Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Mercoledì 31 dicembre 1997
Tra le baggianate di questi giorni, grosse come lo spazio che si conquistano,
c'è il "nuovo supertestimone" che "spunta",
e che ascoltò una conversazione allarmante su Calabresi, che andava
ucciso perché "ormai sapeva troppo" e sul "capo che
stava per andare a Essen e ad Amburgo". Titolo pieno in prima pagina,
servizio interno a piena pagina. Naturalmente, si tratta (con qualche deformazione
ad hoc) di una fra le innumerevoli storie contenute nelle carte processuali,
del tutto insulsa, e riscattata solo dal felice nome della trattoria in
cui la conversazione sarebbe stata captata: Trattoria Zia Carlotta. I cronisti
mandati d'improvviso a fare scoop ne possono trovare altre mille, di storie
così, negli atti dell'istruttoria. Loro fanno qualcosa di più:
rovesciando ciò che è emerso, spiegano che allora si impedì
"dall'alto" di indagare contro Lotta Continua. Tesi che ha l'autorevole
imprimatur degli Affari Riservati del dottor Allegra. Bene: dal giorno
successivo all'omicidio di Calabresi venne additata pubblicamente e perseguita
una serie di aderenti a Lotta Continua, militanti nell'emigrazione in Germania
(effetto zia Carlotta) e addirittura militanti irlandesi che Lotta Continua
aveva ospitato in un giro di dibattiti, e che per loro buona sorte erano
già tornati in patria il giorno dell'attentato. Nel corso degli
anni la folla dei candidati assassini appartenenti a Lotta Continua non
cessò mai di infittirsi: col tempo è cresciuto l'appetito,
fino al boccone più grosso. Notizie che un cronista potrebbe facilmente
procurarsi, anche se giovane di età e carico di pregiudizi. Ma tutto
in Italia diventa comico: eccoci così arrivati alla campagna contro
i depistaggi di Stato del 1972 a favore di Lotta Continua. Buon anno.
- Martedì 30 dicembre 1997
Mentre il Diario in edicola pubblica l'istanza di revisione del nostro
processo, e qualche spirito bizzarro riparla di "grazia" a nostro
riguardo, vorrei segnalare che è uscito presso la casa editrice
Sellerio e per mia cura il volume "Sentenze". Esso contiene il
testo integrale della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, che
annullava nel 1992 le nostre condanne, e il testo integrale della sentenza
della Sesta Sezione della Cassazione, che le ha confermate nel gennaio
del 1997. Contiene inoltre tutti gli atti dell'indagine bresciana sulle
violazioni da me denunciate rispetto all'ultimo processo d'appello e al
suo presidente, Della Torre: indagine conclusa con l'archiviazione. Capisco
che non sia una gran lettura, quando magari non si è ancora letta
"La fiera delle vanità" o "Guerra e pace". Ma
ci sono anche letture che si fanno per ragioni pratiche, come si leggono
certi cartelli stradali: "Attenti, pericolo".
- Sabato 27 dicembre 1997
Gentili Ersilia Salvato, Salvatore Senese e Guido De Guidi, abbiamo
appreso con soddisfazione della proposta che voi avete presentato in Senato
impegnando il governo a ridefinire ruoli e trattamento del personale delle
carceri. Siamo impressionati dal disinteresse pieno che sembrano mostrare
categorie che attorno alle carceri in fondo vivono: a cominciare da magistrati
e avvocati. Succede così che abbiano voce in capitolo solo gli interessi
sindacali, che poi vuol dire solo i sindacati della polizia penitenziaria,
la quale è numerosa (quasi un agente per ogni detenuto!) e dunque
dotata di una forza contrattuale. Il personale civile è così
ridicolmente ridotto da risultare inascoltato: educatori, psicologi, assistenti
eccetera. Chi facesse lealmente la storia delle galere, dovrebbe ammettere
che i pochi e vilipesi passi avanti che si sono fatti sono stati compiuti
grazie al sacrificio di detenuti o alla dedizione di pochi singoli studiosi
o legislatori. Impiegare l'esperienza viva dei detenuti per riformare le
carceri: in questo dovrebbe consistere la "rieducazione".
- Mercoledì 24 dicembre 1997
Caro Federico Zeri, ho visto domenica sera con gli occhi lucidi, su
Rai2, il suo viaggio attraverso i capolavori e i calcinacci dell'Umbria
e delle Marche.Per la prima volta ho avuto idea di che guasto è
successo alle cose belle, oltre che alle persone e alle loro case. Ricordo
bene un viaggio di tanti anni fa, con la sua guida, attraverso gli stessi
luoghi, per la presentazione della Storia dell'Arte Einaudi: soprattutto
la visita nella bellissima Montefalco. Uso con un senso di liberazione
questi aggettivi: bello, bellissimo, che i profani in soggezione si vergognano
di impiegare per non essere deplorati dagli esperti. Lei, che è
il campione degli esperti, dice tranquillamente: "bello", "bellissimo",
e dice anche, davanti a un Tiepolo lasciato nella polvere: "Per carità".
Era commovente la trasmissione, e valeva insieme da guida a un viaggio
fra meraviglie sconosciute e consulto al loro capezzale. Niente come il
passaggio attraverso questi palazzi e chiostri mostra che cosa sia davvero
l'Italia: quei ritratti affrescati nel palazzo dei Varano, quell'organo
secentesco in una chiesa di collina.Il bravissimo prete della chiesa ha
spiegato che rapporto c'è fra un monumento e la vita che continua.
Siccome la chiesa è rovinata, ha detto, volevano portar via l'organo,
addirittura dal soffitto, con un elicottero. Ma è fissato alle pareti
con due longaroni. Così dovranno lasciarcelo: e attorno all'organo
dovranno ricostruire la chiesa, e attorno alla chiesa rinascerà
il paese. Infine, caro Zeri, voglio dirle di lei. Nell'antico viaggio che
ricordo, la sua stupefacente dottrina e il suo fiuto e tatto da mago erano
pieni di umorismo e allegria. Ora, non so quale incidente ha lesionato
anche lei, e vederla trascinare un passo provvisoriamente ferito dentro
quei luoghi attraversati da crepe e voragini, ispirava un gran rispetto.
La sua figura di antico romano, con la voce illesa però e senza
incrinature, e ora, mi è sembrato, più stanca di sdegni e
sarcasmi, e più incline a un'amarezza rassegnata, ha fatto in quel
viaggio da ponte fra quelle bellezze e noi spettatori.
Spero di non suscitare i suoi leggendari scongiuri se le dico che, benché
lei non sia cieco né mendico, mi sono tornati in mente quei versi:
"Un dì vedrete / mendico un cieco errar sotto le vostre / antichissime
ombre, e brancolando / penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne, / e
interrogarle". Un Omero accompagnato dalle telecamere.
Affettuosi saluti.
- Martedì 23 dicembre 1997
Ero appena stato interpellato dalla benemerita rivista Vita su come
si preparava il Natale in carcere, e tutto è cambiato. Un editto
del sindacato dei direttori di carcere ha annunciato che, per un loro sciopero
fissato bonariamente al 24 dicembre, i detenuti avrebbero perso l'unica
ora di colloquio coi familiari della settimana natalizia, oltre che il
diritto alla corrispondenza e alla spesa. L'hanno fatta così grossa
che questo moderno carcere avvilito e rattoppato si è ricordato
della propria antica virtù, come certi veterani di guerra, ed è
cominciato all'unanimità uno sciopero della fame: ogni cibo messo
nel corridoio, con un panettone regalato dalla Caritas in cima. E poi,
come non succede più se non nei film, le pentole sbatacchiate contro
le grate e i blindi: selvaggio ed emozionante frastuono da zoo ribelle.
E' triste il Natale in carcere, e il maldestro egoismo dei direttori lo
vuole rendere più triste e offeso. Ma almeno, qui, è dignitoso
e valoroso: detenuti a digiuno, con un po' più di rispetto per sé.
- Sabato 20 dicembre 1997
Caro Luigi Amicone, ringrazio te e gli altri per lo scrupolo paziente
con cui avete riferito sulla vostra rivista Tempi le puntate della nostra
conversazione pisana. La quale (a parte l'assurdo divieto di usare il registratore,
che vi ha reso tutto più faticoso) non era un'intervista appunto,
ma una conversazione.Oltre che giornalisti come te e Maurizio Zottarelli,
c'erano tre giovani studenti (Luca De Simoni, Ezio Este e Matteo Gatto)
disposti, oltre che a interrogarmi, a essere interrogati. Ho visto che
c'è un'appendice sorprendente di quell'incontro, che desidero riprendere.
Raccogliendo alla lettera un mio auspicio, che non era solo una battuta,
voi avete suggerito un disegno di legge, presentato dai deputati Sgarbi,
Paroli e Saponara, il quale prevede per gli aspiranti magistrati un tirocinio
che faccia loro conoscere e sperimentare dall'interno il carcere.Luigi
Manconi, ritenendolo "tecnicamente irrealizzabile", ha a sua
volta proposto che si renda "obbligatorio, per gli uditori un periodo
di attività all'interno del carcere". Voi avete accolto la
proposta. Io anche. Resto persuaso che il modo più efficace per
conoscere il carcere sia di passarci da carcerati: o, per gli ospedali,
da pazienti. Ma che dei futuri medici diagnostici e curanti non abbiano
alcuna idea di ospedali e altri luoghi di cura, sarebbe impensabile. Per
il carcere, viceversa, prevale la rimozione e la ripugnanza.La più
grande dinastia industriale apprezza che un suo giovane erede vada in incognito
a fare l'operaio. Categorie come i magistrati e gli avvocati pensano invece
di potersi lavare le mani del carcere, dei suoi odori, rumori, umori. E'
strano.
- Venerdì 19 dicembre 1997
Care lettrici, ogni giorno la cronaca offre dettagli di notizie così
singolari e veloci da mandarli subito perduti, come un paesaggio animato
intravisto fra il buio di una galleria e dell'altra lungo il tragitto dei
treni contemporanei. Che poi si fermano continuamente, per incidente, e
per lo più nel buio delle gallerie. Ma quando si guastano in quegli
intervalli aperti, i passeggeri possono a loro agio guardare il colore
dell'erba e lo stupore dei vitelli e il volo delle cornacchie: e se la
sosta si prolunga, possono anche decidere di scendere lì, e cambiare
vita.
In questi giorni mi attirano certe notizie dal sud. Intanto la classifica
del campionato di calcio di serie A, perché le tre squadre meridionali
occupano gli ultimi tre posti (sono Napoli, Lecce e Bari).In cambio la
Salernitana è prima in serie B. Dunque, a usare il calcio come metro
(cioè il fenomeno nazionale più importante del nostro tempo)
la secessione e la "doppia velocità" sono già compiute.
Altre notizie arrivano da Napoli a disordinare le idee correnti. Come l'incrollabilità
delle Vele di Scampia. Nella capitale dei crolli dei palazzi (cinema compreso,
dal neorealismo alle Mani sulla città) questa rivalsa dell'edificio
che viene bombardato e martellato e resta su dà a Napoli una sua
peculiare e conturbante Torre di Pisa. Ancora a Napoli, poco fa, i famigliari
di persone morte non sopportarono che accanto alle salme dei loro cari
giacesse la carogna del vecchio Allocca. Passò inosservato, se non
sbaglio, il dettaglio che il morto a fianco di Allocca era morto per un
"infortunio sul lavoro", che è, ormai, una morte normale
e senza scandalo. Chissà dove sono stati deposti i corpi dei due
algerini morti "in nero" nella fabbrica di botti di Giugliano.
- Giovedì 18 dicembre 1997
Gentile Licia Colò, l'ho sentita parlare con i suoi ospiti di un
raro incontro con la donnola. Nelle case con un po' di campi intorno, come
quella in cui abitavo io, benché vicinissima all'abitato, sono di
casa istrici, faine, donnole e la stessa volpe.Purtroppo, quanto alle ultime
tre, per le stragi che fanno nel pollaio.Sul muro del mio pollaio - galline
da uova, e da compagnia - abitano anche dei bellissimi biacchi, grandi
ladri di uova.Le scrivo per segnalarle, se già non lo sa, il nome
popolare che alcuni danno qui - in Toscana - alla donnola: dondola, evidentemente
per via di quel suo metodico oscillare, come una elegante piccolissima
signora in pelliccia con un tic.
- Mercoledì 17 dicembre 1997
Un articolo di Paolo Conti sul Corriere della Sera riferisce che nella
serata romana di consegna dei Premi Moravia lo storico Lucio Villari si
è indignato per la proiezione di un brano di mia intervista su Moravia
e Sarajevo. Villari avrebbe detto: "In sala c'era il vicepresidente
del Consiglio, e Sofri è un detenuto condannato per un grave delitto".
Ora, io non sapevo affatto che sarebbe stata usata la mia intervista, commissionata
dalla gentile Toni Maraini per il viaggio dell'Associazione Moravia a Mostar
e a Sarajevo. Anni fa ricevetti il premio Moravia, ne fui grato, portai
di corsa i soldi a Sarajevo, e non ne parlai mai più.Che si usi
Moravia a mia difesa non mi pare possibile, dato che lo fece assai generosamente
Moravia da vivo.Ma il punto è un altro. Quando Villari parla - se
ne ha parlato - della sconvenienza di mostrare la mia faccia nel luogo
in cui "c'è il vicepresidente del Consiglio", mi chiedo
se parli a titolo personale, o non solo. Da Sarajevo spedii, gratis, e
non senza difficoltà, i miei articoli all'Unità diretta da
Walter Veltroni. A Sarajevo imparai due cose decisive là, e anche
qua dove ora mi trovo. A camminare curvo e veloce quando, di rado, esco
allo scoperto, per via dei cecchini. E a conservare il buonumore. L'articolo
del Corriere l'ho letto venerdì, e oggi sto ancora ridendo.
- Martedì 16 dicembre 1997
Gentile direttore, dopo aver guardato il programma su piazza Fontana,
vorrei osservare queste cose.1) Un lapsus ti ha fatto invertire il ruolo
di Guida (che era questore di Milano) con quello di Allegra (capo dell'Ufficio
Politico).2) Andreotti ha detto che un Rumor partecipe di un disegno eversivo
gli sembrava inverosimile quanto un Rumor travestito da suora. Ora, senza
essere screanzato, e anzi convinto che quella di Rumor sia stata l'avventura
di un uomo tranquillo, credo però che niente suoni più verosimile
e quasi vero che Mariano Rumor vestito da suora. 3)Tu sei stato bravissimo
e quasi fastidioso, come certi compagni di scuola che sapevano la matematica
senza bisogno di studiarla. Tu hai il bernoccolo della ragion politica
come qualcuno della matematica. Ma hai anche un'indulgenza verso la Ragion
di Stato tanto più strana quanto più estranea a te stesso:
un'indulgenza verso la Ragion di Stato altrui. Come un matematico puro
che sia ammirato di certe truffe contabili altrui.
- Venerdì 12 dicembre 1997
Cara Silvia Baraldini, si è ricominciato a discutere della convenzionedegli
anniversari, della loro ipocrisia e del loro valore. Mi ricordo che da
adolescente mi sforzavo di sottrarmi sdegnosamente agli anniversari e alle
feste consacrate, di fare finta di niente la notte di Natale, come quando
si andava alle festicciole da ballo e si restava in piedi in un angolo
con un'aria di noia interessante, per farsi un po' notare. Ora torna ancora
una volta un 12 dicembre, e sono incerto se fare finta di niente o no.
In questa incertezza leggo su un giornale che il 12 dicembre, data amaramente
confiscata dalla strage di Piazza Fontana, è il tuo compleanno.
Allora sono contento di riempirlo così, questo 12 dicembre, con
gli auguri piùsinceri a te, insieme ai miei amici Ovidio e Pietro.
Ci piacerebbe dirti: l'anno
prossimo in Italia.
Giovedì 11 dicembre 1997
Cari Michele Serra e Sergio Staino, dopo le cose rispettose e affettuose
che avete detto in morte di Jacovitti, mi è venuta voglia di raccontarvi
un mio viaggio da ragazzino, anche per variare e retrodatare le discussioni
sui nostri trascorsi politici. (Quando penso ai nostri viaggi, e li paragono
al modo in cui viaggiano questi bambini cingalesi, o curdi, o albanesi!)
Da bambino ero molto pio, e leggevo il Vittorioso, anche perché
il mio fratello maggiore leggeva il Corriere dei Piccoli. Abitai, fino
a dodici anni, a Taranto, che allora era un mondo meravigliosamente antico.
Feci il primo viaggio per mio conto a sei anni, andando in treno a Trieste,
con un cambio a Bari e uno a Venezia: durava ventiquattr'ore, era bellissimo,
alla stazione di Gioia del Colle vendevano le mozzarelle lungo il treno.
L'unico problema era di seminare i viaggiatori adulti cui i miei genitori
mi raccomandavano alla partenza (allora non si temevano pedofilie, perché
si sarebbe morti di vergogna al solo pensarci, non perché non ce
ne fossero): ma era un gioco, appunto, da bambini. Poco dopo, avendo molto
insistito, riuscii a farmi mandare a Roma da solo. Si cambiava a Napoli,
alla stazione vendevano sfogliatelle calde. Lo scopo del viaggio era di
andare a conoscere Jacovitti, che immaginavo seduto giorno e notte nella
redazione del Vittorioso.La redazione era in via della Conciliazione. Jacovitti
non c'era. C'erano persone che mi sbrigarono velocemente, benché
fossi impegnato a corrispondere al motto del giornale - "forte lieto
leale generoso" - e mi diedero un distintivo argentato che mi dichiarava
"AlaVitt". La prima delle mie, per fortuna rare, affiliazioni
politiche. Non vidi Jacovitti, vidi per ripiego il mio primo Papa alla
finestra, a due passi da lì.
- Mercoledì 10 dicembre 1997
Lo sventurato che ha investito in auto tante persone è stato
scarcerato all'indomani. Alcuni famigliari delle vittime si sono detti
arrabbiati e addolorati: e non si può obiettare niente a sentimenti
di persone così colpite. Ma anche molti altri hanno manifestato,
o simulato, grave scandalo. Quell'uomo non minacciava di fuggire, né
di inquinare le prove, né di tornare a delinquere. Perché,
secondo gli osservatori scandalizzati,doveva restare in galera? Si è
così confermata l'abitudine a pensare allagalera come a un castigo
preventivo al minuto. Pensate a quei legislatori che, con una pazienza
di Sisifo, provano a trovare delle ragionevoli alternative alla galera,
quando è superflua è dannosa, e i loro colleghi (o loro stessi,
com'è schizofrenica la vita!) si compiacciono di definire nuovi
reati passibili di galera. Corte costituzionale e Cassazione precisano.
E giù titoli: "Carcere per i laureandi che copiano la tesi".
"Se il professore lascia la classe rischia il carcere". E così
via. Via.
- Sabato 6 dicembre 1997
Dunque al congresso di Kyoto sul clima gli Stati Uniti hanno preteso
che si rinunci a decisioni generali, e che le misure siano diverse per
i diversi paesi. In soldoni, che gli Stati Uniti, che col cinque per cento
della popolazione mondiale si permettono il venticinque per cento dell'inquinamento
mondiale, conservino il loro relativo privilegio. Riduca di più
chi inquina di meno. Piova sul bagnato. Mi ricordo l'impressione di scandalo
e di turbamento che provai anni fa scoprendo che un ministro dell'Economia
brasiliano (c'era ancora il regime militare) aveva deriso le richieste
internazionali di salvaguardare la foresta dell'Amazzonia, il "polmone
di ossigeno del mondo". "Le prenderemo in considerazione - disse
quel bellimbusto - quando il mondo ci pagherà l'ossigeno a un tanto
al barile, come il petrolio". C'era del metodo in quella pazzia, come
purtroppo le posizioni degli Stati Uniti a Kyoto confermano. Si ha un bell'avvertire
un bellimbusto brasiliano che sta segando il ramo su cui è seduto:
tanto più quando ad avvertirlo sono i proprietari della sega.
- Venerdì 5 dicembre 1997
Caro Sergio Staino, fra i tanti dispiaceri che ti ho dato, segna anche
questo: mi piace Maurizio Costanzo. Lo so che fu iscritto alla P2. Però
si sbrigò a scusarsene e, se ricordo bene, ne diede una spiegazione
spiritosa. Disse, più o meno: non presi quella tessera perché
volevo arrivare, ma perché mi sentivo arrivato. Martedì notte,
come al solito, sono capitato sul salotto di Costanzo mentre parlavano
un frate, sul palco, e una suora sua sorella in platea. Il frate, pieno
di capelli e barba candidi ma irruento ed esuberante, ha detto: "Vuole
sapere che origine ha avuto la mia vocazione? Ero bambino, nel paesino
di provincia lombarda in cui vivevamo, e ho sentito un rombo meraviglioso
e ho visto arrivare una motocicletta, magnifica. Ne sono stato subito conquistato,
e siccome sulla motocicletta c'era un prete, ho giurato: diventerò
prete". La sorella ha raccontato a sua volta che cosa l'aveva spinta,
bambina, a desiderare di andare in città a studiare per diventare
maestra e suora. "Mi avevano raccontato che esisteva il treno, e che
era così veloce che quando lo si vedeva, il tempo di pronunciare
le due sillabe, tre-no, e già era passato e non lo si vedeva più".
Ho trovato questi racconti meravigliosi. Erano dieci figli, hanno detto,
e tutti hanno preso gli ordini, due diventando vescovi - uno in Libano
- le suore diventando missionarie. Quella del tre-no era stata mezzo secolo
in giro per il mondo, e venticinque anni in Giappone. (Per le suore missionarie
in Giappone ho un debole particolare, perché ne conosco alcune così
generose da pregare per me). Quando si va per il mondo, dalla Patagonia
all'Estremo Oriente, e si trovano preti e suore arrivati da paesini dell'entroterra
piemontese o veneto, di quelli che prima di imbarcarsi per andare oltre
Oceano non avevano mai visto il mare, ci si chiede come succeda. Il rombo
di una motocicletta guidata da un prete, una velocità immaginata
sillabando "treno". Per questo mi piace Costanzo. Che c'entra?
C'entra.
- Giovedì 4 dicembre 1997
La pena di morte non va messa ai voti, né fatta oggetto di sondaggi.
Il suo rigetto, una volta che lo si sia pronunciato - e l'Italia ha la
fortuna di averlo fatto - deve diventare un tabù; una proibizione
assoluta e irrevocabile.S otto un ingannevole travestimento democratico,
i sondaggi valgono a dichiarare che il rifiuto della pena di morte è
relativo e condizionato, e a riabbassarlo al rango delle opzioni pratiche
e di convenienza. Il rischio professionale dei sondaggi è la demagogia.
Nel caso dei sondaggi sulla pena di morte, è più di un rischio.
C'è un comandamento - "Non nominare il nome di Dio invano"
- di cui ho fatto fatica a penetrare la vera intenzione. Ora, mi sembra
che abbia di mira esattamente i sondaggi sulla pena di morte.
- Mercoledì 3 dicembre 1997
Dubito di aver capito bene che cosa voglia dire "globalizzazione".
In compenso, devo alla fedele amicizia di Franco Travaglini il regalo del
libro di Roger Payne, "La vita segreta delle balene". Qui, in
un capitolo intitolato "Il branco acustico", si sostiene che
le balene siano in grado di trasmettere e ricevere suoni a migliaia di
miglia di distanza. Praticamente, se non trovasse i canali ingombrati dalla
quantità di rumori altrui, un maschio di megattera potrebbe cantare
la sua meravigliosa canzone alla sua compagna da un oceano all'altro, e
fissarle un appuntamento immancabile. La globalizzazione dev'essere questo:
la decimazione delle balene franche, e il fracasso di fondo prodotto per
turbare i loro appuntamenti cantati.
- Martedì 2 dicembre 1997
Gentile Bruno Vespa, vorrei dirle due cose. La prima sulla puntata
che lei dedicò all'affondamento della nave albanese. Fui interdetto
di fronte al modo sbrigativo in cui lei interruppe allora lo zio di un
ragazzo annegato, che stava dicendo parole nobilmente retoriche all'indirizzo
dell'Italia, addirittura citando non so più se Dante o Manzoni,
benché fosse un uomo semplice. L'altra sera da Costanzo, Vauro ha
espresso un analogo sconcerto. La sua replica mi ha fatto pensare che lei
avesse interpretato allora con un eccesso di realismo, e un fraintendimento
di fatto, l'intenzione del suo intervistato. Lo interruppi - lei ha spiegato
- quando si avventurò a riferire frasi dette dal ragazzo dopo che
era morto. In realtà, quel retorico ma commosso signore stava recitando
a nome del nipote morto una poesia postuma all'Italia che aveva sognato
e che l'aveva colato a picco. Una sua specie di Ballata del vecchio marinaio,
una Ballata del ragazzo albanese annegato. Così mi pare di aver
capito.
La seconda cosa riguarda D'Alema e il risotto. Lei ricorda il celebre slogan
di Lenin sulle cuoche al governo dello Stato. Un tempo mi piacque. Presto
mi vennero dei dubbi - controllai se non fosse un errore di traduzione.
Mi sembrò di capire che l'utopia dell'estinzione dello Stato, evocata
in quello slogan, oltre che servire da alibi alla dittatura dello Stato
e del partito (come quei cartelli nei bar: da domani si fa credito) immaginasse
di promettere alle "cuoche" una promozione di cui non avevano
nessuna voglia. Conosco cuoche eccellenti che non andrebbero al governo
dello Stato nemmeno sotto i fucili puntati: hanno altro da fare. Magari
manderebbero gli uomini a rigovernare. Non so se Lenin se la sarebbe cavata
col risotto: fece la frittata, e continuò a ripetere che per fare
la frittata bisogna rompere le uova eccetera. D'Alema viene alla fine della
storia, e oltretutto la rinazionalizza. Gli italiani sanno che governare
è un gioco da bambini, come allenare una squadra di calcio: ma fare
un buon risotto è un altro affare.





