Piccola posta
1998
Marzo e Aprile
Gennaio e Febbraio
1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Sabato 28 febbraio 1998
Tornerò altrove sulla mia osservazione circa le affinità
fra l'ispirazione del Partito d'Azione, di Lotta continua (movimento politico
nato nel 1969, dissolto nel 1976), e di analisi storico-morali come quella
esposta nella dibattuta intervista di Giuseppe D'Avanzo a Gherardo Colombo.
Non per chiarire le interpretazioni equivoche: so da tempo che gli equivoci
non si correggono se non con equivoci più vasti, e forse, oltre
che rassegnarsi all'equivoco, vi si può trovare un estremo riparo
di pensieri indipendenti e non prigionieri dell'opinione altrui. Vorrei
solo ricordare qui la figura di Giovanni Giolitti. Questo grand'uomo fu
l'oggetto di un libro celebre di Gaetano Salvemini, eloquente fin dal titolo:
"Il ministro della malavita". Cosicché, quando Palmiro
Togliatti volle allargare il fondale della storia d'Italia su cui mettere
in scena la politica di vaste e indulgenti alleanze del partito nuovo,
lo fece con un celebre saggio di rivalutazione di Giolitti. Un po' come
è successo con Nino D'Angelo: ma con Nino D'Angelo è più
facile riconoscere l'errore del settarismo iniziale.
- Giovedì 26 febbraio 1998
Gentile Guido Ceronetti, lei è tornato sulla contemporanea guerra
contro l'essere umano in quanto tale, e sulla sua predilezione per le metropolitane:
"Quanto c'è di più prossimo a una moderna rappresentazione
di luoghi infernali". "Mezzo secolo fa - lei scrive - io mi sentivo
quasi cullare nel metrò di Parigi, ci passavo ore, mi interessavo
alle facce.Oggi ci vedo una scena da guerra alla specie pronta e mi guardo
bene dal lasciarmene inghiottire". Mi permetta di ricordarle che,
un secolo prima della Tokyo del gas nervino, uno dei paragrafi più
rivelatori degli abominevoli "Protocolli dei Savi Anziani di Sion"
si intitolava "Il finimondo" (dunque, in una versione meno svaporata,
"la fine del mondo") e recitava così: "In quel tempo
tutte le città avranno ferrovie metropolitane e passaggi sotterranei:
da questi faremo saltare in aria tutte le città del mondo, insieme
alle loro istituzioni e ai loro documenti".
- Mercoledì 25 febbraio 1998
Caro Enrico Deaglio, leggo sul Corriere le tue frasi a sostegno di
Gherardo Colombo, e le accosto a quelle, diverse alcune, opposte altre,
di nostri amici, e mi felicito ancora una volta di una diaspora politica
che non ha soffocato l'amicizia, e viceversa. Però questa volta
vorrei essere libero, di tempo e di debiti e crediti, per argomentare una
cosa che a me è evidente, e sembrerà un paradosso o uno scherzo
(o una maliziosa rivincita - ma è il contrario!): e cioè
che Lotta Continua fu il movimento che più si avvicinò all'esperienza
del Partito d'Azione; e che l'ispirazione di magistrati come Colombo è
quella che più si avvicina all'esperienza di Lotta Continua e del
Partito d'Azione. Mi asterrò, come prigioniero, dal tirare le conseguenze
di questa dichiarazione, lasciandola a una assoluta neutralità.
Con un solo ricordo di quel grande azionista piemontese di cui dovresti
tenere la fotografia sulla tua scrivania, benché tu sia del Torino,
e lui della Juventus: Carlo Dionisotti.
- Martedì 24 febbraio 1998
Caro Fabrizio De André, ti ho sentito parlare del tuo ritorno
a Genova. Conosco poco Genova, e penso a lei come a un posto da cui si
parte, non cui si ritorna. Ti ho sentito dire un pensiero sul tempo che
passa, e l'avvicinamento alla stazione dell'ultimo treno. Mi sono allarmato
un po'. C'è gente che cammina pensando, o pregando: io cammino canticchiando
- somiglia abbastanza a una preghiera. Canticchiando, da una quarantina
d'anni, canzoni tue, spesso. L'altra notte ti ho sentito che cantavi "Creuza
de ma", al Tenco, pieno di premi ed elogi. La mattina dopo camminavo
avanti e indietro nel mio cortile, e la canticchiavo. Non so cantare: ma
canticchio sempre, anche qui dentro, anche quando sono libero e aspetto
un treno - anche sul treno, di nascosto. Ci vediamo.
- Sabato 21 febbraio 1998
Gentile primavera, precoce e traditrice. Scriviamo per ringraziarti
e benedirti. Sappiamo dell'inganno. Abbiamo sentito, nel pieno del tuo
fulgore, ufficiali di meteorologia e conducenti di telegiornali ammonire
che eri già finita, e che non bisognava fidarsi, e a tenere a tracolla
i cappotti. Un po' come fanno gli uomini anziani con le ragazze troppo
belle, troppo scollate, e che ridono forte: "Marchesina, se il mio
viso ha qualche tratto avvizzito, ricordatevi che alla mia età non
sarete meglio". La marchesina corre via sulle caviglie snelle, mandando
Corneille a quel paese. Noi, all'aria meridiana, in canottiera e con gli
occhi chiusi, ne parliamo: siamo stati ingannati tante volte, e il sole
dei mesi con la erre è insidioso. Ma, la vita, la vita. Verrà
la gelata. Ma intanto, si lasciano ingannare lucertole e peschi, mandorli
e rondini, e le belle ragazze: e dovremmo resistere proprio noi prigionieri
di cortile? Al diavolo i meteorologi e i proverbi popolari. Facciamoci
abbindolare da questa primavera che sbaglia. Molte grazie.
- Venerdì 20 febbraio 1998
Gentili autorità, per le carceri ci vogliono misure decise.
Intanto, costruirne di nuove. Per i 50mila reclusi di oggi, le galere bastano
e avanzano: senza sovraffollamento, niente rieducazione. A un fisiologico
sfollamento provvedono i suicidi. Ma siccome i detenuti si sono raddoppiati
di numero in sei anni, si raddoppieranno, almeno, anche nei prossimi sei
anni. Dunque bisogna costruire in fretta almento 200 carceri nuove, per
una capienza ufficiale di 30mila detenuti, capaci dunque di contenerne
altri 50mila effettivi. Nel 2002 potremmo avere già 100 mila detenuti
permanenti con un turn-over annuo di almeno 300 mila. E' evidente il sollievo
che ne riceverebbe l'occupazione (edilizia, agenti penitenziari, che già
ora sono uno per detenuto, come gli angeli custodi, e l'indotto, avvocati,
magistrati, cancellieri, posteggiatori abusivi eccetera) e in particolare
l'occupazione giovanile, dato che i due terzi dei nuovi detenuti sarebbero
giovani e del sud. Dimenticavo: la questione delle pene. In Italia abbiamo
le pene più lunghe dell'Europa: paese di Beccaria, appunto. Ma bisogna
aggiornarsi. L'età media sta salendo paurosamente. Una volta con
una condanna a trent'anni uno ci restava. Adesso uno si fa trent'anni e
torna fuori che è ancora giovane e pronto a ricominciare. Bisogna
dire a Gasparri che le pene edittali massime vanno allungate almeno in
proporzione della longevità contemporanea. Specialmente per il furto
dei ventilatori.
- Giovedì 19 febbraio 1998
Ho visto con una certa commozione il reportage di Milena Gabanelli
ed Ettore Mo sui ricordi del generale Giap. Il quale, poco meno che novantenne,
è il combattente più leggendario di questo secolo, ed è
al tempo stesso un ingombrante ostaggio del nuovo potere vietnamita, per
il quale Giap ha il torto di non essere ancora morto, incrementando per
la sua parte gli investimenti in monumenti. Ettore Mo, che si avvia piano
piano a diventare un generale Giap del giornalismo internazionale, sfogliava
una biografia ufficiale di Ho Chi Min, cercandovi invano una menzione del
nome di Giap. Per il quale un giorno, ricordava il servizio, il generale
Westmoreland, informato della sua presenza in una località nordvietnamita,
vi fece sganciare sopra mille tonnellate di bombe. Eppure Giap è
molto piccolo. Ci fu un tempo in cui in tutto il mondo i ragazzi correvano
ritmando "Giap Giap Ho Chi Min", e per tanti di loro quel Giap
sarà stato come uno schiocco di frusta, come un "Hip hip hurràh",
o un "Hop hop cavallino". Tempi di galoppo. Giap aveva sconfitto
i francesi, poi gli americani: tutto era possibile. Gianni Brunelli, che
allora era un giovane operaio a Siena, e poi aprì una trattoria
che è diventata il ristorante più prestigioso della città,
un giorno di due o tre anni fa servì a un tavolo una coppia di anziani
coniugi orientali, piccoli di statura, dai visi intelligenti e dai modi
affabili. Quando presentò loro il registro delle firme, il piccolo
uomo anziano lasciò in francese un pensiero cordiale a nome della
moglie e suo: il generale Giap. "Lui, capisci? Giap Giap Ho Chi Min".
- Mercoledì 18 febbraio 1998
Sono sempre impressionato dalle cifre. Le ammiro e me ne guardo, come
da una lingua misteriosa. A differenza delle percentuali, che aborro, e
che sono il vero segno della soggezione contemporanea alla tirannide della
Quantità, le cifre hanno in sé una qualità nascosta,
la loro bellezza sta nella sproporzione, nell'incomparabilità. Questo
sembrerebbe smentito dalla sveltezza con cui i giornali maneggiano le cifre.
Al contrario, esse si staccano dall'uso cui le si vuole piegare e diventano
poeticamente vaghe e simboliche, come nelle belle frasi: "Mille grazie",
"Cento di questi giorni". Anche nelle occasioni tristi. Come
la povera prostituta di Ravenna, che "ha contagiato 5.000 persone".
Cinquemila, cioè forse 21, forse 170. Come la povera ragazza Lewinski,
che ha avuto un rapporto orale col Presidente, e ora le hanno offerto otto
miliardi per un'intervista esclusiva. Incalcolabile. Senza prezzo. Fa pensare
ai girasoli di Van Gogh, al Giappone, all'oceano, a Ravenna.
- Martedì 17 febbraio 1998
Caro Toni Negri, esito a commentare i tuoi casi, per paura di nuocerti
ulteriormente. Naturalmente, sono esterrefatto. Negandoti il permesso di
cui la legge prevede la possibilità, la magistratura di sorveglianza
di Roma ha spiegato, a stare ai giornali, che siccome tu probabilmente
ti aspettavi un trattamento meno duro tornando da Parigi a Rebibbia, c'è
il rischio che, una volta in permesso, tu te la squagli di nuovo. Ecco
qui un bel problema per i filosofi come te, somigliante a quei paradossi
della sofistica che ci affascinavano tanto da scolari. Tu torni da Parigi
e rientri in galera, loro ti rendono la vita più dura di quanto
qualunque persona ragionevole potesse pensare, e ne deducono che l'imprevista
durezza potrebbe indurti a non rientrare dal permesso, ragion per cui prendono
la dura decisione di non concedertelo.
- Venerdì 13 febbraio 1998
Cara Franca Rame, solo in apparenza la notizia sull'ispirazione della
violenza che ti colpì è una notizia sul passato, vent'anni
fa. In realtà è una notizia che, per il modo in cui è
stata accolta, la dice lunga sul giorno d'oggi. L'Italia è un paese
mitridatizzato. Si dice che un'impresa come quella, vigliacca e feroce,
fu applaudita, anzi ispirata, forse commissionata, da alti ufficiali dei
carabinieri: a dirlo è prima un teppista neofascista, poi un altro,
e infine per ora un prestigioso generale dei carabinieri a riposo. Cose
di questa fatta passano per ovvie, in Italia. Vaglielo a spiegare agli
svedesi. Si veda bene, per contrasto, come tu sei stata brava. Ti mando
un bacio.
- Giovedì 12 febbraio 1998
Caro Giampiero Mughini, io e te ci vogliamo bene, e questo è, ormai,
irrimediabile. Ora tu sei tornato a scrivere un libro sui "nostri
indimenticabili anni Settanta". Nel primo capitolo torni sulla vicenda
che più direttamente ci riguarda. Ti farò un paio di obiezioni
che riguardano i fatti, e non la tua interpretazione. La prima è
questa. Tu scrivi che Marco Liggini, la persona di cui avevo ricordato
che era stato il primo a dirmi dell'attentato a Calabresi la mattina del
17 maggio 1972, "non poté testimoniare se quell'incontro era
effettivamente avvenuto e se era andato in quel modo. Era morto di tumore
qualche anno prima". E' vero purtroppo che Marco Liggini, di cui serbo
un ricordo pieno di stima e di affetto, è morto: ma dopo essere
venuto a testimoniare al mio processo, non solo confermando il mio racconto,
ma arricchendolo di dettagli e circostanze. Vedrò di farti avere
il verbale della sua deposizione. Intanto posso segnalarti un'appendice
grottesca: nell'ultimo processo d'appello, la sentenza mi addebitava di
aver riferito fin dal primo interrogatorio di "essere stato avvisato
dell'omicidio Calabresi da un giovane", mentre "al dibattimento
quel giovane diventava il cinquantenne Marco Liggini". Naturalmente
il quasi cinquantenne del 1990 era il poco più che trentenne del
1972: calcolo sfuggito ai giudici.
La seconda obiezione (per oggi: ragioni di spazio) la faccio alla insopportabile
frase che, quasi di passaggio, dedichi a Bompressi, "il semiproletario
che così tanto rassomiglia all'identikit dell'assassino di Calabresi
quale venne diffuso al momento del delitto". Lasciamo stare il "semiproletario",
che avresti fatto bene a risparmiarti. Il fatto è che Bompressi
non poteva essere la persona sui cui connotati era stato disegnato l'identikit.
Quella persona era l'acquirente di un ombrello (ritrovato nell'auto dell'attentato)
venduto il pomeriggio del 13 maggio '72 a Milano: la descrizione era stata
fatta dalla commessa del negozio. Il pomeriggio del 13 maggio Ovidio Bompressi
era, come te e come me, a Pisa. Non lo certificarono solo i testimoni,
ma le carte della polizia.
Provvisoria conclusione. Bisogna parlare con più prudenza di cose
così delicate e complicate. Della testimonianza di Liggini ho parlato
nelle mie memorie scritte e pubblicate, e ne riparla l'istanza di revisione
dell'avvocato Gamberini, stampata dal Diario. Dell'identikit inapplicabile
a Bompressi (se non per dedurre che Bompressi assomiglia a qualcuno che
non è lui) ho scritto, invano, almeno cento volte. Se fraintendimenti
simili avvengono a uno che, come te, ha seguito con costanza la nostra
peripezia, c'è da preoccuparsi. Di altro a un'altra volta.
- Sabato 7 febbraio 1998
Gentile procuratore Giovanni Palombarini, sul Manifesto lei ha appena
ricordato che la galera è largamente riservata a "extracomunitari,
tossici, giovani sbandati, barboni e zingari". Lo è così
largamente che per chi ogni giorno assiste allo spettacolo il disgusto
e la mortificazione diventano insopportabili. Questo riguarda altrettanto
il carcere preventivo che quello definitivo. Il repertorio delle cose da
pazzi è sterminato. Ora c'è qui un uomo, un muratore, già
anziano, che mancò di versare gli alimenti per un periodo alla sua
prima moglie, ne fu denunciato, e perciò processato - come al solito
"in contumacia", cioè a sua insaputa, e senza difesa -
condannato a tre mesi e, benché incensurato, messo in galera come
"definitivo". Ha trascorso due e mezzo dei tre mesi, fra vergogna
e timore, mettendo di rado la testa fuori dala cella. Le galere penali
si sovraffollano anche così. La "contumacia" è
poi una barbarie pazzesca. Così, tre mesi di un muratore coi capelli
bianchi sono come un batter d'occhio della giustizia, che dorme con un
occhio solo - l'altro.
- Venerdì 6 febbraio 1998
Caro Adriano Prosperi, il tuo gran libro, "Tribunali della coscienza",
è, con il suo specialismo e la mole di ricerche d'archivio e i decenni
di ricerca, il testo più importante per capire la storia d'Italia:
più esattamente, se esista o no l'Italia, e grazie a che cosa e
nonostante che cosa. Con l'acribia che ti distingue, hai evitato gli innumerevoli
rimandi diretti del tuo argomento l'Inquisizione, la riforma cattolica,
il rapporto fra tribunali laici ed ecclesiali, il ruolo unificante della
Chiesa alla cronaca d'oggi. I lettori, io per primo, possono esse re più
grossolani, e correre alle conseguenze. Mi succede ogni giorno. In particolare,
ora, leggendo i risultati dell'indagine della Cattolica sulla percentuale
crescente di credenti che si distaccano dalla confessione e criticano il
modo in cui è amministrato il sacramento della penitenza. Era molto
suggestivo il rapporto fra il peso della confessione auricolare cattolica
e quello della confessione giudiziaria nella storia italiana. Ma ora il
processo si perfeziona nell'inversione: si esauriscono confessione religiosa
e penitenza, mentre la giustizia laica fa della confessione, della delazione
e del pentitismo i suoi pilastri.
- Giovedì 5 febbraio 1998
Cara Lidia Franceschi, è difficile evitare la retorica di fronte
al conto che lo Stato ti ha ora presentato. Tuo figlio Roberto fu ucciso
da un poliziotto il 23 gennaio del 1973. Nel 1990 il ministero degli Interni
fu condannato e ti risarcì con 500 milioni, che tu usasti per scopi
nobili. Nel corrente 1998 l'Avvocatura dello Stato ti ha citato chiedendo
la restituzione del denaro. L'argomento dice: il poliziotto responsabile
non fu individuato con certezza. L'impunità del responsabile non
bastava, e va perfezionata con la restituzione del maltolto.
Bisogna guardarsi dalla retorica, dunque. Mi limiterò ad annotare
anche questo nel gran registro dei conti che lo Stato italiano va saldando
con il suo e il nostro passato. Su una colonna è scritto: Avere.
Sull'altra: Avere. Più il conteggio degli interessi.
Accogli i miei più affettuosi saluti.
- Mercoledì 4 febbraio 1998
Gentile Franco Scarpa, direttore dell'Ospedale psichiatrico giudiziario
di Montelupo, e direttore del giornale dei detenuti, vorrei felicitarmi
con lei per una cosa, ed esprimerle la mia perplessità per un'altra.
Mi felicito perché sul giornale i detenuti hanno potuto scrivere
che in quel famigerato istituto i cessi non hanno porte, e sono diffusi
pidocchi e scabbia. Sono perplesso per la sua precisazione, secondo cui
non tutti i cessi sono privi di porte, e gli episodi di pidocchi e scabbia
sono sotto controllo.Mi dicono che lei ha un forte senso umoristico.Dunque
mi aspetto che si provveda in fretta a togliere le porte ai cessi che ancora
le avessero, e a non opporre ulteriori resistenze all'avanzata dei pidocchi.Carlo
Cipolla ("Chi ruppe i rastelli a Montelupo?") potrebbe aggiornare
le sue ricerche.Senza scherzi: lei è competente, è medico,
sa e dice che le persone chiuse lì dentro lo sono del tutto abusivamente.Affitti
un pullman, ci carichi i detenuti, chiuda e butti via la chiave, e vada
verso il mare.
- Martedì 3 febbraio 1998
Nella tempesta di parole e di sentimenti sollevata dalla vita breve
del bambino Gabriele si oscilla da un lato all'altro, come il coro di una
tragedia greca. Tutto è già deciso, eppure in ciascun argomento
suona una verità.Misterioso è il ruolo dei padri. Sono loro
a leggere comunicati, a raccontare la storia, a discuterne.Ma più
che mariti e padri tradizionali, confiscatori del primato materno, sembrano
portavoce commossi e fedeli delle mogli e madri, le quali hanno visi chiusi
e illuminati, come chi sappia cose che gli altri non possono sapere. Più
che padri all'antica, questi somigliano a San Giuseppe, devoti a una maternità
misteriosa e indipendente.Si fa, in queste circostanze, la scoperta di
persone che sembrano straordinarie, come la coppia di genitori siciliani
ospitata a Moby Dick (la sera prima, in "Donne al bivio", su
RaiUno, si era scoperta una donna di Palermo senz'altro straordinaria,
Michela Buscemi, di una nobiltà di fisionomia e di frasi miracolosa,
a pensare alla storia di miseria, violenze famigliari e lutti di mafia
da cui veniva. Una che quando, da bambina fu messa per sei mesi in collegio,
si sentì "come in Paradiso".Una che, quando le si chiede
come abbia potuto decidere di non andarsene dalla Sicilia, risponde: "Sono
i mafiosi che se ne devono andare").
- Sabato 31 gennaio 1998
Cara Valeria, caro Paolo, ecco arrivato il giorno del vostro matrimonio
segreto. Vi faccio veri auguri, molto seri. Sono sempre stato meravigliato
della serietà profonda e severa di Paolo, che mi sembrava contrastare
con la sua professione di attor comico e satirico. In realtà quella
serietà rigorosa e moralista è la ragione stessa della vocazione
comica, castigat ridendo mores. Perciò anche questo matrimonio sarà
una cosa molto seria, com'è giusto che sia per i matrimoni. Alcuni
si sposano per vivere insieme. Altri vivono insieme e, quando sono abbastanza
sicuri di sé, si sposano. Del tutto sicuri non si è mai,
e anche questo è bene. Perché quando oggi vi guarderete,
e direte di sì, non sarà solo una certificazione delle cose
come stanno di fatto, ma anche una promessa nuova, un po' ansiosa, e felice.
Mi dispiace di non esserci quando vi guarderete così. Mando un bacio
alla sposa.
- Venerdì 30 gennaio 1998
Caro Volfango, tante grazie per il disegno a carboncino che mi ha mandato.
Non ho potuto riceverlo, perché agli apparati di controllo sono
risultate tracce di carbone.In verità, a parte il buonumore delle
autorità, mi è difficile immaginare opere più fuori
posto in galera delle sue. Da quando sentii fare le lodi della sua pittura
da Federico Zeri, e vidi le sue opere, fui emozionato, oltre che dal suo
talento magistrale, dalla magnanimità che le ispirava: fondi di
cassetto o arance rese grandiose, tramutando lo spettatore in un Gulliver
senza fiato. Questo posto è fatto in modo da rimpicciolire le cose,
come quando si vuole stipare a forza in un baule ciò che non serve
più, e da soffocare i colori. Resterebbe il bianco e nero del carboncino:
ma non passa, per le tracce di carbone.
- Giovedì 29 gennaio 1998
Cara Selma, mi sono divertito a sentirti raccontare a Mixer della contessa
italiana che, tanto tempo fa, ti assicurò dell'innocuità
morale del sesso orale: "E non era affatto battista". Certo,
è un momento difficile.La mia fiducia in Newsweek è scossa.
E' chiaro poi che gli americani hanno visto troppi film. Infine, quanto
al Dipartimento di Stato, che bisogni bombardare di nuovo Saddam Hussein,
lo sanno tutti, ma montare tutta questa storia di Monica Lewinsky e registrazioni
e smacchiature per avere un pretesto per bombardare Saddam, rivela una
mentalità piuttosto contorta.
- Mercoledì 28 gennaio 1998
Caro Fabio Fazio, ho guardato il viaggio Milano-Roma che hai fatto sotto
la guida di Mike Bongiorno, trovando memorabili tre cose. La prima, il
tuo tentativo di convincere Mike che non sei di Genova, ma di Savona. Lo
scambio di battute ripetuto una decina di volte: "Tu che sei genovese",
"Io veramente sono di Savona", ricordava involontariamente l'autostop
di Troisi in "Ricomincio da tre". "Emigrante?". La
seconda è lo scherzo fatto a Mike col cartello che gli annunciava
la nomina alla presidenza della Rai. Gli scherzi sono spesso scemi e malvagi:
questo era un po' riscattato dal ritardo della messa in onda, che aveva
reso vacante la cattedra di viale Mazzini. Lì, mentre si provava
imbarazzo a vedere Mike preso un po' crudelmente in giro, la sua strepitosa
normalità ha tramutato lo scherzo in un trionfo per lui. Invece
di perdere tempo a fingere di non crederci o di mostrare di crederci, Mike
ha chiamato la segretaria e le ha chiesto se l'avessero nominato presidente
della Rai. Ha appurato di no, e ha dichiarato placidamente: "Era uno
scherzo". La terza cosa era l'autostrada. Sarà perché
sono qui, ma perfino un cameracar sull'Autosole, la Roncobilaccio inosservata,
e le nuvole sopra Magliano Sabina mi sono sembrate bellissime.
- Sabato 24 gennaio 1998
Caro Lorenzo Cherubini Jovanotti, dovevo scriverti da tempo per dire
grazie e saluti. Lo faccio ora, dopo aver guardato i paesaggi dell'Avana.
Da una ventina d'anni, anzi un po' di più, inclino verso un buon
eclettismo, convinto delle mutilazioni all'intelligenza e dei guai pratici
prodotti dalle adesioni rigide ed esclusive a dottrine definite. Soprattutto
ai molto giovani, che si difendono dalla soggezione alla cultura e cercano
un orientamento al proprio corpo a corpo col mondo in ideologie, correnti
di pensiero, scuole, tradizioni e confessioni che diano l'illusione di
sapere dove stanno loro, e da che parte stanno gli altri.Una specie di
liberalizzazione delle frontiere, che valga per la geografia culturale
come per quella fisica e politica, e renda capaci di andate e ritorni.
Tu, che puoi andare al sodo, immaginavi un appuntamento fra Che Guevara
e Madre Teresa. Ma non si è mai abbastanza temerari. Guardavo il
ritratto gigante del Che nella piazza dell'Avana, che la televisione cubana
inquadrava in sequenza col ritratto gigante di Gesù Cristo (fra
i due, era il Che ad avere una formidabile aureola al neon) e mi dicevo:
troppa grazia. Non rinuncerei mai più al buon eclettismo: avrei
qualche riserva sulle gigantografie.
- Venerdì 23 gennaio 1998
Caro Andrea Marcenaro, ho letto il tuo lungo e accorato e travolgente
articolo sul Foglio, e ci sono quasi annegato dentro. Chiedo tempo per
rispondere. Sia alla parte sulla prigionia degli affetti, sia, e soprattutto,
a quella sul contesto che farebbe della nostra istanza di revisione del
processo un capitolo del complessivo e complicato regolamento di conti
italiano, Borrelli e D'Alema, magistratura e politica eccetera. Io non
vedo così le cose, e spero che non mi faccia velo il forte desiderio
di non vederle così. Forse anche tu sei un po' annegato nella rappresentazione
italiana in cui tutto si tiene. Comunque, ci penso e poi ti risponderò.
Una cosa ti dico subito. Ci sono dei giudici che si pronunceranno sulla
nostra istanza di revisione del processo, e tu ritieni sicuramente scontato
il loro rigetto. Io penso a delle persone (di cui non so niente, neanche
tutti i nomi) che stanno studiando delle carte, le stanno valutando, e
poi si pronunceranno, forse aderendo a un partito preso, o a un pregiudizio,
o a una pigrizia o a un fastidio personale, o chissà che altro,
forse decidendo in coscienza. Io ne ho abbastanza del pessimismo. Il pessimismo
è addirittura troppo poco, per quello che ho già sperimentato,
ed è troppo, rispetto a quello che deve ancora avvenire. Aspettarsi
il peggio è ragionevole? Può darsi; ma prepara ad accogliere
il peggio dicendo: "Me l'aspettavo", e dunque gli spiana la strada.
In ogni caso, preferisco continuare a pensare così: a fare come
se pensassi così. Infatti non è vero che se Dio non c'è,
tutto diventa lecito. Si può fare come se Dio ci fosse. Tanto più
che un tempo, per tutti, Dio c'è stato: e l'impulso che l'ha fatto
esistere non è venuto meno, per quante domande della ragione e disfatte
della storia l'abbiano schiacciato.
- Giovedì 22 gennaio 1998
Cari Luciana e Giorgio Alpi, riguardo ogni volta con affetto i vostri
visi. Provo a immaginare che sforzo occorra per sopportare sospetti così
terribili: che Ilaria e Miran siano stati assassinati per coprire traffici
d'armi in cui fossero coinvolti italiani, o per coprire brutalità
e torture commesse da italiani, e che autorità italiane abbiano
sottratto prove e ostacolato indagini. Vi vedo così forti e vicini,
e la forza che mostrate lascia immaginare il dolore che celate. Ricordo
le tante volte in cui ricorrevamo alle cure di Giorgio, medico, padre e
compagno. Ho l'impressione che alla fine anche i debiti che si sono accumulati,
di riconoscenza, verso persone amiche, e di cui ormai si sa che non si
potrà ripagarli, siano una ricchezza cui affidarsi. Io vi sono molto
grato e molto affezionato.
- Mercoledì 21 gennaio 1998
Caro Giampaolo Pansa, grazie di aver auspicato, sull'Espresso, che
la nostra istanza di revisione del processo sia accolta: infatti tutta
la storia ora si riduce a questa questione, che per noi diventa di vita
o di morte. Quanto agli argomenti da lei esposti, avrei molto da dire,
ma perché dirlo, ora? Tranne che una cosa: quella che lei chiama
"forse la leggenda" di Ovidio Bompressi che, nell'estate del
1988, quando fummo arrestati, interrogato, sarebbe stato poco meno che
incline a crollare e confessare, prese tempo, e poi non lo fece più.
Vede: questa non è una leggenda, è molto peggio. Bompressi
l'ha detto tanto tempo fa, ma in questa vicenda tutto si trascina, e a
volte si carica di nuova monnezza. La "leggenda" fu diffusa pro
domo loro dai magistrati inquirenti, e in particolare dal pm Pomarici,
il quale la ripeté anche in aula, sebbene nella forma più
vaga di un turbamento di Bompressi, e senza i dettagli che oggi lei per
la prima volta mette in piazza (ma girano da allora). Ora, se Bompressi,
o chiunque altri di noi, avesse manifestato il minimo ondeggiamento verso
una confessione (!), la cosa sarebbe stata messa a verbale e sarebbe diventata
la chiave di volta dell'intera causa. A quell'interrogatorio erano presenti,
oltre a Bompressi, ben due suoi difensori, gli avvocati Menzione e Feliziani,
testimoni di come effettivamente andarono le cose. Dunque la "leggenda"
nacque abusivamente per fornire un argomento suggestivo e illecito, buono
per i salotti, ma buonissimo anche per i giudici popolari nelle camere
di consiglio e per le indiscrezioni fra colleghi, alla nostra colpevolezza.
Perché la cosa è tanto importante - valutazioni morali a
parte? Perché l'argomento della "prova non ostensibile"
ha dominato dall'inizio l'andamento del nostro processo: "Abbiamo
la certezza, benché non possiamo rivelarla". Finalmente, nella
nostra istanza di revisione, sono richiamati gli appigli documentari che
ci permettono di accertare il ricorso a questo incredibile argomento. Le
ricordo, in conclusione, che tutto ciò riecheggia cupamente l'argomento
principe della persecuzione giudiziaria di Dreyfus: la prova del suo tradimento,
dichiarata certa, e non palesabile per ragioni di segreto militare e di
sicurezza della Francia. Da lì a noi, c'è la trasformazione
del preteso segreto militare nel pettegolezzo calunnioso: con lo stesso
esito. Per favore, non la chiami "leggenda".
- Martedì 20 gennaio 1998
Caro Montanelli, grazie della risposta. Sul punto delle scuse starò
ai patti. Prima, poiché lei pensa che io, sulla campagna contro
Calabresi, abbia soltanto "mormorato qualche parola a mezza bocca",
mi lasci citarle testualmente le parole che dissi in tribunale. "Quel
comunicato (sull'omicidio Calabresi), gli articoli che lo seguono e gli
articoli che hanno accompagnato la campagna sul commissario Calabresi sono
indubbiamente orribili. Sono indubbiamente testimonianza (lo dico senza
avere nessuno spirito di abiura o di penitenza) di una posizione molto
grave Nel corso di questa campagna, una specie di gusto inerte dell'insulto,
del linciaggio, della minaccia si è impadronito di noi e non solo
di noi". Io non trovo che queste siano parole reticenti o a mezza
bocca. Ma io sono pronto - e creda che non costa, al mio orgoglio, nessun
sacrificio - a sottoscrivere le parole che lei mi detta all'indirizzo della
famiglia Calabresi. Le darò senz'altro la mia lettera, perché
lei se ne faccia latore, senza riserve. Anche questo io credo di averlo
già fatto, a mio modo (e non in modo reticente). Che si sia smesso
di parlare di grazia ha oltretutto sgombrato i rapporti fra noi e la famiglia
Calabresi dai sospetti di convenienze e ricerche di benevolenza, sospetti
che su me producono solo l'effetto opposto, di farmi respingere tutto ciò
che possa appena apparire interessato.
Io penso che una differenza grave resti fra lei e me, e riguardi la morte
di Pinelli. Ma qui non si tratta né di orgoglio né di arroganza:
e lei concorderà che sarebbe viltà da parte mia dichiararmi
appagato da una ricostruzione della morte di Pinelli che intimamente non
mi convince.
Se lei, sulla strada di Fucecchio, vorrà spingersi fin qua, ne sarò
molto contento. Io devo restare in questo recinto pisano, e aspettare.
L'indulto avrebbe per noi la stessa inaccettabilità di ogni misura
di clemenza. Aspettiamo solo la revisione del nostro processo, fondata
sui molti e gravi motivi nuovi che abbiamo argomentato. Il resto è
rumore. Infine, va da sé che non mi propongo di farle cambiare le
sue idee, né mi figuro che lei miri a cambiare le mie. Piuttosto,
di capire meglio quali sono, le nostre rispettive idee, e nella buona ipotesi,
di andare oltre il punto dell'orgoglio e dell'arroganza. Nella migliore
delle ipotesi, di trascorrere un'ora rispettosamente amichevole. Molti
saluti.
- Sabato 17 gennaio 1998
Caro Indro Montanelli, lei mi fa disperare. Ancora giovedì sul
Corriere, mi ha fatto disperare. Abbia la pazienza di leggere queste osservazioni,
e poi di prendere in conto la proposta finale.
Lei ripete che io posso restare orgoglioso, ma che devo smettere di essere
arrogante. Sono d'accordo. Ma che cosa in me le sembra arrogante? Lei pensa
che io sia colpevole o innocente? Intendo materialmente, penalmente colpevole:
che abbia ordinato il tal giorno nel tal posto di assassinare Luigi Calabresi
per conto di Lotta continua. Non deve sembrarle un punto secondario. Se,
comprensibilmente, non ritiene di conoscere abbastanza gli argomenti dell'accusa
e i miei, mi permetta di farglieli conoscere: non ci vorrà più
di mezz'ora.
Se lei è persuaso che io sia colpevole, me ne dispiace, e la questione
è chiusa. Se lei non lo pensa, non può neanche pensare che
io debba essere condannato e imprigionato perché sono un tipo così
orgoglioso da sconfinare nell'arroganza. Sarebbe un'enormità, no?
Lei mi esorta, lo fa da quasi dieci anni a riconoscere "le mie responsabilità
non penali, ma morali". Se questo si riferisce alla campagna di Lotta
continua contro Calabresi e alla sua degenerazione, come credo, io l'ho
fatto, e, a mio parere, senza riserve. Ma sono pronto ad ascoltarla se
le mie parole le siano sembrate reticenti, o ipocrite, o vili. Lei aggiunge
che io devo chiedere scusa alla famiglia Calabresi. Penso di aver fatto
anche questo: ci tornerò fra poco. Ma poi lei continua: così
la famiglia Calabresi potrà, lei per prima, chiedere e appoggiare
un provvedimento di grazia. Ma io non lo voglio. E' il punto di sopra:
può pensare che, se non sono colpevole, e sono ingiustamente denigrato,
condannato e incarcerato, io mi auguri la grazia o qualunque altro genere
di clemenza? Lei, non so su che fondamento, si è ora persuaso che
la mia superbia costringa alla galera i miei due compagni. Questo è
un pensiero terribile, contro di loro, che sono forti e liberi e dipendenti
solo dalla loro coscienza, e contro di me, ingiustamente accusato dell'infamia
di aver fatto da mandante venticinque anni fa (che è molto peggio
che fare da assassino) e ora da sequestratore delle vite dei miei amici.
Ma mi fa disperare di più l'informazione che lei riceve sulla nostra
vicenda. Lei dice che a Bocca di Magra tutti riderebbero se sentissero
dire che Marino è un ex rapinatore e un proprietario di appartamenti.
Ma Marino lo è: non sono illazioni, ma fatti provati. Ex rapinatore
prima di tutto per sua dichiarazione. Prima della sua "confessione"
di dieci anni fa, Marino era disperatamentebisognoso di soldi, io gli diedi
il po' che potevo. Dopo ha comprato due case e un furgone per le sue frittelle.
Questo non sarebbe neanche da dire, se le sentenze contro di noi non sostenessero
che nessun vantaggio gliene è derivato. Naturalmente, la mia difesa,
che è intelligente e rispettosa di sé, non ha chiesto la
revisione del processo sulla base "della panzana della promozione
di Marino a capitalista".
Lei aggiunge: "Sfido io che l'istanza di revisione del processo è
stata respinta". Caro Montanelli, grazie al cielo, almeno finora,
non è stata respinta, e noi aspettiamo che venga esaminata, e ci
auguriamo che venga, come merita, accolta. Mi dispiace che le sue informazioni
siano sbagliate. Io leggo la sua posta. Pochi giorni fa, un lettore credette
di ironizzare sul nostro mancato ricorso alla Corte europea: ricorso che
naturalmente abbiamo presentato. Quando entrai in galera, un altro solerte
lettore protestò contro la pretesa di farmi apparire come un liberatore
di sequestrati in Cecenia. Non feci moltissimo per apparirlo, ma lo ero.
(In verità, lei ospitò anche la versione vera delle ottime
persone dell'associazione volontaria Intersos). E così via.
Eccomi alla conclusione. Lei avrà senz'altro un autista. Perché
non viene a trovarmi per un'oretta?
Non lo prenda per un invito arrogante. Sarebbe solo maleducato, se potessi
muovermi io: ma sono qui davvero ristretto.
Del resto, oltre che leggere la sua posta,la guardo a Tmc, e mi sembra
che lei sia in forma eccellente. Potremmo parlare per mezz'ora dell'accusa
penale contro di me, e per un'altra mezz'ora delle scuse che lei mi chiede
di fare. Potrebbe dettarmele lei, e io firmarle, se questo non mette in
causa la mia, e di Lotta continua, estraneità all'attentato. Poiché
della grazia non occorrerà parlare neanche un minuto, potremmo dedicarne
cinque alla revisione del processo che sto aspettando, e che lei forse
potrebbe augurarsi con me. Cordiali saluti.
- Venerdì 16 gennaio 1998
Vorrei citare, in appendice ad alcuni ragionamenti svolti qui nei giorni
scorsi, il seguente bel pensiero di Marc Bloch: "La storia è
molto più spesso frutto dei furori di un re che ha mangiato troppi
fagiani che della logica". (Dopo aver apprezzato la citazione, sostituite,
se volete, "re" con "sostituto procuratore". I fagiani
non hanno bisogno di essere sostituiti: continuano a lasciarci le penne,
monarchia o repubblica. Se proprio si vuole, si sostituisca "fagiani"
con "telecamere").
- Giovedì 15 gennaio 1998
Si rischia di pensare che la televisione renda palese ciò che
prima della televisione era invisibile. In realtà la televisione
influisce su ciò che mostra. Un processo giudiziario trasmesso in
tv è, naturalmente, un altro processo. Se Di Pietro è dov'è,
e Sergio Cusani anche, lo si deve largamente alla televisione: un recente
volume del Mulino lo argomenta. In generale, c'è una questione del
rapporto fra magistrati e televisione. Abbiamo ormai una collezione di
magistrati presi alla sprovvista dalle telecamere: evento cui né
gli studi né il tirocinio li preparano. Un uomo (o una donna) in
età adulta o perfino matura investito dalle luci televisive può
esserne travolto. Un giovane e intelligente pubblico ministero della Spezia
dichiarò lealmente di essersi lasciato sfuggire parole incaute e
improprie perché era stato scombussolato dalle telecamere. Il povero
procuratore di Voghera ha detto di aver manipolato i verbali perché
la rubrica di Liguori gli aveva fatto perdere la testa. In questi giorni,
il pretore di Maglie sta per spiccare un volo verticale di felicità
in diretta, e lo ammette con un simpatico candore. Se cito questi casi
di più evidente e confessato travolgimento, non è affatto
perché li consideri più gravi dei casi in cui si manifesta
un'apparente confidenza e padronanza dei mezzi televisivi. E' solo per
lodare con più forza la mucca Ercolina, riportata ancora una volta
nei cortei e in televisione, senza dare il minimo segno di essersi montata
la testa. Basta vedere la sua aria mansueta e rassegnata, e i grandi occhi
umidi, belli come quelli di Giunone.
- Mercoledì 14 gennaio 1998
Delle pagine con cui la procura generale di Milano si oppone alla riapertura
del nostro processo, non so se sia più offensiva la prepotenza ("Perché?
Perché no") o la sciatteria. C'è un punto, irrilevante,
al quale però continuo a pensare. E' il punto in cui si parla di
"Livio Bompressi". Bompressi si chiama Ovidio. Quel Livio può
essere un lapsus, ma i lapsus sono rivelatori. Può essere la svista
di un dattilografo, ma le sviste andrebbero riviste, tanto più nell'unico
passaggio in cui si cita il nome di una persona nell'intento di mettergli
una pietra sopra.Nel primo processo il presidente chiese conto a Bompressi
di un rapporto di polizia dalla sua città che parlava di un suo
atto di cinismo. Bompressi si strinse nelle spalle. Il presidente aveva
letto male si trattava di un atto di civismo. Questi piccoli qui pro quo
mi sembrano spiegare meglio di ogni altra cosa il nostro processo. Qui
- Livio - pro quo - Ovidio. Un lapsus.
- Martedì 13 gennaio 1998
Cara Unità, vorrei spiegare una cosa, a proposito del titolo che
hai dato all'articolo in cui Maddalena Tulanti racconta un incontro con
me qui dentro. L'articolo è sensibile e quasi affettuoso, com'è
comprensibile, date le circostanze russo-cecene del nostro penultimo incontro,
e quelle italiano-carcerarie dell'ultimo, un anno dopo. Ma nel titolo mi
si fa dire che, se non otterrò la revisione del processo, "mi
lascerò morire". Di questa espressione non mi piacciono due
cose. La prima è che sembra che io non faccia altro che annunziare
la mia morte: il che alla lunga è stucchevole (alla lunga, siamo
tutti morti, di vecchiaia) e minaccia di accrescere il numero di quelli
che, appostati alla curva, non vedono l'ora. La seconda è che quel
"lasciarsi morire" ha un tono querulo e abbandonato che non mi
corrisponde. Io, finché avrò forze, mi batterò, a
costo, spero, della vita. Vedo bene la pochezza delle mie forze, ma essa
non mi impedisce di sentirmi quasi come Sansone, e di propormi di trascinare,
nella rovina del tempio bugiardo, quanti più filistei sia possibile.
Siamo qui dentro da un anno. La ragione di questa pazzesca pazienza sta
nel fatto che abbiamo puntato solo alla revisione del nostro processo,
per la quale avevamo sperato tempi più brevi. Dobbiamo aspettare.
Pur di riaprire quel processo, quando era chiuso, magistrati nemici arrivarono
a scrivere una sentenza suicida. E' possibile che oggi, sulla base degli
argomenti nuovi e gravi che abbiamo presentato, non ci sia accordato un
nuovo esame? Questo aspettiamo.E i nostri propositi restano quelli che
erano quando siamo entrati in questo luogo di abominio: un anno fa.
- Sabato 10 gennaio 1998
Sulla Stampa, Fabio Galvano riferisce da Londra una storia sensazionale
a proposito di Henry Hudson, il grande esploratore che diede il nome al
fiume e alla baia nel Nord America, e condusse all'inizio del '600 spedizioni
avventurose alla ricerca di un passaggio artico a nord-ovest o a nord-est.
Si sapeva che, partito da Londra nel 1610 sulla Discovery, Hudson era stato
abbandonato un anno dopo dall'equipaggio ammutinato in una scialuppa a
due alberi, con il figlio bambino e sette marinai a lui fedeli. Viene ora
riesumato un diario che riferisce il racconto di una spedizione alle Svalbard
del 1823, nella quale sarebbe stato ritrovato il corpo di Henry Hudson.
Hudson sarebbe dunque riuscito a percorrere con la scialuppa l'itinerario
impressionante che, dalla Baia di Hudson, attraverso il nord Atlantico
e il mar di Groenlandia, arriva alle Svalbard. Storia molto dubbia, istruttiva
soprattutto nell'appendice, che è la seguente: i ritrovatori decisero
di riportare in Inghilterra il corpo pressoché intatto, grazie al
gelo in cui era rimasto sepolto, senonché, quando l'aria si intiepidì,
il cadavere si scongelò e cominciò a putrefarsi.Finché,
per sventare un altro ammutinamento, quei poveri resti vennero gettati
in mare. Morale: sempre andare alla deriva è la cosa più
rischiosa, spesso il progresso pregiudica la conservazione. Dalla Siberia,
per esempio, arriva la notizia che il riscaldamento della Terra farà
sciogliere i ghiacci che custodiscono un fantastico tesoro di mammut, principesse
mummificate, tappeti di Pazyryk e cagnolini. Gli archeologi hanno
gettato l'allarme. Sono allarmisti, perché vanno pazzi per scavare,
disseppellire.
- Venerdì 9 gennaio 1998
Dunque la procura generale milanese ha chiesto che non si riapra il
nostro processo. Posizione prevedibile, prevista, e come tale da tutti
commentata. Come pensare che potesse pronunciarsi diversamente una procura
rappresentata dal sostituto che già per tre volte aveva sostenuto
l'accusa contro di noi, che aveva tuonato contro gli intellettuali con
noi solidali chiamandoli "utili buoi", che aveva deriso la "vecchia
Cassazione" che, con una sentenza delle sue sezioni unite, aveva annullato
le nostre condanne? Come pensare che potesse pronunciarsi diversamente
una procura cui è oggi associata una signora che, da giudice a latere
di uno dei nostri appelli, se la prese nella sentenza con la complicità
di Sciascia e Tabucchi con noi, e sostenne che la nostra colpevolezza era
provata "anche a prescindere dall'accusa di Marino"? E così
via. Dunque: tutto prevedibile, tutto previsto. Però io vorrei mettere
a verbale qui - inutilmente, lo so: ma tutto ciò che faccio è
inutile, e tutto ciò che mi è sacro è inutile - la
mia protesta senza riserve contro l'ingiustizia prevedibile. Perché
la procura non ha né il compito d'ufficio di sostenere a ogni costo
l'accusa, e tanto meno di attenersi a ogni costo al proprio partito preso.
Ha il compito di studiare gli argomenti e valutarli. Ha detto che fra quegli
argomenti non ci sono fatti nuovi. E' falso: ci sono, molti, gravi, ineludibili.
Dunque del parere dei sostituti procuratori milanesi non si deve dire che
era prevedibile, salvo che vogliamo dire che siamo abituati al pregiudizio
e all'ingiustizia, che li prevediamo e che non protestiamo più.
Per me non è così. Non è affatto così.
- Giovedì 8 gennaio 1998
Caro Luca, capisco l'apprensione che ti spinge a raccomandarmi di star
zitto, di non pronunciarmi su voci scottanti e comunque compromettenti,
di passare quanto più inosservato possibile. Soprattutto su Di Pietro,
sul quale ogni giudizio troppo netto è destinato a scontentare e
inimicarsi mezza Italia: e Dio sa se noi ne sentiamo il bisogno. Tuttavia
ci sono momenti, ci sono eventi, di fronte ai quali non si può più
tacere senza perdere il rispetto di sé. Costi quel che costi, devo
dire chiaro quello che penso. Io penso che Di Pietro abbia fatto male a
non correre la seconda manche dello slalom di Kranjska Gora. Qualunque
provocazione abbia subito dal direttore di gara, Di Pietro lo doveva: a
se stesso, ai tanti che credono in lui, e all'Italia. Ecco, l'ho detto.
- Mercoledì 7 gennaio 1998
Qui a Tirrenia c'è un ottuagenario che vede con una certa frequenza
la Madonna, e fa disperare l'arcivescovo. Bisogna guardarsi da questo pullulare
di apparizioni, dice saggiamente il capo della diocesi pisana. Non sarà
facile.Anche il vescovo di Civitavecchia all'inizio tentò di resistere
ai miracoli della Madonnina, e poi cedette di schianto. Di tutte queste
Madonne periferiche impressiona la modestia dei messaggi. Niente annunci
apocalittici, niente terzi segreti. A Tirrenia, un'anziana signora ospite
del veggente, a domanda risponde: "Che cosa dice la Madonna? Di essere
buoni, di volersi bene. Che cosa volete che dica?" Ad Arezzo c'è
una signora con una serena faccia contadina e un simpatico accento toscano
che da più di due anni vede la Madonna la quarta domenica di ogni
mese, sempre alla stessa ora. Intervistata dal telegiornale sulla questione
dell'ora legale, alza le spalle: "La Madonna non fa caso a queste
cose". Descrive con entusiasmo la bellezza dell'apparizione, i suoi
capelli bruni e occhi neri, e aggiunge sorridendo: "Ha un look semplicissimo".
- Sabato 3 gennaio 1998
E' così raro leggere una buona notizia che quando ne arriva
una buonissima vale la pena di fermarsi a rallegrarsene. E' la decisione
della Corte Suprema egiziana che conferma il divieto governativo alle mutilazioni
sessuali femminili, anche se vi sia il consenso della ragazza, del padre
o del tutore. A furor di islamisti il divieto era stato revocato dal ministro
della Sanità. Ora la sentenza è inappellabile. Delle infinite
pratiche che la storia maschile ha elaborato per vendicarsi del corpo femminile,
e che oggi riprendono vigore in gran parte del mondo, questa è la
più diretta e rivelatrice. Mutilare ferocemente bambine e ragazze
della clitoride e delle piccole e grandi labbra è un modo per esercitare
su loro il possesso brutale che si esercita sul bestiame, e soprattutto
di sostituire la loro capacità di piacere sessuale con la sofferenza
e l'umiliazione. Ce ne abbiamo messo di tempo, noi genere umano maschile,
e noi singoli maschi, a venir via da questa violenza invidiosa. In Egitto,
dov'è arrivata questa "coraggiosa" sentenza, si valuta
che le donne mutilate siano fra il 70 e il 90 per cento. In Italia non
mancano le voci che, in nome della "diversità" culturale
o religiosa, pretendono di legittimare questa macelleria ginofobica. E'
bene ricordarsi in che mondo viviamo.
- Venerdì 2 gennaio 1998
Uso la parola per fatti personali, anche un po' meschini. Ma è
Natale, siamo tutti più meschini. Caro Manifesto, penso che il giornale
che allega un supplemento satirico debba turarsi il naso - e viceversa.
Buttare via il giornale, o il supplemento, si può. E si può
anche apprezzare ambedue: metti me fra quelli. Cara Unità, nel pezzo
gentilmente dedicato al mio opuscolo Millelire, "A doppia mandata",
vengo presentato come un fiero nemico della legge Gozzini: sono nemico
solo delle sue distorsioni. Scrissi quel pamphlet quando ero al quinto
mese di carcere: l'Unità ritiene che io sia tuttora al quinto mese
(mi piace, questo linguaggio materno). Purtroppo, sono al dodicesimo. Uno
scrive un opuscolo, ma poi il tempo passa. Anche Alessandro Manzoni, il
noto autore della "Colonna infame", è morto. Caro Manifesto,
nella mia breve biografia sul numero dedicato alle libertà vengono
citati molti miei libri, e non l'unico al quale vorrei affidare il mio
nome postumo: "Il nodo e il chiodo". Se avrò una tomba
(meglio sarebbe disperso in mare) vorrei la scritta: "Qui giace il
famoso autore del Nodo e il chiodo. Grazie di tutto". La sola idea
che ci scrivano: "L'ex leader di Lc" mi tiene in vita. Cara Repubblica,
caro Corriere della Sera, ho fatto dello spirito sull'eventualità
di indulti o amnistie, per i quali è meglio affidarsi a novene in
previsione del Giubileo che non all'auspicio di votazioni parlamentari.
Prego di considerare il tentativo di fare dello spirito. Caro sottosegretario
Corleone, vedo che lei è ennesimamente trafitto per aver inviato
l'augurio di "un anno pieno di grazia": augurio che viene riferito
a me e i miei. Noi non vogliamo la grazia - che del resto ci fu già
negata - lei non la vuole certo per noi, e il suo biglietto tentava evidentemente
di fare dello spirito (generoso) sul nome del suo ministero: "di Grazia
e Giustizia". (Per giunta, lei ha una moglie che si chiama Grazia).
Mi dispiace di essere intromesso così forzatamente fra moglie e
marito. Ammetterà che sono tempi duri per lo spirito.





