Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Martedì 30 settembre 1997
Cari voi criminali qualsiasi, e spesso innocenti, voi carcerati anonimi
di qualche mese o di molti anni e di vite intere, voi chiusi nelle celle
di punizione e bastonati, voi che pagaste più di quanto avevate
per avvocati esosi e superflui, o che non pagaste niente perché
non avevate niente e non ci furono per voi avvocati, voi di cui si sbagliò
e si smarrì il conto stesso degli anni e dei giorni, voi che avete
perso tutti i denti e i capelli e vi siete masturbati fino a sanguinare
e avete preso la scabbia e la cirrosi, e vi siete risarciti con tatuaggi
grevi e senza appello, voi milioni di carcerati qualunque di mezzo secolo
di repubblica italiana, sentite:
che processi e sentenze si aggiustassero, si comprassero e si vendessero,
nelle preture di provincia o in corte d'assise e in Cassazione, questo
è il più piccolo degli scandali. Non è quella l'ingiustizia.
Quella è una schiuma sudicia e leggera, che un po' di vento può
portare via. Lo scandalo è altrove. Nelle migliaia e milioni di
processi in cui gli stessi giudici capaci di aggiustare e vendere, giudicarono
senza condizionamenti, perché nessuna amicizia potente, nessuna
somma di denaro né intimidazione efficace poteva essere offerta
da voi imputati qualunque. Lo scandalo sono i processi celebrati secondo
coscienza da giudici che all'occorrenza avrebbero messo la coscienza al
soldo di un partito, della ricchezza, dei favori - e, sempre, del pregiudizio.
Nessuno corruppe i vostri giudici, condannati qualunque, folla di disgraziati
che ha riempito cinquant'anni di galere, che ha sbattuto la testa contro
i muri delle celle, che si è tagliata le vene per implorare un colloquio
o per rinviare una bastonatura, che ha perso i denti e i capelli, che si
è piegata fino alla delazione o si è spezzata maledicendo:
ecco la vera, immane ingiustizia. Una sola ricusazione investe i vostri
giudici, di voi vivi e morti, di voi usciti o ancora in gabbia, di voi
passati senza aggiustamenti, senza corruzioni, dentro la macchina per stritolare.
Alzino ancora di più la voce, dunque, i legislatori, e i magistrati,
e i predicatori per diletto e per mestiere, contro l'idea stessa di un'amnistia,
o di un indulto, di un condono. Non bisogna guastare l'opera. Voi non esistete.
Non ci hanno nemmeno pensato, gli stessi giudici che arrestano fior di
loro colleghi. Voi non avete partiti, avvocati, conti correnti. Ora anzi
avete braccia piene di buchi e facce di arabi e di albanesi. Voi passati
presenti e futuri, siete spazzati insieme in un solo gran mucchio su cui
si versa ogni tanto calce viva. Un cartellino segnala la vostra fossa comune,
senza nomi. Se bisognasse distinguere fra quelle ossa, ci sono le impronte
all'Ufficio Matricola. In nome del popolo italiano.
- Sabato 27 settembre 1997
Il 21 settembre la morte si è presa il vecchio sergente Shoichi
Yokoi, liberandolo da un incubo che lo perseguitava da venticinque anni.
Nel 1972, infatti, il sergente fu scoperto da due cacciatori nella giungla
di Guam, dove si celava dal 1944, mangiando bacche, rane e topi, e dimorando
in una buca scavata nella terra. I suoi scopritori tentarono di persuaderlo
che la guerra era finita, addirittura da ventisette anni. Poiché
non c'era altro da fare, finse di crederci. Anche tutti gli altri che incontrava
si mostravano persuasi che la guerra fosse finita. Shoichi Yokoi si rese
conto che non volevano ingannarlo, perché in verità ingannavano
se stessi. Diventò per questo ancora più angosciato. Accettò
di andare in giro come un fenomeno da baraccone, a spiegare come si può
sopravvivere per trent'anni da soli in una giungla, e conservare uno spirito
combattivo. Era il suo unico modo per contrastare il disarmo di tutti gli
altri, e la disfatta che ne sarebbe fatalmente derivata. Avrebbe voluto
prenderli uno a uno per il collo, scuoterli e gridare loro: "Svegliati,
che la guerra non è finita". Ora, a ottantadue anni, dopo cinquantaquattro
anni di fedele combattimento, è sceso di nuovo in una buca scavata
nella terra. Nessuno gli auguri la pace.
- Venerdì 26 settembre 1997
Quante sono le persone dotate di autorità pubblica, nella politica,
o nella comunicazione, o nell'opinione, che sono andate in Algeria a cercare
di capire di più che cosa vi succede, e che cosa si potrebbe fare?
Quante sono, fra queste persone, quelle che hanno almeno desiderato di
andarci, e perché si sono risposte di no?
Provo a immaginare. Non ci è andato nessuno. Nessun leader politico,
nessun direttore di giornale, nessun opinionista importante. Probabilmente,
alla gran maggioranza non è venuto nemmeno in mente. Io non dico
affatto che dovessero pensarci, nessuno deve niente. Ma che non ci abbiano
pensato mi colpisce due volte: umanamente lo trovo strano, civilmente trovo
che ponga un problema sul carattere delle moderne leadership. Una minoranza
invece ci avrà pensato, e avrà avuto paura. Paura fisica,
intendo. Mi sono persuaso in questi anni che la questione del coraggio
fisico sia molto importante. Lo è stata anche per me, naturalmente.
Io desidero fortemente fare qualcosa per l'Algeria (per noi, per me) e
intanto andarci: e se fossi libero, ne avrei paura. Non la conosco, vi
succede qualcosa di inconcepibile, non saprei come e da cosa proteggermi,
l'immagine degli sgozzatori e sventratori è raccapricciante. Non
so se ci andrei. Ma non è qui la differenza. Non c'è nessun
merito maggiore nell'andarci, o no. Il punto è l'altro. Mi piacerebbe
il discorso - breve - di un leader, l'editoriale - una colonna - di un
direttore di giornale, una rubrica di opinionista, che dicesse: sono ossessionato
dai massacri in Algeria, vorrei fare qualcosa, e non so cosa, vorrei capire
meglio, vorrei andare lì, nei villaggi, nelle redazioni decimate,
ascoltare il pianto, i racconti e le domande delle persone, ma ho paura.
- Giovedì 25 settembre 1997
Cara Francesca Scopelliti, ti ringrazio per i testi che mi fai avere, sulle
carceri, che leggo con scrupolo, come un villeggiante a Itaca leggerebbe
l'Iliade. Ho provato perfino a leggere la Gazzetta Ufficiale di fine giugno
con l'intero quadro del personale di ogni grado del ministero di Giustizia
addetto alle grazie. E' la prima pianta organica che maneggio nella vita,
e mi raccapezzo poco. Se non sbaglio, c'è un migliaio di "educatori",
di cui una metà con funzioni di coordinamento, e l'altra metà
a contatto coi detenuti. Più o meno, ogni educatrice, o educatore,
deve seguire (avere colloqui regolari, guidare il "trattamento",
scrivere relazioni periodiche, curare i rapporti con le famiglie eccetera)
un centinaio di detenuti. Più o meno, per ogni educatore ci sono
quaranta agenti di polizia penitenziaria: proporzione che, per un carcere
che dichiara di voler mettere il "trattamento" e la risocializzazione
prima della mera custodia fisica, strappa gli applausi. Viceversa il rapporto
fra personale di custodia e detenuti è quasi di uno a uno, come
con l'angelo custode: gran lusso. Ma il dato che mi ha più affascinato
riguarda gli psicologi. La pianta organica prevede alla nona qualifica
numero 1 Psicologo direttore; alla ottava qualifica numero 1 Psicologo
coordinatore, alla settima qualifica numero 4 Psicologo senz'altro. In
tutta Italia. Li trovo numeri imponenti come tutti i casi singolari: "Uno
restò vivo, per raccontarlo" - e misteriosi. Uno Psicologo
coordinatore, con sopra di sé uno Psicologo direttore, e sotto quattro
Psicologi senz'altro, in tutta Italia, non fa temere deviazioni psicologiste.
Diciamolo: troppi psicologi, e assistenti sociali, e volontari, sarebbero
delle vere palle al piede. (Palle al piede: è una battuta, che non
vi sfugga). Mi tira su il numero dei Consollisti: 190. (Che cos'è
un Consollista? Non so. Ma 190 mi sembra il minimo). Procedo nella lettura.
- Mercoledì 24 settembre 1997
Cari amici ceceni, ho spesso nostalgia dei vostri monti, e delle lunghe
sere trascorse nei racconti. Quando nel vostro paese mercenari russi spaventati
e ubriachi, mandati da ministri e generali obesi e ubriachi, compivano
ferocie abominevoli, ascoltavo i vostri vecchi e le donne che scuotevano
la testa e dicevano: "Sono senza Dio". Non c'era altro modo,
per loro, di spiegare quella barbarie. E come in tanta parte del mondo,
i vostri bambini assaltavano carri armati gridando "Allah o akbar"
- Dio è grande.
Ora ho visto in televisione un'esecuzione capitale in pubblico, di quelle
che la stampa riferisce ogni tanto dalla Cecenia - Ichkeria, è il
nome che voi date al vostro paese - e che i russi deplorano come una barbarie.
Due rapinatori, giovani, addossati a un muro nella grande piazza dedicata
a Dudaev: davanti a loro un piccolo plotone di esecuzione barbuto. Il grido:
"Allah o akbar", l'ordine, e il fuoco. I calcinacci del muro
sono schizzati fino addosso ai fucilatori. E' l'applicazione della Shari'a.
Voi avevate una legge tradizionale, amministrata dalle famiglie e dagli
anziani, che ammetteva la pena di morte.La differenza maggiore, immagino,
sta in quel grido di esaltazione di Dio, prima dell'esecuzione, che a noi
suona come una bestemmia. Giorni fa avevo letto di un'altra pena capitale
eseguita in pubblico contro i membri di una famiglia, colpevoli di un omicidio.
L'esecuzione era stata sospesa nei confronti di una donna condannata, perché
è incinta. Sarà giustiziata dopo che avrà partorito.
Dunque quella donna porta nel grembo il proprio orfano. Come vi conobbi
ospitali e generosi: mi chiamaste fratello, e di qualunque cosa lodassi
la bellezza mi dicevate: "E' tua". Se fossi libero, verrei da
voi e, debitore di tante cose come sono, vi chiederei un altro regalo.
- Martedì 23 settembre 1997
Cari Cusani e gli altri detenuti di San Vittore, sappiate che io e
tanti altri siamo stati molto contenti di sentirci rappresentati per il
vostro tramite alla manifestazione milanese. Benché i prigionieri
non siano una categoria, bensì uno stato d'animo e di corpo, è
bene che ogni tanto riescano ancora a sbattere le loro gamella di latta
contro le inferriate, tutti assieme. O l'equivalente moderno, visto che
perfino le gamelle di latta sono vietate (restano le inferriate). Che una
mamma ai bordi di un corteo giusto e allegro possa indicarne uno spezzone
al suo bambino dicendo: "Guarda, ecco i carcerati", mi pare una
buona notizia.
- Sabato 20 settembre 1997
Gentile signora Flavia Verardi Pignanelli, direttrice del carcere di
Imperia, voglia ricevere l'augurio mio e di tanti altri, che sanno quale
nido di cattiverie, maldicenze, frodi, mitomanie e vendette siano le galere:
ad opera di detenuti, di agenti, e altri avventori d'ogni genere. Una donna
direttrice che finisce sulle prime pagine per "atti osceni in luogo
pubblico": ecco già una ottima ragione per allarmarsi. Il contorno
delle accuse che le vengono mosse - lasciava stare gli uni accanto alle
altre detenuti maschi e femmine; lasciava che il suo bambino giocasse in
carcere fra ergastolani eccetera - è raccapricciante: voglio dire
che sono raccapriccianti le ragioni che hanno spinto qualcuno a pensare
simili accuse. Ho appena letto il libro postumo di Naria sul carcere, "I
duri": bella galleria, fra l'altro, di direttori sadici, cinici, corrotti,
maneschi, torturatori. Mi sono chiesto più volte che cosa spinga
a desiderare di diventare direttori di carceri: ragioni nobili, o molto
ignobili, o di occupazione. Nel caso di direttrici donne mi sembra un po'
meno difficile capirlo. Auguri, dunque. E anche al magistrato che ha deciso
di sbatterla agli arresti e in prima pagina: la carceriera incarcerata,
la direttrice scollacciata, roba forte. Mi piacerebbe spiegargli come corrono
voci, risentimenti, desideri, e frustrazioni in una galera. I magistrati
dovrebbero andarci più spesso, in galera. Per tirocinio, intendo.
Senta, signora, per finire: fosse anche dimostrato quello che le addebitano
- e ne dubito fortemente - tanti auguri lo stesso. Fossero questi, i peccati
dei carcerieri.
- Venerdì 19 settembre 1997
In giornate come quella dedicata da Rai2 a Maria Callas, uno accetterebbe
quasi di restare in galera. Ho detto fin troppe volte che ai prigionieri
è interdetto il cielo notturno: per giunta per la sera di martedì
era annunciata un'eclisse di luna. Per risarcimento, martedì ho
sentito tante volte la Callas cantare "Casta diva": e l'avrei
ascoltata ancora tante. La prima volta mi sono meravigliato di non commuovermi.
Ho ripensato a Oblomov che scoppiava in singhiozzi ascoltando Olga cantare
"Casta diva", e mi sono commosso. E' strano, ascoltare per ore
quella voce, e quella musica con un fondo di blindate chiuse e aperte e
richiuse, e di chiavi sbatacchiate: certi agenti sbattono il loro mazzo
di chiavi, ma non importa, perché non sanno quello che fanno.Nel
pomeriggio ero combattuto: non volevo rinunciare all'ora d'aria, ma dovevo
rinunciare a un'ora di Callas. Alla fine sono uscito, ma ho lasciato il
televisore acceso, che la mia maledetta cella si riempisse almeno di quei
suoni. Di sera ho dovuto alzare molto il volume, perché c'era l'Inter
sull'altra rete.La prima ovazione è venuta mentre cantava "Mi
struggo e mi tormento / Oddio vorrei morir". Aveva segnato Ronaldo
. La seconda mentre cantava "E cento trappole / prima di cedere /
farò giocar farò giocar". Aveva segnato Ze Elias. Ora
guardo Medea. Le altre celle, contente, dormono. L'agente notturno si annoia,
immagino, e perciò gioca con le chiavi.
- Giovedì 18 settembre
Caro Carlo Degli Esposti, ho appena letto delle notizie aggiornate
sulla foresta di Bialowieza. Ti ricordi quando andammo a Bialowieza, a
vedere i bisonti? La prima volta che andai in Polonia, mi preparai interpellando
i miei amici dotti. Michele Feo mi aveva raccomandato uno storico filologo
di Varsavia, esperto di uri, i bisonti originari europei. (Che fossero
originari, era molto contestato. Si dovette ripopolare dopo la Seconda
Guerra mondiale, usando esemplari degli zoo del mondo). Incontrai il filologo,
ma mancai i bisonti: li trovai citati in forma di bistecca nei menu dei
ristoranti per stranieri e nomenklatura. Passò qualche anno, e parecchi
altri viaggi, e andammo insieme in Polonia, a portare ingredienti per le
tipografie di Solidarnosc. L'ultimo giorno ti costrinsi a una corsa di
alcune centinaia di chilometri alla foresta primordiale di Bialowieza.
Noleggiammo un tassista memorabile, un bufalo che si chiamava Wojtech,
e raccontava avventure ributtanti: "C'è una che chiede un passaggio,
le dico va bene, sali, ma you make me icecream. Capito? Icecream. Lei ci
pensa un po', poi dice sì. Non poteva mica andare a piedi".
Ci fermammo troppo a lungo alla casa di campagna del poeta Norwid, superammo
Bialystok al tramonto, arrivammo a Bialowieza e ci accorgemmo che il parco
era recintato, e l'ingresso chiuso. Una disperazione. Insomma Wojtech restò
ad aspettare, noi scavalcammo. E li trovammo, i favolosi bisonti, tanti,
placidi e indolenti come buoi dei paesi nostri. I più grandi animali
dell'Europa. Facemmo male a scavalcare, dato che era vietato. Ma eravamo
venuti così da lontano, e ci muovemmo così silenziosamente.
Le autorità polacche non erano delle più legittime, e probabilmente
organizzavano ancora partite di caccia congiunte coi vicini sovietici.
Ora ho trovato un reportage del New York Times sui rischi che corre il
parco. Racconta anche qualche aneddoto storico. In un pomeriggio del 1752
il re Augusto ammazzò 42bisonti e 13 alci, e sua moglie Maria Jozefa
ammazzò 20 bisonti spinti in un'arena sotto la sua tribuna d'onore.
Nelle pause lesse un romanzo francese. Adesso le restrizioni nella riserva
sono più rigide, benché un cacciatore tedesco possa ammazzare
un cervo per duemila dollari. Ci sono trecento bisonti. Wojtech ci propose
per tutto il ritorno certe donne fantastiche di cui garantiva lui. Magari
domani, gli dicemmo.
- Mercoledì 17 settembre 1997
Caro Mario Galli, la cronaca di questi giorni mi fa ricordare i nostri
bei viaggi in Polonia. Mi ricordo una giornata a Czestochowa, c'era il
Papa, c'erano centinaia di migliaia di persone. Sentimmo cantare per ore
inni in cui si distinguevano le parole "serafini, cherubini",
e altri che era facile riconoscere, perché erano la traduzione di
quelli che avevamo imparato da piccoli: "Sotto quel bianco velo /
c'è il Re del Cielo". Di sera, nel vialone che porta alla stazione,
la gente sfollava alla svelta. Volevo intervistare qualche ragazzo. Tu
ti facesti prestare una chitarra, e ti mettesti a cantare "Blowin
in the wind". In un momento fosti circondato da un coro di ragazze
e ragazzi. Non c'è niente di nuovo in Bob Dylan che va a cantare
per il Papa e i ragazzi, a Bologna.(Ci sarai, immagino).
Sempre in questi giorni i giornali riferiscono degli assalti di naziskin
polacchi agli studenti israeliani in visita ai campi. Ti ricordi di una
sera a Cracovia, quando andammo a visitare la bellissima sinagoga e poi
il piccolo cimitero antico ebraico. Ci aprì un custode anziano,
aspettò che finissimo la visita e ci chiese se fossimo ebrei. Gli
dicemmo di no, e allora volle dire con veemenza: "Nemmeno io, eh.
Sono cattolico". Poi andammo a visitare, lì vicino, l'ospizio
di stato per anziani ebrei. Era la loro ora di cena, ci fermammo alla loro
tavola. Uno mi chiese, senza tirare su il viso dal piatto: "Sei ebreo?"
"No", risposi.S tettero zitti per un po'. Poi, sempre senza alzare
la testa, disse: "Fai bene a dire di no".
- Martedì 16 settembre 1997
Quando l'altro giorno ho parlato del mio angelo malridotto, non avevo
letto l'articolo di Jenner Meletti, sull'Unità, che riferisce le
frasi, raccolte per una mostra, degli scolari di Reggio Emilia. Voglio
levarmi tanto di cappello di fronte alle seguenti frasi: "Gli angeli
fanno poco rumore". "Hanno le ali verdi, mangeranno l'erba. Non
li ho mai visti, forse dormono sugli alberi". E la più bella:
"Aiutano Dio a fare i suoi lavori. Non lavorano perché hanno
il sole negli occhi".
- Sabato 13 settembre 1997
Ho un amico qui, detenuto per futili motivi, che è di un paese
della lucchesia, e bestemmia con frequenza e senza intenzione, come succede
da quelle parti. Dice: "Cane di Dio".
Gli ho raccontato dell'etimologia popolare che nel medioevo riteneva i
domenicani, seguaci di San Domenico, come "Dominis canes", cioè
cani di Dio - come nel bellissimo affresco di Santa Maria Novella. "Mi
sei sempre sembro un po' matto", ha detto il mio amico. A Porcari
il participio passato della prima fa così: sembro per sembrato,
trovo per trovato, ammazzo per ammazzato. "Io 'un ho mai ammazzo nessuno,
cane di Giésu".
Ho visto tante volte in questi giorni Madre Teresa di Calcutta che teneva
il Papa per mano e se lo tirava dietro da un giaciglio all'altro dei suoi
malati. Piccola, piegata - come per essere più vicina a quei giacenti,
per annusarli e scovarli, e carezzarli meglio - andava avanti tirando come
farebbe un cane fedele tirando al guinzaglio il proprio padrone verso il
luogo della scoperta, o della salvezza, come una cagnetta di Dio.
- Venerdì 12 settembre 1997
Cara Bia Sarasini, ricevo anche qui Noi donne e ve ne ringrazio. Sai che
mi preme molto spiare quello che succede nelle stanze di voi donne, e la
tua rivista mi serve anche per questo, tanto più in questo luogo
maschile e senza sesso. Un po' di tempo fa, ho letto due articoli sullo
stesso numero dell'Herald Tribune, e volevo segnalarteli. Uno diceva che
ormai le donne sono in maggioranza nel Corpo della Pace. L'altro diceva
che c'era un forte incremento della percentuale di donne nella criminalità
e nelle carceri degli Stati Uniti. Il giornale non si era neanche accorto
della coincidenza, che a me sembrò significativa e, tutto sommato,
confortante.
Da me è diverso. Siamo un po' meno di duecento detenuti, e neanche
venti detenute. Nessuna di loro ha fatto niente. Dico sul serio. Qualche
volta, quando giochiamo a pallone nell'ora d'aria, le sentiamo cantare.
Adesso ti saluto.
- Giovedì 11 settembre 1997
Caro Foglio, ho una miscellanea di piccole cose da dire, della cui
incongruità mi scuso. Sono frasi ascoltate o lette di cui mi spiacerebbe
che andassero senz'altro perdute. Per esempio, la notizia che Dodi El Fayed
aveva fatto incidere una sua poesia per Diana, e l'aveva lasciata sotto
il cuscino di lei. Bene, e i giornali scrivono: "La placca era stata
posizionata nel letto di lei". Stretta è la parentela fra giornalismo
e odontotecnica.Il telegiornale dice, a proposito del malato di Aids bruciato
vivo all'ospedale Cotugno: "La Direzione ha dichiarato che l'impianto
antincendio ha funzionato a perfezione". Poi vorrei segnalare il bel
brano del film-documentario di Fioravanti, Echaurren e D'Aloja, "Piccoli
ergastoli", in cui il detenuto ballerino inglese danza al violino
suonato da un volontario: a metà della scena un applauso, una vera
ovazione, esplode da tutte le celle. Resto stupefatto e commosso da una
tale partecipazione: poi mi viene un dubbio, e premo i tasti del telecomando,
fino ad arrivare a Telemontecarlo. Aveva appena segnato il Brescello contro
la Juventus. L'ultima cosa che volevo dire, che poi è l'unica importante,
è che già da alcuni giorni è stato rimesso in libertà,
per potersi curare, Davide Coen, di cui avevo ripetutamente parlato qui.
Le autorità mediche, carcerarie, e il magistrato di sorveglianza
hanno preso a cuore la sua vicenda. Dunque, tanti auguri, Davide.
- Mercoledì 10 settembre 1997
Ci sono gli stranieri. Imacedoni: il pastore macedone della Maiella,
il macedone sospettato di aver ucciso l'ingegnere veneto in Slovacchia,
il fotografo macedone che fotografava con sei colleghi francesi nel tunnel
di Parigi. Gli egiziani: the egyptian friend, come lo chiamano a Londra.
Il ragazzo irlandese che mette in salvo la coda del drago in piazza Navona;
i due giovani inglesi che spaccano le gambe ai putti della fontana dell'Elefante
a Catania. Bob Dylan, di cui il cardinale Biffi chiede: "Chi è
Bob Dylan?". Weah. I curdi, le albanesi, i padani. Toninho Cerezo,
cui un'intervistatrice chiese: "Che cosa si prova a sentirsi gridare
dai tifosi avversari: negro, negro?", e rispose: "Be', sono negro,
no?". E la più bella, Irene Papas. Anche Omar, qui accanto,
che non possiede niente fuori degli stracci che ha indosso, e uno spazzolino
da denti che gli ha regalato la Caritas. E' pieno di stranieri dappertutto.
Salman Rushdie, si è sposato, sua moglie aspetta un figlio. Silvia
Baraldini insegna l'italiano. Princesa, che dice: "La chiesa non approva
quello che io faccio, io so che Dio mi capisce.
- Martedì 9 settembre 1997
Avevo letto i romanzi di Knut Hamsun, sapevo tutto della pesca del
merluzzo alle Lofoten. Appena sbarcato, corsi a comprarmi la cena in una
pescheria. Chiesi del merluzzo. Mi guardarono come se fossi matto."Non
c'è merluzzo alle Lofoten". La pesca era vietata, e lo restò
per alcune stagioni, per lasciare riposare il mare esausto. All'inizio
del secolo andavano alle Lofoten per la stagione del merluzzo più
di ventimila pescatori. Nelle stesse acque, nella stagione delle aringhe,
i racconti medievali dicevano che se si immergeva un remo in acqua restava
dritto, tanto era fitta di aringhe. Solo i banchi di Terranova potevano
competere con le Lofoten nella pesca al merluzzo. Vi ricordate il film
tratto da "Capitani coraggiosi": c'è il marinaio portoghese,
Manoel, che è Spencer Tracy; che pesca con la lenza e canta: "Esiste
una scuola nel fondo del mar, e i giovani pesci ci vanno a studiar. Oho,
pesciolino, non piangere più, oho pesciolino non pianger mai più".
Sul Tuttoscienze della Stampa ho letto mercoledì il titolo: "Pescati
gli ultimi merluzzi di Terranova".
- Sabato 6 settembre
Caro Enrico Deaglio, ero certo che lo svelamento della ragazza portabandiera
nella fotografia manifesto del maggio francese non sarebbe sfuggito al
tuo occhio clinico come al mio nostalgico. Io però, su Repubblica,
ho ricordato una bandiera vietnamita, tu sul Diario una cecoslovacca. Qui
dove mi trovo non posso controllare. Forse sarebbe più bello che
avessi ragione tu: vorrebbe dire un precoce apprezzamento, fino allo sbandieramento,
della primavera di Praga, che sarebbe stata stroncata poi dai carri armati
sovietici dell'agosto. Io ebbi, grazie a Dio, quel precoce apprezzamento,
ma mi pare di ricordare che fummo abbastanza pochi. (Pochissimi poi nel
rispetto e l'omaggio rivolto al suicidio col fuoco di Jan Palach). La bandiera
vietnamita sventolava da tempo senza dissensi. Da' un'occhiata: c'è
la stella? E poi fammi sapere.
- Venerdì 5 settembre 1997
Mi dicono alcuni miei interlocutori che si occupano del carcere dal
lato opposto al mio, quello della gestione: "Ma tu esageri, ne parli
comunque come di un orrore, così qualunque miglioramento, qualunque
sforzo, diventa inosservato". E' effettivamente un problema. Io apprezzo
senza riserve gli sforzi di far meglio, dal più modesto agente penitenziario
fino ai massimi responsabili della macchina. Anche il più piccolo
gesto di buona volontà è prezioso, in un simile luogo a fondo
perduto. Inoltre, ho imparato da tempo che vuotare il mare col secchiello
è un'impresa inutile, ma non perciò meno degna. Bisogna però
sapere che di questo si tratta. Ricevo un numero ingente di lettere di
detenuti che disegnano un quadro disperante.Leggo con una faticosa assiduità
le cronache locali dei quotidiani, quelle in cui non manca mai il trafiletto
sul carcerato che si è impiccato, e aveva da scontare cinque mesi,
sull'altro che si è soffocato e aveva rubato un paio di scarpe a
un altro barbone alla stazione, su un altro ancora che si è ammazzato
dopo che gli era stata diagnosticata l'infezione da Hiv, e un altro che
si è ammazzato dopo una sequela di gesti di autolesionismo, che
era tossicodipendente. (Non sono modi di dire: sono persone con nome e
cognome, morti suicidi nell'ultima settimana d'agosto a Milano, a Monza,
in Sardegna). In realtà non c'è niente da fare.So apprezzare
i dettagli: nell'inverno che arriva sarà permesso, a quanto pare,
nel mio carcere indossare dei soprabiti: finora non si poteva. Farà
meno freddo. Ma, al sodo, non c'è niente da fare: salvo che si assista
d'un tratto a qualcosa di diverso, di importante. Lo dirò grossolanamente:
che vadano fuori di galera, in un colpo solo, diecimila, quindicimila persone.
Un quinto, un quarto dei prigionieri attuali. E che, in proporzione, le
risorse materiali, le energie umane, così liberate, siano riconvertite
alla cura delle misure alternative, del lavoro interno ed esterno, all'ascolto
e all'assistenza personale dei detenuti. In quel momento direi che il carcere,
e il sistema che gli scivola dentro come in un pozzo scuro, restano un
inferno, ma che qualcosa si può tentare. Quando una macchina schiaccia
sotto la propria inerzia ogni tentativo di ridarle una guida, bisogna ammettere
la situazione e smettere di girare a vuoto il volante con la divisa da
macchinisti. Il paradosso non è il mio, ma quello di chi pretende
andare di avanti allo sbaraglio. Se uno si impicca avendo da scontare cinque
mesi, e un altro si soffoca dopo aver rubato le scarpe a un barbone rivale,
qualcosa di mostruoso e di infame succede. Credete che siano meno di diecimila,
quindicimila, i criminali di questa taglia nelle galere italiane? Vi sbagliate.
Ma allora, l'allarme per la microcriminalità eccetera? Non lo sottovaluto
affatto.La maggioranza delle persone possiede poco, e dunque è più
spaventata da chi ruba poco, che dai grandi ladri e corrotti. Quelli rubavano
troppo per essere un pericolo per il patrimonio e l'incolumità della
piccola gente. Ma tenere in galera uno cinque mesi in più o in meno
è un ben povero rimedio.Offrirgli invece un modo di sbarcare il
lunario e di fare delle cose degne può, in molti casi, essere un
rimedio.Le persone inesperte resterebbero sbalordite di scoprire come sia
vicina, per molti piccoli "delinquenti", la soglia che separa
i loro spiccioli reati dalla disponibilità e persino l'aspirazione
a una forma di vita guidata dalla buona volontà e dalla solidarietà
col prossimo. Ogni tanto, a proposito del lavoro ai detenuti, qualcuno
obietta: perché dare a loro un lavoro tolto alle persone oneste
che ne hanno bisogno? In realtà - come per il lavoro degli immigrati
- non si tratta quasi mai di questo.Il lavoro dei detenuti dovrebbe diventare
un modo di attività alternativo del sistema che oggi si chiama penitenziario,
qualcosa che rimpiazzi la "pena", e che sostituisca la trista
e umiliata fatica della custodia zoologica dei corpi reclusi con la collaborazione
cooperativa in attività utili, intelligenti, altruistiche - e impegnative,
anche. Chi parla del carcere non cerchi piccoli voti di sufficienza per
qualche medicazione premurosa (ce ne fossero, del resto!). Ammetta l'orrore,
e decida: o provare a ricominciare mettendosi fuori, o ricadere dentro,
e tacere.
- Giovedì 4 settembre
Fra i prigionieri ce n'è uno anziano, si chiama Michi, è
venuto a scontare un avanzo di pena di pochi mesi che risale a chissà
quanti anni fa. E' piuttosto solo qui dentro, lo era anche fuori, a La
Spezia. Abita in una roulotte, mentre era dentro ha saputo che gliel'hanno
svaligiata. Passa per bizzarro, è senz'altro il detenuto che legge
di più. Legge tutto quello che trova.Mi si è avvicinato all'aria
e mi ha dato un foglietto stropicciato e scritto a stampatello.Lo ricopio.
"La luce. Tristi, freddi, col ghiaccio nel cuore e il buio nell'anima.
Così trascorro i giorni della mia esistenza. Già mi vedo:
solo, senz'acqua e scarso di viveri, al centro di un deserto senza fine.
E' vero, questo mi spaventa. Perché io so che, se voglio vivere,
devo attraversare quell'immenso mare di sabbia, in compagnia di nessuno.Eterno
è il giorno per me. Lunga è la sera.Giunge la notte. Ma sempre
più lontana si fa l'alba. Sono solo, isolato dal mondo, eternamente
solo con me stesso.Tutti i miei pensieri e le mie fantasticherie si perdono
nel nulla. Poi, assorbite dalla forza di gravità, come vapore acqueo,
si innalzano nel cielo.Vanno, errando nello spazio sterminato, alla ricerca
di una meta che non esiste.Io guardo, e nulla vedo. Mi metto in ascolto,
ma non percepisco alcun suono.Cammino barcollando nel buio, cerco a tastoni,
so che mi manca qualcosa, ma non riesco a sapere che cosa. Ma, nonostante
ch'io sia giunto quasi al termine del mio viaggio, ogni istante mi giro
attorno e guardo - guardo, cerco con la speranza che prima o poi (anche
attraverso le tenebre) scorga un lumicino lontano.Una luce.Quella luce
che rischiara l'anima. E che, una volta scesa su di me, mi sia la portatrice
di pace, vita e speranza".
- Mercoledì 3 settembre
Ieri notte c'era molto vento, faceva sbattere una finestra da qualche
parte, e rotolare una bottiglia di plastica nel cortile. Mi sono svegliato.Ho
sentito un rumore di ala strascicata, di un passo zoppo. Sono restato zitto.
E' andato avanti per tutta la notte.
Mi fu assegnato, come a tutti, un angelo custode. Ero irrequieto, avevo
l'argento vivo addosso. Feci un salto dal tettuccio di una baracca a un
oleandro.Il ramo si ruppe, mi aggrappai al tronco e scivolai giù.
Me la cavai con un po' di sbucciature. L'angelo però restò
schiacciato, si spezzò un'ala e si storpiò il piede sinistro.Da
allora arrancava penosamente per tenermi dietro. Certe volte piangeva,
pensava che mi vergognassi di lui. Bisognava avere molta pazienza. Ci furono
periodi in cui lo piantai dov'era, e vissi per un po' senza angelo. Poi
tornavo a prenderlo, perché gli sono legato.S cherzavo con lui:
sei il mio angelo custodito.
Non ha mai fatto un'obiezione, ma credo che non fosse d'accordo di venire
qui. Del resto, forse per una gelosia degli agenti di custodia, in carcere
gli angeli custodi per regolamento non sono ammessi. Avevo lasciato il
mio in magazzino, con la penna stilografica, i libri rilegati, una cintura
di accappatoio, e una scatola di aspirine effervescenti - anche le aspirine
effervescenti sono vietate.
- Martedì 2 settembre
Ci fu un Consiglio supremo delle Agenzie fotografiche mondiali. Fu emanata
una fatwah. Ogni fotografo, in qualunque parte del mondo, era tenuto a
scovare e fotografare l'infedele D.S. Furono stabilite le taglie - tariffe,
le chiamano, nella lor lingua, quei fondamentalisti. L'inseguimento durò
undici anni, e si fece sempre più serrato. La fine arrivò
nell'agosto del 1997. L'infedele, e un suo compagno recente, un musulmano,
furono trovati e circondati in Sardegna. Fuggirono in aereo, ma non andarono
lontano. La notte dopo a Parigi un commando di sette persone in motocicletta,
armato di teleobiettivi di lunga gittata, li braccò fin dentro un
tunnel, dove il decreto si compì. Dio è grande.
- 30 agosto 1997
Caro Guido Rampoldi, ho letto su "La Repubblica delle donne"
l'articolo sulle donne in Afghanistan, e mi ricordo dei tuoi bei reportage
da quell'infelice paese.Un anno dopo, le botte e i bavagli imposti alle
donne "che mostrino la bocca, o camminino sole, o ridano, o calzino
scarpe che facciano rumore" sono più brutali di prima: in compenso,
da noi non se ne parla più. Il tuo resoconto è agghiacciante,
la tua denuncia fa fremere. Che cosa si dovrebbe fare? (Non parlo per me,
io non posso fare niente). A Sarajevo si era disperati, ma si seppe che
cosa fare. In Algeria, fino a poco fa, sembrava che non si potesse fare
niente: ora, benché il macello continui, si vede a chi rivolgersi,
chi sostenere, con chi lottare. Ma a Kabul? Parlarne, certo. Tagliare le
retrovie internazionali dei Taliban, certo: ma con quali speranze prossime,
in un paese da cui anche la Croce rossa è fuggita? Intanto vorrei
dire una cosa a proposito della discussione tormentata e spesso incomprensibile
sulle violenze sessuali da noi. Se tu sei ebreo, se tu sei zingaro, puoi
vivere nel posto più civile e sicuro, ma sai che può succedere
che ti prendano, ti deportino, ti insultino, ti torturino e ti ammazzino,
perché sei ebreo, perché sei zingaro (perché sei armeno,
perché sei curdo, perché sei negro). Alcuni di noi non sono
ebrei, né zingari, né negri. Questo li rende involontariamente
rassicurati, e oscuramente inquieti. Rassicurati di essere al riparo dal
genocidio per ragioni di nascita, inquieti per il pensiero inevitabile
di poter diventare a loro volta persecutori e carnefici per fanatismo di
razza o di religione o di colore. Questa ombra oscura anche i nostri rapporti
personali, li sposta verso una diffidenza o un eccesso di identificazione.
Ora, le donne, tutte le donne, anche a Roma, o a Los Angeles, sanno che
in buona parte del mondo le donne, le bambine, vengono prese, mutilate,
recluse, infagottate, bastonate, derise. Questo regola il nostro rapporto
con le donne, e viceversa. Anche quello che noi facciamo, o no, uomini
e donne, per le bambine di Kabul, influenza la nostra vita quotidiana,
e perfino i nostri rapporti personali con le "nostre" donne.
- Venerdì 29 agosto
Cari parlamentari che vi occupate di carceri, l'Italia ha un grandissimo
modello di indagine sociale, che è l'inchiesta Sonnino-Franchetti.
Se qualcuno di voi ne avesse voglia, in un campo assai più delimitato,
ma con altrettanta curiosità e ambizione, potrebbe documentare l'esistenza
di due Italie penitenziarie, una fino a Roma, l'altra a sud di Roma. Fra
le galere di queste due Italie c'è un abisso: quelle fino a Roma
sono penose discariche umane in cui qualche persona di buona volontà
si aggira per soccorrere i detenuti, quelle a sud hanno altre strutture
materiali, altre leggi, altri gesti e linguaggi, dominati dalla brutalità.
Al centro-nord la legge Gozzini lavora a vuotare il mare col secchiello;
al sud non esiste. C'è, nelle galere, una divisione infernale in
gironi: 41bis, ammassi di nordafricani, reparti di tossici, e via risalendo,
fino a più normali gabbie da zoo. E c'è inferno e inferno:
quello della Campania, della Calabria, della Sicilia, guarda all'altro
come a un giardino pubblico. Quando la Lega ha chiesto per i suoi prigionieri
galere venete per veneti, ha mostrato la direzione dei tempi.
- Giovedì 28 agosto
Caro redattore del Foglio, ti ringrazio molto per questa lunga ospitalità
quotidiana. Oltretutto, decifrare ogni giorno questi pezzetti, scritti
a mano per ragioni di necessità, dev'essere un'incombenza faticosa.
E' inevitabile che ne scappino degli errori, di cui non mi lamento. Qualche
volta, nell'ansia gentile di correzione ti capita, come a tutti i buoni
maestri, di eccedere nello zelo. Per esempio l'altro ieri, quando è
uscito un pezzo in cui informavo, chissà perché, della vendita
di lombrichi alla foce dell'Arno. In realtà avevo citato un cartello
che diceva: "Si vendono l'ombrichi d'Arno". Elle apostrofo ombrichi.
E' la variante inversa a quella per cui a Napoli un titolare di furgoncino
chiamato Ape dice: "Tengo la lape". Grazie a te, e alla comprensione
benevola dell'ettore.
- Mercoledì 27 agosto
Cara Silvia Giacomoni, nel tuo articolo sulla nuova traduzione del
Vangelo si spiegano le questioni legate alla espressione "piena di
grazia" ("gratia plena" nella Vulgata di San Girolamo).
In realtà il significato è: "Rallegrati - è l'angelo
che fa il suo annuncio a Maria - tu che sei riempita di grazia da Dio".
Per non turbare la tradizione, la vecchia dizione è rimasta: decisione
saggia, perché le cose che si sono imparate a memoria da bambini
sono più importanti del loro significato esatto. Mi ricordo che
quando ero bambino durante un pranzo chiesi a una qualche signora se fosse
sazia: "Sei piena?" Mia madre mi spiegò che non si doveva
mai dire "piena" a proposito di una donna. Non dubitai che avesse
ragione, ma non riuscivo a capire come mai con la Madonna si potesse, "piena
di grazia".Ci pensavo ancora quando incontrai le lingue scandinave
che, pur bevendosi là moltissimo, non hanno una parola per dire
"ubriaco", e dicono "pieno". Dunque veniva così:
"Ubriaca di grazia", che in apparenza è scandaloso, in
realtà è un'espressione meravigliosa, no?
- Martedì 26 agosto 1997
Caro Marco Belpoliti, amando anch'io i vermi, e tutto ciò che
striscia e scava, ho letto di gusto il tuo articolo sull'ultima opera di
Darwin dal titolo affascinante: "La formazione del terriccio vegetale
per l'azione dei lombrichi". All'epoca di Darwin, un po' più
di un secolo fa, in un ettaro inglese c'erano 132.889 lombrichi, per un
peso di quattro quintali. Ma come stanno i lombrichi contemporanei? (A
Bocca d'Arno, dove li vendono ai pescatori, un cartello dice: "Lombrichi
di arno"). Ho appreso così che la curatrice Milli Graffi segnala
la derivazione dal Darwin dello sprofondamento e del rimescolamento, di
Lewis Carroll che fa cadere all'indietro sotto terra Alice alla ricerca
dei sedimenti della propria identità. Mi procurerò il volume:
così potrò farmi un'idea anche della parentela fra quest'archeologia
e il Marx della struttura e della sovrastruttura (e, negli esegeti della
sovrastruttura di prima istanza, di seconda istanza eccetera). Perché
quest'idea verticale degli strati profondi, che vede la natura, la società
e le persone come edifici tirati su dalle fondamenta ai piani alti, magari
eleganti, ma superflui, ha prodotto almeno altrettanti danni che guadagni
(come testimonia l'ambiguità della domanda: "Che cosa c'è
sotto?"). A proposito di cose ben scavate, quand'è stato che
la talpa ha soppiantato il lombrico, e perché?
- Sabato 23 agosto 1997
Cari Marta, Kemal, Monica e Toni, a costo di sembrarvi indiscreto,
vorrei usare un episodio della vostra famiglia per spiegare quello che
ho capito del delicato problema dell'immigrazione extracomunitaria. Toni
era a Sarajevo come inviato, e con una collega incontrò il piccolo
Kemal, ferito gravemente dalla granata che aveva ucciso la sua giovane
madre, che lo teneva in braccio.Il padre del bambino era soldato, la nonna
implorò di salvarlo. Lo misero in auto, in mezzo ai bagagli e alle
apparecchiature televisive, e riuscirono a portarlo via.Quando furono al
sicuro, Toni telefonò a Monica, a casa a Milano, e la piccola Marta
ascoltava la conversazione. "Ho un bambino ferito: posso portarvelo?"
Monica rispose: "Ma Toni, cosa mi chiedi: ne puoi portare anche dieci".
Marta a quel punto fece un viso allarmato e disse: "Mamma, dieci no!"
Così Marta conquistò il suo primo fratellino.
- Venerdì 22 agosto 1997
Cara amica, la prigione, sai, è una macchina del tempo. Molti
aspettano, lasciandosi succhiar via il presente: il loro tempo ricomincerà
un giorno, quando sarà finita la pena, magari fra tanti anni.Intanto,
tempo cancellato. Qualcuno trova, o cerca di dare un senso al tempo che
passa: scelta forte, in apparenza, ma insidiosa e ambigua, come collaborare
a un sequestro, prestarsi a una violenza.Qualcuno si misura col passato.Questa
forse è la possibilità meno vile.Non parlo solo dei ricordi.
Parlo delle cose che ancora possono avvenire nel nostro passato, o di quelle
avvenute che adesso prendono un nuovo significato. Si è privati
della vita da vivere, e tuttavia si scampa alla dannazione di fantasticare.
Autorizzare l'immaginazione a visitare e a dare nuova luce alla vita vissuta,
ecco un modo leale di lasciar scivolare un futuro nel proprio passato.
Ogni tanto, in questi edifici del tempo devastato e pestato, anche uno
spirito coriaceo ha un mancamento.Può darsi per esempio che un programma
televisivo naturalistico, alle otto di mattina, mentre passa il carrello
del latte che non ha più bisogno del bromuro per ottenere l'effetto,
pronunci la frase: "Per far crescere di un centimetro una stalattite
occorrono cento anni".
- Giovedì 21 agosto 1997
Cari detenuti di Padova, pubblico un brano della vostra lettera, con
la solita avvertenza che non sono in grado di verificare quello che dite
- avendo del resto un irresistibile pregiudizio in favore dei prigionieri,
per fatto personale. "Vediamo che hai accolto con fiducia la nomina
del dottor Margara a capo dell'Amministrazione penitenziaria.Per uno scherzo
delle coincidenze, a noi detenuti del Penale di Padova è capitata
una tegola in testa.All'improvviso il direttore ha chiuso le sezioni che
erano sempre state aperte per la socialità dalle 9 alle 11,30, dalle
13,30alle 15,30, e dalle 18 alle 19,45.Nell'ordine di servizio affisso
si giustifica questo provvedimento, dichiarato 'irrevocabile', con disordini
avvenuti al 1° piano. Ora, il 1° piano è adibito a Giudiziario,
è popolato quasi esclusivamente di extracomunitari in attesa di
giudizio e non è mai stato aperto: quindi la ragione non può
essere questa.Capisci che essere precipitati d'un tratto a una chiusura
rigida è stato per noi un brutto colpo".
- Mercoledì 20 agosto 1997
Una delle compagnie estive di cui sento più la mancanza è
quella subacquea dei polipi. Per giunta, mentre sto qui tristemente all'asciutto,
leggo dell'attacco sferrato da una studiosa texana di polipi, calamari
e altri cefalopodi, Joan Boal, a quello che secondo lei è il mito
infondato dell'intelligenza di queste mirabili creature. Oltretutto, pare
che dica la scienziata, a che servirebbe ai polipi una speciale capacità
d'apprendimento, dal momento che la loro vita è breve e per lo più
solitaria? L'osservazione mi induce a pensieri ansiosi su Joan Boal. Naturalmente,
i polipi da acquario, come gli antichi negri da cortile, fanno benissimo
a fare i finti tonti negli esercizi dell'addestratrice. Ma a incontrarli
fuor di cattività, i polipi sono capaci di colpi di genio che non
riferirò, per non tradirli. Tutti sanno comunque che vanno pazzi
per le cose luccicanti, carta stagnola, viti e chiavi, medaglioni. A uno,
un paio d'anni fa, alla riserva dello zingaro, regalai una moneta da 500.
Allungò un tentacolo, lo tirò nella tana, e mi diede una
moneta da 200 di resto. Vaglielo a spiegare, alla Boal.
- Martedì 19 agosto 1997
Mi arriva, col visto della censura che si applica alla corrispondenza
dei detenuti sottoposti al 41bis, una lettera di Matteo Boe. Ricordo di
lui solo alcuni titoli giornalistici, sequestri di persona (di bambinini,
forse), una clamorosa fuga dall'Asinara. E' un fatto che, una volta che
le persone finiscono in galera, la ragione che ce le ha portate sbiadisce
di fronte alla strettezza della gabbia comune. Mi dice dell'idea presto
caduta di fare una protesta pacifica contro gli eccessi di rigore del 41
bis, e della sua decisione personale: "Dal canto mio, nella solitudine
della cella di punizione, continuo il mio sciopero solitario della fame,
sicuro di essere nel giusto".
- Venerdì 15 agosto 1997
Cari Uberto Morozzo e Daniela Mobilia, ho ricevuto con vivo piacere
il libro che mi avete spedito. Intanto, perché l'hanno scritto bambini
bosniaci. Poi, per la notizia sulla vostra associazione "Gemelliamoci
per la pace", grazie alla quale ben tremila bambini italiani corrispondono
coi loro coetanei di Sarajevo, Konjec e Blagay: infine, perché la
casa stampatrice, la Sinnos, fa lavorare giovani reclusi di Rebibbia. Nel
vostro caso, perfino la rapace parola "sinergie" ha una buona
applicazione. Pubblico, se non vi dispiace, il vostro indirizzo - Viale
dei Quattro Venti 136, 00152 Roma - per il caso che qualche lettore voglia
procurarsi il volume. (E anche perché abitai lì vicino, e
il nome del vostro viale mi sembrava meraviglioso).
- 14 agosto 1997
Caro Nicola, figlio mio, avvilito com'ero di essere destrimane, fu
una gran consolazione che tu almeno fossi mancino. Ora un signor Amar Klar,
genetista, crede di aver dimostrato che i destri sono l'82 per cento dei
nati, e possiedono un particolare gene. Del restante 18 per cento privo
di quel gene, la mano preferita dipenderà equamente dalla sorte:
metà mancini, metà no. Il "Lefthander Magazine"
si è congratulato. In effetti, la storia del gene in più
vuol dire questo: che noi destrimani siamo condannati a essere tali. Invece
quelli che non hanno quel gene di troppo sono liberi di diventare destri,
o sinistri, o ambisinistri. Ecco confermata la superiorità dei mancini.
Ciao.
- 13 agosto 1997
In Giappone, dunque, il 99 per cento dei processi criminali si conclude
con la condanna. Nove imputati su dieci confessano. Ricorre in appello
il sette per cento dei condannati.Le condanne a morte vengono eseguite
senza preavvisare i morituri, né i loro parenti. Questo per quanto
riguarda gli umani. Dello sterminio di balene, delfini, tonni, e altre
creature superiori, si sa.Essere donna in Giappone: ecco una vera disgrazia.
Pochi anni fa il Mulino ha tradotto un libro vivace: "Bisogna imparare
dal Giappone". Trattava di economi. Da molte cose scampaci, Signore.
Specialmente dal Giappone.
- 12 agosto 1997
Caro Stefano Bartezaghi, avendo appena letto il tuo articolo sul "Burocratese",
comprese le mie inaspettate citazioni, vorrei mandarti un breve campionario
del corrente lessico penitenziario. Mi è arrivato un definitivo.
Ci ho la camera di consiglio per i giorni. M'hanno dato il cumulo giuridico,
ma a me mi spettava il quintuplo. Mettiti a modello tredici. Ci ha il quattrocentosedici.
Ancora sto aspettando la sociofamigliare. Faccio il teatro così
sblocco. M'hanno chiuso dalla semilibertà. Ci ho la telefonata premiale.
Il frigo sarebbe ministeriale. E' già passata la terapia? Giovedì
l'aria grande. A prima porta o al cancello centro. Lavorante! Terreno!
Primo! Secondo! Si chiude!
- 9 agosto 1997
Cara sonda Pathfinder, anch'io ormai ti voglio bene e voglio dirtelo, prima
che tiri le cuoia. All'inizio ero perplesso di fronte alla commozione con
cui gli scienziati ti paragonavano al loro forno a microonde. Poi ti ho
visto arrancare con quelle ruote troppo grandi, ho saputo che eri programmata
per morire, e sono stato dalla tua. Sei un Tamagochi sulla scala dell'intero
pianeta; e questo tuo docile fotografare e mandare tramonti rugginosi e
albe rosate mi ricorda il lampionaio dell'asteroide visitato dal Piccolo
Principe, che accendeva e spegneva in continuazione dicendo "buongiorno",
"buonasera", perché il suo asteroide era così piccolo
da fare il giro in una frase. "La consegna è la consegna",
diceva così il lampionaio, e così tu. Da bambino ero turbato
dalla notizia sulla Grotta del cane: ero bassino, e mi chiedevo se sarei
cresciuto abbastanza da cavarmela in una situazione del genere. Ora tu
hai accertato, col tuo metro e settanta di altezza sensori compresi, che
su Marte la temperatura al suolo è di 16-21 gradi, e a 170cm. è
già di 27 gradi sotto zero. Copriti bene. Attenta alla ruggine.
Buongiorno. Buonanotte.
- 8 agosto 1997
Gentile ministro Flick, vorrei tornare sulle affermazioni del "pentito"
Gaspare Mutolo, secondo cui "le guardie sputano e pisciano" nel
vitto dei detenuti sottoposti al regime del 41bis. Lei dice giustamente
che abusi o violenze, se avvengono, devono essere denunciati, e difende
l'operato della polizia penitenziaria. Di quest'ultima, io non posso neanche
immaginare, qui dove mi trovo, comportamenti simili. Credo però
che i mafiosi grandi e piccoli si facciano un loro punto d'onore di non
ricorrere a denunce; e se ne guardino, oltretutto, perché le denunce
di maltrattamenti vengono interpretate, nel loro ambiente, come un'avvisaglia
di imminente "pentimento". Per questo mi sembrava che frasi come
quelle del Mutolo fossero per loro conto delle gravi "notitiae criminis",
tali da richiedere una verifica giudiziaria, e l'attenzione dell'opinione
pubblica. Se poi si accertassero come calunnie, o voci irresponsabilmente
raccolte dal famoso "pentito" Mutolo, magari per concorrenza
con altri "pentiti" emergenti, anche questo sarebbe istruttivo.
- 7 agosto 1997
Ci sono momenti in cui ci si congratula della propria sorte. Domenica,
nella mia cella, guardavo in tv scene del traffico autostradale e degli
sfollati nelle stazioni ferroviarie, e mi congratulavo. Per giunta, c'erano
i campionati mondiali di atletica: non mi mancava niente, o quasi. Certo,
le donne. Guardavo Marion Jones, guardavo soprattutto Marlene Ottey, che
tornava indietro sconfitta come una dea da una falsa partenza, e poi si
è offesa. Uno studioso molto discusso ha sostenuto che la civiltà
greca antica non aveva avuto una origine nordica e "aria", bensì
africana e semitica. Si chiama Martin Bernal, e il suo libro "Atena
nera".Guardando queste gare ad Atene, ero certo che, qualunque sia
stato l'esordio, l'esito della civiltà della bellezza è questo:
Marion Jones, come un'Atalanta trionfante, e Marlene Ottey, come un'Afrodite
adombrata.
- 6 agosto 1997
Gentile procuratore Vigna, dopo aver letto la sua intervista all'Espresso
ho ripensato a come siano forti le differenze umane, oltre che di idee
e comportamenti, fra le persone che sembrava di poter includere in un qualche
"partito dei giudici". Per esempio fra lei, Di Pietro, Borrelli.
Poi però ho ripensato che sia Borrelli, che Di Pietro, che lei vi
dichiarate cacciatori, e non ne siete pentiti. (Oltretutto, Di Pietro viene
ora in una riserva nostrana come il Mugello!). Mi viene da farle una domanda,
diciamo così, da fagiano: esiste una relazione fra la vocazione
alla magistratura e la passione venatoria?
- 5 agosto 1997
Gentile Giuseppe D'Avanzo, l'intervista sua, su Repubblica di sabato, al
famoso pentito di mafia Gaspare Mutolo era impressionante. Non tanto sul
513, cui Mutolo si diceva favorevole, ma su altri due punti: le dichiarazioni
di Mutolo sugli eccessi commessi, secondo lui, da tutti, compresi i suoi
di accusatori; e le descrizioni su ciò che avviene nel regime carcerario
del 41 bis. Mutolo dice di avere lui stesso mescolato nelle sue collaborazioni
di "pentito" un 80 per cento di verità con un 20 per cento
di bugie. A parte il solito paradosso del bugiardo (come prendere questa
rivelazione? Come vera all'80 per cento?) Mutolo dice che verità
e falsità stavano insieme in racconti sui quali sono stati istruiti
processi e comminate condanne. C'è un 20 per cento di quelle condanne
che era ingiusto? Si può rispondere che nessun accusa di Mutolo
sia bastata a condannare senza trovare riscontri adeguati. E' successo
sempre così? O la parola dei pentiti, grandi e piccoli (Mutolo è
grosso) è bastata a decidere?
Sul 41 bis, cioè lo speciale regime carcerario che si applica ai
mafiosi e altri detenuti ritenuti più pericolosi, Mutolo le ha parlato
con scontata naturalezza di trattamenti brutali: guardie che sputano e
pisciano nella scodella del vitto dei detenuti. Notizie di questo genere,
e peggio, si sentono con altrettanta naturalezza in carcere, che è
del resto un luogo delicato per le voci correnti. Lei stesso ha trascritto
quelle frasi senza battere ciglio. Il giorno dopo una sua collega ha intervistato
il procuratore Vigna ma non gli ha fatto domande su quei due punti. Tuttavia
c'è qualcosa di enorme.Si possono avere opinioni diverse sul 41
bis, come su tutto ciò che riguarda i mezzi della lotta contro la
mafia, 513 compreso. Gli stessi ispettori del Consiglio d'Europa hanno
sottoscritto la loro perplessità nei confronti di quel trattamento.
Ma che si sputi e si pisci nelle pietanze dei detenuti, e la notizia passi
come un'ovvietà senza commenti, questo fa effetto. Lei non è
d'accordo?
- 2 agosto 1997
Ho fatto una passeggiata con Umberto. Cioè: si va avanti e indietro
da un muro all'altro. Si vira un po' lontano dal muro, perché i
prigionieri dicono che porta male arrivare fino in fondo. Umberto è
poco più che un ragazzo, e ha scritto due poesie: una dedicata alla
signora uccisa a Napoli, una a un condannato a morte negli Stati Uniti.
Ne aveva scritte altre, mi dice, ma non erano vere poesie: pensieri più
che altro. Che differenza c'è, chiedo. I pensieri riguardano uno
stato d'animo, dice, le vere poesie raccontano qualcosa. Sono in rima.
Parliamo dell'importanza di sapere le cose a memoria, per quando si resta
soli. Mi dice tutto quello che sa a memoria: il Padre Nostro, ma neanche
tutto, tutte le canzoni di Nino D'Angelo, e la nebbia agl'irti colli, perché
l'ha messa in musica Fiorello. Rimpiange di non aver avuto pazienza da
scolaro. Non è tardi, dico. Gliene insegno una nuova. Tanto gentile
e tanto onesta pare. E' bene che un italiano sappia a memoria tanto gentile
e tanto onesta pare. Gliela dico, e gli spiego l'essenziale. Del resto
imparare a memoria è bello anche se non si capisce tutto. Che cos'è
un sonetto eccetera. Chissà se gli sembrerà un piccolo imbroglio
che, dovendo fare rima con "venuta", uno scriva "vestuta",
invece che vestita. Gli piace che la dolcezza arrivi al cuore passando
attraverso gli occhi. Poi la ridiciamo, in modo da impararla. Finché
la guardia, triste muezzin delle nostre passeggiate, grida: "Si chiudeee".
Una poesia in più.
- 1 agosto 1997
Gentile David Dalby, leggo che nel suo rapporto all'Unesco lei sostiene
che le lingue vive nel mondo sono almeno diecimila, e che quelle a rischio
di estinzione sono poche, molte meno che non si creda. Autorevoli studiosi
hanno convinzioni molto più pessimistiche delle sue. Spero che lei
non si sbagli. Il suo rapporto spiega che la lingua più parlata
è il cinese, e la meno parlata è il Bikya: non so neanche
se si possa dire parlata, dato che a conoscerla è solo una signora
di 87 anni, che vive a Furu-awa, alla frontiera fra Camerun e Nigeria.
Mi dispiace non aver trovato, nei resoconti, il nome di questa signora,
la cui morte personale coinciderà con l'estinzione di una lingua.
Forse, all'inizio, tutte le lingue erano personali, e avevano una parola
diversa per ogni cosa diversa: una mappa verbale del mondo sulla scala
di uno a uno. Poi si sono semplificate, e ordinate alla reciproca comunicazione.
Ora già mezzo miliardo di persone parla inglese, e fra poco tutti
avranno il loro pidgin di scambio. Certe sere, ci sentiremo tutti come
una vecchia signora di Fuku-awa, titolari unici e incompresi di una lingua
preziosa, e molto stanchi.