Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
Sabato 30 novembre 1997
Dal carcere di Fossombrone mi scrivono: "Il 16 novembre alle 19,30
al pianterreno Sezione Ponente si è impiccato un ragazzo di 32 anni,
Raffaele Patricelli. Se n'è andato senza disturbare. Si sono accorti
di lui solo al suono della sirena. Il giorno dopo la sua cella, la n.4,
era sigillata. Per gli amici era 'Ciccio', aveva due anni da fare, aveva
già tentato il suicidio, mangiava pochissimo, era pallido, con la
barba trascurata, gli occhi sbarrati. Andava all'infermeria come un automa.
Aveva due bambine cui era affezionatissimo, ma nessun 'beneficio' della
Gozzini, cui avrebbe avuto diritto. [...] Ti facciamo sapere che ci sono
stati altri detenuti che sono in lista per fare la stessa fine. Uno, che
si chiama B., sono due anni che non esce dalla cella. Sai com'è,
non dà fastidio! Qualche giorno sentiremo suonare di nuovo la sirena.In
questo carcere siamo in tutto 178 tra lo Speciale e noi comuni, che siamo
circa 90. Con un po' di buona volontà, potremmo essere seguiti.
Se puoi, fai sapere questo. Impiccato al cancelletto della cella, praticamente
si è voltato di spalle e si è lasciato scivolare, nessuno
ha visto né sentito. La colpa non è degli agenti, ma di chi
avrebbe potuto leggergli in faccia il vuoto verso cui andava".
- Venerdì 28 novembre 1997
Caro Emanuele Trevi, sto leggendo il tuo libro intitolato "Musica
distante" (Mondadori), attirato dal titolo e dalla tua età,
che è quella di mio figlio Luca. Nei titoli, a partire dal Magris
che citava il "lontano da dove", lontananza e distanza sono sempre
invitanti. Invitano ad avvicinarsi, senza correr rischi. L'altro giorno
Ovidio, che è con me paziente in questa corsia, mi dice: "Potresti
prestarmi un libro che ho intravisto nella tua posta, e che aveva nel titolo
un 'altrove'?" Ho cercato invano, e ho concluso che la memoria gli
avesse fatto uno scherzo: ma soprattutto ho riso con lui di questo desiderio
di ciò che ha a che fare con un altrove. Si capisce, no? Bene: stavo
pensando ai pescherecci e agli altri bastimenti a cui i naufraghi albanesi
del gommone raccontavano disperati di aver chiesto soccorso, e che erano
andati per la loro strada come se non li avessero visti. E leggo nel tuo
libro le pagine dedicate alla carità, e in particolare al dipinto
di Simone Martini in cui il cavaliere san Martino vede il povero tremante
di freddo e gli dà mezzo suo mantello. Non lo vede, tu spieghi,
e va avanti senza vederlo, come fa chi è ricco e al caldo verso
chi è bisognoso e vergognoso: ma appena dopo averlo sorpassato,
il cavaliere si volta - e quel fermarsi, e "voltarsi indietro",
è la carità. Bella figura: e non deve esserti sfuggito che
anche il cavallo, nell'affresco di Simone, ha girato indietro il muso elegante:
forse per le redini tirate dal gesto repentino di Martino che ha deciso
di "vedere" il mendicante, e forse - più probabilmente
- perché anche il cavallo partecipa di quell'attenzione commossa.
A questo pensavo, e alle barche che andavano per la loro strada, oltre
il gommone sbrindellato, senza voltarsi indietro.
- Giovedì 27 novembre 1997
Gentili autorità competenti, vorrei sollevare la questione del
modo in cui vengono compilati i verbali degli interrogatori di persone,
imputati o testimoni, ascoltate per ragioni di giustizia. Vivendo noi in
un'epoca così felicemente piena di congegni di registrazione acustica,
visiva eccetera (che dei processi ha fatto uno spettacolo) perché
non si ricorre alla trascrizione testuale delle cose dette? Il linguaggio
impiegato dalle persone è quasi altrettanto importante delle cose
che le persone dicono. D'altra parte, la sintesi eseguita nella lingua
dei verbalizzatori è una forte tentazione di forzatura, quando non
di travisamento. Capisco che ci sia una questione di economia, di tempo
e di spazio. Ci ho ripensato leggendo la risposta che la signora Carmela
Bertolino, moglie di Angelo Siino, ha dato agli inquirenti che le chiedevano
se conoscesse il capitano De Donno: "Sì, lo conosco, arrestò
mio marito. Ho potuto coniugare la persona che arrestò mio marito
con il capitano De Donno dagli atti giudiziari di cui sopra".
- Mercoledì 26 novembre 1997
Come si forma l'invenzione? I giornali di sabato riferiscono un dettaglio
che trafigge il cuore del pubblico. Il disastro del gommone albanese è
stato provocato dal tacco a spillo di una passeggera, che ha bucato una
camera d'aria. Altri racconti stringono il cuore, la bambina di cinque
anni che resiste, scherza e poi viene strappata via dal mare, la madre
disperata che beve acqua salata per morire prima, la ragazza che perde
il marito appena sposato (era il loro viaggio di nozze), il ragazzo scafista
che spoglia i corpi dei gioielli.Inaufragi sono repertori sublimi di commozione
e di orrori. Esce il film madornale sul Titanic, e questi muoiono così,
su un gommone sgangherato, in un braccio d'acqua, coi pescherecci che gli
passano vicino e si voltano dall'altra. Sopra tutto memorabile, quel tacco
a spillo: una sciocca cenerentola che si imbarca su un miserabile gommone
come se andasse alla sua festa da ballo, irritazione e simpatia, derisione
e compassione. Un giorno dopo, solo qualche giornale scrive, di passaggio,
che la storia del tacco a spillo era un'invenzione. Eh, no: bisogna fermarsi,
interrogarsi, finché le tracce sono ancora fresche. Chi ha inventato
quel dettaglio, come? Resterà anonima, inspiegata, un'invenzione
così rara e singolare? A pensarci, era inverosimile, il tacco che
fora il gommone: ma appena ieri era stato creduto e ripetuto da tutti.E
poi: quello che è incredibile non è forse tipico dei naufragi?
Chi avrebbe creduto che davvero, al disastro della Moby Prince, uno solo
sarebbe sopravvissuto - un mozzo di Torre del Greco. Un solo superstite,
per raccontarlo. E chi avrebbe creduto che, a tanti anni di distanza, il
processo si sarebbe concluso con una universale assoluzione?(Come dite?
Questo era più facile da credere, e anche per la petroliera Haven?
Già). Sul Corriere della Sera di domenica non ho trovato niente
sul tacco a spillo (la smentita di passaggio l'avevo trovata su Repubblica).
In compenso nella cronaca di Fulvio Bufi ho trovato questo brano: "Majlinda
aveva laccato le unghie di rosso e tinto i capelli di biondo prima di salire
sul gommone. Adesso non vuole essere fotografata". Tristezza dei naufraghi,
genio delle invenzioni. Su quella disgraziata spiaggia brindisina, fra
tante bambole mutilate e taniche di catrame, un amatore del mare d'inverno
troverà, a Natale, una scarpa scollata di vernice rossa, col tacco
a spillo, arrivata finalmente a toccare terra in Italia.
- Martedì 25 novembre 1997
Caro Gianni, mio fratello, con sentimenti contrastanti ho pensato a
te quando ho saputo della liberazione di Wei Jingsheng, l'indomito e saggio
combattente, da una brutale prigionia, per la democrazia in Cina. Da anni,
con pochissimi altri in Italia (Amnesty in primo luogo, e alcune singole
persone, come Maria Sala) avevi fatto tua questa causa, e mi ricordo di
una visita di Stato cinese in Italia durante la quale andasti, solo, a
manifestare per la libertà e i diritti di Wei. Con la stessa limpidezza
avevi da tempo ripensato ai tanti studi, e alle speranze dedicate illusoriamente
alla Cina maoista. Io stesso avevo saputo diWei - non solo della sua forza
morale, ma del suo pensiero e del suo stile - da te. Perciò ho preso
la notizia come una ragione di gioia personale per te. Anche, però,
ho pensato alla tua vita impegnata fraternamente (e silenziosamente: tu
sei discreto quanto io chiassoso) per tante cause generose, e ora così
assorbita dalla mia difesa. Con Wei Jingsheng è andata, finalmente,
bene. Con me, comunque, anche: grazie di tutto.
- Sabato 22 novembre 1997
C'è bisogno dei poeti per vendicare i luoghi comuni.Per esempio
il luogo comune sulla stupidità delle galline. Umberto Saba, mi
pare, diceva per affetto a sua moglie: "Tu sei come una vecchia gallina".
Ma fu Emily Dickinson a dire la verità più folgorante e trascurata:
"Le galline fanno le uova molto bene". Vivevo fino a poco fa
con parecchie galline di compagnia, mugellesi le più simpatiche,
piccole, variopinte e ancora selvatiche e volatili. (Mugellesi come quel
Giotto tanto lodato per aver fatto una O rotonda). e galline sono generose
e gli umani meschini, come la madre di Giacomo Leopardi, che aveva un anello
per misurare la circonferenza delle uova che le portavano i suoi contadini,
e quelle più piccole le rimandava indietro. Dev'essere per questo
che Leopardi scrisse quel verso che scandalizzava Moravia: "Odo augelli
far festa, e la gallina". O si dice augelli, protestava Moravia, o
gallina: non si può mettere assieme l'Arcadia e il pollaio. Tutto
questo perché ho letto sulla pagina toscana del Tirreno del 19novembre
la seguente notizia: "A San Miniato una gallina fa le uova sferiche.
A Moriolo, in un pollaio dell'Istituto Diocesano gestito dai fratelli Angela
e Luigi Lai, 63 e 70 anni, le galline sono tre, ma quella rossa fa le uova
sferiche come un pallino del biliardo. Quando mio nipote l'ha scritto a
scuola nel tema la maestra non ci voleva credere".
- Venerdì 21 novembre 1997
Arrivano ultime notizie piene di cose note. Dalle carte degli Affari
riservati, studiate dallo storico Aldo Giannuli, nominato perito dal giudice
Salvini, emerge che fra il 1969 e il 1972 (anche dopo, del resto) il Pci
temette un colpo di Stato, e prese misure tese a resistergli. Giannuli
conclude che i dirigenti del Pci guardarono comunque "con grande diffidenza
all'ipotesi di una milizia armata di partito che avrebbe favorito una corrente
militarista".Mi fermo qui, limitandomi a osservare che la differenza
fra le cose consiste soprattutto nel modo di presentarle. A Giannuli, o
a chiunque altro ne abbia autorità e competenza, vorrei piuttosto
ancora una volta chiedere la pubblicazione delle carte di quegli illeciti
archivi che riguardino in qualunque forma Lotta Continua. Mi pare che una
specie di diritto di precedenza debba in questo caso farsi valere.
- Giovedì 20 novembre 1997
Ho ricordato ieri un mio episodico rapporto con Carlo Casalegno. Per
fatto personale, e per resistere alle riscostruzioni storiche all'ingrosso
e al paese di Maramaldo. Vorrei insistere oggi. Non mi piacque mai lo slogan
"Né con lo Stato né con le Br". Ma non piace che
vengano fatti passare per vigliacchi o fiancheggiatori di terroristi uomini
degni che, come Moravia o Montale, diffidavano dell'appello a serrare le
file attorno allo Stato, o, come Sciascia, sospettavano irreparabili illegalità
di quello Stato, e trovando odiosa la violenza terrorista, non trovavano
meno allarmante il ricorso di forze dello Stato alle esecuzioni a freddo.
Non faccio, perché mi dispiace, nomi di persone che, a differenza
di quelli, sono vive, e allora si barcamenavano per viltà, e oggi
fanno tintinnare medaglioni. Conosco uno solo che abbia riconosciuto di
aver moderato le sue parole di allora sulla pericolosa pazzia dei tempi,
Giorgio Bocca. Non so se sarei andato ai funerali di Casalegno. Spero di
sì. Andai a manifestare contro l'attentato alla scorta di Moro e
il suo sequestro, e avrei voluto fare molto di più. Ci fu un altro
funerale, quello del fratello di Patrizio Peci, Roberto, ammazzato terribilmente
per "punire" quel primo "pentito" (che era stato fra
gli attentatori di Casalegno) e per soffocare così il crollo che
intuivano imminente dentro di sé. Quel funerale era al bando. Per
alcuni, era il fratello di un delatore, un infame. Per altri, era una questione
di famiglia di terroristi e di disgraziati. In più, faceva paura
farsi vedere lì, mettersi in lista come bersagli dei brigatisti.
Andai a quel funerale, a San Benedetto del Tronto, con Marco Boato, Mimmo
Pinto, ed Enrico Deaglio. C'erano altri dei nostri di un tempo. Ci andammo
per essere vicini alla moglie di quel ragazzo ucciso, e per farci vedere.
Non riesco a ricordare quali e quanti fra le autorità di allora
e i maestri del pensiero di sempre abbiano trovato il tempo di passare
di lì, quel giorno. Mi piacerebbe che ciascuno, ogni volta che di
nuovo taglia il nastro del proprio monumento, ricordasse se disse qualcosa,
e che cosa disse, il 13 dicembre del 1969, e il 16 dicembre del 1969, e
quando furono "catturati" dei terroristi in un appartamento di
Genova, e quando furono montate inchieste, come il 7 aprile, al termine
delle quali decine di persone avevano fatto anni di galera innocenti, e
quando la legalità venne sospesa in nome delle emergenze. Onore
alla memoria della rigida intransigenza di Casalegno. Ma chi allora si
barcamenò, per poi diventare, vent'anni dopo, un intrepido argine
alla minaccia che si voti un indulto per qualche decina di persone che
quei vent'anni li hanno trascorsi in galera, e il pentimento l'hanno frequentato
nel cuore e non nelle caserme, farebbe bene a ripensarci.
- Mercoledì 19 novembre 1997
Caro Andrea Casalegno, commemorando, vent'anni dopo, l'assassinio di
tuo padre, molti hanno evocato posizioni e responsabilità morali
di Lotta Continua. In modo, spesso, del tutto indebito e vendicativo. Vorrei
con paziente ostinazione, ora che tutto è stato detto in ricordo
di Carlo Casalegno, fare un paio di postille, e indirizzarle a te. La prima
e ovvia è che Lotta Continua era allora sciolta da un anno, e ne
sopravviveva solo il quotidiano (io, per esempio, ne ero staccato, se non
per sporadici interventi). La seconda, più importante, è
che se tuo padre fu ucciso per le cose che scriveva sulla Stampa, è
giusto che si chieda a tutti noi come avremmo potuto reagire alle cose
che scriveva e che ci dispiacessero. A questa domanda io posso rispondere.
Una volta - nel 1976 - ritenni che tuo padre, in un commento, avesse ingiustamente
addebitato a Lotta Continua il favoreggiamento verso scelte armate clandestine.Io
reagii prendendo il telefono - ero a Roma - e chiamando tuo padre, col
quale ebbi una conversazione vivace e aspra, nella quale però fu
reciproco il riconoscimento della sincerità e forza delle convinzioni
rispettive. (Forse, nelle parole di apprezzamento che tuo padre mi rivolse,
c'era soprattutto il riflesso della sua sollecitudine e rispetto per te).
Non ricordo se te ne ho mai parlato - non so se te ne parlò lui.
Questo era il mio modo normale di reagire a un articolo di Carlo Casalegno
che mi sembrasse allora fazioso o sbagliato. Questo metto agli atti delle
ricostruzioni storiche all'ingrosso. A te mando un affettuoso saluto.
- Martedì 18 novembre 1997
Caro Giuliano, , io domenica sera sono stato contento. Si veniva da
quelle notizie orribili su bambini e ragazzi oltraggiati e uccisi. E' terribile
anche che per tanto tempo non avessimo capito: benché quell'offesa
mortale ai piccoli fosse l'ossessione, oltre che del Vangelo, di Dostoevskij
o di Elsa Morante. Domenica sera c'erano in televisione i bei visi di Silvia
Melis e di suo padre. Bei visi di italiani e sardi, che dicevano cose misurate
e forti sulla libertà delle persone e l'invadenza dello Stato, e
sulla franca generosità, come nella storia del signore anziano che
era venuto in nave da Olbia a Tortolì a portare i suoi risparmi
in banconote per aiutare il riscatto. Poi ci sono stati i risultati elettorali,
che hanno vendicato il Mugello (e anche te, un po', direi). Il Mugello
era stato trasformato in una specie di luogo buffo ed eccentrico, popolato
da gregari fanatici, col risultato di far passare l'esito del voto o per
un trionfo eccezionale di Di Pietro, o per una meccanica conferma del successo
inevitabile di qualunque candidato, spaventapasseri compresi, si presentasse
lì con un sciarpa rossa attorno al collo. Ora si è visto
che l'effetto Mugello, astensioni comprese, vale anche a Napoli ("Risultato
bulgaro? No, napoletano, direi", ha osservato con calma Bassolino)
e addirittura nel centro di Venezia, dove il vincitore di malavoglia è
quanto di più lontano si possa immaginare dal vincitore di buona
voglia del Mugello. Il risultato di Venezia è poi particolarmente
confortante rispetto al futuro della secessione, e consiglierebbe di stare
a sentire con qualche maggiore attenzione pratica i pareri federalisti
del Cacciari di malavoglia. Con questi sentimenti sono passato a seguire,
a ora tarda - si affacciava già la seconda conta - l'intervista
di Ronchey e Scaraffia al magnifico vecchio Lévi-Strauss, piena
di semplicità e buon senso, quanto era stata apparentemente trasgressiva
e in realtà banale quella della settimana prima al panico James
Hillmann. Infine è arrivata la notizia della liberazione del più
noto e coraggioso dissidente cinese, Wei Jingsheng, che Clinton si è
fatto regalare da Jiang Zemin. E buonanotte.
- Sabato 15 novembre 1997
Caro Manifesto, sono molto in pensiero. E non ho soldi. Che cosa posso
fare? Posso scrivere per voi, gratis, delle poesie, degli aforismi, e soprattutto,
da qui dove mi trovo, dei vivaci resoconti di viaggio. Dubito che serva
alle entrate. Digiunare: non ne parliamo. Anche se fossi credente, non
saprei che fare: infatti non si dicono preghiere per salvare la vita di
un giornale, per quanto gli si sia affezionati. Benché quel pensiero:
rimetti a noi i nostri debiti Il fatto è che non posso fare
proprio niente. Naturalmente, un abbonamento posso permettermelo. Oltre
al resto, perderei con voi la mia unica cartella di azionista, dopo aver
perso in perpetuo tutti i diritti civili. Insomma, vedete di farcela.
- Venerdì 14 novembre 1997
Vorrei che questo pezzetto valesse come affettuosa e riconoscente partecipazione
al ricordo di Camilla Cederna. Il suo nome per me va insieme a quello di
Grazia Cherchi.Sono state amiche, e mi sono state generosamente amiche.
Hanno mostrato come sia vero che le donne, quando sono brave, sono più
brave degli uomini. Più coraggiose e più eleganti.
- Giovedì 13 novembre 1997
Caro Elvio Fassone, la ringrazio della sua lettera e le rispondo con
un po' di ritardo, dovuto solo alle restrizioni del luogo che mi ospita.
Mi pare di essere in tutto d'accordo con lei. Non intendo cercare altra
strada se non quella della revisione del processo, fondata rigorosamente
sulle condizioni previste dal codice. Dunque non mi affido alle considerazioni
per cui, chiusa ogni altra via, non resta che la revisione, che sarebbe
così ridotta a un espediente estremo; né, mi permetta, a
una "intelligenza del cuore" dei giudici, dai quali mi basterebbe
di ottenere una considerazione leale e non pregiudicata. Non penso affatto
peraltro che alla professione dei magistrati manchi in generale quella
intelligenza cordiale, che anzi in alcuni casi personalmente conosco. In
un altro momento mi piacerebbe tuttavia discutere con lei di questo punto,
che rischia di diventare una generica ovvietà: e cioè di
come, al di là delle stesse singole inclinazioni e intenzioni, il
vincolo imposto dall'anacronismo e dalla cattiveria delle vigenti leggi
penali, e ora, in modo esacerbato, da uno spirito di corpo, renda più
difficilmente esercitabile quell'intelligenza del cuore. In questa discussione,
che lei condurrebbe con la sua esperienza di giudice e di legislatore,
io potrei solo far tesoro del punto di vista del deposito finale della
giustizia, cioè le persone imprigionate e le loro vicende. Il lato
da cui i microbi guardano al microscopio. D'altra parte, di quella dote
di intelligenza cordiale trovo nella sua lettera una prova, anzi una conferma,
perché avevo memoria di un'altra lettera che lei scrisse nel 1989
in risposta a un ergastolano che lei stesso aveva condannato, lettera pubblicata
sul "Ponte" e ristampata da Mario Gozzini nel suo "La giustizia
in galera?" (Editori Riuntiti, 1997).I suoi argomenti di allora a
proposito del "rischio" cui la società e il detenuto devono
reciprocamente mettersi "a fondo perduto", se vogliono passare
da una pena che imponga "male per male", a una che si proponga
"bene per male", sono specialmente attuali oggi, di fronte all'amarezza
e al disorientamento (e a strumentalizzazioni) suscitati dalla comparsa
di ex-detenuti fra gli autori di un odioso sequestro. Alla luce di quegli
stessi argomenti, non riesco a capire come lei possa rassegnarsi, anche
solo in linea di principio, alla conservazione dell'ergastolo.
Quanto al mettere in causa la propria vita contro una detenzione ingiusta,
le cose stanno esattamente come sembrava al Cremuzio Cordo da lei citato,
e di cui non ricordo, o forse non ho mai conosciuto, la storia. Molti cordiali
saluti.
- Mercoledì 12 novembre
Caro monsignor Loris Capovilla, ho letto - con ritardo, l'avevo ritagliata
- la sua intervista a MarcoTosatti, sulla Stampa, a proposito del terzo
segreto di Fatima. Che lei naturalmente non svela. Piuttosto, lei fa un
racconto umanamente bellissimo, per trarne una conclusione piena di un
affabile buon senso e pietas, che ricordano il papa cui lei ha dedicato
la sua fedeltà.Quattro o cinque paginette scritte a mano. Il papa
Giovanni XXIII legge, e le detta: "Il Santo Padre alla fine dice di
richiudere la busta, con questa frase: 'Non dò nessun giudizio'.
Viene Paolo VI, non trovano più la busta al Sant'Uffizio. Finché
interpellano lei. "E' in camera del papa, un cassetto a destra, non
so se il secondo o il terzo". Paolo VI legge e le chiede: "Papa
Giovanni non ha detto nient'altro?' 'No, niente"."Allora neanch'io
dirò nulla". L'intervistatore le chiede: ma è vero l'annuncio
di milioni di morti? E lei spiega: guardate che lungo il secolo i milioni
di morti sono venuti tante volte, la Seconda guerra mondiale, la Shoah,
"e appena adesso cominciamo a prendere coscienza delle responsabilità
che abbiamo Non occorre avere ispirazione divina. Basta che un pazzo perda
la testa, con le bombe atomiche che ci sono Sono andato a casa di una famiglia,
l'altro giorno. E' morto il papà, ci sono cinque o sei figli. Mentre
eravamo lì, mi chiedono che cosa succede con il segreto di Fatima.
Che cosa vuole che gli succeda! Gli è morto il fratello, ha lasciato
i figli, un'impresa a metà". Ed ecco la conclusione: "Basta
la vita quotidiana, piena di problemi".
Il racconto mi è piaciuto molto, e perciò lo giro ai miei
lettori.
- Martedì 11 novembre 1997
Caro Giuliano, penso davvero che tu sia a un buon punto. Non per sciocchezze
come le sconfitte che temprano più di trionfi eccetera. Le sconfitte
sono penose e pericolose quasi quanto i trionfi. Della tua sconfitta non
ho dubitato, e tu nemmeno - se no avresti detto: "Vincerò".
Mi riferisco invece alla tua singolarità, che nel frangente i giornali
descrivono come solitudine. Tu sei il contrario che un opportunista, e,
piuttosto che correre incontro al vincitore, tieni dietro alle disgrazie
dei tuoi con ostinata fedeltà. Questo fa uno strano contrasto con
l'ammirazione che in politica ostenti verso la crudezza machiavelliana:
sei un ammiratore ideologico del successo, e un fraterno accompagnatore
di cadute. Questo gusto per la lotta aperta e per le cause se non perse,
molto impari, non è diffuso in Italia. Bisogna conservare un'anima
adolescente. Ce l'ha Marco Pannella, nella passione civile. Altrove è
più frequente: nel teatro e nel cinema, nelle belle arti, nella
carità volontaria. Anche questa tua caduta rischiava di essere solo
una sconfitta per conto terzi. Invece mi pare che tu possa tenerla per
te - come hai fatto già commentandola, cosa di cui non c'era da
dubitare - e goderne i frutti. Una buona solitudine, appunto, una vacanza
della lingua, e una gran libertà di scelta: di continuare, di ricominciare,
o di qualunque altra cosa. Non è solo per il posto in cui mi trovo,
senza prati e senza cavalli, che ti comunico una certa invidia per la tua
situazione del giorno dopo.
- Sabato 8 novembre 1997
Caro Mauro Palma, ho appena saputo (dal Manifesto) che i detenuti di
Rebibbia, delusi dall'assenza di ogni risposta efficace, hanno deciso di
ripassare, dallo "sciopero del carrello", allo sciopero della
fame totale. Leggo sui giornali, o apprendo per lettere, di parecchie altre
carceri in cui gruppi più o meno ampi di detenuti, e perfino singoli,
stanno protestando. Da Palermo-Pagliarelli scrivono, se capisco bene, di
aver scelto lo "sciopero dell'aria". Esiste un problema forte
di comunicazione. Oggi è molto difficile sapere che cosa succede,
consultarsi sul modo di manifestare, sugli obiettivi e i loro tempi. Si
tratta di manifestazioni legittime, costruttive e intenzionate all'informazione
e al dialogo. La loro alternativa è un ordine tombale, e il suo
imprevedibile risvolto, la rivolta o l'autolesionismo. Dunque dovrebbe
interessare a tutti, compreso il governo, le autorità penitenziarie,
e il Parlamento, ascoltare la voce dei detenuti, sapere come e quanto sono
disposti a battersi per le loro richieste, discuterne il merito e i modi
di realizzazione. Tanto più che tutte le sopra citate autorità
devono ammettere di non saper trovare una strada apprezzabile per ottenere
dei risultati, anche quando ne dichiarano l'intenzione. Quale può
essere il modo per consentire l'informazione e la discussione reciproca
fra le prigioni senza pretendere di "rappresentare" i detenuti,
e tanto meno di sindacalizzarli? Chi può far funzionare una cassetta
postale adeguata? E' evidente che non possa essere fatto se non da qualche
associazione volontaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Antigone, o
la Rete Sprigionare, o l'Arci di Ora d'Aria e chiunque altri a me ignoto
sappia riconoscere il problema.
- Venerdì 7 novembre 1997
Se ne va questo secolo poco amato, e lo accompagnano classifiche mediocri.
I dizionari Collins hanno curato l'elenco, malinconico, delle parole nuove
che l'hanno contrassegnato, anno per anno: radioattività e Gestapo,
nylon e minigonna. O quella combinazione pazzesca fra scienza catastrofe
e moda precipitata nel nome di bikini. Ci sono, rare come fiori nel deserto,
parole belle: come "aspirina", o come "jazz", che segna
il 1909, ed è bella non solo per il suo fatto, ma anche per il verso
di uccello che lo esprime. E anche per l'etimologia incerta: le parole
dall'etimologia misteriosa sono irritanti ma seducenti. Qualche volta la
banalità delle scelte Collins è riscattata, non so se involontariamente,
da un'associazione di idee: così per il povero 1968, designato da
"Fosbury", dal nome del saltatore in alto che brevettò
uno stile. E almeno si riconosce al '68 di aver preso la sua rincorsa e
provato a spiccare il volo. Che poi si ricada, va da sé, benché
il punto di caduta non sia quasi mai riempito di materassi come sotto l'asticella.
Quanto alla "pulizia etnica" con cui il secolo si avvia alle
conclusioni (1991) riprende a Sarajevo la coda di un filo che a Sarajevo
aveva avuto il suo capo: con quella formula simmetrica, della "guerra
igiene del mondo", della quale è l'italiano a tenere l'esclusiva.
Il nostro tempo inventa - piuttosto: fabbrica una quantità di neologismi,
se non altro per tenere dietro alla novità dei suoi ritrovati. Come
con la proliferazione dei farmaci, in cui l'escogitazione dei nomi è
spesso l'unica innovazione. In verità, l'invenzione di una sola
parola vera basterebbe a santificare una vita. Sarebbe meglio ripiegare,
da parte nostra, su una riduzione progressiva - e unilaterale, pacifica
ed ecologica - di parole immagazzinate come armamenti, e fragorosamente
messe alla prova, come nell'atollo di Bikini, per allenarsi all'esplosione
finale. Come quella parola: "etnico", che ha invaso i nostri
discorsi, e ha preteso di ingentilire e sdoganare l'altra, "razza",
che aveva infierito fino a poco fa. Sembrava di etimologia ignota, "razza",
finché venne spiegata col gergo dell'allevamento del bestiame, se
non sbaglio: annunciando già quei carri piombati. Faccio questo
proposito, Signore: di pronunciare meno che posso la parola "etnico",
anche tra le sue ipocrite virgolette, e ogni volta che mi scapperà
mi morderò la lingua.
- Giovedì 6 novembre 1997
Caro Marco Pannella, mi aspettavo che arrivaste in galera, l'altro
giorno, tu e Rita e gli altri, e poi un giudice sensato ci ha messo rimedio.
E tu sei andato in ospedale. Mi raccomando. Certo, il tempo passa, e molte
cose nostre diventano anacronistiche.Quel tuo modo di fumare, per esempio
(e di difenderlo con ragioni libertarie: qualche volta un po' imbrogli).
Fumammo tutti più che potevamo, orribili Gauloises e Gitanes dai
magnifici pacchetti azzurri, però noi a un certo punto smettemmo.
Quando domenica ho dovuto pensare che tu potessi morire, ho sentito un
gran dolore. E' enorme lo spazio che hai occupato durante la nostra vita,
e il vuoto che lasceresti sarebbe enorme. Che succeda più tardi
possibile, dunque: dopo che avrai finito di distribuire tutti quei dannatissimi
soldi (sarei proibizionista, sulla distribuzione pubblica di soldi) e tutte
quelle bustine di erba gratuita, proibita da stupidi e mercanti. E poi,
quando avrai finito, ti verrà un'altra idea, un'idea nuova, di quelle
che vale davvero la pena di provare a realizzare. Insomma, buon lavoro.
- Mercoledì 5 novembre 1997
Caro Enrico Deaglio, sono molte le cose che mi mettono in pensiero
per te in questi giorni. Una è naturalmente la tua decisione di
mandare da solo nell'avventuroso mondo delle edicole il Diario settimanale.
Il quale è bello e ti assomiglia: almeno a quella parte di te che
somiglia a un medico discreto di Alassio, appassionato di buone lettere
e giacche inglesi, un po' all'antica, come il dottor Antonio di Jacopo
Ruffini, ma curioso di tutte le vere novità, che passano inosservate,
e alla fine, la sera, somiglia un po' anche al console di "Sotto il
vulcano" di Malcolm Lowry. Insomma, speriamo che le edicole facciano
buona accoglienza alla tua creatura settimanale. La seconda cosa è
la lettera di comunicato che mi hai indirizzato, e ho letto con vero piacere,
riconoscendo anche lì, dietro la fraterna accoratezza, la tua irresistibile
passione per una specie di metafisica anatomo-patologica. Immagino che
tu abbia voluto descrivere con mano clinica il modo in cui andranno le
cose per sventare l'eventualità che vadano davvero così.
Intenzione che ci accomuna, non solo perché quel decorso è
abbastanza disgustoso, ma anche perché tutto ciò che obbedisce
a un copione fissato e imbecille deve trovare un modo per rompere le righe.
Spero che anche noi lo troviamo, benché qui le strade siano chiuse
da tutte le parti. La terza cosa è l'esperienza che vado, mio malgrado,
facendo della impressionante mescolanza fra carcere e ospedale, rafforzata
dalla compresenza, a Pisa, di galera e centro clinico penitenziario. Sai
quanto abbia contato per me la "Montagna incantata". In questi
giorni ho letto lo Yehoshua di "Ritorno dall'India". L'avrei
letto subito - con le sue maniacali descrizioni cliniche, aggiornate: epatiti
indiane e cardiochirurgie occidentali. L'epatite B e C è la norma
del mio carcere, e i suoi riti terapici come la montagna incantata rovesciata,
il mucchio desolato che scende verso il fondo - l'inferno, se l'inferno
riuscisse a essere meno tragico e più ordinariamente squallido.
La medicina carceraria muove da queste premesse, che in carcere ci finiscono
i malati, e che la reclusione è essa stessa una malattia. Così,
anche i più sinceri e generosi fra i medici penitenziari sono costretti
a somigliare a quei disgraziati dottori della piazza di Rijad, che ricuciono
i moncherini ai condannati cui viene amputata la mano destr
- Martedì 4 novembre 1997
Gentili lettrici e lettori, vorrei sommessamente chiarire un paio di
cose. Che ci siano, in Parlamento come fuori, iniziative variamente tese
a soccorrerci (per convinzione dell'ingiustizia che subiamo, o per dubbio,
o per pensieri come il tempo trascorso e il nostro "cambiamento"
eccetera) merita naturalmente la nostra gratitudine. Tuttavia noi non abbiamo
parte alcuna in queste iniziative. Così è stato per la richiesta
di grazia, così è per una eventuale modifica di legge sull'istituto
del ravvedimento, e qualunque altra misura. Non abbiamo la pretesa di opporci
a iniziative che altri vogliano assumere, e d'altra parte non solo non
le abbiamo auspicate, ma non ne siamo venuti a conoscenza se non attraverso
i giornali. Ripetiamo ancora una volta che la strada che noi ci proponiamo
è quella della revisione del nostro processo. Ce la proponiamo così
come prevede il codice, e non come un espediente per uscire da un vicolo
cieco, né come una specie di concessione umanitaria. Se il codice
sarà rispettato, la otterremo. Se prevarrà un'ulteriore difesa
del partito preso della condanna, non la otterremo. Quando la nostra difesa
presenterà la sua istanza, ciascuno potrà farsene un'idea
puntuale.
Intanto, noi continuiamo a tenere fermamente alla lotta contro la vergogna
del carcere, per la quale abbiamo intrapreso questo digiuno, da seguaci
convinti di un'iniziativa presa a Rebibbia. Questa lotta dovrebbe diventare
più larga e trovare forme durevoli, almeno fino a che misure efficaci
siano state assunte per mettere fuori di cella malati di aids e madri coi
bambini, e si sia ricevuta dal governo una risposta alla domanda su come
e quando intenda realizzare lo sfollamento del carcere che proclama di
volere. Per ora, non se ne vede ombra.
Del resto abbiamo già parlato fin troppo.
- Sabato 1 novembre 1997
Gentile Amministrazione Penitenziaria, scrivo oggi per ringraziare
e per fatto quasi personale. Di tutte le stolide vessazioni della vita
in gabbia quella a me più irritante è il divieto a ricevere
libri rilegati. Avrei condotto una battaglia estrema sul punto, se non
avessi temuto un egoismo e uno snobismo (ma certi libri a copertina rigida
sono generi di prima necessità). Ieri una disposizione centrale
autorizza l'ingresso in galera dei libri rilegati. Le vessazioni carcerarie
somigliano alle grazie in questo: che sono gratuite: senza scopo e senza
senso.Questo fa sì che anche la loro correzione non costi niente:
appena un briciolo di buon senso. Con lo stesso piacere abbiamo accolto
la legalizzazione, da parte della nostra direzione, dell'ingresso in carcere
dei soprabiti - dalle giacche in su - finora anch'essi vietati. Avevo appena
dedicato a questa stravaganza di stagione la mia pagina su Panorama. Dunque,
ora potremo coprirci. Grazie mille.a o il piede sinistro. Tu faresti tesoro
di un soggiorno in questo pronto soccorso. Vedrò di mandarti degli
appunti.
- Venerdì 31 ottobre 1997
Gentili autorità del ministero della Giustizia e delle commissioni
Giustizia del Parlamento, vorrei, scusandomi per l'insistenza, rivolgervi
una domanda essenziale.Voi vi dichiarate persuasi che le carceri vadano
sfollate, e che inoltre questo non debba avvenire una tantum, con la conseguenza
che dopo un po' tornino a riempirsi, bensì insieme a un cambiamento
nella conduzione della giustizia che riduca progressivamente la reclusione
ai casi di vera pericolosità e necessità. Alla rivista Vita
il ministro Flick ha detto addirittura: "Sofri vuole 15 mila detenuti
in meno? Li avrà". Forse l'intenzione era ironica: io ci ho
fatto la bocca. Ma il ministro sa ormai che la legge Simeone-Saraceni,
per le modificazioni subite strada facendo, e la legge di depenalizzazione
(del resto ambedue ancora lontane dall'approvazione) non faranno uscire
15mila degli attuali detenuti, e sarà già tanto se ne riguarderanno
qualche centinaio. Dunque torniamo alla domanda: come pensate di ottenere
lo scopo che dite di condividere?
- Giovedì 30 ottobre 1997
Gentile Francesco Merlo, ci sono rimasto un po' male a sentirmi descrivere
da lei così fiocamente malinconico.Come quando ci si fa coraggio
e basta, si esce e si incontra al primo angolo un conoscente pietoso che
ti dice: "Dio mio, che brutta cera. Sei malato?" Io, fra me e
me, benché spelacchiato e sdentato, mi sento un leone, e confido
sulla distanza per fare ancora un'impressione un po' terribile. Prima di
spedire la mia Piccola Posta carceraria (lo ammetto: c'è qualcosa
di ripiegato in quel titolo, forse sarebbe meglio "Uomo avvisato",
o qualche altro slogan che senta dello spirito guerriero ch'entro mi rugge)
provo la smorfia dura nello specchietto d'ordinanza penitenziaria, in cui
si vede solo un pezzetto di faccia alla volta. Insomma, speravo, da lontano,
di fare ancora la mia figura. Poi, spedita la posta, al riparo della doppia
ferrata (dalla quale in ogni momento vengono a spiarmi i guardiani, ma
non ci si vergogna dei propri guardiani) mi rannicchio sulla branda e cerco
di dormire, come facciamo noi leoni di una certa età. C'è
un gran frastuono, e non è facile: ma basta prendere sonno un momento
per rivedere la prateria e la corsa delle gazzelle. Saluti a muso duro.
- Mercoledì 29 ottobre 1997
Cari detenuti, vorrei darvi una notizia di una presa di posizione dell'Associazione
dei medici penitenziari, e poi di un'adesione abbastanza imprevista da
parte dei prigionieri ex-poliziotti allo sciopero della fame, che mi è
arrivata per telegramma.
Ecco il testo dell'Amapi: "I medici e gli infermieri penitenziari
aderenti all'Amapi esprimono sentimenti di viva solidarietà nei
confronti dei detenuti che stanno praticando in questi giorni lo sciopero
della fame.'Le finalità di questa grave iniziativa - dice il professor
Francesco Ceraudo, presidente dell'associazione - sono pienamente legittime
e civili.Le carceri scoppiano.Il superaffollamento delle strutture ha superato
ogni limite di tolleranza rendendo di fatto invivibile l'ambiente.In questi
termini non è possibile assicurare le condizioni minime per salvaguardare
il diritto alla salute che risulta sancito dalla stessa Costituzione. Al
fine di poter decongestionare le strutture penitenziarie in tempi brevi
occorre: la depenalizzazione dei reati minori, le misure alternative, la
modifica della legge sui malati di aids. Quanto sopra sarebbe un segnale
importante per una rinnovata attenzione al pianeta carcere e, in termini
di civiltà, un buon viatico per l'Europa' ".
Ecco il testo del telegramma: "La informiamo per doverosa conoscenza
che noi detenuti definitivi ex appartenenti forze di polizia ristretti
in questo carcere 'militare' di S.Maria Capua Vetere abbiamo iniziato sciopero
fame a oltranza aderendo e associandoci alle richieste inerenti misure
alternative 'e altro' come detenuti Rebibbia e altre case circondariali.
Attendendo riscontro (aiuto), deferenti ossequi. Giovanni Castorino".
- Martedì 28 ottobre 1997
Gentile procuratore D'Ambrosio, fra le molte cose che lei a un tratto
dice, e che ci riguardano, ce n'è una indiscutibile: che nei nostri
confronti ogni presunzione di innocenza è, per ora "definitivamente",
caduta. Dunque se lei, o chiunque a piacere, volesse parlare di me chiamandomi
"assassino", io non avrei niente da eccepire. Si può.
Poi ci sono altre cose assai meno ineccepibili. Lei non ha letto gli atti
del nostro processo, ma le basta sapere che Marino, senza che noi, insistendo
a difenderci, avessimo mandato le cose per le lunghe, avrebbe avuto una
condanna a 11 anni cui far fronte. Bravo. Si è cominciato con i
suoi colleghi che hanno proclamato e scritto che il povero Marino sarebbe
stato l'unico a pagare. Si è finito come vede. E lei trova che la
colpa è delle lungaggini. Immagino che lei ritenga lungaggini attribuibili
a noi una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che annullava la
condanna, e un'assoluzione rovesciata dalla sentenza "suicida"
di un suo sleale collega. Lei e Borrelli siete infastiditi dai troppi gradi
di giudizio. Io non avevo neanche ricorso in appello in primo grado: bastava
mettermi in galera subito, e non avrei aspettato altri otto anni per arrivare
a questo vergognoso sequestro. Poi: suggerendo a Dario Fo di rileggere
una sua sentenza del '75 sui poliziotti e Pinelli - che come sa ho io pubblicato
in volume per Sellerio - "Il malore attivo dell'anarchico Pinelli"
- lei ha detto alla Stampa di domenica che perfino un altro anarchico fermato
testimoniò di aver visto Calabresi uscire dalla stanza dell'interrogatorio.Dunque
non è Fo, ma lei a dover rileggere le sue stesse carte: perché,
vero o no che Calabresi fosse uscito dalla stanza, l'anarchico fermato,
che era Pasquale Valitutti, ed ebbe sempre sott'occhio la porta della stanza
e il corridoio, dichiarò sempre con ostinazione di non aver visto
Calabresi uscirne prima del trambusto concluso dalla caduta di Pinelli.
Cito dalla sua sentenza, che lei vorrà rileggere: "Tutti i
testimoni presenti al quarto piano sono stati concordi [sull'assenza di
Calabresi dalla stanza] ad eccezione dell'anarchico Valitutti, che si trovava
nel salone dei fermati. Egli escluse, in maniera categorica, di aver visto
passare, negli ultimi quindici minuti precedenti la precipitazione, il
commissario Calabresi". Molte altre delle cose che lei dice mi sembrano
troppo veloci. A proposito dell'amnistia (tornata in discussione su Tangentopoli,
invece che caso mai per la massa di detenuti disgraziati e buttati via)
lei ha dichiarato che da tutta Europa i criminali verrebbero in Italia
a godersi la pacchia. Le ricordo, sia pure da assassino definitivo, che
i massimi di pena previsti dall'efferato codice penale italiano superano
del doppio, quando non di tre volte, i loro equivalenti dei paesi civili
d'Europa. E che dall'Europa sono venute in Italia due persone, che mi venga
in mente, e si chiamano Giorgio Pietrostefani e Toni Negri, e ci sono venuti
per consegnarsi a una galera che nessuno avrebbe minacciato loro a Parigi.
Molti saluti.
- Sabato 25 ottobre 1997
Gentile direttore dell'amministrazione penitenziaria, Alessandro Margara,
senatore Alberto Simeone, e deputato Luigi Saraceni, vogliate accogliere
alcune osservazioni. Nonostante la fiducia che ripongono nel suo impegno,
dottor Margara - anzi, proprio per questa fiducia - molti detenuti stanno
conducendo una protesta e rivolgendo alcune essenziali richieste. Contemporaneamente
sono in agitazione sia gli agenti penitenziari che il personale sanitario.
Degli altri operatori civili - educatori, psicologi, assistenti - non si
sente la protesta solo perché sono ridotti al lumicino, per numero
e speranze. Sembra dunque sia finalmente data l'opportunità di affrontare
la questione di trovare il modo di riavvicinare la popolazione carceraria
alla capienza decentemente intesa. Senza di questo non si curerebbe né
l'iniquità di celle piene di persone deboli, di nulla o irrisoria
pericolosità, che aspettano il giudizio o scontano condanne per
reati non gravi. Senza di questo, inoltre, non si troverebbero né
lo spazio, né le risorse umane tra le persone che lavorano sul carcere,
né il denaro per proporsi alcun cambiamento. Così stanno
le cose. Il deputato Simeone, che è di Alleanza nazionale ed è
avvocato, e il deputato Saraceni, che è del Pds ed era un magistrato,
lo sanno e hanno cercato di affrontare la questione con la legge che porta
i loro nomi.
Questo è il dritto della cosa. Poi c'è il rovescio. Il rovescio
è che l'angoscia, il dolore e l'allarme suscitati dal corso di sequestri
di persona, inducono molti a confondere questa odiosa violenza con la questione
delle carceri, della giustizia, della libertà. Sdegno e dolore vengono
depositati addosso a quel fondo sventurato che forma la gran maggioranza
degli avventori, quasi sempre abituali, del carcere. E' come se esistesse
una rete a maglie così strette da arraffare alla rinfusa, rastrellando
il fondo, tutti i piccoli, lasciando miracolosamente fuori la generalità
dei grossi. Le piccole riparazioni a questa rete iniqua che la legge Gozzini
consente di tentare, dove ce ne sia voglia e pazienza, vengono sopraffatte
da disgrazie amare quanto rare, com'è nel caso di uno dei sospetti
rapitori di Soffiantini. Rarissime e amarissime, come tutto ciò
che tradisce la speranza di recupero delle persone e di riparazione dei
loro misfatti. Di fronte a loro, sta l'enorme riduzione di violenza e di
brutalità, dentro e fuori del carcere, che da quella legge, pur
così svuotata, e applicata di malavoglia, sono derivate.
La legge Simeone-Saraceni è stata emendata, in Senato, in modo da
privarla pressoché per intero della sua efficacia. Se venisse varata
escludendo i recidivi, i condannati per spaccio (in pratica tutti i tossicodipendenti),
e le pene residue fino ai tre anni cui la legge si riferisce, non uscirebbe
nessuno.Intenzionata a tirar fuori da celle traboccanti di uomini e topi
14 o 15 mila persone, con pene alternative, finirebbe col tenerli dentro,
dopo averli convinti della propria efficacia. Alberto Simeone, con cui
ho appena potuto parlare, teme che il ripristino del testo originario della
legge ne allunghi drammaticamente i tempi di votazione, oltretutto costringendola
a tornare in Senato. Dunque la legge potrebbe essere approvata com'è
ora, e servire almeno a ridurre i nuovi ingressi in carcere, ed essere
riproposta per la parte liquidata strada facendo, con un nuovo itinerario
autonomo. Se è così, non si può che concordare: pochi,
maledetti e subito. Però si sappia di che cosa si tratta. Lo sappiano
soprattutto i detenuti in sciopero della fame, a cominciare da Rebibbia.
Non credo di cedere a un pregiudizio se dico che la votazione di quella
legge nella sua versione non contraffatta farebbe bene ai carcerati, alle
autorità carcerarie, al personale di custodia e di educazione (e
di cura) del carcere, e all'intera società civile.
- Venerdì 24 ottobre 1997
Cari detenuti di tutt'Italia, come va? Il Ministro ha precisato che
lo sciopero della fame significa il rifiuto del vitto del carcere (la "casanza")
e che i detenuti in realtà mangiano il loro cibo. Proviamo a spiegare
le cose ai piedi liberi. Prima di tutto, non è vero: non lo è
almeno per una gran parte dei detenuti (anche qui a Pisa) che si astengono
da ogni cibo.Immagino che sia così anche a Rebibbia e nelle altre
carceri in cui la protesta sta realizzandosi.Inoltre: i detenuti che, grazie
ai parenti o al denaro per la spesa in carcere, possiedono cibi propri,
sono una minoranza. I poveri, e dunque la quasi totalità degli stranieri,
non hanno se non il vitto del carcere. Ancora: fra i detenuti che prendono
la decisione di unirsi al digiuno ce ne sono moltissimi sofferenti di epatite
C (e curati, se sono fortunati, con l'interferone), in qualche caso perfino
di cirrosi, o sieropositivi, quando non malati di aids, e colpiti infine
da una quantità di altri malanni. Diciamolo ancora una volta: il
carcere di oggi è pieno per i tre quarti di indifesi, stranieri,
tossicodipendenti e ammalati.E' un ospedale generale stipato di poveri
messi in gabbia e umiliati.Le autorità lo sanno, e per lo più
non ne sono contente.Facciano la loro parte.Si voti la legge Simeone-Saraceni,
per quel po' di buono che vale. E si provi a dare alle persone in galera
la carta igienica. Non è troppo.
- Giovedì 23 ottobre 1997
Una volta, in tempi di redenzione nazionale o sociale, si diceva che
la storia di un paese è scritta sui muri delle sue galere. Qualunque
opinione si abbia del nostro tempo, resta vero che la civiltà e
l'umanità si misurano sulle sue galere.
Ci fu una stagione, a cominciare dal 1968, in cui l'universo oscurato delle
carceri e la società esterna, "il bel mondo della luce e dei
colori", trovarono un contatto e uno scambio reciproco. Ne ricordo
vivamente l'inizio: ricordo la commozione e l'agitazione con cui ascoltai
per la prima volta la voce dei carcerati che sventolavano lenzuoli dai
tetti e dicevano di voler lottare. Ne ebbi un senso di vergognosa scoperta:
perché alla galera comune, come ai manicomi, case restate chiuse,
le persone della mia educazione non avevano dedicato né pensieri
né immaginazioni. Prigioni e manicomi erano una specie di frontiera,
di recinto chiuso alla vita quotidiana e alla lotta sociale: luogo di segregazione
e anzi di sepolti vivi, di sospensione della vita, del tempo, di ogni mutamento.
Allora fu come affacciarsi ai bordi di un pozzo al quale era stato sempre
vietato avvicinarsi, e guardare in giù fino ad abituarsi, e vedere
nel buio del fondo altri che guardavano su, con uno stupore e una commozione
altrettanto viva.
da "Le prigioni degli altri", 1993
- Mercoledì 22 ottobre 1997
Cari detenuti di Rebibbia, siamo stati molto contenti di affiancarci
alla vostra lotta.Pensiamo che con un po' di tenacia, e se altre carceri
vorranno partecipare, sarà possibile ottenere qualche risultato
concreto e duraturo. Anche perché Parlamento, governo e autorità
penitenziarie si dichiarano convinti della urgenza di ridurre il sovraffollamento
delle carceri, e di trovare alternative alle pene minori. La legge Simeone
(è il nome del suo primo firmatario, un deputato di Alleanza nazionale)
è lo strumento più immediato per ottenere un risultato concreto
- a condizione che emendamenti demagogici o incompetenti non la svuotino.
La legge è stata votata in Senato e ora è tornata alla Camera.
Apprezziamo che abbiate messo l'obiettivo di una sua rapida votazione al
primo posto delle vostre richieste.Ancora di più, che la vostra
iniziativa restituisca ai detenuti la dignità di interlocutori civili
e determinati nell'impegno sulla giustizia e sul sistema delle pene. Avete
citato inoltre problemi gravi come la detenzione in cella di malati di
aids e tossicodipendenti e l'umiliante condizione igienica e sanitaria.(E'
di oggi la notizia di un taglio del 15 per cento ai fondi per la sanità
penitenziaria!). Come avviene spesso, questa lotta è nata in un
momento in cui la controparte - al ministero, o in Parlamento - si mostra
più aperta e sensibile. E' dunque un modo di prendere in parola
questa sensibilità, e aiutarla a tradursi nei fatti. Bisogna avere
pazienza, che giornali e televisioni si accorgano che questa lotta è
importante, che in tutte le prigioni se ne sia informati e si decida se
valga la pena di fare la propria parte. Buon lavoro.
- Martedì 21 ottobre 1997
Cari detenuti del Nuovo Complesso Rebibbia, abbiamo ricevuto sabato
il vostro comunicato sullo sciopero della fame, che qui ripubblico. Abbiamo
aderito subito alla vostra iniziativa e ai suoi obiettivi, e la stessa
cosa stanno facendo molti altri detenuti. E' certo che la partecipazione
di molte carceri a questa lotta civile potrebbe finalmente spingere il
Parlamento e l'amministrazione penitenziaria alle misure sulla cui urgenza
e giustezza non fanno che pronunciarsi, senza che se ne vedano effetti
concreti. Ne parleremo giorno per giorno. Intanto grazie e saluti.
"Il 15 ottobre la popolazione detenuta del Nuovo Complesso Rebibbia
ha iniziato lo sciopero della fame.Di fronte a una situazione di emergenza
come quella che si vive e respira all'interno delle carceri, non si può
fare orecchie da mercante.Per questo oltre allo sciopero della fame abbiamo
deciso altre forme di lotta sperando di non essere costretti a praticarle,
determinati però a perseguirle se nessuno ci darà ascolto.
Il nostro compagno di sventura appollaiato da ormai 24 ore sul campanile
della chiesa interna è solo l'inizio di una lunga lotta.Chiediamo
pertanto: misure concrete atte alla riduzione della popolazione carceraria
(vedi legge Simeoni o altri provvedimenti); stanziamento di fondi per garantire
una decente ed umana vivibilità (addirittura mancanza di carta igienica);
la risoluzione reale della situazione igienico-sanitaria (visto che se
ne parla tanto ma che in realtà è sempre precaria). Solidarietà
con Sofri Pietrostefani e Bompressi.
I detenuti del Nuovo Complesso Rebibbia"
- Sabato 18 ottobre 1997
A suo tempo Jonathan Swift avanzò la modesta proposta di risolvere
il problema della fame e quello dell'eccesso di popolazione mangiando i
bambini. La satira di quel grande suscitò un certo scalpore. Non
molto scalpore ha fatto invece la notizia secondo cui i condannati a morte
giustiziati in Cina verrebbero utilizzati per il traffico di organi da
trapianti. Non so se la notizia sia vera, e quanto.La spiegazione delle
autorità cinesi, secondo cui l'espianto avverrebbe solo per i condannati
che ne diano esplicita autorizzazione, non è affatto rassicurante.
E' un fatto che la Cina ha il primato mondiale per le esecuzioni capitali.
Se si scoprisse che questa rigorosa severità ha una ragione di mercato,
occorrerebbe riflettere alla combinazione che il nostro tempo sa operare
fra accanimento giudiziario e terapeutico. Altrove si usano scimmie, o
maiali: le autorità cinesi devono aver pensato che c'è tanta
gente, tanta criminalità, tanta domanda di trapianti.Forse hanno
letto Swift.
- Venerdì 17 ottobre 1997
Gentile sostituto procuratore Armando Spataro, lei ha replicato alla
lettera aperta da me indirizzata a Dario Fo. Avevo scritto che lei chiedeva
"fuori verbale" a persone indagate per altre ragioni, se sapessero
qualcosa circa rapporti fra Lotta Continua e l'omicidio Calabresi. Lei
ha risposto di averlo fatto, che era suo dovere, ma di averlo "sempre
fatto in assoluta correttezza e non certo informalmente". Dunque a
verbale. Uno di noi due si sbaglia, evidentemente.Io proverò a verificare
se ci siano persone interrogate da lei fuori verbale, e prenderò
naturalmente atto di quelle che fossero state da lei sentite a verbale,
sul tema che ci interessa. A parte questo, lei ha aggiunto che il resto
del mio lungo scritto contiene "elucubrazioni a ruota libera".
Di nuovo, uno di noi due si sbaglia: ho messo in fila infatti solo una
nutrita serie di fatti. Neanche una elucubrazione. Perché, allora,
ha detto così?
- Giovedì 16 ottobre 1997
Gentile Giovanni Pellegrino, la ringrazio per il suo intervento sull'Unità
("Caso Sofri, sui buchi neri dell'Italia stiamo facendo luce")
a proposito di una mia lettera aperta a Tabucchi sul tema dell'intelligenza
degli scrittori, del perdono e della riconciliazione, ospitata dall'Espresso.
Nella sua responsabilità di presidente della commissione Stragi,
lei rivendica un'attività che si è impegnata sia per la verità
che per la riconciliazione.Voglia tener conto che mettendo la tetra intestazione
della commissione italiana (sulle stragi e il terrorismo) a confronto con
quella sudafricana (per la verità e la riconciliazione) intendevo
rilevare la differente intenzione iniziale, segnalata nei titoli. L'indice
ragionato che lei ha compilato, e che ho dunque potuto leggere, mi è
sembrato molto interessante, e mi auguro che sia largamente conosciuto.
Per ricordarci in che paese abbiamo - tutti - vissuto, e per evitare di
continuare a ritenere misterioso ciò che non lo è, e magari
di sentirci tristi per la perdita del mistero, o la scoperta della sua
volgarità. La verità è infatti già abbastanza
significativa.
- Mercoledì 15 ottobre 1997
Caro Michele Serra, vedo che non ti sei lasciato sfuggire la notizia
sulle due detenute mandate a processo perché i loro gesti di amore
dentro la cella si configurano come atti osceni in luogo pubblico. Ti segnalo
che questa brillante configurazione di reato, che fa sentir colpevole ogni
andar di corpo in queste gabbie (non a caso uno spioncino permette alla
custodia di tener d'occhio la cosa: peggio per lei) è anche, come
scopersi, la motivazione ufficiale per la quale si esclude l'introduzione
di preservativi in carcere. Bello, no? Mi ricordo che una volta chiacchierammo
dell'ipocrisia, che può rivelarsi in certi casi un argine alla brutalità.
Qui da noi però si esagera. Hai visto: mentre si minaccia di abolire
la geografia dai programmi scolastici, un marocchino muore e un altro agonizza
per leptospirosi a San Vittore, Milano. Se in Marocco i programmi geografici
sono ancora in vigore, hanno avuto una buona lezione. Prima di salutarti
- e anche la famiglia - lascia che ti segnali una notizia da Pontedera,
dove un pretore ha condannato a sei mesi per oltraggio un detenuto che
aveva detto a un agente penitenziario: "Sei un carabiniere".
Per il principio transitivo, una pena analoga sarà inflitta all'eventuale
libero che dica a un carabiniere: "Sei un agente penitenziario".
Provaci tu, finché sei libero.
- Martedì 14 ottobre 1997
Desidero pubblicare questa lettera che ricevemmo da monsignor Luigi
Di Liegro.Il suo contenuto basta a far immaginare con quale dolore abbiamo
accolto la sua morte. Ci piacerebbe dire che preghiamo per lui.
Cari Bompressi, Pietrostefani e Sofri, come sapete io mi occupo di chi
patisce l'esclusione sociale, la povertà, il razzismo. Per molte
di queste persone il carcere è dimora temporanea, ma spesso reiterata:
uomini e donne che cercano dignità, ma che fanno fatica a stare
al di qua di quella frontiera invisibile e tenacissima che divide i cittadini
dagli altri. Vedo gli effetti del carcere sulle loro vite: molta parte
del mio impegno è rivolto a prevenire questo esito. E a far sì
che la vita fuori dal carcere non assomigli anch'essa a una costrizione.
Potete quindi immaginare con quale attenzione io abbia seguito il vostro
digiuno, volto a sollecitare interesse sulle condizioni dei detenuti e
in particolare su quei detenuti più "comuni" degli altri,
che pagano con la prigione la loro emarginazione sociale. Mi ha molto confortato
il fatto che la vostra protesta abbia mosso all'iniziativa le commissioni
parlamentari e i mass media e mi auguro che, anche con il vostro aiuto,
non cali l'interesse e l'attenzione verso quanti sono oggi immersi nell'oblio
del circuito carcerario e avvolti da uno spirito vendicativo di gran parte
dell'opinione pubblica. Devo dirvi che ho seguito con partecipazione anche
la vostra personale odissea, la lunga sequela di processi, l'altalena tra
assoluzioni e condanne fino all'ultima sentenza, che - al di là
di ogni giudizio riguardo al drammatico esito processuale - turba per le
modalità e per i tempi. So che chiedete a gran voce la revisione
del processo e spero che possiate ottenerla. Nell'attesa mi auguro la concessione
di un provvedimento che interrompa la vostra carcerazione e vi restituisca
a quell'impegno sociale che aveva caratterizzato la vostra vita negli anni
precedenti. Per quanto limitata e parziale sia la giustizia amministrata
dagli uomini, io credo che debba ispirarsi alla saggezza e alla umanità,
in conformità ai principi della nostra Costituzione, ispirati alla
ricerca della riconciliazione e non della vendetta. Capisco anche la durezza
della prova a cui siete sottoposti: essere cioè ricacciati dentro
una storia - dopo venticinque anni da quei fatti - che non è più
la vostra, in considerazione della evoluzione che è avvenuta nella
vita di ognuno di voi. Nonostante siano diversi i nostri percorsi di vita
e le nostre culture, senza che questo rappresenti un ostacolo per il nostro
dialogo, vi prego di sentirmi affettuosamente a voi vicino.
Mons. Luigi Di Liegro
- Sabato 11 ottobre 1997
Fare la calza su una sedia a dondolo, fare e disfare. E' difficile
per noi maschi accettare di tornare al punto di partenza, di ricominciare
daccapo. Di camminare piuttosto che di andare da una parte. Non si cammina:
si fa del moto, un moto senza luogo, un moto perpetuo e astratto, una ginnastica
per il giorno in cui si ricomincerà a camminare, liberi di andare
in un posto o in un altro, o di stare fermi. La galera è un mondo
di ripetizione, di riproduzione - un posto di soli maschi con un'esistenza
un po' femminile. Un posto dell'attesa e della pazienza simulata, del fare
disfare e rifare; del tempo sospeso. La galera è un teatro, e come
nel teatro si invecchia perfino in un modo truccato.
da "Le prigioni degli altri", Sellerio
- Venerdì 10 ottobre 1997
Cara Randi, hai letto della signora Brenda Barnes? "La supermanager
Usa torna a fare la casalinga". Lei è bella - c'è la
foto - ha 43 anni, era amministratore delegato della Pepsi Cola. "Mi
sono persa troppi compleanni dei miei figli. Da adesso in poi voglio stare
accanto a Jeffrey che ha dieci anni, a Erin che ne ha otto e a Brian che
ne ha sette, oltre che a mio marito Randy". Faceva quasi tenerezza.
Però avevo un dubbio, un'apprensione. Il panico è arrivato
pochi giorni dopo, con la manifestazione dei 700 mila Mantenitori di Promesse
a Washington, vietata alle donne, guidata da sportivi e militari ispirati
da Dio, dedicata alla cura della famiglia e alla premura per le mogli,
docilmente sottomesse. "Taleban gentili": in questo modo di chiamarli
l'aggettivo, più che rassicurare, allarma. Vogliono ricomporre le
fratture, fra l'uomo e il Padreterno, fra i sessi, le razze, le caste:
e lo fanno attraverso questo quaresimale separatismo di maschi. Almeno
attorno al Papa, a Rio, la partecipazione era mista. In ambedue gli incontri
si è attaccata l'omosessualità. A Washington un po' paradossalmente,
direi. Ora penso che questa superstizione nuovissima, per soli uomini,
arriverà anche in Italia. Tutto arriva. Era meglio la Pepsi.
- Giovedì 9 ottobre 1997
"Padre!", implorò l'uomo torcendosi le mani. Il sussulto
spaventoso si interruppe, ma si capiva che sarebbe stata solo un'effimera
sospensione. Come quando su uno schermo l'immagine resta ferma a un tratto,
per un guasto o perché qualcuno ha premuto di proposito un pulsante,
ma si vede che si rimetterà in moto da un momento all'altro.
"E va bene". La Voce dall'alto era piena di autorità,
ma anche di una specie di stanchezza, o forse di fastidio. "Ma devi
scegliere. Non si può avere tutto, né impedire a ciò
che è scritto di compiersi. O la chiesa o le persone".
L'uomo diventò bianco come un lenzuolo, e si mise a tremare. "Però
sbrigati", disse la Voce. L'uomo fissava il cielo color lapislazzuli
e le stelle dorate, e le figure favolose di animali e santi. Vide un riquadro
in cui il santo reggeva sulla spalla un tempio magnifico che crollava.
L'uomo gemette. Guardò le persone nella navata. Gli davano le spalle,
e guardavano anche loro in su. Si distingueva appena se fossero giovani
o anziani.
"Salva loro", gridò l'uomo. Poi subito: "No, la chiesa".
Ma l'immagine si era già rimessa in moto. Il cielo di lapislazzuli
si era squarciato e una pioggia di pietre rovinava giù. Una nuvola
di polvere inghiottì tutto, le persone e i muri crollati.
La cosa impressionante poi, quando ancora il fumo di polvere si levava
in onde successive, fu il Silenzio.
- Mercoledì 8 ottobre 1997
Cara Alessandra, sono tanti i momenti e le occasioni che mi fanno ricordare
tuo padre. Grecista e filologo, fu sempre più appassionato di geografia
antica, sulla quale ha svolto ricerche impressionanti per ampiezza e minuzia,
e piene di notizie affascinanti anche per noi profani. Chissà che
cosa avrebbe detto dell'idea di buttare via la geografia nelle scuole.
Nel rapporto appena presentato dal Wwf sul clima, si dicono cose spaventose.
I ghiacciai alpini hanno dimezzato il volume dagli anni Cinquanta ad oggi.
L'altezza delle onde nell'Atlantico del nord è cresciuta del 50
per cento in trent'anni. E si dice anche che "il fiume più
lungo della Grecia si è ridotto del 40 per cento in quattro anni".
E ho pensato a tuo padre, per due ragioni. La prima, imbarazzante, è
che non riesco a ricordare qual è il fiume più lungo della
Grecia (Vardar?). La seconda è nei racconti che tuo padre faceva
sui fiumi omerici, lo Scamandro, lo Xanto, che erano in realtà poco
più che rigagnoli. Non lo raccontava col gusto mediocre di chi impicciolisce
le cose favolose: al contrario, con la devozione alla grandezza della poesia.
Guardo in televisione questo cartone animato intitolato "Odissea",
e mi ricordo delle spiegazioni di tuo padre sull'angoscia dei greci per
l'alto mare, il pontos, per cui la loro navigazione si teneva alla costa,
e l'avventura in alto mare era l'effetto temuto delle buriane improvvise.
Gli stessi dei di Omero, e i loro messaggeri alati (nell'Odissea televisiva
somigliano a Campanellino di Peter Pan) volavano giù dalla vetta
dell'Olimpo e seguivano la costa, a costo di moltiplicare la distanza,
pur di non volare sul mare alto, dove si perdeva di vista la terraferma.
Penso a tuo padre e ai suoi cari peripli, e le notizie del Wwf sul mondo
che finisce mi sembrano ancora più malinconiche. Ciao, abbraccia
tua madre.
- Martedì 7 ottobre 1997
Cari lettori, devo provare a rimediare a un goffo malinteso. A un'intervistatrice,
che chiede se il nostro digiuno non contenga una vocazione autodistruttiva,
rispondo scherzosamente: certo, moriamo dalla voglia di morire, e faremo
a gara, prima Bompressi, poi Pietrostefani, e io intanto farò i
discorsi del caso. Il brano non è granché, ammetto (è
un calco da "Io speriamo che me la cavo": "Va bene che tutti
dobbiamo morire, ma è meglio prima Gennaro"). Finisce sui grandi
quotidiani come una cosa seria, compresa l'altruistica sequenza: prima
Bompressi eccetera. Aiuto! Dunque: noi siamo appassionati alla vita, comprese
le nostre, e ci piacerebbe continuarle fuori di qua: prima Bompressi eccetera.
Grazie per la rettifica, per il po' che vale.
- Sabato 4 ottobre 1997
Caro Piero Scaramucci, ho ricevuto la richiesta di un'intervista con la
vostra Radio Popolare, che farò come sempre volentieri. Intanto
però ho letto sul Corriere che è uscito in volume il testo
della prima sentenza di condanna sul nostro processo. Sta per uscire un
altro volume che raccoglie la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione
del 1993, e l'ultima della Cassazione del gennaio di quest'anno, all'indomani
della quale siamo entrati in galera. Dunque materiale sul quale informarsi
ce n'è sempre di più. Vedo che Giorgio Galli ritiene in parte
riscontrata quella prima sentenza. Io ho sempre desiderato discutere di
questo processo con persone che ne conoscessero gli atti. Perciò,
se tu volessi tramutare la nostra intervista in una discussione fra me
e lo stesso Giorgio Galli, o magari con magistrati milanesi che, senza
essere entrati personalmente nei nostri processi, hanno manifestato opinioni
colpevoliste e parlato di riscontri - penso per esempio ad Armando Spataro,
che l'ha fatto ripetutamente - ne sarei molto contento. La stessa cosa
vale per qualunque altro serio interlocutore, compresi gli inimicissimi.
Grazie, saluti.
- Venerdì 3 ottobre 1997
"Bruscamente, la mediocrità anestetica dell'Italia centrale
si guadagna ora una fisionomia indipendente, minacciata e promettente:
di luogo intermedio, assediato dalle superstizioni nordista e sudista,
luogo di morti civili e di convivenza, prezioso come ogni interposizione,
ogni cerniera, ogni ponte, in tempi di invadenze e di esclusioni L'Italia
centrale ha potuto apparire come uno stato d'animo oltre che un luogo fisico:
un modello smisurato in tempi di smodatezze, anche per il resto d'Italia.
Forse sarà l'Umbria la patria degli italiani stanchi di rissosità
e di messe al bando, di piraterie costiere e di corruzioni metropolitane.
Le classifiche internazionali avevano già, nella loro stravaganza,
fatto di Todi il luogo ideale della dolcezza di vivere contemporanea: e
a due passi da lì, i frati di Assisi non si stancano di proporsi
come un centro di irradiazione della pace mondiale. L'Umbria fu anche la
terra dei campanilismi sfrenati e dei capitani di ventura più spregiudicati,
e si sa che il sogno segreto dei corvi di Orvieto è mettere a morte
i corvi di Orte. Ma i tempi cambiano, e quando le bande delle pulizie etniche
ed etiche italiane vorranno scegliere la loro Sarajevo con cui giocare
al tiro a segno, sarà attorno ad Assisi che dovranno mettere gli
accampamenti".
da "L'Italia in frantumi", luglio 1993
- Giovedì 2 ottobre 1997
Il 1° ottobre, una rondinella è passata e ripassata sopra
il nostro cortile, mettendoci in allarme. Che cosa fa ancora qui, invece
d'essere già ben avanti sulla rotta del Sud Africa? Perché
hai tardato tanto, rondinella pellegrina? Oh se anch'io! Ma lo contende
questa bassa, angusta volta, dove il sole non risplende, dove l'aria ancora
m'è tolta, donde a te la mia favella giunge appena, o rondinella.
Il 30 settembre è stata chiusa l'aria estiva, che andava dalle 16,30
alle 18. Il settembre innanzi viene e a lasciarmi ti prepari; tu vedrai
lontane arene, nuovi monti, nuovi mari salutando in tua favella, pellegrina
rondinella. Altro che settembre. Siamo già in ottobre. Chiusa l'aria
estiva. Esclusi gli zampironi dalla spesa, benché anche le zanzare
si attardino. Chiusa la blindata, che d'estate restava aperta per far correre
l'aria, così bastava infilare il braccio fra le sbarre per arrivare
all'interruttore. Ora, per accendere e spegnere la luce, bisogna sporgere
il braccio dallo spioncino con la scopa, e grattare il muro fino a raggiungere
l'interruttore: si diventa presto abili. Che vuoi dirmi in tua favella,
pellegrina rondinella? Dolce questa prigione, tenere queste cupe sbarre,
non un tiranno ma il re delle piume inventò questa pace. Dimmi pace
in tua favella, pellegrina rondinella. (Testi di Tommaso Grossi, Emily
Dickinson, e miei).
- Mercoledì 1 ottobre 1997
Cara Emma Bonino, sei stata molto brava ad andare a Kabul e a fare
cose normali, come fotografare donne afgane, per le quali tu e i tuoi accompagnatori
siete stati fermati. Siete andati lì, mi pare, nel primo anniversario
della presa del potere da parte dei Taleban (27 settembre 1996) e della
loro polizia, dal memorabile nome di Dipartimento Generale per la Tutela
della Virtù e l'Eliminazione del Vizio. Divieto alle donne di lavorare
(se non, da schiave, in casa) e alle bambine di andare a scuola.Divieto
alle donne dopo la pubertà di rivolgere la parola a uomini che non
siano famigliari diretti. Divieto di camminare nelle strade se non per
andare a fare la spesa.Obbligo di coprirsi dalla testa ai piedi sotto i
sudari chiamati burqa. Divieto di indossare calze bianche, dichiarate sessualmente
provocanti. Obbligo per i maschi della barba "islamica", divieto
del gioco delle carte, di allevare colombi e di ascoltare musica. Squadristi
che bastonano le donne per strada e gettano in fortezze orribili migliaia
di infedeli. Ho letto, in un servizio del New York Times, la frase di uno
Sher Mohammed Abbas Stanazkai, un medico di 38 anni che fa da ministro
degli Esteri e visitò l'anno scorso gli Stati Uniti: "In Occidente,
le donne vanno in giro quasi nude, vanno nei night-club, bevono e ballano
tutta la notte". Chissà come penserà una ragazza di
Kabul, picchiata per aver riso, ai paesi in cui una donna può ballare
tutta la notte.