Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- 31 luglio 1997
La discussione sull'eccesso di intercettazioni telefoniche e ambientali
(quelle autorizzate: figuriamoci quelle illegali) ha un aspetto particolare.
Ci sono situazioni in cui rubare le conversazioni altrui è un sacrilegio,
un peccato mortale. Tempo fa si seppe di una microspia piazzata in un confessionale,
in un carcere. Ma c'è, se è possibile, di peggio. Di recente
si è saputo che erano state registrate le conversazioni tra un padre
detenuto e i suoi figli nel parlatoio del carcere di San Vittore. Quel
signore è molto ricco e probabilmente odioso: lucrava, dicono, sulla
salute della gente. Ma non importa, per questo punto. Il colloquio tra
i carcerati e i loro cari è un avvenimento drammatico. Per quante
volte si ripeta, le persone ci vanno piene di emozione, e ne tornano piene
di emozione. A chi si avvia al colloquio - quattro volte al mese! Lo si
riconosce subito, da come si è pettinato, sbarbato, vestito, rifatto
una faccia cordiale e incoraggiante - gli altri detenuti dicono sempre:
"Buon colloquio", e non è una formula di cortesia. E'
l'augurio che fa a chi vada a un esame, chi sa per esperienza quanto sia
difficile e severo. Il colloquio si svolge nella ressa, nel frastuono,
e sotto gli occhi dei sorveglianti. Che sia anche ascoltato e registrato
da microspie, questo, quando non ce ne sia una giustificazione estrema,
è tristissimo.
- 30 luglio 1997
Caro Marco D'Eramo, leggo e ritaglio tutto quello che riguarda la Turchia,
dove succedono cose molto importanti per la storia del nostro mondo. Ma
avrei perso una notizia essenziale, se non leggessi con scrupolo anche
gli articoli che portano la tua firma, specialmente dopo il tuo bel libro
sui maiali e i grattacieli. Così da un tuo articolo sul Manifesto
ho saputo di un sondaggio Gallup secondo cui i maschi turchi che hanno
i baffi, che erano il 77 per cento nel 1983, sono ora meno del 63 per cento,
e continuano a diminuire. Ho saputo anche che secondo un'inchiesta del
Wall Street Journal i baffi distinguono nella Turchia d'oggi la sinistra
(cespugliosi), la destra (curvati verso il mento), islamici sunniti (tosati)
e alevi (arricciati fin dentro la bocca). E tante altre ghiotte informazioni
pelose. Da tempo ripensavo già alle differenze tra Oriente e Occidente,
vocazioni filocinesi e filocubane, negli anni dei capelloni, come al confronto
fra il faccione glabro di Mao e i visi dei barbudos: simili solo le casacche
militari. Probabilmente uno dei criteri più fruttuosi della storiografia
futura riguarderà la foggia di capigliature e altro pelame maschile
e femminile, e soprattutto di chi decideva dei capelli di chi. A un certo
punto scrivi: "Tutti ricordano il baffuto Omar Sharif che violenta
Peter O'Toole in Lawrence d'Arabia". Io non me ne ricordo affatto.
Peter O'Toole fu violentato - nel film, intendo - appunto in una caserma
di polizia o di militari turchi. L'arabo Sharif fu invece il suo ospite
e amico fraterno e qualunque cosa sia passata fra loro, fu consensuale.
Se non è così, allora io non capii niente: mi dispiacerebbe
ammetterlo.
- 29 luglio 1997
Cari lettori, pochi giorni fa ho parlato del caso di Davide Coen. Davide
è nella mia prigione, ha sessant'anni, è ebreo e condannato
come falsario di valuta (molto gravemente: addebitandogli come valuta falsa
monete di palese imitazione, vendute a prezzi irrisori - ma non importa
che si creda, su questo punto, a lui o a me). E' così disperato
per una condanna enorme che ritiene assolutamente ingiusta che non riesce
a vivere: si mangia il fegato, e non è un modo di dire. E' alto
un metro e 70, pesa 46 chili e, benché cerchi di nutrirsi, perde
ancora peso. In calzoncini nell'ora d'aria estiva, è uno scheletro
da lager. Ha mancamenti improvvisi e frequenti. Ha un enfisema che gli
toglie il fiato, è stato operato all'intestino. Poco fa si è
lasciato andare, benché abbia figli e nipoti che adora, ricambiato.
Poi ha riavuto voglia di farcela, si sforza di mangiare, all'aria abbozza
dei gesti di ginnastica che stringono il cuore, è riuscito per la
prima volta, dopo anni, ad avere un permesso di poche ore. Ma poi cede.
Di notte non prende sonno, poi si sveglia tremando per le crisi di panico.
Teme di morire presto, in carcere. Noi lo guardiamo e temiamo la stessa
cosa. Se succedesse, nessuno dovrà dire di non esserne stato avvertito.
Dopo il mio pezzo dell'altro giorno, hanno cominciato a fargli delle flebo.
Lui è mite, docile. Ma le flebo! C'è una norma che consente
di sospendere la pena per ragioni di salute. Sono venuti dei bravi parlamentari,
l'hanno ascoltato, guardato, sono stati commossi. Io penso che non si possa
permettere questo: uno che si chiama Davide Coen, accusato come falsario,
lasciato a ischeletrirsi allo stremo in una cella, nell'anno 1997. Dunque
ne parleremo ancora e ancora.
- 26 luglio 1997
Gentili praticanti avvocati, vi faccio, anche per conto di altri prigionieri,
gli auguri per la mobilitazione sui criteri di formazione della vostra
- delicatissima, prima che la pelle vi diventi troppo dura - professione
e dell'accesso alla sua pratica. Se nelle riunioni, che sappiamo molto
vivaci, suscitate dalla vostra agitazione, troverete il tempo per discutere
dello stato delle carceri, farete una cosa utile ai detenuti e a voi stessi.
Privi di ogni informazione e tutela dei propri diritti, i detenuti chiedono
una presenza volontaria e stabile di avvocati e aspiranti tali nelle carceri.
Per voi, queste discariche della giustizia sarebbero il luogo più
prezioso di tirocinio professionale e, diciamo così, morale. Cordiali
saluti.
- 25 luglio 1997
Care ragazze detenute del carcere di Pisa, grazie delle notizie. Fa
soprattutto piacere che abbiate ora un corso di trucco, con una giovane
insegnante esperta di cosmesi e di teatro. Ho visto in situazioni estreme
come la cura di sé con tinture avventizie, rossi di fortuna su bocche
sdentate, neri di fuliggine su occhiaie infossate, fosse un modo decisivo
di resistenza delle donne. In un film girato a Sarajevo da Lionello Massobrio,
se ricordo bene, c'è questa scena: una giovane donna scarmigliata,
in una casa in rovina, sta davanti a uno specchio scheggiato e finge meticolosamente
di truccarsi. Passa la mano vuota sulle labbra, sulle guance, sulle palpebre.Mi
è tornato in mente sentendo che voi vi truccate, e fate perfino
scuola di trucco, senza uno specchio davanti - se non il minuscolo specchietto
sintetico che è concesso ai prigionieri. All'opposto di quella donna
bosniaca, avete il trucco e non lo specchio. E' difficile esistere senza
guardarsi allo specchio: anche per essere soli, bisogna potersi specchiare.
Voi potete guardare il profilo dei vostri corpi solo, opacamente, di sera,
nel vetro della finestra. Chissà che il corso di trucco, che ha
così a che fare con le questioni dell'anima, vi autorizzi qualche
specchio condizionale (l'ora per specchiarsi: si potrebbe interpellare
il ministero, se non per la giustizia, per la grazia). Vi saluto, e vi
auguro di tornare presto nel mondo della libertà e degli specchi.
- 24 luglio 1997
Mi abita accanto un giovane di 31 anni, pisano, si chiama Romano Neri.
Il primo giugno 1994 fu fermato in motocicletta a Torre del Lago, dove
era andato a cena. Aveva in una sacca della moto "un coltello a scatto
lungo cm. 22, di cui cm. 10 di lama". L'aveva comprato, gli era piaciuto
il manico di madreperla. Fu denunciato, "con l'aggravante di aver
commesso il fatto (cioè la detenzione del coltello) di notte e in
luogo abitato". Nell'autunno del 1996 arrivò all'indirizzo
di Romano la comunicazione sul processo. Lui era in Bosnia, a Medjugorie.
Non ci stava né come pellegrino né come volontario: non voglio
farlo passare per un santarello.Lavorava da carpentiere nell'edilizia.
Sua madre firmò la carta dell'ufficiale giudiziario e la mise da
parte. Al processo Romano era contumace, e gli fu dato un difensore d'ufficio.
Il giudice riferisce così, in una cartella e mezzo che ho sotto
gli occhi, l'andamento del processo. Viene ascoltato un agente, l'altro
non si presenta. "Appare evidente che l'odierno imputato è
stato fermato di notte in zona abitata in possesso di un coltello".
"L'imputato d'altronde durante il dibattimento non ha apportato alcun
elemento atto a contrastare la fondatezza degli elementi apportati dall'accusa".
Non so se il brano appena citato sia rituale, so che è surreale.L'imputato
è contumace, non sa neanche di essere processato, e si dichiara
che "non ha apportato".
Dunque: "Si ritiene equa la condanna dell'imputato a mesi 20".
Romano rimase a Medjugorie, ma senza ricavarne grazie: anzi, non sapendo
niente, lasciò che i 30 giorni previsti per ricorrere in appello
passassero. Tornò questa primavera, e fu portato nella cella qui
accanto. Infatti "i precedenti penali non consentono la concessione
dei benefici di legge". Nel 1992 aveva avuto una condanna per un furto,
confessato.
Penso che questo ragazzo dovrebbe andare ad abitare fuori di qui; a casa
sua, per esempio. Ma resta il fatto, per me enorme, che uno che ha un coltello
non autorizzato nella sacca della motocicletta riceve in contumacia una
condanna a venti mesi. Non so se ci sia del metodo in questa pazzia, o
della pazzia in questo metodo.
- 23 luglio 1997
Stavo ancora tergiversando pavidamente sulla decisione di chiedere
a qualche mio coinquilino di insegnarmi l'arabo - un po' per pigrizia,
un po' per non fare programmi a lunga scadenza, e nemmeno a breve - quando
ho letto sull'Unità il sunto di un saggio su "Nature"
a proposito dei collegamenti neuronali nel lobo cerebrale frontale detto
area di Broca, che spiega la facilità del bilinguismo infantile,
e la difficoltà dell'apprendimento delle lingue in età spinta,
quando l'area di Broca è ormai occupata. Poi ho letto sul Corriere
della Sera una bella recensione di Massimo Piattelli Palmarini al libro
di Steven Pinker sull'"Istinto del linguaggio", in cui si cita
la lingua creola del sud del Pacifico, spontaneamente creata da bambini,
oggi vecchi, che aggiunsero al povero "pidgin" dei genitori strutture
come gli articoli, i tempi dei verbi, gli ausiliari e così via.
Così si viene a sapere che i bambini non solo apprendono - sia pure
con una superiore duttilità - la lingua degli adulti, per imitazione,
ma possono, per un istinto grammaticale e sintattico, arricchirla e pressoché
reinventarla. Dunque vado avanti parlando italiano coi vicini arabi. Loro,
benché non siano più bambini, hanno ancora un posto sorprendente
nell'area di Broca.
- 22 luglio 1997
Gentile Niccolò Ammaniti, ho visto che un suo racconto, suo
e di Luisa Brancaccio, intitolato "Seratina" - mi scuso di non
averlo letto - ha per protagonisti dei ragazzi che vanno a finire la loro
serata brava ammazzando a pistolettate un canguro in una gabbia dello zoo.
Qualche giorno fa un gruppo di ragazzi ha massacrato un cucciolo di tapiro
in una gabbia dello zoo di Roma. Lei si è detto spaventato della
coincidenza, e si capisce. Non so perché lei abbia escluso che non
si trattasse di coincidenza, ma di un adempimento di lettori. Certo, qualche
sciagurato le avrebbe magari rimproverato di essere un cattivo maestro.
Ma, siccome è sensato essere pessimisti, guardi quali conseguenze
si trarrebbero dall'eventualità che i ragazzi veri si fossero ispirati
al suo racconto. Primo: anche la lettura può servire a far male.
Secondo: anche l'invenzione di un orrore come la violenza a un animale
innocente può essere perfezionata, sostituendo ai colpi di pistola
le sprangate. Terzo: immaginiamo quei ragazzi veri che all'indomani della
bravata, lettori come sono, leggano anche il giornale: "Massacrato
allo zoo un cucciolo di tapiro". Uno dei ragazzi guida gli altri:
"Ao', v'avevo detto io che nun era 'n canguro".
- 19 luglio 1997
Vorrei segnalare, senza scopo di lucro, un mio breve pamphlet sul carcere
appena uscito nelle edizioni Millelire col titolo: "A doppia mandata".
(Non so se sia già arrivato nelle librerie). Vorrei inoltre fare
una prima e laconica segnalazione circa un mio amico detenuto qui a Pisa,
nonno sulla sessantina. E' condannato per falsa monetazione, per aver fabbricato
imitazioni, deliberatamente e vistosamente cattive, di monete varie. Ha
trascorso anni in galera, altri molti lo aspettano. Ciò è
pazzesco. Ma non ho qui lo spazio di argomentarlo. E' malato, soprattutto
di dispersione. Posso dire che non espierà la pena, perché
morirà qui dentro. Basta guardarlo. E' alto un metro e 70. Pesa
46 chili. Ora che è estate e lo guardo spogliato all'aria, col viso
intelligente e spaventato, e il corpo scheletrico da internato in un lager,
sono molto scosso. Lui ha al collo una catenina con la stella di David,
e si chiama Davide Coen. Un uomo scheletrico che si chiama Davide Coen
ed è stato condannato spropositamente come falsario: se non l'avessi
qui accanto, con gli occhi sbarrati e il fiato corto, penserei a un'orribile
barzelletta antisemita. Ne parlerò ancora.
- 18 luglio 1997
Da ragazzo mi fidavo della storia, poi sono scappato e mi sono rifugiato
nella geografia. La storia andava in una direzione: perciò sembrava
piena di senso. Ci andava fischiando e sbuffando vapore: la locomotiva
della storia.Del resto ho conservato una nostalgia per quei viaggi. Perciò
amo specialmente le città nelle cui stazioni muoiono i binari. Trieste,
Venezia. La prima volta in cui pensai all'insensatezza della geografia
la attribuii alla Svizzera. Ero alla periferia di Ginevra, e un cartello
segnaletico diceva: Toutes les directiones. Che controsenso. Come poteva
universo di una strada portare in tutte le direzioni? Quei cartelli si
diffusero poi anche da noi, man mano che le idee rotatorie si rivalevano
di quelle rettilinee. Grazie alla geografia, dovunque siate potete andare
in tutte le direzioni. Per la storia, tutte le strade portavano a Roma.La
geografia sapeva essere più tortuosa, sapeva cercare l'est passando
per ovest. A Firenze c'è un modo di dire proverbiale che significa
una cosa strampalata fino all'assurdo: "Andare a Roma passando per
il Mugello". Roma infatti è a sud di Firenze, il Mugello a
nord. Nel Mugello anzi si può andare in esilio, per voltare la faccia
a Roma, come successe al curato di Barbiana. Ma di don Milani ne nasce
uno ogni tanto, e in vita - perfino in morte - restano bassi nei sondaggi:
soprattutto, bisogna diffidare delle imitazioni. Dedico questi pensierini
a Di Pietro, nel momento in cui ha deciso di andare a Roma passando per
un collegio del Mugello. Con tanti auguri.
- 17 luglio 1997
Brani da una lettera dal carcere di Secondigliano: "Sono affetto
dal maledetto virus Hiv. Sono ristretto nel reparto di malattie infettive,
con carenze sanitarie enormi. Fuori si parla di inibitori delle proteasi,
Interleuchina 2 e G.P. 130, 140, 150, 160; qui dentro si muore, c'è
gente con gli anticorpi a 10 CD4, a 15 CD4 e non ci sono i nuovi farmaci.Imedici
si limitano a un parere di compatibilità. Quando si accorgono che
stai per morire ti fanno scarcerare. Prima un malato con i CD4 inferiori
a 100 linfociti con malattie correlate all'infezione Hiv veniva scarcerato.
Ma letta quella famosa storia di quei tre ragazzi di Torino, i giornali
li battezzarono la banda dell'Aids, e hanno rovinato altri 2.200 detenuti.
Adesso che quei tre poveri scemi sono morti tutti e tre, i giornali non
hanno sprecato un rigo. Di quei detenuti malati che erano stati scarcerati
solo l'1 per cento aveva commesso altri reati. La Direzione sanitaria qua
in questi mesi ha scarcerato tre persone le quali sono morte dopo un mese,
l'ultimo un ragazzo di nome Giuseppe Patruno con 20, dico 20 anticorpi
e una dermatite Ipsoria, che era irriconoscibile. Anche noi qua abbiamo
iniziato uno sciopero della fame; subito ricattano i poveri ragazzi malati
tossicodipendenti, perché loro non curano l'Aids ma rimbambiscono
i malati con gli psicofarmaci. C'è un ragazzo paralizzato: non lo
fanno uscire. Mi scuso con lei per averla disturbata".
- 16 luglio 1997
Caro Michele Serra, ho letto il pezzo in cui lamenti che le azioni
contro i criminali di guerra nella ex Bosnia, al servizio del Tribunale
dell'Aia, siano condotte dalla Nato, cioè da un'alleanza di Stati,
piuttosto che dalle truppe delle Nazioni Unite. E' un desiderio giusto
quanto difficile da veder realizzato, nella condizione attuale dell'Onu.
Tuttavia occorre ricordare che l'intervento della Nato, determinante nella
fine della pretesa guerra in Bosnia e poi nell'applicazione degli accordi
di Dayton, è avvenuto per voto e delega delle Nazioni Unite. Possono
esserci opinioni differenti su azioni di commando per arrestare i criminali
di guerra ricercati e consegnarli all'Aia: se rientrino o no nel mandato
di Dayton eccetera. (Io le considero gravemente tardive, e giuste). Si
può anche essere preoccupati degli squilibri interni ai comandi
Nato, e alle logiche di convenienze esterne che guidano, più delle
ragioni di merito, le scelte di azione. Ma finché l'Onu non sia
messa in grado di far autonomamente rispettare le proprie decisioni, è
inevitabile che faccia ricorso alle strutture esistenti (comprese le forze
congiunte di gruppi di Stati, come in Albania). Purtroppo, in Bosnia, la
presenza diretta dei caschi blu aveva fatto, troppo a lungo, un servizio
inetto, quando non scandaloso. La volontà politica conta infatti
molto di più del colore dei berretti. Ciao.
- 15 luglio 1997
Cari detenuti di Bologna, abbiamo letto con allarme un articolo sul
"Manifesto" che descriveva una condizione gravissima del carcere
della Dozza, e annunciava l'inizio di uno sciopero della fame di tutti
i detenuti, donne e uomini. Poi non siamo riusciti a saperne altro. Sappiamo
che c'è a Bologna una commissione comunale che indaga sul carcere:
con qualche difficoltà, immaginiamo, dato che l'accesso alle galere
è consentito ai consiglieri regionali e provinciali e non, assurdamente,
a quelli comunali. Del resto le notizie - due suicidi fra maggio e giugno,
i tentati suicidi, l'omicidio, lo scorso settembre, di un detenuto franco-algerino
- sono tali da suggerire un intervento tempestivo del Comitato parlamentare,
appena costituito. Intanto, abbiate i nostri solidali saluti.
- 12 luglio 1997
Caro Gabriele Ferzetti, quando avevo sedici anni, e ne dimostravo tredici,
non so, e pensavo che l'anno prossimo avrei potuto passare dai calzoni
corti a quelli alla zuava, e la vedevo al cinema, sentivo che sarei diventato
grande, ma non sarei mai sembrato un uomo, come lei. Non ero un suo ammiratore:
ero seccato. Forse è stato guardandola girare con quella spider
nella Sicilia dell'"Avventura" che decisi definitivamente che
non avrei neanche preso la patente.Al sodo: ho visto che è stata
rappresentata a Roma una trasposizione teatrale dei verbali del nostro
processo, in cui la mia difesa era tenuta da Piera degli Esposti, e l'accusa
sia pure a malincuore, da lei. Mi sarei messo a occhi chiusi nelle mani
di Piera: ma se davvero in quegli orribili processi mi fosse capitato un
pubblico ministero con la sua faccia, i suoi baffi, e le sue giacche, mi
sarei appellato alla clemenza della corte, e buonanotte. Molte grazie e
saluti.
- 11 luglio 1997
Cara Paola Bensi, le tue fotografie mi sono arrivate, anche se in ritardo
e con gli intralci che qui si usano. Mi fa molto piacere guardare i ritratti
di persone amiche. C'è Toni, accucciato, con uno sguardo assorto
una sigaretta e le scarpe da tennis. C'è Maddalena, con l'aria di
dire: "Ma che pazzia è tutto ciò?". Ce l'aveva
anche Mauro, quell'aria. C'è Franco T., che da giovane sembrava
un leone anziano, e ora è stempiato come un mohicano. C'è
Salvatore A., cui invece cresce una misteriosa criniera di lana di vetro,
forse per dissimulare la malinconia del viso. Il più bello è
sempre Guido, un po' Peter Fonda, un po' Tom Courtenay. Franco B. ha il
viso più leale del mondo: sfido che Carla gli vuole ancora così
bene. Mi ricordo quando tornava su dalle riunioni, vedeva dal finestrino
la prima nebbia, e si commuoveva: a casa, finalmente. C'è il viso
largo e smussato di Marco, che gli serve a capire le ragioni di tutti,
e a restare intransigente sulla sua. C'è Carlo G., che guarda accoratamente
lontano - dove sarebbe se non fosse stato costretto a essere qui. C'è
Bruno B., elegante e solido come uno chansonnier francese con un passato
pugilistico. C'è Erri, o il padre di Erri. C'è Mimmo, con
la faccia cordiale di chi tiene su la compagnia e aspetta di restare solo
per piangere piano, forse. E tutti gli altri e le altre. Sei brava con
le facce; anche quelle dei cani Isamù e Orsa. Ciao e saluta Antonella.
- 10 luglio 1997
Caro Michele, poiché sulla mia coperta e sulle altre suppellettili
è stampata la sigla Dap, che vuol dire Dipartimento amministrazione
penitenziaria, sono corso, per fatto personale, a leggere gli articoli
su un convegno delle leghe Dap, tenuto a Roma sabato scorso. Si trattava
però di un altro Dap, che vuol dire Disturbi attacchi panico. Si
chiamano dappisti. Si stanno organizzando nella Lidap, Lega italiana disturbi
attacchi panico. Sono stato un po' allarmato dalla sovrapposizione delle
sigle, soprattutto quando ho letto il titolo della relazione al convegno:
"Ansia, panico, fobia: per ritrovare la libertà smarrita".
Libertà è una coperta con la sigla Dap.
- 9 luglio 1997
Al presidente delle Camere penali, avvocato Gaetano Pecorella, e per
conoscenza al ministro di Grazia e giustizia, Giovanni Maria Flick.
Nell'ultimo periodo sono venuti da autorità diverse impegni promettenti
sulla condizione dei detenuti. Sia la commissione Giustizia della Camera,
che ha nominato un Comitato permanente, sia quella del Senato, per bocca
del suo presidente, Ortensio Zecchino, si sono dette pronte a ricevere
messaggi di detenuti sui problemi del carcere. La Cgil, dopo l'intervento
di Cofferati a un convegno a San Vittore, ha aperto nella città
uno "sportello" permanente per la consulenza ai detenuti sulle
occasioni di lavoro. Augurandoci che simili iniziative si mostrino solide,
ci rivolgiamo a Lei e per suo tramite agli avvocati italiani vogliano proporsi
un compito particolare. Come Lei sa, i detenuti sono privi di ogni tutela,
e spesso anche della minima informazione sui propri diritti, rispetto alla
vita nel carcere. Questo è più grave per i poveri e spaesati,
a cominciare dagli stranieri. Il magistrato di sorveglianza è appunto
un giudice, e non un tutore dei diritti dei detenuti, che del resto non
ha la possibilità di conoscere e seguire se non in modo sporadico
e superficiale. Non si potrebbe aprire in ogni carcere un ufficio - saremo
meno solenni: una stanza, un tavolo, due sedie - in cui volontariamente
avvocati, giovani procuratori o anche studenti in giurisprudenza, incontrino
i detenuti e li informino sui loro diritti e sui modi di perseguirli? Questa
consulenza resterebbe del tutto volontaria, e indipendente dalla gerarchia
penitenziaria. La quale non ne trarrebbe che giovamento, così come
i detenuti e, pensiamo, gli stessi avvocati e aspiranti tali. Ci siamo
chiesti se un tal impegno possa urtare uno spirito di corpo, o anche contraddire
legittimi interessi economici degli avvocati. Ci sembra di no. E' comunque
indubbio che possa sollecitare l'anima più generosa e umanamente
curiosa di una categoria che le cronache mostrano minacciata da una mortificazione
professionale e forse da qualche rassegnazione al cinismo. Infine, è
un'iniziativa cui basterebbe, se ci fosse la vostra disponibilità
e l'accordo del ministro, una circolare ministeriale. Le sembra il caso
di mettere l'idea all'ordine del giorno della sua associazione? Grazie,
e saluti.
- 8 luglio 1997
Caro Luca, ero di malumore, giovedì. La lettura dei giornali
eccetera. Poi mi è arrivata la tua lettera, con cui rimandavi indietro
un mio pezzetto per il Foglio: "Uno di noi due è rincoglionito,
e penso che sia tu". Bello: il figlio che boccia gli articoli del
padre, per paura che lo danneggino. Figlio premuroso, padre scapestrato.
Sono diventato quasi di buonumore. Ma intanto era arrivata l'ora del telegiornale.
Ho sentito: " semigrazie per gli ex-terroristi, fra i quali Sofri,
Bompressi, Pietrostefani". Strana parola, semigrazie: viene da dire
no, semiprego. Ma non è questo che mi ha rimesso di cattivo umore.
E' la faccenda dei terroristi.Non sono mai stato terrorista.Lo sarò
forse in futuro? Nonostante l'età? La rieducazione carceraria dovrà
pur sortire qualche effetto su uno come me.Intanto il telegiornale andava
avanti, e ha dato questa notizia da Macerata: "Accusata di satanismo,
la maga ha detto: E' stato il diavolo a combinare questo pandemonio".
E subito sono diventato di un buonumore fino all'ilarità. E benché
detesti gli intrighi disgustosi di certe maghe, ho pensato che è
così che bisogna reagire. Accusati di satanismo, dire che è
il diavolo a fabbricare il pandemonio. E vadano all'inferno.
- 5 luglio 1997
Caro direttore, dopo aver letto qualche giornale di oggi, giovedì,
ti chiedo di ospitare un mio parere che spero sia letto anche da altri
direttori, ai quali non ho modo di rivolgermi direttamente in tempo. A
proposito di semi-grazie, indulti eccetera ho ricevuto coi miei codetenuti
la visita di una gentile intervistatrice di Repubblica, alla quale ho spiegato
recisamente di non avere una parola da dire: abbiamo poi parlato di questioni
carcerarie. L'articolo di Repubblica si intitola: "Sofri: Non ci interessa,
non siamo brigatisti". Non ho mai pronunciato una tale frase, che
è del resto tanto vera e ovvia quanto, per esempio: "Non ci
interessa, non siamo astronauti sardi", o simili. Nell'occhiello,
fra virgolette, si dice: "I leader di Lc: Noi vogliamo la revisione
del processo o tre decreti di grazia del presidente Scalfaro, uno per ciascuno,
che cancellano la condanna per l'omicidio Calabresi". Quest'altra
frase pazzesca non solo non è stata mai pronunciata da noi, ma non
è neanche vera né ovvia. Essa usa incautamente il verbo volere,
e l'erba voglio eccetera. Poi evoca una grazia addirittura divisa in tre
decreti, di cui non avevamo mai sentito parlare, e tanto meno abbiamo parlato.
Noi non chiediamo né chiederemo una grazia, né una semi-grazia,
in alcuna forma; e nell'indulto, cui siamo da sempre favorevolissimi, il
nostro caso non può essere coinvolto in nessun modo. Nel corpo dell'articolo
la frase sui tre decreti viene attribuita a un nostro avvocato. Se l'ha
detta non parlava certo in mio nome. La stessa cosa avviene in un articolo
del Corriere della Sera. Nostri numerosi e appassionati amici hanno chiesto
al presidente la grazia per noi: è una richiesta alla quale non
abbiamo aderito né ci siamo opposti. Non ci siamo certo incatenati
alla nostra infame galera. Noi ci battiamo per restare liberi in ogni momento
del giorno e della notte, e ci battiamo perché il nostro processo
sia rivisto. Siamo esterrefatti del paese in cui viviamo, imprigionati:
un paese che si propone la revisione di via Rasella. Noi, dalla galera,
miriamo alla revisione del processo Calabresi: io considererei elementarmente
necessario anche il risarcimento civile, per questo paese, della revisione
del processo per la morte di Pinelli. Spero di essere stato chiaro, la
mia solidarietà con i detenuti o i rifugiati all'estero per il trascinarsi
di giudizi legati all'emergenza contro la cosiddetta "lotta armata"
è incondizionata, come il mio bentornato a Toni Negri. Vorrei, a
proposito di questioni così delicate, che le mie opinioni fossero
dedotte solo dalle parole da me direttamente firmate. Molte grazie.
- 2 luglio 1997
Caro Fabio Mussi, leggo che lei si è giustamente rammaricato
della scarsa attenzione con cui la stampa ha trattato la depenalizzazione
dei reati minori.Lei sa che, a parte il notevole alleggerimento che la
misura apporterebbe ai tribunali, consentendo loro di occuparsi di cose
più serie, le persone effettivamente detenute per quei reati sono
pochissime. Tuttavia ce ne sono. Nella mia residenza pisana c'è
un detenuto, per assurdo che sembri, per assegni a vuoto. Ma è su
un altro che vorrei attirare l'attenzione. E' un tunisino di 28 anni, è
in Italia da anni, con due fratelli, con permesso di soggiorno e regolare
lavoro; e senza alcun precedente di giustizia. Dunque, una condizione eccezionalmente
limpida. Però tre anni fa, con altri suoi connazionali, ebbe un
diverbio con un carabiniere, le cui circostanze sono molto imbarazzanti
per il carabiniere, salvo che, come è norma in questi casi, non
furono denunciate dal giovane tunisino, cui premeva solo di venir fuori
dall'incidente. Fu portato in caserma, e denunciato per oltraggio. Un anno
dopo, mentre era fuori d'Italia, fu processato per quell'oltraggio, e condannato
in contumacia a sedici mesi senza condizionale; e naturalmente nessuno
fece appello per lui, e la sentenza diventò definitiva. Tornò
in Toscana, fu arrestato ed è in galera. Ne vedo di tutti i colori,
ma a un uomo bianco, diciamo così, ciò non sarebbe successo.
Che l'altro giorno alla Camera abbiate deciso di depenalizzare il reato
di oltraggio, è una buona notizia. Ma rende ancora più insopportabile
la vista di questo giovane che va su e giù nel corridoio del piano
terreno, e se ho la debolezza di incoraggiarlo con un'occhiata viene a
raccontarmi di nuovo che lui non ha mai sgarrato in niente, è un
buon musulmano, e che sua moglie è al settimo mese.
- 1 luglio 1997
Egregio giudice Antonio Lombardi, vedo che in extremis il Parlamento
ha dato una nuova proroga di sei mesi alle inchieste sulle stragi. Il Parlamento
fa bene, essendoci di mezzo la vergogna di Ustica. Ma lei, dopo ventiquattro
anni e un po' che tiene aperta e coperta dal segreto l'inchiesta sulle
eventuali complicità con Gianfranco Bertoli per la strage del maggio
1973 alla questura di Milano, dovrà pur spiegare un giorno che cosa
ha fatto di queste proroghe infinite. L'altro giorno, per giustificare
la ennesima richiesta di dilazione - mi ricorda quella dama: "Ancora
un minuto signor boia!"; però lei è quanto di più
distante da una dama io abbia mai visto, e nessuna ghigliottina la minaccia
- lei ha fatto trapelare, col riserbo proverbiale che la connota, lo scoop-bufala
su Pajetta che era stato informato due giorni prima dell'attentato di Bertoli.
Bufale del genere sorreggono proroghe di inchieste durate più di
24 anni! In cambio i curiosi - io, per esempio, che ho fatto domanda da
anni - non possono dare un'occhiata a quelle carte. Italia, paese longevo:
può aspettare Da un anno, per esempio, è venuto fuori dalle
carte trapanesi su Mauro Rostagno un documento calunniosamente fabbricato
in cui un ufficiale dei carabinieri le attribuisce frasi dettagliate e
pazzesche contro Rostagno e contro me. Lei smentì a mezzo stampa.
Ma quello era un atto processuale. Da un anno ho denunciato gli autori,
il capitano dei carabinieri, o lei, o tutti due. Non ne ho alcuna notizia.
Quando lei era giudice istruttore contro di me, altri due alti ufficiali
dei carabinieri ebbero l'impudenza di chiedere a un ambasciatore di rango
della Repubblica italiana di "collaborare" al trasferimento di
un addetto dell'ambasciata in India, da lei ingiustamente sospettato, in
modo da ottenere sull'indagato un "effetto sorpresa", da lei
desiderato. Anche quella volta ci fu una smentita. Gli ufficiali dei carabinieri
tendono a travisare i suoi - riservati - pensieri al fine di inguaiare
me e i miei antichi correligionari. Nell'istruttoria dell'88 contro di
noi, io ritengo che si possa filologicamente provare che lei abbia manipolato
i verbali e le loro date per rattoppare i pasticci del sincero pentito
Marino. Che dire? Verrà un giorno in cui tutto ciò si verifichi?
Io ho pazienza.
- 28 giugno 1997
Caro Enrico Deaglio, voglio segnalarti un paio di notizie che vengono
dal carcere limitrofo di Livorno. Il quotidiano Il Tirreno ha avuto la
sensibilità di mettere in prima pagina la lettera di un detenuto,
Pietro Tedesco. Tedesco ha trovato nel cortile un passero ancora incapace
di volare, l'ha portato in cella e ne ha avuto cura. Una perquisizione
è passata liscia; alla successiva un brigadiere ha ordinato il sequestro
e la defenestrazione del passerotto. Tedesco si è opposto, e l'hanno
minacciato di denunciarlo e di sbatterlo in cella d'isolamento. "Ora
sto pensando e ripensando a dove sarà finito quell'uccellino perché,
non potendo volare, sicuramente morirà di fame o sarà mangiato
da qualche topo o gatto. Avevo chiesto di poterlo tenere fino a sabato,
al colloquio con la famiglia, per poterlo dare a persone che lo avrebbero
curato".
La seconda notizia riguarda il detenuto, sempre a Livorno, Gianfranco Bertoli.
Il quale, dopo 24 anni di galera, si trovava in semilibertà, e avrebbe
visto discussa in questi giorni la liberazione anticipata. Invece è
stato "chiuso", dopo che aveva cambiato il suo orologio con un
grammo e mezzo di eroina, che si è iniettato per morire di overdose,
riuscendo solo a restare per un paio di giorni in coma. Se ben capisco,
la privazione della semilibertà non è motivata dal tentato
suicidio, ma dall'acquisto di droga. Com'è tortuosa la vita: quella
di Bertoli poi. Certo che aveva avuto un passato torbido, di frequentazioni
neofasciste, di traffici d'armi, di gentaglia dei servizi. Certo che è
difficile spiegarsi come mai l'uomo che va a fare un attentato - e sbagliando
mira semina strage - alla commemorazione di Calabresi nel primo anniversario
della morte, nel 1973, sia lo stesso uomo di cui un anno prima si era trovata
la fotografia-tessera pronta per un passaporto rubato nel cassetto della
scrivania di Calabresi. Certo che il giudice Lombardi tiene da 24 anni
coperte dal segreto le carte che trattano questa stimolante questione.
Ma è anche certo che la verità di Bertoli - "agii da
solo, per le mie convinzioni di anarchico individualista" - si sorregge
su 24 anni trascorsi in galera, in solitudine, e ora su un suicidio mancato
di poco, e accompagnato da una lettera conclusa, ingenuamente o no, "Abbasso
i fascisti, abbasso i nazisti". Forse, la verità di Bertoli
non è neanche incompatibile con le mene e le infamie di altri, che
gli abbiano lasciato briglie lunghe. Sta di fatto che ho molte sperimentate
ragioni di sfiducia morale e professionale per il giudice Lombardi, e che
sono colpito da un uomo quasi vecchio e diseredato che, 24 anni dopo, perde
la sua mezza libertà e torna dentro, dove la voglia di farla finita
lo morderà ancora più forte. Spero che la tenga a bada, lui,
e non i suoi carcerieri: quelli che, col conforto del regolamento, buttano
via i passerotti.
- 27 giugno 1997
Ricevo molte lettere da carceri. Vorrei citare un brano da questa,
che viene da Brucoli-Augusta (Siracusa): "E' il più grande
penale della Sicilia orientale, dove siamo circa 700.Qui non ci sono educatori
o assistenti sociali, le relazioni per i benefici le fanno gli ispettori
della polizia penitenziaria, si può immaginare come. Ormai c'è
un regime di 'squadretta'. Chi solleva problemi viene chiamato con qualche
pretesto, tirato in una stanza e malmenato. E' assurdo che in un penale
succedano queste cose, che invece di aiutare al reinserimento ci incattiviscono.
Mi rivolgo a te, che puoi segnalare anche la nostra situazione, nella speranza
che non ce la facciano pagare ulteriormente, e che magari si migliori qualcosa".
Come sempre, non posso verificare le notizie che ricevo. In dubbio, pro
detenuto - dunque le pubblico. Soprattutto bisognerà pure che ci
sia un recapito sicuro e non cinico al quale denunce come questa vadano
indirizzate: magari la commissione parlamentare di cui si parla in questi
giorni.
- 26 giugno 1997
Gentile Giuliano Pisapia, la ringrazio per la lettera aperta che ha
indirizzato ai detenuti che hanno scelto il digiuno per testimoniare ancora
una volta lo scandalo della condizione del carcere, e a me fra questi.
Io e i miei due compagni di sorte, a differenza di altri detenuti, come
i cittadini egiziano e algerino da lei menzionati, non abbiamo pensato
di attuare una protesta drammatica, e tanto meno oltranzista. Il digiuno
ci è servito a rendere più seria la nostra voce, e a invitare
un ascolto più serio. Un piccolo segno della urgenza delle cose
mi viene dalla quantità di lettere personali spedite da altre carceri
italiane, fra le quali almeno una ventina mi comunicano scioperi della
fame in corso, che non arrivano a fare notizia, e a volte costano conseguenze
pesanti per i loro autori. Vorrei richiamare su questo punto l'attenzione
sua e magari di altri suoi colleghi. I detenuti non hanno nessuno che li
tuteli, non hanno nessuno che li ascolti. In questo vuoto, qualunque varco
- una rubrica televisiva o di giornale, e perfino qualche detenuto accompagnato
da un po' di notorietà e di premure, come me - viene riempito dagli
appelli e dalle storie di detenuti. Io spero che la sensibilità
di cui lei e molti altri danno segno li induca a curare l'istituzione,
in carcere, di una struttura di consulenza, di ascolto e di difesa dei
diritti dei detenuti, comunque formata, a condizione di una piena indipendenza
dalla gerarchia penitenziaria: avvocati difensori volontari, studenti o
assistenti, con una presenza permanente nel carcere, e l'accesso permanente
e riservato alle testimonianze dei detenuti. (A un organo del genere facevano
appello gli ispettori del Consiglio d'Europa col titolo di "Commissione
di visitatori"). Fin da ora, mi permetto di sottolineare la necessità
di una soluzione provvisoria: sia che il Parlamento deliberi davvero una
formale Commissione d'indagine sulle carceri, sia che si affidi alle Commissioni
incaricate ad hoc dalla Commissione giustizia, sarebbe importante che venisse
offerto ai detenuti di tutta Italia un recapito, una casella postale, presso
il Parlamento, che raccolga i loro racconti e le loro denunce, e li rassicuri
e tuteli contro ogni intimidazione, soggezione o rappresaglia. Le denunce
dei detenuti possono essere fondate o no, leali o sleali, solidali o meschine:
ma occorre che siano liberamente fatte, vagliate, e usate.
Esse sono un complemento importante, oltre che un orientamento e uno stimolo
alle visite e alle ispezioni dirette nelle carceri. Che sia un ufficio
parlamentare, oltre che la corrispondenza di conduttori televisivi e di
volontari privati, a raccoglierle, è un passo prezioso, che non
avrebbe bisogno di aspettare molto tempo o molto denaro. Apprezzo molto
le sue informazioni sull'itinerario di misure come quelle sui reati minori
e sulle pene alternative. E' molto doloroso che in un punto così
delicato degli sforzi per intaccare l'inerzia mortuaria del sistema carcerario
sia venuta a mancare la saggezza e l'apertura umana di Michele Coiro. Mi
sono persuaso che perfino nei riguardi della galera, che è materialmente
una madornale e schiacciante macchina inerte, l'inerzia dei preconcetti
e delle abitudini mentali sia più difficile da intaccare e smuovere.
Il peso orribile di doppie e triple porte blindate e grate e sbarre è
inferiore al peso delle idee ricevute che identificano la pena con la detenzione,
e la detenzione con la reclusione corporale stretta, in gabbia. Bisogna
interrogarsi e interrogare sulla motivazione di quel tormento distratto,
accanito e abitudinario. Se l'attenzione dei parlamentari si dedicasse
anche a questo lato del problema, e aiutasse a trasferire prima di tutto
nel carcere stesso, oltre che nella società civile, discussioni
riservate a convegni fra addetti ed esperti, se ne caverebbe un gran beneficio.
Oltretutto, una condizione essenziale nella trasformazione civile del carcere
sta nella sperimentazione di una conversazione normale fra cittadini detenuti
e cittadini a vario titolo responsabili della giustizia, delle pene e dei
diritti. Normale: infatti nessuno può ignorare come il carcere sia
ancora soverchiato da regolamenti spesso assurdi e vessatori, da comportamenti
rozzamente ostili e da guardiani di mandrie, da umiliazioni e provocazioni.
Il nostro digiuno, né protesta, né rivendicazione, ma testimonianza
proposta al dibattito civile, ha anche questa intenzione. Risposte come
quelle di Michele Coiro, del ministro della Giustizia, o come la sua, mostrano
che ciò può accadere: che quello che è ragionevole
e normale, può perfino avvenire.
Molti cordiali saluti.
- 25 giugno 1997
"Gentili medici penitenziari, sentite. E' senz'altro vero che
i rapporti sessuali fra carcerati siano diventati più rari, perché
molti più detenuti escono grazie a permessi, o sperano di uscire,
e questo rinvia all'esterno le loro aspettative, comprese quelle amorose.
Parlo dell'omosessualità derivata dalla reclusione. C'è comunque
quella scelta, in prigione o fuori. E' ragionevole pensare che, benché
più radi, rapporti sessuali continuino a esserci. Si immaginerebbe
che sia assicurata ai detenuti che vogliano impiegarla una fornitura di
profilattici, in modi anonimi e discreti. Tanto più che i rischi
di contagi in carcere sono enormemente più alti che altrove. Invece,
niente di tutto questo. Se capisco bene, è addirittura vietato procurarsi
un preservativo in galera. Sono incerto, perché nessuno ne parla.
Le autorità per ipocrisia e trascuratezza. I medici, penso, per
imbarazzo e frustrazione. I detenuti per virilismo e malinteso pudore.
Ho appreso che l'obiezione ufficiale a considerare il problema sarebbe
che le celle sono "luogo pubblico", dunque gli amori in cella
sarebbero reato di atti osceni in luogo pubblico. Bello, no? Non so come
luoghi così intransigentemente pubblici accolgano le masturbazioni
furiose, e le teste sbattute contro i muri. Grazie dell'attenzione.
- 24 giugno 1997
Caro Michele Coiro, le ho scritto più volte in questi mesi.
E' domenica, e aspettavo di incontrarla qui domani. La domenica, dicono
i detenuti, è il giorno più vuoto. "Non c'è neanche
la posta": lo dicono anche quelli ai quali non è mai arrivata
neanche una cartolina. Stamattina, all'aria, un prigioniero mi ha gridato
da lontano la notizia del suo malore. Si è fatto un silenzio serio
e ansioso. Non è facile che le persone che stanno in galera, in
queste galere, provino un sincero dolore per qualcuno che è il titolare
di questo sistema penitenziario. Vorrei che lei lo sapesse. E che questo
la risarcisse un po' delle vie amare che la portarono a quell'incarico.
Vorrei anche mandarle i miei personali e amichevoli saluti. L'ultima volta
che l'avevo incontrata - la prima era stato quasi trent'anni fa - eravamo
a Rebibbia, per un incontro in carcere sulla pena di morte. Ero libero:
mi sembrò giusto che si parlasse della barbarie dell'ergastolo,
dato che almeno la vergogna della pena di morte all'Italia è risparmiata.
Lei si pronunciò, subito, con la schiva franchezza che le è
propria, contro l'ergastolo.
- 21 giugno 1997
Si sa che i prigionieri, da Rosa Luxemburg all'uomo di Alcatraz, diventano
ornitologi. Ciò che vola rianima le galere. Basta guardare le teste
che si levano quando un aereo di linea passa più vicino al cielo
del carcere. Immagino che così un tempo i prigionieri guardassero
a un uccello migratore. Esuli pensieri.
La grata fitta che copre le sbarre delle finestre è sfondata in
basso, quanto basta per sporgere una mano - per passarsi qualcosa fra cella
e cortile, per posare sul cornicione a maturare i pomodori verdissimi della
casanza - e per sminuzzare ai passeri il pane del giorno prima. All'alba
il cortile si riempie di passeri carcerari, grassi grassi. E' l'ora migliore,
d'estate, la piu fresca e promettente, la meno rovinata dai rumori sgradevoli.
Mi piacerebbe persuadere un passero a entrare e uscire, ma non sono così
tenace e dotato, né loro così grulli. Mi piacerebbe avere
una pianta. E' vietato avere piante.
da Le prigioni degli altri, 1993
- 20 giugno 1997
Mercoledì mattina c'è la disinfezione delle celle. Dobbiamo
ammucchiare le cose, e aspettare all'aria. Così, nel cortile dell'aria
piccola, ci sono tutti, a parte la minoranza che lavora. Ci sono anche
quelli che di solito non escono, perché non vogliono vedere gli
altri, o non vogliono farsi vedere. Ce n'è uno, che non avevo mai
visto, con una canottiera rossastra, calzoncini, e ciabatte. Sta rannicchiato
contro il muro. Avrà poco più di trent'anni, è alto
e magro e quasi macilento, ha capelli neri e lucidi e una barbetta nera,
e se ne sta solo e assorto. Zeffirelli ne caverebbe un bel giovane Cristo,
emaciato e ispirato. "E' un infamone", mi dicono. E' tunisino,
ha mandato dentro cinquanta persone. "Un Giuda".
- 19 giugno 1997
Gentili autorità penitenziarie, vorrei correggere una notizia
contenuta nel mio pezzo di ieri, su un tentato suicidio per impiccagione:
infatti i tentati suicidi per impiccagione sono stati, negli ultimi giorni,
due. Uno alla sezione giudiziaria, l'altro al Centro clinico. Dallo stesso
Centro clinico ricevo questa lettera di un detenuto trentacinquenne che
si chiama Leonardo Santucci, è stato tossicodipendente, ha già
trascorso in carcere dodici anni, ora sconta dal '95 una condanna per rapina
a sei anni, per la quale è in attesa di appello. Com'è ovvio
non posso verificare le notizie che mi fornisce. "Faccio sapere che
oggi [16 giugno] inizio lo sciopero della fame per le mie precarie condizioni
fisiche e psichiche. Sono malato di Aids, sono stato operato di protesi
all'anca e sono due volte dopo la mia operazione che la protesi se ne esce
fuori posto, perché ormai i miei anticorpi non sono in grado di
sopportare la protesi. Dal 27 maggio che mi hanno operato non si è
degnato un infermiere a venirmi a lavare e mi assiste solo un altro ricoverato,
io non sono un animale sono un essere umano. Inoltre sto facendo la terapia
degli inibitori della proteasi". Questo il succo del messaggio. Grazie,
saluti.
- 18 giugno 1997
Gentile Giuliano Pisapia, qualcuno ha inteso che il digiuno che i miei
amici e io stiamo facendo reagisca a episodi drammatici, morti e autolesionismi,
che avevo evocato piuttosto nella speranza di rendere l'aria della galera.
Non erano episodi, ma la norma. Nella sezione giudiziaria di questo piccolo
- neanche trecento detenuti - carcere, nel giro di una settimana si sono
feriti quattordici detenuti, nordafricani e albanesi. Sabato notte ha tentato
di impiccarsi un giovane pisano. E' la norma. Noi vorremmo far crescere
un po' l'attenzione su questo, e spingere un po' i responsabili a occuparsene
in modo più concludente. Non abbiamo piattaforme o obiettivi da
rivendicare. Abbiamo alcune idee, naturalmente, e proveremo a esporle:
ma condividiamo anche molte idee altrui, di detenuti, di associazioni,
di studiosi, di parlamentari. Che lo stato delle carceri sia drammatico
lo sperimentiamo ogni ora. Che il sistema penitenziario sia in crisi dopo
che la legge che avrebbe dovuto orientarne l'evoluzione è stata,
come dicono i suoi stessi autori, svuotata e snaturata, è evidente.
A noi sembrerebbe molto utile che si decidesse una Commissione parlamentare
dedicata alla conoscenza sistematica della condizione carceraria, che raccogliesse
esperienze e proposte di tutti, compresi i detenuti, che integrasse i risultati
degli Ispettori del Consiglio d'Europa. Che cosa ne pensa?
- 17 giugno 1997
Cara Randi, buon compleanno. Avrai un giorno pieno di pensieri, cioè
di ricordi. Mi piacerebbe che ti ricordassi di una sera che deve ancora
venire, sebbene se ne conosca già la luce di specchio - è
alle Lofoten probabilmente - e un gran baccano di gabbiani. Se non avessi
altri impegni, stasera ti inviterei a cena fuori, e mi metterei una cravatta.
Perfino di una cravatta viene voglia qui. Sta' allegra. E se telefona l'Espresso,
dì che non mi conosci.
* * *
Sto sdraiato sulla branda, mi metto ad ascoltare i Puritani. "Ciao
Sofri, disturbo?". E' un ragazzo della prima cella, uno sdentato dal
sorriso triste, che mi ha fatto leggere le sue poesie, e che ha sempre
paura di disturbare. Dimmi pure, gli dico. "Che fai?". Ascolto
musica. "Che musica?". Un'opera. "Me la fai sentire anche
a me?". Si chiama Andrea: un po' disturba. Gli passo il walkman e
le due cassette. Gli raccomando di cominciare da capo. Se ne va compreso,
come uno che abbia ricevuto un compito. La mattina dopo, all'aria, arriva
col walkman e un mazzo di foglietti. "Ho provato a scriver giù
le parole", mi dice infervorato. I foglietti, scritti in una specie
di infantile stampatello, sono pieni di spazi vuoti, le parole che non
ha capito. () Mi chiede di aiutarlo a scrivere le parole che mancano. ()
Ho il mio daffare anch'io a ricordare e decifrare il canto. () Il punto
più controverso per la mia decifrazione è il largo di Arturo,
A te, o cara. Non riesco a scegliere tra le due versioni che, a orecchio,
mi sembrano plausibili. Prima: "A te, o cara, amor talora/ mi guido
furtivo e in pianto; / or mi guida a te d'accanto / tra la gioia e l'esultar".
Seconda: "A te, o cara, ah morta l'ora / mi guido furtivo e in pianto...".
Vedo bene che la prima versione è più scorrevole e realistica;
ma la seconda è difficilior e per giunta suggerisce una corrispondenza
con la quartina che segue: "Al brillar di sì bell'ora, / se
rammento il mio tormento / si raddoppia il mio contento / m'è piu
caro il palpitar". () Anche nella prima versione c'è una corrispondenza,
fra il talora del primo verso e l'or mi guida del terzo, ma quanto più
scialba. Illustro ad Andrea la mia incertezza. Ma che cos'è l'ora
morta?, mi chiede. Già. Si diceva ora morta prima che si trattasse
di distinguere nel traffico le ore morte dalle ore di punta? E i tempi
morti, esistevano prima del taylorismo? L'ora morta, dico ad Andrea, dev'essere
quella del primo pomeriggio, d'estate, quando la vita si ferma e il tempo
sembra vuoto e sospeso. La controra. Tutte le ore in galera sono ore morte,
dice. Naturalmente, era la prima versione, amor talora, quella autentica.
Da "Le prigioni degli altri", 1993
- 14 giugno 1997
Gentile dottor Coiro, ho letto e ascoltato le sue riflessioni di questi
giorni, che sono come sempre ragionevoli nel merito e pacate nel tono.
Mi permetto di dirle che cosa non trovo nelle sue parole, senza alcuno
spirito saccente. E' solo questione di punti di vista, alla lettera. Non
trovo lo stridore di denti, il sangue che corre. In questo carcere, che
è così privo di brutalità, l'altroieri un uomo si
è tagliato via un dito, e poi ha rifiutato per ore di farsi medicare.
Un altro uomo si è squarciato un braccio per tutta la sua lunghezza,
e non si è lasciato mettere i punti. Costui ha la mia età
e ha trascorso nelle prigioni italiane trent'anni. I più con condanne
ricevute per reati commessi in carcere. Le cicatrici sul suo corpo, benché
sia piccolo e magro, sono una mappa meticolosa del sistema penitenziario
italiano. Perché l'ha fatto? Non so. Forse perché aveva tardato
a chiedere la spesa per un chilo di banane, e le banane sono preziose quando
non si hanno denti per masticare, e ha ricevuto una frase sgarbata da un
agente. Forse per una ennesima ricapitolazione della sua vita. Molti dicono
saggiamente che dev'essere il caldo. Il caldo si sente molto, in carcere.
Anche il freddo. L'altro, quello che si è tagliato un dito, se ne
era tagliati già altri due. Mi lasci aggiungere un dettaglio che
sembra ben trovato, ma è vero: questo uomo giovane gioca a calcio
da portiere. Non voglio insistere col colore locale - rosso, rosso - e
cedere alla demagogia. Semplicemente, mi avvalgo del punto di vista che
mi è stato forzatamente imposto. Lei sa: la cifra di ventisette
suicidati in cella in cinque mesi fa impressione, ma uno, o una, che sta
di cella vicino a noi e viene trovato morto col suo sacchetto di plastica
e la sua bomboletta di gas fa un'impressione diversa. Le persone competenti,
a partire da lei, sanno che orrore inutile e crudele sia molto spesso il
carcere, e come sia ragionevole e necessario correre almeno ad alcuni minimi
ripari: depenalizzazione, pene alternative, ricostruzione e correzione
della cosiddetta legge Gozzini, modificazione della debolezza e dell'arbitrarietà
della magistratura di sorveglianza. Idee giuste vengono ripetute da anni
nei convegni, stanno nei documenti di "Antigone" o dei detenuti
di San Vittore, si spostano qua e là nelle stanze del Parlamento.
Lei sa, naturalmente, che non sto parlando affatto della condizione mia
e dei miei due amici. Da quando sono qui, ricevo un carico di aspettative,
richieste, sfoghi, intimazioni da detenuti di tante carceri. Non penso
affatto di avere spalle abbastanza robuste, ma non posso neanche soltanto
scrollarmelo di dosso. Ovidio Bompressi ha deciso, quanto a lui, che trovandosi
qui, e da questo punto di vista, bisogni almeno rendere testimonianza della
cattiveria e dell'assurdità della condizione dei detenuti. Ha ragione,
e per questo Pietrostefani e io ci siamo uniti a lui in un digiuno, da
lunedì scorso. Forse le persone di buona volontà che hanno
qualche voce in capitolo potrebbero farne un ragionevole uso. Molti saluti.
- 13 giugno 1997
Caro Giorgio Paglini, leggo sul Tirreno che ha trovato per due giorni
uno spazio in prima pagina per questa meritevolissima storia, che lei si
è offerto di accogliere nella sua squadra di calcio, la San Marco
Avenza di Carrara, campionato di eccellenza dilettanti, il mio ventiquattrenne
compagno di detenzione Hamza Ammar. Le sono molto grato. Lei ha fatto un
vero affare. Prima di tutto perché, come vedrà in fretta,
Hamza gioca davvero bene a pallone. Poi perché è il ragazzo
più gentile, discreto e benvoluto di questo posto. Infine, come
lei sa bene, perché a lei e ai suoi soci non importava tanto trovare
un bravo calciatore in più, ma fare una cosa bella e generosa in
più. Quanto alle "richieste" di Hamza, non credo che ne
abbia. Per lui, è tutto "in più". Mi dispiace che
non l'abbiate visto in faccia quando ha letto l'articolo sul Tirreno. Cordiali
saluti.
- 12 giugno 1997
Cara Laura Betti, non so rispondere alla tua lettera bella e misteriosa.
Posso farti dei complimenti, però. Perché tu sei come una
nuvola tempestosa e brontolona. Sei come una pioggia forte d'estate, dalla
quale non ci si ripara, ma si corre fuori a torso nudo e braccia larghe,
e se ne sente l'odore che rimbalza dalla terra. Sei come un girasole quando
i girasoli non erano ancora un fiore d'autostrada, e stavano come ombrelli
di imperatori cinesi davanti alla porta di casa. Sei come un oleandro quando
ero bambino, e l'oleandro era un albero forte sul quale si poteva arrampicarsi
e ci si incollava le mani a strapparne i fiori. Sei capace di stare appesa
a mezz'aria sopra un tetto di casa, come la luna, perché te l'ha
chiesto Pier Paolo. Sei prepotente e furiosa e, con me, tenera come col
giovane Rodolfo d'Asburgo. Infarinata come Ollio accanto a Jane Birkin
infarinata come una sogliola. Una volta in un archivio salesiano in Patagonia
ho trovato delle lettere inedite del tuo nuovo genio, che, da garzone di
barbiere, inventò la monogenesi del linguaggio, e probabilmente
ebbe ragione, ebbe la debolezza di diventare Accademico d'Italia, e la
riscattò annegando in mare mentre faceva il bagno. All'archivista
salesiano dissi: "Io sono amico di Laura Betti". Posso provarlo,
descrivendo una osteria di trent'anni fa, la tua casa alta di sempre, il
tavolo del Fondo accanto alla dannata Cassazione, e i nastri registrati
dei tuoi messaggi alla mia segreteria. Voglio sempre fare il film per cui
ti scritturai fra me e me. Il titolo, forse, sarà: Altri hotel.
- 11 giugno 1997
Ma sì che sono brava gente, gli italiani. Chi altri avrebbe
lasciato fare le foto ricordo di scene di ordinaria tortura? Com'è
ormai chiaro, la notizia sorprendente non riguarda le sevizie, ma le loro
tranquille fotografie. Ogni tanto, una telecamera riprende poliziotti che
massacrano passanti, negli Usa o in Brasile: la notizia è la telecamera,
non il massacro. In una prestigiosa accademia militare Usa un allievo riprende
gli anziani che spaccano il cuore a una recluta. Da noi, qualche tempo
fa, i superiori spiegarono che una recluta era morta essendo caduta sopra
un manico di scopa, venendone impalato. I "nonni" avevano trascurato
di filmare l'episodio. A Sarajevo, ci fu un comandante supremo canadese
delle Nazioni Unite che si illustrò per i festini con stupro di
ragazzine bosniache
Naturalmente, bisogna guardarsi dal generalizzare. E viceversa, anche.
Soprattutto, bisognerebbe essere pessimisti per principio, e limitare le
tentazioni. Negli ultimi anni modificazioni legali hanno probabilmente
ridotto sensibilmente le violenze e gli abusi nelle camere di sicurezza
delle varie polizie: dico "ridotto" perché non solo la
cronaca, ma fonti autorevoli come i Rapporti degli ispettori europei sullo
stato delle carceri in Italia segnalano importanti casi di violazioni.
Nelle stesse carceri le violenze fisiche sono senz'altro meno gravi e ricorrenti.
Ma nessuno può fingere che non ci siano. Quando si compiono, hanno
vittime inermi, isolate e prive di testimoni, ed esposte a ricatti insuperabili
nel caso che provino a protestare (controdenunce sostenute da più
"pubblici ufficiali" concordi, trasferimenti punitivi improvvisi,
perdita di ogni accesso ai "benefici" di legge). E' inconcepibile
che i detenuti non abbiano alcuna figura incaricata di rappresentarne i
diritti in carcere, testimoniare delle loro condizioni, tutelarli, dall'incolumità
fisica alla dignità personale. I detenuti sono somali alla mercé
eventuale. Questa assurdità induce oltretutto in tentazione i carcerieri.
Nessuna delle tante discussioni in corso sulla giustizia se ne occupa,
se non sbaglio. Così ci sono ancora detenuti, nelle prigioni italiane,
che quando si trovano soli con attorno una squadretta, possono solo mordere
la lametta che hanno nascosto sotto la lingua.
- 10 giugno 1997
Il mio compagno di passeggio Mario ripete: "C'è sempre
qualcuno più prigioniero di me". Per esempio Daniele Virgutto,
che non conosco, e che dichiara "idee politiche opposte" alle
mie, mi scrive una lettera dal carcere di Marino del Tronto, per ribadire
la stessa idea. Ma scrive anche: "Non sto bene, ho contratto in Colombia
l'epatite C attiva, avrei bisogno del salvavita interferone. Ma non mi
viene somministrato. Il fatto è che il farmaco costa 200 mila lire
al dì". Spero che il fatto non sia questo, e che Virgutto riceva
le cure di cui ha bisogno.
- 7 giugno 1997
Dopo l'esito della votazione alla Bicamerale di martedì sera,
ho tirato un gran respiro di sollievo. Infatti io sono di sinistra, e l'abbiamo
scampata bella. Ma sì, lo so che l'Ulivo ha preso una batosta. Ma
roba da niente rispetto a quello che avrebbe potuto succedere se i leader
del Polo avessero deciso di rifiutare la burla leghista.Come al tempo del
viaggio brindisino di Berlusconi, la destra ha avuto nelle mani un'occasione
straordinaria. Immaginate come avremmo sofferto, noi di sinistra, a sentir
fare un discorso così: "Preferiamo perdere su un punto pur
importante per noi come la questione del presidenzialismo, piuttosto che
vincere grazie ai vosti strumentali e deridenti di un partito che proclama
di voler arrivare alla secessione, con le buone o con le cattive".
In effetti, un partito che si prende già per un nuovo Stato, autorizzato
solo da se stesso, e intanto decide, ridendosela molto, della forma da
dare allo Stato da cui secedere, è un gran fatto italiano. Italiano,
non padano. I leader del centrodestra per fortuna hanno detto che avevano
vinto loro. Ce la siamo scampata bella, noi di sinistra.
- 6 giugno 1997
Gentili cronisti giudiziari, ogni tanto succede che la mia vicissitudine
giudiziaria abbia una nuova puntata: pressoché inesorabilmente voi
la presentate come "l'estrema possibilità", "l'ultimo
filo di speranza" e così via. Mi dispiace. Da una parte, sulla
nostra causa è calata una pietra tombale: condanna "definitiva",
interdizione "perpetua", eccetera. L'eterno riposo. Dall'altra
parte le battaglie giudiziarie che ancora condurrò, legate al centro
o alla periferia della mia infame condanna, saranno una quantità
ingente, se Dio mi darà salute. Perciò, vi prego, non usate
l'aggettivo "ultimo": è troppo, e troppo poco. Tutto è
già consumato. Oppure tutto è ancora da vedere. Grazie.
- 5 giugno1997
Caro Enzo Biagi, naturalmente mi hanno fatto piacere le sue buone parole
per me. Fra le altre e universali, ci sono due ragioni speciali della mia
stima per lei: la sua amicizia strenua per Enzo Tortora, e la sua difesa,
difficilissima, dei signori Schillaci. Quei poveri genitori si trovarono
contro una cospirazione micidiale e in buona fede di medici, magistrati
e giornalisti, cui lei si oppose tempestivamente. Ne fui colpito. Ora ho
visto su un quotidiano un fotografia in cui lei è a braccetto di
mio figlio Luca. Si diventa vecchi. E ci si commuove a guardare le figure.
- 4 giugno 1997
Cara Giulia Devoto Falck, ricevo regolarmente le tue lettere, e d'un
tratto ho pensato che mi faceva piacere salutarti in pubblico, e che anche
a te non sarebbe dispiaciuto. Le persone che ti pensano altera e sbrigativa
non sanno che bei racconti ci siamo fatti, tu sul lago di Como e certi
templi d'estremo oriente pieni di serpenti, io su certi posti disgraziati.
E che belle colazioni fra Le Rose e Tavarnuzze. Ti ringrazio anche per
la generosità delle tue offerte: non ho bisogna di niente, davvero.
Mi è piaciuto sempre nella nostra romantica amicizia, che fossimo
tutti due così disinteressati ai soldi: tu a quelli che avevi, io
a quelli che non avevo. Ciao, scrivimi ancora, e continua ad aspettarmi.
- 3 giugno 1997
Cara Chichita Calvino, ho appena letto che, in capo a cinque anni di
fatiche burocratiche, sei riuscita a regalare alle biblioteche di molti
carceri minorili un bel numero di libri che erano appartenuti a Italo Calvino.
Ho saputo anche che non avresti voluto pubblicità per questa donazione.
Me ne congratulo con te, e ti ringrazio anche, molto calorosamente, del
regalo personale delle "Opere" di Italo che hai voluto mandarmi.
Naturalmente, non me le hanno ancora date - del resto sono passati solo
un paio di mesi, e i Meridiani hanno una rilegatura, benché soffice.
Alla fine ce la farò anch'io, e intanto mi hai fatto un grande onore.