato la voce, minacciato i presenti che non fossero
d'accordo con l'una o l'altra tesi, e poi saremmo andati di persona, a
qualunque ora, nel folto del bosco. Il fatto è che i ciclamini sono
profumatissimi. Lo sono tanto più quanto più è loro
propizio il terreno, ombroso, muscoso, impregnato di acqua fresca.Puoi
trovarne poco odorosi nel bosco più secco e aperto, dove hanno anche
un colore più esangue. Forse ti ha indotto in inganno il paragone
coi ciclamini domestici, che hanno colori vari e vividi ma non hanno profumo,
e benché non vadano denigrati hanno, di fronte ai ciclamini di bosco,
un'aria grossolana, come certi fragoloni confrontati alle fragoline selvatiche.
Da bambino fui raccoglitore e venditore abusivo di ciclamini della domenica,
in posti del nord in cui fioriscono in luglio o addirittura in agosto.
Perciò sono stato molto contento di averne ricevuto il regalo da
un'interlocutrice gentile, e di aver potuto rinnovare con te una discussione.
Ti avverto anche che se fossi tu ad avere ragione, non lo ammetterei mai,
perché ci sono cose dalle quali non si torna indietro nella vita,
e io quel profumo di ciclamini lo sento con esattezza, anche in questo
momento, qui dentro: è il mio odore di santità. Ti abbraccio.
- Mercoledì 29 aprile 1998
Caro Wei Jingsheng, mi dispiace molto che, fra le tante persone che
hanno mancato di vederla durante la sua visita italiana, ci sia anch'io.
I miei cari amici radicali avrebbero dovuto pensarci. Io sono destituito
di ogni autorità, però almeno so chi è lei, e quanto
valga la pena di rallegrarsi che lei sia libero e possa visitare l'Italia.
Durante una puntata di "Porta a porta" Bruno Vespa, che pure
ha una redazione attenta e preparata, l'ha interpellata sommariamente chiamandola
oltretutto "Shang": chissà perché. Lui almeno l'ha
infilata, la storia più illustre di resistenza di una persona all'immane
potere dello Stato cinese, fra tristi racconti di ergastoli di Porto Azzurro.
Per il resto, niente. Eppure un giorno dei suoi 18 anni di carcere terribile
una guardia le si avvicinò per sussurrarle: "Ho sentito alla
radio la Voice of America che parlava di te". Vedo che, a bilancio
della sua visita, sommessa, lei ha dichiarato: "Il governo italiano
è molto coraggioso, perché è l'unico in Occidente
ad ammettere di non essere particolarmente interessato ai diritti umani
in Cina". Mi viene da piangere. Lei ha anche spiegato che "non
è vero che in Cina si pensi solo ad arricchirsi: c'è voglia
di democrazia". Ci credo. Vorrei poter dire lo stesso dell'Italia.
- Martedì 28 aprile 1998
Caro Enzo Iacchetti, ho il televisore a sinistra, e lo spioncino a
destra. Ogni tanto lo spioncino si apre, e inquadra il primo piano di un
agente che viene a darmi un'occhiata regolamentare. A mia volta, guardo
in tv come da uno spioncino i programmi da candid camera o quasi. L'altra
sera ho guardato il viaggio Roma-Milano che hai fatto con Anna Marchesini,
che per me è stata una gran rivelazione. Non per le gag e le parodie,
che avevo già apprezzato come tutti (a proposito degli intervistati
umbri sul terremoto, vorrei ricordarle un'anziana intervistata del terremoto
in Irpinia: intervistatore: "E' stata una scossa fortissima, avvertita
in tutta la regione"; intervistata: "A nui non ci ha avvertito
nisciuno") ma per i brani discretamente patetici, e quasi dickensiani,
a cominciare dall'aggettivo usato per descrivere la sua infanzia: "quasi
risicata". Così il racconto sulla visita della bambina di prima
all'aula di seconda, con qualche pretesto, per poter vedere la sorella;
o il racconto sul passeggino meritato con i punti premio, e ottenuto solo
quando era diventato troppo piccolo. Dunque ti ho giustificato quando,
per fargliene omaggio, hai scerpato prima un dente di cane, poi una margherita,
e alla fine un ramo di forsythia, e chissà che cos'altro avresti
sradicato se lei non te ne avesse dissuaso. Volevo dirti che l'uscita della
Certosa dove siete andati a pranzare, girando attorno alla fontana che
avete deplorato, è il posto dove abitavo prima di questo, e va be',
ora lo sai. Volevo anche metterti in guardia contro il rischio, a furia
di veder cadere miti e guidare in autostrada, di diventare brontolone come
Bartali. Ogni tanto scappa dal lago, dove lo sguardo va a sbattere contro
i monti della sponda opposta e resta contuso, e vattene al mare. Il mio
sguardo ci mette tre metri ad andare a sbattere contro il muro del televisore
e dello spioncino, cosicché potrei riuscire a capire perfino certi
colpi di testa dei generali dei carabinieri.
- Sabato 25 aprile 1998
Vorrei usare anche questo spazio per ripetere l'appello, deciso all'unanimità
dai detenuti del carcere di Pisa, a dedicare con un digiuno la giornata
del Primo Maggio alla solidarietà e all'augurio a Silvia Baraldini.
Vorremmo che in tutte le carceri si conoscesse questa iniziativa, la si
discutesse, e la si realizzasse insieme. Questo non servirà a niente
in pratica, ma farà bene a Silvia Baraldini; e farà bene
anche alla nostra dignità di prigionieri. Sarebbe anzi bello che
a questo impegno si volessero unire, in qualunque forma, anche le persone
che lavorano nelle carceri, educatori e operatori civili, e agenti penitenziari
- quelli fra loro che sentono giusto che Silvia Baraldini, dopo quindici
anni di carcere duro e di sofferenze, sia restituita al suo paese, come
prevedono le leggi e come chiede l'umanità. Il testo dei detenuti
di Pisa è stato pubblicato sul Foglio, sulla Repubblica e altrove.
Qui di seguito è quello degli operatori dello stesso carcere. Chiunque
possa, aiuti a renderli noti alle carceri e ai detenuti in tutta Italia.
Grazie. "Gli operatori sociali e sanitari del carcere di Pisa hanno
discusso l'iniziativa di solidarietà con Silvia Baraldini proposta
dai detenuti pisani. Ritengono, infatti, vendicativo e contrario a una
elementare umanità il quinto rifiuto opposto dal governo americano
alla richiesta di estradizione, con l'assurda motivazione che non verrebbe
garantita in Italia un'effettiva esecuzione della pena. Le autorità
americane mancano così di rispettare un trattato internazionale,
proprio mentre escludono l'Italia dal giudizio sui responsabili della strage
del Cermis. Auspicano che il governo italiano, gli organismi europei, il
tribunale internazionale, la Santa Sede e le Associazioni umanitarie riescano
al più presto a far rientrare in Italia Silvia Baraldini".
- Venerdì 24 aprile 1998
Basta sapersi organizzare. Mercoledì sera mi sono organizzato
così. Mi sono sintonizzato sulla partita Italia-Paraguay, escludendo
l'audio. Ho acceso la radio sull'Aida dal Massimo di Palermo. E ho continuato
a leggere "Vent'anni dopo", di Dumas padre. Ogni tanto mi facevo
un tè. Memorabile. Le acclamazioni dei detenuti per Moriero e quelle
delle principesse di Petratagliata per Norma Santini si mescolavano felicemente,
e il terzo e silenzioso gol dell'Italia è stato seguito dalla marcia
trionfale. Nel parapiglia il signor di Beaufort, a pagina 166 di "Vent'anni
dopo", è riuscito a evadere dal castello di Vincennes dov'era
tenuto ingiustamente prigioniero. Negli intervalli, così prolungati
da far temere ogni volta che qualche incidente avesse interrotto l'Aida
(tutto, a Palermo, sembra insidiato da un incidente improvviso, altro che
la Torre di Pisa) una signora di Radio tre si sorprendeva che le signore
di Palermo avessero toelette (sic!) sobrie, e chiamava Caselli Gianfranco,
ma per il resto era brava e disinvolta e ha chiesto all'arpista: "Quanto
costa un'arpa?" "55 milioni", ha risposto l'educata virtuosa.
L'arpeggio iniziale del secondo atto era già finito e gran parte
del pubblico era ancora fuori sala, avvertivano gli altri cronisti, e io
ero sulle spine, perché ho un'amica a Palermo che non è mai
puntuale e temevo che fosse lei. Una principessa, che raccontava cose bellissime
sul Massimo di quando lei era in fiore, ha ricordato che Donna Franca Florio
arrivava sempre al secondo atto, per garantirsi l'Entrata favolosa che
le spettava. "Ci sono dei fiori bianchi sulla scena", ha riferito
un cronista. "Calle", ha aggiunto a proposito un altro. Ah, come
avrei voluto esserci di persona (o in un palco di seconda fila, o per strada
a contestare), benché ci rimanga un po' male ogni volta che a Palermo
succede qualcosa di buono e di normale, cioè molto spesso, e il
commento è: "Questa sera Palermo ricomincia a vivere".
Al terzo atto ho spento la televisione, ho messo via il libro - il té
era finito - e ho spento la luce: per ascoltare sdraiato al buio la più
bella canzone: "Il ciel dei nostri amori come scordar potrem".
Verso l'una era finito tutto. Quando sono passati per la conta alle due
e mezza, sono rimasto sveglio a chiedermi: rivedrò le foreste imbalsamate?
- Giovedì 23 aprile 1998
Ci sono momenti in cui le cose mi sembrano farsi difficili. Ma poi
si trova subito la strada giusta. Come coi calamari giganti. Ancora nessuno
li ha raggiunti nel loro habitat abissale. Ma il professor Roger, dello
Smithsonian Institute (l'ho sentito venerdì in tv; venerdì
sera: calamari giganti) ha trovato il modo. Finora i calamari giganti si
conoscono solo per induzione, dai pochi esemplari spiaggiati, giovani e
di minori dimensioni. Forse sono lunghi 18metri, forse arrivano a 30. Nella
prossima spedizione, che avverrà nel 1999, il professor Roger ha
escogitato questa tattica: basta seguire i capodogli che inseguono i calamari
giganti negli abissi. A volte le soluzioni sono a portata di mano. Io credo
che approfitterò, per andarmene, di una migrazione di uccelli selvatici.
- Mercoledì 22 aprile 1998
Cara Silvia Baraldini, questo è l'appello sottoscritto da tutti
i detenuti del carcere di Pisa:
"Sabato abbiamo saputo che le autorità americane hanno respinto
per un'ennesima volta, e nelle loro intenzioni la volta definitiva, la
richiesta di estradare Silvia Baraldini in un carcere italiano. Ne siamo
stati molto addolorati e abbiamo parlato. Noi, naturalmente, abbiamo opinioni
politiche assai varie, ma questo non cambia niente al nostro sentimento
comune. D'altra parte, siamo privi per definizione di qualunque influenza,
e figuriamoci se possiamo pensare che la nostra voce sia udita dove sono
inascoltate voci autorevoli per umanità o per diritto. Però
noi siamo in prigione, come lo è Silvia Baraldini, e questo rende
più stretta e intensa la nostra solidarietà per lei. Silvia
Baraldini è una donna di 50 anni, che nel corso di una reclusione
lunga ormai 15 anni ha dato prova, non solo a nostro parere, di una grande
dignità. Avendo ripudiato con convinzione la violenza politica,
ha tuttavia rifiutato l'imposizione simbolica della delazione o dell'abiura.
Ha affrontato una malattia grave e dolori terribili come la perdita di
una sorella a lei legatissima, e dedita all'assistenza del prossimo. Ha
subito i tormenti corporali e le mortificazioni morali di un regime speciale
di detenzione punitiva, appena rinnovato contro di lei. Le ragioni dell'umanità
e quelle del diritto vogliono che Silvia torni nel suo paese. L'Italia
ha carceri di cui non può certo andare fiera, ma è il suo
paese. Noi, detenuti nel carcere penale di Pisa, uomini e donne, italiani
e stranieri, abbiamo il desiderio di far sentire a Silvia Baraldini il
nostro augurio. E anche di sentirci noi stessi capaci di essere uniti e
solidali per una buona ragione. Abbiamo pensato di dedicarle la testimonianza
di un digiuno in una giornata cara a tutti come il Primo Maggio: e di invitare
tutti i detenuti delle carceri italiane a fare lo stesso. Saremo grati
a chiunque, mezzi di comunicazione o persone private, ci aiuterà
a far conoscere il nostro invito a tutti i detenuti d'Italia".
- Martedì 21 aprile 1998
Gentile onorevole Prestigiacomo, ho ascoltato una sua conversazione
televisiva con Paolo Liguori. Lei, che ha fatto da padrona di casa al congresso
di Forza Italia, ha protestato con energia contro la battuta sul "partito
di plastica": "Altro che partito di plastica - ha detto - questo
è un partito d'acciaio". Vorrei metterla in guardia, senza
intenzioni politiche, ma di mera filologia, dalle tentazioni siderurgiche:
che erano irresistibili nel partito bolscevico, al punto che l'indiscutibile
protagonista del Libro Nero, il georgiano Giuseppe Vissarionovic Dzugasvili,
si rese celebre col soprannome di Stalin, che vuol dire appunto d'acciaio.
Vale la pena di ripiegare su materiali più duttili, ecologici e
riciclabili. Ulivo o quercia, la sinistra ha scelto il legno e, programmi
a parte, il legno è forte, vivo e vulnerabile.Glielo dico da una
gabbia in cui tutto è di ferro o di plastica, e si ha una gran nostalgia
di tigli, pergamene, maioliche, lana vergine e vetro soffiato. Tutto, purché
non sia ferro battuto, e vasellame di plastica. Molti saluti e auguri.
- Sabato 18 aprile 1998
Ho riletto per intero "I tre moschettieri". E' andata così.
Elena Croce, figlia di Benedetto, racconta di averli "divorati"
a nove anni, in tre giorni ("più di un volume al giorno non
mi fu concesso"), con l'approvazione compiaciuta del suo grande padre.
Il quale dichiarò il proprio rimpianto per non aver letto anche
lui quel libro "all'età giusta", cioè appunto nove
anni. Il caso, che domina tutto ciò che esiste, ma soprattutto le
biblioteche carcerarie, ha depositato nella nostra "I tre moschettieri"
nell' "edizione integrale" della BMM. Nella cui introduzione
si ricorda che lo stesso Dumas padre li lesse (per la prima volta, secondo
i maligni, che lo accusavano di aver messo su un plotone di "negri"
a scrivere per lui) "sul finire dei suoi giorni", avvicinandosi
dunque alla settantina: e ne fu soddisfatto. Anch'io. Ma rispetto alla
rilettura felice e spensierata che me ne aspettavo, mi è rimasto
un turbamento per la solitudine coraggiosa della perfida Milady. I tre
moschettieri sono quattro, e tutti sono tanti: le guardie del Cardinale,
il partito della Regina, i fidi di Buckingham. Lei è sola. La cosa
culmina nel processo finale, con tutti quegli spadaccini, lacché,
boia e lord inglesi radunati a condannarla e farla fuori. Imbarazzante.
- Venerdì 17 aprile 1998
Per continuare a non parlare di Ovidio, e di ciò che è
allarmante, parlerò di me, e di ciò che è ordinario.
E' l'una, è giovedì, sono chiuso a chiave. La notte scorsa
sono stato "controllato" nella mia gabbia di ferro sbattuto per
dodici volte, tra mezzanotte e le sette. Ho rinunciato a dormire anche
un solo minuto. Poco fa ho ritirato la posta. C'erano molte cartoline e
lettere diverse: messaggi di detenuti messi male, baci di nipoti, esortazioni
a trovare conforto nella fede, richieste di recensione, molti saluti, qualche
insulto. Una persona mi ha spedito una cartolina con una bustina di tè.
L'agente che mi apriva la posta mi ha detto, duro come da Regolamento:
"Questo cos'è?" "Una bustina di tè".
"Questo lo dice lei". In effetti, lo dicevo io, pur appoggiandomi
alla forma dell'oggetto, alla scritta "Peach tea" - tè
alla pesca, dunque - alla cartolina vezzosamente intitolata "Le cartoline
da tè", e altri indizi. Ho buttato la bustina nel cesto della
spazzatura - mi scusi, gentile speditrice: e non lo faccia più.
Mentre ero in cella e scorrevo la posta, è arrivato un graduato
con la bustina in mano - recuperata - e mi ha detto: "Sofri, questa
la mettiamo fra i suoi effetti in magazzino". In un momento, mi si
è aperto un varco sul futuro. Quando uscirò, fra una ventina
d'anni, diciamo, potrò riavere la bustina, portarla a casa, e farmi
un tè alla pesca. Ho chiesto di riconsegnare al cestino della spazzatura
la bustina, e poi ho scritto questa piccola posta di oggi. Così,
ho fatto ancora a meno di parlare di Ovidio.
- Giovedì 16 aprile 1998
Caro Federico Bugno, ho appena ricevuto il bel volume che raccoglie
i tuoi scritti dalla ex Jugoslavia ("Bajram.1991-1997" Edizioni
Magma, Napoli. Prefazione di Predrag Matvejevi´c). Il libro permette
di ricostruire passo dietro passo - e scuotendo la testa, e digrignando
i denti - il modo in cui matura e si compie una catastrofe che nessuno
avrebbe potuto credere possibile. Permette anche di conoscere te, vecchio
inviato di mestiere, uno che ne ha viste tante, e che ha bevuto tanto,
da far immaginare che voglia solo vivere cinico e smemorato per tutta la
vita; e invece ha trovato generosamente gli altri e se stesso, fino a scrivere
una dichiarazione paradossale d'amore e di riconoscenza: "Credo di
essere assolutamente sincero quando affermo che, in questa Sarajevo martoriata,
ho trascorso i più bei giorni della mia vita".
- Mercoledì 15 aprile 1998
L'opinione sul rigetto della nostra istanza di revisione del processo
da parte della competente sezione della Corte d'appello milanese, sarebbe
stata assai più motivata, e indignata, se fosse stato noto un documento
che, invece, è restato finora avvolto dalla discrezione burocratica
di una cancelleria. Il nostro difensore, Sandro Gamberini, aveva argomentato
presso la Corte la convinzione che, nella fase preliminare destinata a
esaminare l'ammissibilità della revisione, non fossero accoglibili
interventi della pare civile, che avrebbe avuto titolo ovviamente nell'eventualità
della riapertura del processo.La Corte d'appello ha respinto l'obiezione
della nostra difesa, e anzi ha ostentatamente citato ed elogiato le memorie
della parte civile contro l'ammissione dell'istanza di revisione. Il documento
finora sfuggito è il parere della procura generale milanese che,
in tre pagine, dava seccamente ragione alla nostra difesa, ciò che
è doppiamente significativo, dato il pervicace accanimento col quale
la stessa procura ha sempre avversato la nostra difesa, e data la nettezza
con la quale, in questa occasione, la procura interpreta la fase preliminare
dell'ammissibilità della revisione, in modo opposto all'esorbitante
interpretazione che ne ha dato la Corte d'appello. La procura generale
(e per essa il sostituto De Petris) scriveva che la Corte d'appello avrebbe
dovuto limitarsi a una sommaria delibazione dei nuovi elementi di prova
addotti", citando varie sentenze della Cassazione, e concludendo:
"Che si debba sempre rimanere nel perimetro di un esame delibativo
sommario". Col "logico corollario" che la valutazione dell'ammissibilità
della revisione "si volge de plano, senza il contraddittorio; pertanto
nel momento di tale giudizio preliminare non può ritenersi consentita
la produzione di memorie della parte civile".
Dunque, sia pure a posteriori, alleghiamo anche questo alla trafila infinita
di singolarità della nostra peripezia giudiziaria. Che anche nella
singolarissima circostanza in cui la pubblica accusa ha dato ragione alla
nostra difesa, i giudici hanno voluto darle torto, pur di continuare a
dar torto a noi senza aprire il minimo varco critico o problematico. Ciascuno
può utilizzare questo ulteriore episodio per precisare il proprio
giudizio sul pregiudizio di quei giudici. Io voglio illudermi che il medesimo
episodio, a noi notificato abbondantemente post factum, per il tramite
di quel servizio postale che solo contende alla giustizia la palma della
lentezza, offra alla Cassazione l'opportunità di riconoscere il
nostro buon diritto, fin dal parere della procura generale presso la Suprema
corte.
- Martedì 14 aprile 1998
Caro Chicco Testa, ho riletto i "Ricordi familiari" di Elena
Croce, figlia di Benedetto, e trascrivo per te e l'Ente che presiedi questo
brano: "Mio padre, ad ognuna delle sue escursioni dal suo studio nelle
nostre stanze, denunziava indignato qualche abuso di illuminazione, ed
accompagnava il suo passaggio girando interruttori. L'allergia di mio padre
per la 'grande illuminazione' faceva del resto parte dell'aneddotica ufficiale,
tanto più che quando era stato ministro della Pubblica istruzione,
una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere
i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche
di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata
per gli appunti, ad utilizzare invece piccoli foglietti, ritagli e recuperi:
il che gli era stato subito suggerito da un'occhiata tecnica ai cestini
della carta straccia".
- Sabato 11 aprile 1998
Gentile Bruno Vespa, non avendo mai messo piede in un casinò,
e anzi non avendone mai avuto la tentazione, ho riparato guardando la sua
serata sul tema.E ho fatto bene, perché ho imparato l'espressione,
mai sentita prima, "vicini allo zero", che designa un gruppo
di numeri alla roulette.Mi sembra magnifica, senza volere, come tante formule
tecniche (per esempio, in meteorologia, "turbolenze in aria chiara").
Se non se ne approprierà qualche gruppo musicale per intitolarsene,
come i Cugini di campagna eccetera, ne approfitterò io per un apologo,
"Vicini allo zero": quasi al verde, fra nichilismo e climi freddi.
- Venerdì 10 aprile 1998
Vorrei tornare sull'esuberanza con cui, rigettata la revisione del
nostro processo, Leonardo Marino si è fatto conoscere dal grande
pubblico. In televisione (Rai 2) ha risposto finalmente, dopo dieci anni,
alla domanda: perché si è pentito? "Quando vedi una
persona cadere in terra con la testa spappolata, con il cervello che esce
fuori, e io l'ho vista, allora ti fai delle domande a cui non sai dare
risposte". Questa dunque l'esatta, e impressionante, origine del pentimento.
Peccato che lo stesso Marino, in tutte le variazioni delle sue "confessioni",
abbia sempre esplicitamente escluso di aver visto niente del genere. Semplicemente,
ha mentito al grande pubblico, con la stessa impudenza con cui mentiva
agli inquirenti o in tribunale.E' curiosa la società dei media,
in cui uno va a mentire in televisione smentendo se stesso in tribunale,
e nessuno gliene chiede conto.Eppure lì non era questione di opinioni:
la menzogna è provata "con le carte".Per completare l'opera,
intervistato dall'Espresso, per protestare contro Dario Fo, Marino infila
un'altra sequela di nuove bugie, la cui perla riguarda la presenza di Pietrostefani
a un incontro pisano per il quale io sono stato dichiarato mandante di
omicidio. Marino disse: "Fui avvicinato da Pietrostefani e da Sofri";
"ricordo perfettamente la presenza di Pietrostefani", e andò
avanti così per un paio di mesi e una decina di verbali, finché,
provata da Pietrostefani la sua assenza da Pisa quel giorno, Marino cominciò
a ricordare meno perfettamente, fino a dichiarare in aula: "Non ne
ho memoria".Tutto provato nelle carte, tutto discusso per dieci anni,
ed ecco che il Marino dell'Espresso tira fuori la novità: "Mi
si accusa di aver riferito, in un primo tempo, che quando avevo parlato
con Sofri a Pisa era presente anche Pietrostefani.La verità è
che nel primo racconto avevo riferito che a chiedermi di partecipare all'azione
contro Calabresi erano stati Pietrostefani e Sofri: senza indicare che
uno mi aveva parlato a Torino e l'altro a Pisa".
Da una decina d'anni sto suggerendo invano di sostituire alla piccante
domanda: "Perché Marino mentirebbe?", la più prosaica:
"Mente"?
- Giovedì 9 aprile 1998
Caro Antonio, ho davvero riletto l'Iliade, che mi hai regalato nella
nuova traduzione di Guido Paduano: anzi, sto scrivendo un pezzo su Achille
per Panorama, e sono contento come un libero liceale. Non mi ricordavo
come si diceva nel greco di Omero "piè veloce": pódas
oky´s. Mentre faccio questo ripasso, vedo nel programma di Piero
Angela il più emozionante filmato animalista che mi ricordi. E'
una femmina di bradipo, che quando si sente vicina al parto scende dalla
sua cima d'albero e va - trascinandosi e ruzzolando, esausta - a cercare
un nuovo albero. Ho visto doglie e contrazioni, fino alla comparsa e all'uscita
del piccolo, nato con la camicia, e penzolante in modo azzardato dal corpo
della madre. Quando sembra che il cucciolo stia per perdere la presa e
precipitare, arriva calmo il braccio della madre e lo cinge, con gli unghioni
delicati. Questo magnifico animale, con una faccia di intelligenza Down,
è, piuttosto che la tartaruga, l'esatto antipodo di Achille "svelto
di piede". Bradipo, cioè piede lento.
- Mercoledì 8 aprile 1998
Oggi, per la prima volta dopo quattordici mesi e mezzo, non vedrò
Giorgio Pietrostefani . E' andato via stamattina quando la mia cella era
chiusa, e sarà chiusa stanotte quando lui tornerà. Avrà
abbracciato suo padre al funerale di sua madre, avrà visto lungo
la strada erba verde e campi fioriti.L'altro ieri, un papavero è
fiorito nella breve striscia di terra interdetta che costeggia il nostro
cortile, e a Giorgio è arrivata la notizia che sua madre era morta.
Da noi si resta chiusi in cella dalle sei del pomeriggio alle nove di mattina.
Così ha trascorso la sua notte di nuovo orfano. Stasera, quando
tornerà indietro in auto dall'Aquila, sarà buio: ma potrà
ricordarsi dei campi d'erba e dei fiori visti all'andata, del profilo del
Gran Sasso, e dell'abbraccio di suo padre. Domani mattina, quando torneremo
a incontrarci e a camminare avanti e indietro come tutti gli animali in
gabbia, lo guarderemo per capire se quel giorno trascorso fuori per tristezza
gli renderà più difficile o più leggero andare avanti
e indietro.
- Martedì 7 aprile 1998
Gentile giudice Gnocchi, lei presiedette - in modo che mi sembrò
del tutto corretto - il nostro secondo processo d'appello, dal quale uscimmo
assolti. Ora lei ha voluto scrivere ai giornali per dire che la motivazione
"suicida" redatta dal suo collega a latere di quel processo fu
da lei condivisa e rispecchiò fedelmente la discussione della giuria.
A quest'ultima asserzione non occorre rispondere, perché se fosse
vera significherebbe che un delirio della ragione si impadronì di
tutti i partecipanti alla camera di consiglio, popolari e togati. Piuttosto,
sul primo punto, adesso che, dopo quasi cinque anni lei si è indotto
a intervenire pubblicamente sulla sentenza suicida, avrebbe forse potuto
spiegare quale criterio abbia fatto assegnare al giudice Pincione, che,
unico, aveva voluto addirittura mettere a verbale il proprio dissenso dal
verdetto, il compito di redigere la motivazione. Compito che, per legge,
avrebbe potuto svolgere sia lei che ciascun altro dei giudici popolari.
Molti cordiali saluti.
- Venerdì 3 aprile 1998
Potrei dire: "Da più di quattordici mesi non faccio l'amore".
Ma sarebbe una pura millanteria da parte mia. Non posso permettermela.
Il fatto è che da quattordici mesi non dormo per qualche ora di
seguito. E' seccante parlare delle proprie cose in un disastro così
comune, ma ora non ne posso fare più a meno. Da oltre quattordici
mesi, ogni notte, vengo svegliato tra le cinque e le dieci volte, o più,
illuminato, "contato". Ora la barbarie si è addirittura
intensificata. "Ordini superiori". E' per il mio bene. Per impedirmi
di fare una pazzia.
Io sono alienissimo dal fare pazzie, e lo metto nero su bianco a chiunque
ne cerchi un attestato. Non posso garantire però di me, se si continua
a impedirmi metodicamente il sonno: "per il mio bene". Buonanotte.
- Giovedì 2 aprile 1998
Certi giorni mi dispiace di più di stare in gabbia. Per esempio,
oggi, quando si aboliscono i controlli di frontiera con Austria e Francia.
Nessun luogo è bello come i confini caduti. Una volta feci un picnic
nella foresta fra Svezia e Norvegia, seduto su un cippo che certificava
il passaggio del confine. Nessun fabbricato è bello come le garitte
svuotate delle guardie di confine. Mi dispiace di non essere al Brennero,
e di non andare avanti e indietro, e mi dispiace soprattutto che non ci
sia Alexander Langer. Lui, finché visse, andò avanti e indietro
dai confini.
- Mercoledì 1 aprile
Caro Paolo Rumiz, avevo apprezzato il tuo libro sulla "Secessione
leggera" e in particolare la minuziosità topografica con la
quale hai seguito la mappa della Lega da città a paese, da centro
a periferia, dalla piana alle valli, facendo tesoro per il nord Italia
della triste lezione che avevi imparato e raccontato nella ex-Jugoslavia.
Ho visto sabato che Gian Antonio Stella, autore a sua volta di libri insostituibili
sulla Lega, e cronista principe della tragicommedia di costume (in costume)
italiana, ti cita con un elogio caloroso: "Il bellissimo reportage
sugli umori della fascia pedemontana scritto da Rumiz per gli Editori Riuniti".
Mi ha fatto allegria un così franco riconoscimento rivolto da un
giornalista e scrittore a un collega giornalista e scrittore, e per giunta
a proposito di una materia di cui ambedue sono specialisti. In genere non
succede.
- Martedì 31 marzo
Gentile Silvia Tortora, non rispondo mai agli insulti. A lei sì.
Protestando la sua amarezza per l'archiviazione dell'inchiesta su magistrati
e investigatori che perseguitarono suo padre, lei ha detto (lo leggo sul
Corriere): "Mi chiedo dov'è la reazione di chi si indigna per
ogni cosa, magari per ex compagni di merende come Sofri". Ora, le
leggi di questo paese consentono a chiunque ci provi gusto di chiamarmi
assassino. E' un'abominevole ingiustizia, ma si può. Che cosa però
ha spinto lei a insultarmi in modo così triviale? L'amore per suo
padre? L'amarezza per la solidarietà che, sia pure senza efficacia
pratica, mi riscalda la vita, e che le sembra mancare attorno allo scandalo
della persecuzione di suo padre? Ma fra gli animatori della solidarietà
con me e i miei amici ci sono molte fra le poche persone che si batterono
per suo padre (e fui fra quelli). Io sono innocente, capisco che a questo
punto sia un pensiero troppo costoso per essere accettato. Ma, da qualunque
punto di vista, ribellarsi all'impunità di magistrati persecutori
insultando me, è davvero un pazzesco errore di indirizzo. Il mio
indirizzo è un altro: dieci anni fa, quando mi arrestarono, mi chiusero,
a Bergamo, in una cella in cui era passato suo padre. Mi dispiace, per
me, e per lei.
- Sabato 28 marzo 1998
A parte tutti questi incidenti, la vita sarebbe divertente. Commentando
il rifiuto della revisione del nostro processo, ho scritto: "Qualcuno,
una decina d'anni fa, ha dato l'ordine di affondarci a tutti i costi".
La frase ha girato di qua e di là. Ci si è chiesti a chi
mi riferissi. Ci sono state interviste e discussioni, che ho letto peraltro
con interesse.
Io però mi ero limitato a citare, alla lettera, l'accusa mossa contro
lo Stato maggiore della Marina dal magistrato pugliese di aver emanato
"ordini troppo aggressivi". Precisamente di fermare i clandestini
albanesi "a tutti i costi". Non avevo grandi intenzioni allusive.
Mi sentivo, semplicemente, come una sgangherata nave albanese.
(A proposito di equivoci: caro direttore, ti arrivano notizie inesatte,
e per me poi imbarazzanti. E' imbarazzante sentirsi chiedere di non suicidarsi,
quando non se ne ha intenzione).
- Venerdì 27 marzo 1998
Caro Norberto Bobbio, ho letto il resoconto del suo scritto dedicato
alla vicenda del suo concorso universitario, della sua ingiusta esclusione,
e della sua riammissione attraverso intercessioni che, a più di
sessant'anni di distanza, lei vuole addebitarsi come disonorevoli. Era
una vicenda nota: risollevata, anni fa, quando lei avrebbe potuto essere
candidato alla presidenza della Repubblica. Ebbi allora l'occasione di
dirle quanto meschina mi sembrasse quell'accusa ripescata contro di lei,
che non se ne sottrasse. Che di nuovo, e in modo del tutto gratuito, lei
ricostruisca e giudichi quell'episodio, mi sembra una prova di esigenza
verso lei stesso e di generosità verso gli altri. Io ne traggo il
pretesto per un mio fatto personale. Di recente lei ha detto al Giornale
(a Marco Ventura, che conosco e stimo) di discordare dalle scuse che io
avevo formulato, dopo un carteggio con Montanelli, a proposito della campagna
di Lotta continua contro Calabresi. Lei ricollocava il tema nel contesto
del tempo, e aggiungeva di non rinnegare la firma in calce a un manifesto
sulle responsabilità per la fabbricazione della "pista anarchica"
e la precipitazione di Pinelli. Io non avevo menzionato quell'appello,
di cui non ero stato neanche firmatario. Mi riferivo, come avevo già
esplicitamente fatto più volte, ad argomenti e linguaggi che la
nostra campagna assunse nel suo corso, senz'altro volgarmente e compiaciutamente
feroci, che sono orribili a rileggerli oggi, ma che avrebbero dovuto esserlo
già al loro tempo. Di questo avevo da scusarmi con la famiglia Calabresi,
per conto di Lotta continua, di cui ero senza riserve responsabile. (Non
fui autore di alcuno di quegli articoli, ciò che cambia poco). Dunque
non credo che possa esserci fra noi un disaccordo su questo punto. La ragione
per cui appassionatamente ci torno su è che lei si è indotto
ad attribuire - in quella intervista - la mia posizione al peso del carcere
in cui mi trovo. Questo non è vero, e caso mai è l'opposto
del vero: devo guardarmi dalla tentazione di alzare la cresta, chiuso qui
dentro, non di abbassarla. E' curioso come si possa essere considerati
insieme troppo orgogliosi e troppo cedevoli. Accolga la mia versione, e
con essa i miei affezionati saluti.
- Giovedì 26 marzo 1998
Ci scambiamo racconti di viaggio. Nel 1978 Ovidio trascorse quindici
giorni nel Pantanal brasiliano, sul fiume Araguaja, su una branda che il
vescovo dom Pedro Casaldaliga gli fece mettere nella sua unica stanza,
a San Felix do Araguaja, in terra guaranì. Un anziano lo portò
sull'orlo di un gorgo vertiginoso, poi a pesca di piranha, poi a una miracolosa
pesca notturna. Teneva accesa una torcia, e i pesci facevano salti altissimi:
salti mortali, per quelli che ricadevano sul fondo della barca. Vide molti
jacaré, i caimani locali, e meravigliosi uccelli di tutti i colori.
L'avventura più memorabile l'ebbe nel pollaio del vescovo: un duello
fra un maschio di anatra e un gallo, grandi e magnifici ambedue. Il gallo
aveva il sopravvento, più agile a sollevarsi e picchiare sopra l'anatra.
Durò a lungo, con ferite devastanti. L'anatra, sempre più
accasciata, si trascinava metodicamente e lentamente verso una pozza d'acqua:
finché riuscì ad arrivarci ed entrarci, seguita dal gallo
che ormai si sentiva il trionfo in tasca. Nell'acqua, i talenti si invertirono.
Il gallo annaspava, l'anatra sollevò la doppia falce delle ali e
gli si precipitò sopra sommergendolo, e colpendolo. Lo ammazzò,
e dopo averlo ammazzato, scempiata com'era, lo trascinò fuori dalla
pozza, sulla terraferma, e afferrato per il becco lo sbatacchiò
a lungo furiosamente. "Come Achille col cadavere di Ettore".
La cosa più impressionante, dice Ovidio, è che nessuno degli
altri animali del recinto degnò di un'occhiata quello scontro clamoroso.
Questa è una differenza con la guerra di Troia.
- Mercoledì 25 marzo 1998
Cara Alessandra, sono triste perché è morta Chaterine
Sauvage. Poco fa era morta Barbara. Quando ci ripenso, mi pare di non aver
avuto maîtres à penser, solo maîtres à chanter.
Certo, Brassens, Brel, Ferré. Ma erano voci di donna le più
toccanti. La limpidezza di vetro soffiato di Barbara che cantava "Une
petite cantate". A diciott'anni passai un Natale da solo, ascoltando
Chaterine Sauvage che cantava "Madame à minuit". "Pourquoi
ce Noël, pourquoi ces lumières?". Per commuovermi su me
e la vita che mi aspettava ascoltavo "Pauvre Rutebeuf". "Que
sont mes amis devenus". Ora non mi sembra grave di aver saputo dell'esistenza
dei Beatles con alcuni anni di ritardo. Una notte, a Milano, era appena
precipitato giù Pinelli, avevamo appena chiuso il giornale, eravamo
al "Dollaro", io e Roberto Zamarin, e venne anche Juliette Gréco.
Le canzoni di gioventù sono le preghiere dei prigionieri.
- Martedì 24 marzo 1998
Cara Legambiente, ho aderito alla Festa dell'aria da voi indetta con
duecento Comuni per domenica. Noi abbiamo l'aria grande una domenica no
e una sì, in alternanza con quelli della sezione giudiziaria. Questa
era la domenica no: dunque l'aria piccola - immaginate una piscina di cemento
piccola ma profonda, vuota d'acqua. Faceva anche un freddo traditore, e
poi c'erano le partite, così a camminare avanti e indietro c'eravamo
solo io e un tunisino tifoso dell'Inter, che giocava di sera. Ho resistito
per una mezz'oretta, per il piacere di sentirmi partecipe di una iniziativa
così bella. Io amo i cavalli e le biciclette e le carrozzine coi
bambini, e le bancarelle con lo zucchero filato e le castagne, e detesto
il traffico automobilistico. Qui da noi niente automobili, e anche le allergie
migliorano, perché i pollini devono arrampicarsi e poi calarsi giù
per arrivarci a portata di naso. (Di notte, a volte, si sente ululare un
antifurto d'auto: un giorno, perché me ne lamentavo, un detenuto
mi ha detto che gli cullava il sonno, e gli ricordava la libertà).
Poi sono rientrato, a guardare "Quelli che il calcio".
- Sabato 21 marzo 1998
Caro Marino, è venerdì mattina, e ti dico che cosa farei
se potessi.Prenderei la registrazione del programma di David Sassoli, "La
nostra storia", trasmesso ieri sera da Rai2. Riascolterei le parole
di esordio della tua intervista, che invece da qui posso citare solo a
memoria: "Quando vedi una persona cadere in terra con la testa spappolata,
con il cervello che esce fuori, e io l'ho visto, allora ti fai delle domande
a cui non sai dare risposte". Parole forti: sarebbero forti per una
disgrazia stradale, figuriamoci per un omicidio. Dunque è lì
la chiave del tuo sincero pentimento. Andrei a rileggere le pagine 111e
112 del tuo interrogatorio in primo grado. Il presidente ti chiede se hai
visto con che pistola sparava Bompressi. Tu dici: "L'ho visto, effettivamente
nel momento che sparava". Il presidente: "Nel momento che sparava,
non so se lo potesse vedere, e anche questo non l'ha mai detto". ()
Tu farfugli, e il presidente continua: "Si distingueva?" Tu:
"Eh, si distingue una 38 special da una Beretta. Per uno che".
Presidente: "Sì, si distingue, però erano tra due macchine".
E qui finisce quello che riguarda il tuo interrogatorio. Il rapporto della
questura riferiva che era stato ritrovato "un uomo privo di sensi,
ricurvo, col volto sporco di sangue; le punte dei piedi e le ginocchia
erano appoggiate al suolo ().Il corpo era situato tra una Fiat 500 e una
Opel Kadett". Dunque, secondo il tuo racconto, tu stai facendo marcia
indietro per prepararti ad accogliere lo sparatore nella tua auto, fermando
il traffico che segue, e tenendo d'occhio i movimenti di Bompressi; il
quale, dal lato opposto della strada, di spalle rispetto a te, spara a
Calabresi nel varco fra due auto posteggiate. Vero è che a pagina
19 dello stesso libro (contenente la sentenza) che tu tenevi in mano nella
tua intervista, e che io ho qui in cella, si dice che all'ospedale venne
riscontrata una ferita "con fuoriuscita di materia cerebrale".
Nell'intervista che ti ha fatto Bruno Vespa per il suo libro "La sfida",
sono riportate fra virgolette queste tue parole: "Vidi il commissario
che usciva, Bompressi gli si avvicinò mentre stava infilando le
chiavi nella portiera, gli sparò alla nuca, Calabresi cadde. Non
ricordo nemmeno se ho visto il sangue". (Pagina 453). Dunque, Marino,
tu hai detto, a dieci anni di distanza dalla tua confessione, un'altra
frase di effetto forte, del tutto falsa, e ne hai fatto la spiegazione
del tuo pentimento. Davanti a milioni di spettatori. Non dev'essere difficile
controllare se sono io qui ad aver sentito male, o a mentire: o sei stato
tu. Basta un videoregistratore, e la consultazione di un paio di accessibili
testi. A risentirci.
- Venerdì 20 marzo 1998
Le notizie di mercoledì erano già spiacevoli abbastanza
per me. Figurarsi quando sento dai telegiornali che ho spedito in extremis
ai giudici milanesi una notizia che accusa Valerio Morucci dell'omicidio
Calabresi.Naturalmente non ne avevo mai sentito parlare, e, come è
stato poi evidente, neanche ne aveva saputo la mia difesa.Ma che, a capo
di una esistenza lunga e operosa, si potesse pensare che io accreditassi
e appoggiassi una delazione (più specificamente: una vociferazione),
questo poteva essermi risparmiato.
- Giovedì 19 marzo 1998
Circa dieci anni fa qualcuno - chissà chi, di certi ordini si
perde sempre il filo - diede l'ordine di affondarci a tutti i costi. Ci
fu una gran mobilitazione, dalle corazzate coi fianchi alti e anonimi come
muraglie ai natanti da diporto. Alla fine non si sarebbe potuto dire chi
era stato, come nel ribollire frenetico dell'acqua per un convegno di piranha.
Restò comunque provato che anche le stagioni di tutti i revisionismi
conoscono le loro eccezioni. A noi la revisione fu negata: per economia,
forse. Stavamo entrando in Europa.
- Mercoledì 18 marzo 1998
Ci sono ancora persone in giro felici di essere considerate dannunziane:
anzi, forse oggi più di prima. Un altro capitolo del revisionismo.
In ambedue le mie educazioni, quella materna e quella politica, D'Annunzio
fu assai malvisto. Preferii Pascoli, poi me ne vergognai, poi tornai a
preferirlo. Mia madre detestava D'Annunzio perché venerava la discrezione,
ma faceva eccezione per un paio di casi o tre.In particolare per "Consolazione":
"Non pianger più. Torna il diletto figlio". Ecco - diceva
- quando si rivolge a sua madre, anche D'Annunzio diventa misurato. Citava
ancora, mia madre, un verso che adesso non so più attribuire: "Come
va l'acqua al cavo della mano". Pensavo che un bambino dovesse andare
così da sua madre, ruzzolando e quasi scorrendo. Quando studiavo
da rivoluzionario, disprezzavo il D'Annunzio degli insulti nazionalisti
e dell'impresa fiumana, per ragioni antropologiche e di stile, più
che politiche: e pur essendo mutato politicamente, non ho mai attenuato
quella distanza, anzi. Oggi, tanto più stando in questa Pisa d'ombra,
certi versi di D'Annunzio mi sembrano irresistibilmente comici. "O
Marina di Pisa, quando folgora/ il solleone!/ Le lodolette cantan su le
pratora/ di San Rossore". (Benché pochi versi siano pazzeschi
come quelli di Carducci: "Attediate per lo ciel piovorno"). Perciò,
quando mi sento dare del dannunziano, resto meravigliatissimo. Posso aver
sbagliato tutto fino a questo punto? Per consolarmi, mi chiedo se in Italia,
per sbarazzarsi del peso greve dei bei gesti dannunziani, non si sia rinunciato
del tutto ai bei gesti.
- Martedì 17 marzo 1998
La realtà ha i suoi eccessi di zelo. Si sa che persone che soffrono
di Aids conclamata, in una condizione medicalmente e umanamente incompatibile
con la galera, restano in galera. E' uno scandalo, "giustificato"
dall'episodio dei due o tre scarcerati perché malati di Aids, che
commisero delle rapine. Fu cambiata la norma, e resta cambiata, benché
quegli sventurati siano morti da tempo. Ora, a Pisa, c'è stato l'eccesso
di zelo della realtà. Un giovane ammalato di Aids, solo, disperato,
si è presentato alla Questura e ha chiesto di essere incarcerato.
Gli hanno spiegato che non era possibile. E' andato alla stazione, ha avuto
cura di trovarsi sotto lo sguardo di una pattuglia, e ha strappato la borsa
a una signora. La polizia, a malincuore, ha fatto il suo dovere. Ora il
ragazzo è in carcere.
- Sabato 14 marzo 1998
Gli avvocati che rappresentano la famiglia Calabresi concludono nel
modo seguente la loro opposizione alla revisione del processo: "Tutto
lascia supporre che Sofri abbia, fin dal primo momento, nutrito fiducia
solo nella giurisdizione alternativa, omettendo di impugnare la sentenza
di primo grado () giurisdizione alternativa che ha condannato Calabresi
e ora pretende che i suoi assassini siano assolti. Siamo, ancora, di fronte
al 'Male' in senso biblico, conseguenza inevitabile del connubio tra violenza
e frode". Contribuisco anch'io a tramandare questi concetti, espressi
dagli avvocati che, a Catanzaro, chiesero l'assoluzione di Giannettini
e la condanna di Valpreda.
- Venerdì 13 marzo 1998
Così, per difendersi da Bossi, stanno rivalutando il reato di
vilipendio.Strana sinstra, che crede di doversi ricordare del proprio affetto
d'infanzia per il tricolore, e l'inno di Mameli eccetera, e si è
del tutto dimenticata della propria battaglia contro i reati di vilipendio.
Così, si discute dello scarso rispetto degli italiani per la loro
bandiera, rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. Storia a parte, questo
è tipico del bigottismo degli italiani, come la speciale diffusione
delle bestemmie. Siamo per la persecuzione penale della bestemmia? I giovani
dei campus americani fecero un vasto e nobile uso del vilipendio della
loro bandiera disonorata in Vietnam. (Mi ricordo uno a un corteo contro
Johnson boia a Roma: era tutto avvolto in una bandiera americana, con un
cartello al collo: "Mi faccio schifo"). Nel nostro mondo le bandiere
devono essere benvolute e protette, ma non dal codice penale, perché
sono odiosamente e brutalmente maltrattate: bandiere americane in Iran,
o israeliane in Palestina, o palestinesi in Israele. Bisogna insegnare,
si dice, il rispetto per le bandiere: d'accordo, purché si aggiunga,
"le bandiere altrui". Football compreso.
- Giovedì 12 marzo 1998
Come mi piacerebbe sapere che cosa hanno pensato i miei simili, no,
non pensato, che cosa hanno provato, quando hanno sentito che l'asteroide
Icaro avrebbe fatto fuori la Terra nel 2006.
Che cosa ha provato una ragazza di tredici anni ("Avrò appena
ventidue anni". "Avrò già ventidue anni").
Un bambino di cinque anni che vuole arruolarsi in marina. Un detenuto col
fine-pena al 3 gennaio 2007. Un mio amico che non sta bene. Uno che si
batte per anticipare di un anno l'età pensionabile. Una signora
che aspetta un bambino, è al quarto mese. Un astronomo russo concorrente
dell'astronomo russo che ha fatto la scoperta.Un vecchio nazista. Uno che
ha aperto da poco un centro di chirurgia estetica. L'editore del Rapporto
Annuale sullo Stato del Mondo. Il papa. Francesca e Silvia. Il capo di
Stato maggiore americano. Virginia Choquintel, l'ultima indigena della
Terra del Fuoco, ma non la vedo da cinque anni e non so se è ancora
viva, era un po' malmessa, e poi forse non ha sentito la notizia, il mondo
lì era già finito. Uno di Torre del Greco che sta preparando
il concorso per le ferrovie. L'amministratore delegato dei Lloyd's a Londra.
Una donna che so io. Un urbanista giapponese. Un collezionista di edizioni
mignon. Solgenitsin. Io.
Del resto è improbabile, abbiamo saputo poi, che l'asteroide Icaro
ci becchi davvero. Non è molto probabile. E' quasi sicura la storia
del rialzo di due gradi della temperatura, della fine dei ghiacciai eccetera:
ma con quella si arriva almeno fino al 2030-2040. Non c'è problema.
- Mercoledì 11 marzo 1998
Da un reportage di Guido Rampoldi sull'ingresso vitalizio di Pinochet
nel Senato cileno, apprendo che quel generale fellone e semianalfabeta
ha pubblicato un'autobiografia in tre volumi intitolata "Ego sum".
Ebbi molti amici cileni. Compagni, allora, e amici fraterni. Erano giovani,
vissero a casa mia, ricevettero da noi aiuto per comprarsi delle armi,
ci chiedevano di procurare loro del cianuro, per quando fossero caduti
in mano ai torturatori. Sono tutti morti.
- Martedì 10 marzo 1998
Caro Antonio Tabucchi, nessuna riflessione su ruolo e destino di intellettuali
e scrittori e artisti può fare a meno di quell'Ultimo Uomo, vivente
e postumo insieme, di questo e di un altro mondo, in cui l'abominevole
fatwa iraniana ha voluto trasformare Salman Rushdie. Io trascorsi tre mesi
nell'Iran khomeinista della guerra con l'Irak, andai dappertutto, imparai
tante cose. Alcune continuo a sognarle: ma sull'Iran di oggi, e i suoi
annunciati cambiamenti, non so abbastanza, e non mi permetto di valutare
il viaggio di Dini a Teheran. E' tuttavia difficile dimenticare che, dopo
nove anni, la Fondazione che aveva promesso una taglia di due milioni e
mezzo di dollari sul capo di Rushdie, ha ora fatto sapere che l'esecutore
della fatwa potrà contare su un consistente aumento.
Quando avremo più tempo, potremo discutere della rivelatrice, oltre
che mostruosa, trasformazione che il fanatismo di alcuni ayatollah ha provocato
in Rushdie: mutando un nome di scrittore bravo e di successo in una persona
con un corpo, vivo e minacciato. In sostanza, io penso che una vera differenza
nella parte dell'intellettuale e dell'artista stia nel modo in cui mette
in gioco il proprio corpo, e nel modo in cui ciò si riflette nei
suoi pensieri e nella sua espressione. Naturalmente, senza il femminismo
non avremmo capito tutto questo - infatti non l'avevamo capito. Un tempo,
sapevamo vedere una differenza fra un intellettuale "puro" e
un uomo d'azione.L'azione - e il suo perfezionamento combattente - era
una misura di coerenza e di impegno. Ma l'azione era appunto uno dei modi
di mettere in gioco il proprio corpo.Che Guevara aveva un corpo, e la morte
lo esaltò come in una Passione. Pasolini aveva un corpo, di omosessuale,
di calciatore, di arrestato - e infine di massacrato. Don Milani aveva
un corpo, casto, chiuso in una tonaca, e poi consumato da una malattia
precoce e coraggiosa. Aveva un corpo Piero Gobetti, e lo ebbe nel carcere,
nelle foto ingobbite, nella malattia e nella morte Antonio Gramsci.Lo ebbe
Giacomo Leopardi almeno quanto Giuseppe Garibaldi, non perché fosse
uomo d'azione, ma per il contrario. Comunismo e affiliazioni collettive
a parte, l'"impegno" è ancora lì: in fondo, dire
"engagée", o appendere un cartello, come a Barbiana, con
su scritto "I care", non fa differenza. Essere impegnati vuol
dire questo: sentire una causa altrui, e mettere in causa se stessi, a
cominciare dal proprio corpo - o essere messi in causa, anche contro la
propria volontà, da una prepotenza altrui, da una fatwa.
- Sabato 7 marzo 1998
Caro Giuliano Zincone, seguo con divertimento il tuo nuovo genere di
autore di ottave, anche perché si vede che tu stesso ti diverti
parecchio. Ma ti scrivo per fatto personale. Il tuo ragionevole figliolo
dice che se io avessi sostenuto allora, invece che oggi, "che il Partito
d'Azione, sotto sotto,/ era cugino, lì, nel Sessantotto", "sai
che fischi". Non è così. Il paragone era già
in vigore. Puoi chiedere a Giovanni De Luna (ex Lc) che sul punto fa testo.
Ci piaceva - ad alcuni di noi - immaginarci come una Giustizia e Libertà
che avesse conquistato una "linea di massa" la nostra predilezione
per Torino scendeva da quei rami, e anche la nostra amicizia stretta con
persone come Franco Antonicelli. Del resto, Pannella, amichevolmente polemico,
aveva coniato allora la formula di una "linea Sofri-Parri" (con
tutto il rispetto: per Parri ne ebbi molto). Se non ti convince un accostamento
quanto alle origini, ti convinca almeno quello circa l'estinzione finale,
così rara nella storia dei "partiti". Vissero solo una
stagione, PdA e Lc - anzi, un po' più a lungo del naturale - perché
furono frutti di stagione: dell'antifascismo e della resistenza il primo,
del '68 e del '69 operaio il secondo. Il confronto più istruttivo
- potresti utilmente spiegarlo a tuo figlio, perché serve anche
a cose più importanti, per esempio a capire l'"antisemitismo
senza ebrei" - riguarda l'avversione perenne e virulenta che, ogni
proporzione fatta, PdA e Lc hanno continuato a suscitare benché
non esistessero più da anni e da decenni.Di questa sono doppiamente
competente, per averci riflettuto, e per averci lasciato le penne. Spero
di averti convinto che la mia osservazione di passaggio su un ritorno ciclico
- ogni venticinque anni, diciamo - di un'aria di intransigenza che di volta
in volta è la lotta antifascista, la ribellione di studenti e operai,
la riscossa morale e giudiziaria contro la corruzione, non era così
infondata. Se no come spiegare che, a distanza di cinquant'anni tondi,
l'alternativa sia la stessa: epurazione contro amnistia eccetera. Naturalmente,
ogni paragone serve soprattutto a far risaltare meglio le differenze, e
figurati se sono io a rimpiangere linguaggi dai quali mi sono scorticato
più di vent'anni fa, o a sottovalutare la distinzione fra mandare
in galera o esserci mandati. Se passo il mese, ti mando le altre trecento
cartelle del ragionamento - in prosa, però. Saluta tuo figlio, e
raccontagli che anno magnifico fu il Cinquantanove.
- Venerdì 6 marzo 1998
Stamattina al passeggio si discuteva se fosse più bello vivere
nei tempi andati, quando si credeva che le stelle cadenti fossero sciami
meteorici entrati nell'atmosfera, o ai giorni nostri, quando si sa che
sono lacrime di San Lorenzo.
Uno del Terzo Piano, un tipo taciturno, ha detto di avere appena letto
questa frase di una scrittrice africana tutsi: "Sentirsi come un pollo
protetto dal coltello di un vegetariano fanatico".
Poi si è parlato di ragazze, Kabul eccetera. I detenuti sono i più
vulnerabili alle date: Natale, San Valentino, l'Otto Marzo. Ad aprire le
lettere che spediscono in questi giorni, le si troverebbe piene di mazzetti
di mimose.
Uno ha scritto una lettera al giornale, interrogandosi: siamo esseri umani,
benché detenuti, o siamo detenuti benché esseri umani? Gliel'hanno
pubblicata. Ora ne sta scrivendo un'altra.
- Giovedì 5 marzo 1998
Caro Paolo Mieli, tutto quello che si scrive - e anche quello che non
si scrive - è destinato a essere frainteso, e questo è il
bello. Ma tengo ad assicurare che, commentando i tuoi saggi domenicali
sulla Stampa, non ce l'avevo né con Claudio Rinaldi né con
Gad Lerner (non saprei perché, con loro) né specificamente
con "la generazione del '68", e neanche con "gli intellettuali"
soltanto. Mi era parso che, ripercorrendo il rapporto fra cultura e potere,
e gli schemi di cui la cultura si è spesso avvalsa per sottrarsi
alla persecuzione e al silenzio, tu corressi il rischio di non segnalare
abbastanza, rispetto alla verità esposta "sotto un velo",
la differenza radicale fra il potere totalitario e quello democratico:
e dunque la differenza radicale fra viltà e altre debolezze suscitate
dalla violenza delle dittature, e le viltà spicciole, i tradimenti,
i servilismi e così via, che dilagano anche in tempi facili e senza
rischio. Il problema comincia da qui, ed è il principale dei problemi
del secolo, e anche, fatte le proporzioni, di questi anni italiani, e di
ciascuno di noi. (Se no, come distinguere fra auspicabile normalità
e zona grigia, o fra coraggio civile e fanatismo?).
- Mercoledì 4 marzo 1998
Come ci si sente di domenica in galera?Davvero vuoi sapere come si
sentono le persone in galera di domenica?
Immagina uno dentro da nove anni, che abbia appena visto in televisione
Naomi Campbell sfilargli davanti in un velluto blu di Gai Mattiolo, scoperto
sulla schiena.
Immagina un ragazzo del Kossovo condannato per spaccio, che ha visto al
telegiornale le ragazze e i ragazzi di Pristina che si scontrano coi militari
serbi.
Immagina una volpe del Galles, nella sua tana, che abbia appena saputo
della manifestazione londinese in cui trecentomila persone hanno protestato
contro l'abolizione della caccia alla volpe.
- Martedì 3 marzo 1998
Gentile ministro Bindi, persone cui sono legato si impegnano nelle
associazioni dedicate alla cura della "spasticità severa":
centinaia di migliaia di traumatizzati cerebrali, o al midollo spinale,
o colpiti da paralisi cerebrale, soffrono di spasticità grave, e
fra loro ci sono molti bambini. Essi fanno affidamento su un farmaco, che
si chiama "Lioresal Intratecale", applicabile dopo un lieve intervento
in anestesia locale, anche ai bambini oltre il quarto anno di età.
La cura fu approvata nel luglio 1995 dalla Commissione unica del farmaco,
nella classe H, ma rinviata nell'applicazione definitiva perché
il prezzo venne ritenuto da alcuni commissari troppo alto. Nell'attesa,
solo 250 pazienti hanno ottenuto il trattamento attraverso il cosiddetto
uso "compassionevole", e altri, che se lo possono permettere,
ricorrono a paesi esteri in cui il farmaco è registrato. Il farmaco
riduce la spasticità in misura rilevante - riferisco notizie competenti
- e dunque accresce l'autosufficienza dei malati e allevia l'enorme fatica
di chi li assiste. Di tutta la buriana sulla cura Di Bella, mi pare di
aver capito che, salve obiezioni a prezzi ritenuti eccessivi rispetto ai
costi, non si sia mai fatta questione di prezzi troppo alti nei confronti
di farmaci ritenuti efficaci di fronte a malanni così gravi e dolorosi.
Questo dunque è il problema che mi è stato segnalato, al
quale ho semplicemente ceduto - non potendo altro - lo spazio di questa
posta. Grazie e saluti.





