Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- 29 marzo 1997
Cara Flaminia, siamo andati alla messa della domenica delle Palme. Intanto,
perché qui la compagnia delle piante è interdetta, e speravamo
di guadagnare un rametto di ulivo: e così è andata. Poi perché
il racconto del vangelo di questa domenica è così bello,
così adatto a una galera. Infine, per salutare il cappellano, che
è anziano e affabile, benché si chiami, stranamente, don
Severo. E' un po' strana anche la messa, tutta di officianti e fedeli maschi,
che recitano il Padre nostro. L'unica immagine sacra della brutta stanza
che fa da chiesa, a parte il Crocefisso, è un affresco con don Bosco
protettore dei carcerati. Non è bello. C'è una grata, con
una luce dietro, don Bosco è in piedi con un'aureola magica, e ai
suoi lati due galeotti in ginocchio, in casacca a strisce: quello di destra
guarda melensamente verso l'alto, ed è il Falso Pentito, e quello
di sinistra si tiene la testa fra le mani, somiglia a Charlot, ed è
il Vero Pentito.Il Falso Pentito è biondo, il Vero è bruno.
Ci siamo scambiati un segno di pace, fra guardie, ladri, fedeli, ruffiani
e miscredenti. Anche lo scambio del segno di pace è specialmente
adatto qui.
- 28 marzo 1997
Caro direttore, avevo raccolto con piacere l'idea di scrivere sullo Zibaldone
di Leopardi, di cui è uscita un'edizione per i Meridiani. Come ormai
saprai, nell'Italia del 1997 - presidente del Consiglio Prodi, ministro
della Giustizia Flick, direttore degli istituti di pena Coiro, sottosegretari
alla Giustizia Corleone e Ayala, insomma il governo per cui, quando ne
avevo il diritto, votai - è vietato l'ingresso in carcere di libri
rilegati. Non intendo rilegati artigianalmente, intendo i libri editi a
copertina rigida. La misura è a metà fra la pazzia e la barbarie.
Il pretesto immagino che sia di non far entrare droga rilegata.Tossicodipendenti
in galera, e divieto di accesso ai libri (compresi vocabolari, dizionari
eccetera). Ammesso che il rischio esista, e mi sembra decisamente vano,
ci si doti di sistemi di controllo, no? Bene, questa è la cornice
barbarica generale.In particolare, dovendo scriverne, ho compilato una
specifica "domandina" perché il volume dei meridiani,
depositato a mio nome alla porta d'ingresso, mi venisse autorizzato; allegando
l'impegno a non fare, di quello Zibaldone, usi impropri. Dopo una settimana
di controlli e precisazioni (Lo Zibaldone?Di che si tratta, esattamente?)
ho ricevuto un diniego finale.La faccenda mi pare così significativa,
nel suo genere, che se sei d'accordo, ne vorrei trattare più distesamente
in un'altra occasione, compresa la questione della costituzionalità
del divieto, e un'intervista a lord Gladstone. Per ora, esprimo solo una
piccola felicità per il caso che ha fatto applicare l'allarmato
divieto a quel nome: Giacomo Leopardi. Pericoloso: già solo per
la copertina.
- 27 marzo 1997
Gentili carabinieri del Ros di Milano, i giornali hanno dato, per vostro
conto, una vera non notizia.E cioè che Marino, a vostro avviso denigrato,
potrebbe essere minacciato, e dunque deve essere protetto con cura accresciuta.Se
capisco bene, tutto ciò si riduce al desiderio di Marino, da voi
caldeggiato, di non spostare il suo furgone dal posto fisso e conveniente
in cui si trova, per fare, come da licenza, l'ambulante. Auguro a Marino
di conservarsi il posto più redditizio, e mi auguro che voi lo custodiate
con ogni scrupolo.Sarei molto addolorato da qualunque violenza contro di
lui, e perderei anche la fiducia di cambiare prima o poi con lui il mio
posto fisso attuale.Grazie.
- 26 marzo 1997
Caro Fabrizio, eravamo diventati amici trent'anni fa, a Pisa. C'era una
lotta degli operai delle vetrerie, la Saint Gobain, la Vis, contro i licenziamenti.
L'Aurelia era bloccata, la polizia manesca, noi anche. Tu eri un giovane
giornalista sindacale, arrivasti, mi ricordo, con Valentino Parlato. Trovammo
il modo di chiacchierare e conoscerci, com'era incredibilmente facile allora,
nel bel mezzo di barricate, lacrimogeni e tumulto. In altri posti, tumultuosi
e no, ci rivedemmo ancora: a Reggio Calabria, anche, di cui fosti fra i
pochi che si occuparono con serietà e passione. Nell'estate del
1988 mi fosti ospite fraterno a Mosca, insieme a quel fantastico maestro
dell'altra Europa che è Demetrio Volcic. Pochi giorni dopo fui arrestato,
e mi arrivò il tuo affettuoso conforto. Ora ho saputo solo dai giornali
che sei morto, e che sei stato a lungo malato. Ci sono legami che non sono
rinnovati, e anzi a volte si diradano all'estremo: ma formano la trama
larga su cui si disegnano le vicende più frequenti e vicine della
nostra vita. Per questo lo strappo in quella trama provoca un dolore e
un allarme così forte. E' vero anche che la frequentazione dei nostri
che sono già andati di là diventa, con gli anni e la fatica,
più fitta, come l'ombra che si allunga la sera. Ciao, grazie.
- 25 marzo 1997
Cara Silvia, certo che ci siamo accorti dell'arrivo della primavera, anche
qui. Ti dico come. Il 20 marzo, alla vigilia, ho visto improvvisamente
un mandorlo in pieno fiore, in un servizio televisivo sulla diffusione
delle armi nella campagna attorno ad Argirocastro. Il 21 marzo era venerdì,
siamo stati svegliati da una perquisizione, poi siamo andati all'aria,
e nell'aria qualcosa di nuovo c'era. Alla radiolina di Giovanni Migliore,
mentre eravamo seduti sul cemento nell'angolo in cui era già arrivato
il sole, hanno trasmesso quella vecchia canzone: "Maledetta primavera",
e così mi sono ricordato di mia madre, cui sembrava una bestemmia
maledire la primavera, anche in una canzonetta. Ho anche ricevuto una lettera
di Francesco, che ha tre anni, mi dava notizie delle nostre galline, e
ha infilato nella busta un anemone blu del nostro giardino, uno di quelli
che i fiorai chiamano "primavere". Ecco.
- 22 marzo 1997
Tutti conoscono la barzelletta del carcerato che ammaestra per anni nella
sua cella due pulci saltatrici, e affida a quel numero il proprio futuro.
Il portone della galera si chiude finalmente alle sue spalle, lui respira
fondo e attraversa la strada fino al caffè di fronte. Lì
si siede e ordina un bicchiere. Aspettando, decide di fare del cameriere
il primo spettatore della sua meraviglia, tira fuori di tasca la scatolina
con le pulci, le posa sul tavolo, e riprova con loro: "Oplà,
Marie, Juliette, oplà...". Arriva il cameriere col vassoio,
e l'ex galeotto indica: "Vede queste due pulci?". "Oh, scusi",
dice il cameriere, e d'un colpo di tovagliolo schiaccia le pulci.
Tutte le barzellette mi rendono ansioso. Questa mi getta nell'angoscia.
(da "Le prigioni degli altri", Sellerio 1993)
- 21 marzo 1997
Spettabile Ufficio Matricola, voglia allegare al mio fascicolo personale
questi due brevi paragrafi.
1. Vedo che nell'"organigramma per un governo di orientamento gollista"
di Edgardo Sogno 1974, cioè di un colpo di stato (i colpi di stato
sono sempre delle ridicole pagliacciate, salvo quando riescono) figura,
come ministro della Giustizia, Giovanni Colli. Costui era procuratore generale
a Torino quando, alla fine del 1970, venni incarcerato per aver guidato
una manifestazione di senza casa, alla quale in realtà non avevo
neanche partecipato. Dopo tre mesi, venni processato e assolto. Questo
non impedì al procuratore generale Colli di dichiarare con compiacimento
a Gabriele Invernizzi dell'Espresso: "Intanto io sono l'unico che
ha messo Sofri in galera". Com'è piccolo il mondo.
2.Il gip di Brescia ha disposto l'archiviazione "tecnica" della
mia denuncia contro il giudice Pincioni, che aveva redatto una "sentenza
suicida" per provocare il rovesciamento della nostra assoluzione.
I giornali ne hanno dato notizia con trafiletti, qualcuno intitolato: "Non
era una sentenza suicida". Non ho letto, sulla grande stampa, un solo
commento. Non uno fra i giornalisti che a suo tempo, unanimi, avevano definito
quella sentenza "suicida" ha scritto una riga. Silenzio tecnico.
- 20 marzo 1997
Caro don Giussani, ho appena letto un suo ricordo del Berchet, e della
"terza mozione" che, una settimana dopo l'inizio del suo insegnamento,
tre suoi alunni presentarono, fra la mozione della sinistra e quella monarco-fascista.
Che ricordi separati, abbiamo. Pochi giorni fa era l'anniversario della
uccisione di Francesco Lorusso, e in un notiziario ho sentito ricordare
che quel giorno, a Bologna, c'era stata una manifestazione del "movimento"
contro un raduno di Comunione e liberazione. Me n'ero dimenticato, e ora,
a risentirla, mi sembrava una notizia strana. A lei, poi, la parola "movimento"
è così cara. Caro don Giussani, da tempo, per fortuna, i
ricordi separati non hanno impedito la simpatia. Mi sembra di vedere con
simpatia la sua attenzione a ciò che sta per arrivare, all'aspettativa
e all'incontro d'eccezione; anche se la mia somiglia di più a quella
che lei, a proposito di Ernst Bloch, ha chiamato "un'attesa a vanvera".
Questa espressione, che lei ha impiegato criticamente, a me pare bella
e quasi promettente. Dev'essere per questo che lei ammira nel suo Leopardi
la potenza dei desideri infiniti, e lo sbarazza, come di un peso gratuito
e posticcio, del nulla "in cui torna quel paradiso in un momento".
A me quel nulla non sembra "appiccicaticcio" - a vanvera. Tanti
affettuosi saluti.
- 19 marzo 1997
Caro Davide Guadagni, sono radicalmente pessimista, ma anche molto ambizioso.
Tu sai quanto ami Pisa, e tutto questo suo pendere senza venire giù
- non ancora. Io aspiro a dei dépliants di promozione turistica
che, al terzo posto - dopo la piazza dei Miracoli, e il tramonto sull'Arno
con la citazione leopardiana; dunque prima dell'Orto Botanico, della Scuola
Normale e della stessa piazza San Paolo all'Orto - menzioni monumentalmente
il nostro carcere e noi dentro. In tutte le lingue. Nell'edizione inglese,
mi accontenterei anche del quarto posto: dopo la piazza dei Miracoli, il
tramonto sull'Arno con la citazione leopardiana, e la casa di Giuseppe
Mazzini. Buon lavoro.
- 18 marzo 1997
Caro A.C., ora sei uscito da qui già da una settimana. Benché
tu fossi così simpatico, non ti sento nominare. In genere, quando
uno va fuori, gli altri non ne parlano più: non è che se
lo dimentichino, anzi; ma è come per scaramanzia - che a nominarli
non si contribuisca a farli tornare dentro. Ma tutti ci pensano, e anch'io.
Quando poi si tratta, come con te, di un ragazzo tossicodipendente, è
probabile che tutti scommettano fra sé su quante probabilità
ci sono - poche - che uno non ci ricaschi. Gli operatori, che ne hanno
viste tante da diventare a volte cinici, altre volte sconfortati, sono
i più pessimisti. Ora io vorrei essere con te ancora più
chiaro di come sono stato quando eri qui. Anch'io sono pessimista, penso
che tu sia incline a compiangerti, e a dire delle bugie - anche a te stesso,
naturalmente - e che quando proclami solennemente che "mai più"
avrai a che fare con la droga, stai imbrogliando te stesso e gli altri.
Ma è proprio per questo che ti scrivo: io sono pessimista, e penso
che è più probabile che tu ci ricaschi. Ora, se ti è
già capitato, o se ti capiterà, tu potrai fare due cose.
La prima è di vergognarti e sconfortarti per aver già fallito
a quel solenne "mai più": e allora ti lascerai perdere,
e prima o poi - prima - ti rivedrò in questa schifezza di posto.
La seconda cosa che potrai fare è di riprovarci, e poi di riprovarci
ancora e ancora. Forse ce la farai, e almeno ci avrai provato davvero.
Auguri e saluti.
- 15 marzo 1997
Caro Salvatore Mannuzzu, mi è arrivato il suo "Corpus",
nella collezione di poesia Einaudi. Dopo aver letto tutti, credo, i suoi
romanzi, sono ora colpito sentendo che lei considera questo il suo solo
libro vero, un libro di poesie. Lei era stato magistrato, e parlamentare,
e sembrava poi che la sua vera vita fosse la scrittura. Ora dichiara che
la sua vera vita è la poesia. Me ne rallegro, ma ne sono messo anche
in pensiero: come se vedessi scorticarsi qualcuno fino alle viscere. In
una sua poesia, "Emendamento", la lotta di lunga durata si chiama
lotta di lunga lena: "Allora - lei dice - la domanda è questa,
non solo / quanta ma quanta lena resta". "Una qualche lotta c'è
- dice - certo lunghissima: con sorti / che confondono futuro presente
/ passato". Proprio così. Io, con lena affannata, non mi dò
per vinto, e la saluto.
- 14 marzo 1997
Gentili studenti dei collettivi bolognesi, mi dispiace molto, di tutto.
Del chiasso nel luogo in cui fu ammazzato Francesco Lorusso (come me lo
ricordo, quel funerale) e davanti a suo padre. Degli insulti che, a stare
alle cronache, avete dedicato a qualche mio coetaneo, o quasi. Delle vetrine
rotte e dei libri maltrattati alla Feltrinelli International, e soprattutto
di un giovane che ci lavora, malmenato. Io ho un affetto specialissimo
per le librerie Feltrinelli International, e per i giovani che ci lavorano,
che non saprei indurvi a condividere. Quando ero studente, e Giangiacomo
Feltrinelli era vivo, nelle sue librerie si rubava molto, e ci si sentiva
giustificati: era un esoso padrone, e pretendeva anche di passare per rivoluzionario.
Io non ho mai rubato libri: però Giangiacomo, mi ricordo, mi amnistiò
di persona un lungo conto. Allora era destrezza, ora scasso: non è
un passo avanti. Poi, lo sapete, Giangiacomo Feltrinelli lasciò
la pelle in una notte di periferia: a furia di passare per rivoluzionario,
ci aveva creduto, evidentemente. Mi dispiace, una giornata così,
andata così storta. Voi siete contenti? Non mi figuro neanche che
mi stiate a sentire. Ci mancherebbe. Ho letto però che fra i vostri
slogan, non eccitanti, c'era anche questo: "Sofri sei solo un socialista".
Vorrei vendicarmi così. Che andiate di notte a fare le scritte -
le fate le scritte di notte, no? E che arrivi qualche guardia notturna
e dobbiate svignarvela, secchio e pennello e tutto (no, scusate: è
lo spray che usate ora), e lasciate la frase a mezzo. Spero che non vi
becchino, naturalmente. E che la mattina dopo su un muro di Bologna si
legga, bello grande: SOFRI SEI SOLO. Ecco, così mi piace abbastanza.
- 13 marzo 1997
Gentile amministrazione penitenziaria, è difficile capacitarsi della
sproporzione fra le cose ragionevoli che si ascoltano da parte di addetti
ed esperti di giustizia, e l'inerzia dei fatti. Tutti sembrano sapere,
e sentire (tranne alcuni forcaioli e demagoghi per partito preso) che una
parte ingente della popolazione carceraria andrebbe messa fuori alla svelta,
con sollievo dell'umanità e dell'erario. Ma la cosa continua a non
avvenire. Si cerca invece di risparmiare su altro. Per esempio, si riduce
del 33,3 periodico per cento la psicologia carceraria. Incaricati di assistere
e osservare i detenuti, soprattutto i tossicodipendenti, in vista delle
misure alternative, psicologhe e psicologi sono in Italia circa 220, cioè
poco più di uno per carcere in media, dato che le prigioni sono
202. O, se si preferisce, uno su 230 detenuti, circa. I loro controlli
sono del tutto precari, e seguono l'oscillazione mensile delle disponibilità
di cassa (in origine, avrebbero dovuto essere biennali). Il loro orario
era finora di 45 ore mensili; la paga di 27 mila lire lorde l'ora - diciamo
22 mila nette. Ora, per risparmiare, le ore di lavoro (colloqui, relazioni,
riunioni) di psicologhe e psicologi sono state decurtate di un terzo: dunque
309 ore mensili. Applicato, per esempio, ai soli tossicodipendenti dichiarati
del mio carcere, fa due psicologi per 30 ore per un centinaio di persone.
Totale: 36 minuti di introspezione al mese per detenuto. Roba svelta. Non
faccio il conto del risparmio: poca roba anche qui. Con che motivazione,
e che personale indipendenza, psicologhe e psicologi decideranno di lavorare
in carcere a queste condizioni? L'alternativa: meno detenuti, più
tempo e attenzione per i malcapitati che restano dentro, e abbiano il desiderio
di parlare di sé. Non siete tutti d'accordo? E allora perché
non si fa?
- 12 marzo 1997
Gentile Carlo Gallucci, leggo in un suo articolo sull'Espresso dedicato
ai "presenzialisti della firma" un periodo che mi riguarda: "Un
caso a parte è la collaborazione dal carcere di Adriano Sofri, che
con la destra condivide la critica al sistema giudiziario italiano, ai
due giornali diretti da Ferrara". Sono convinto, e un po' compiaciuto,
un po' triste, di essere un caso a parte - molto a parte. Non penso affatto
di condividere con la destra eccetera. Una battaglia per la vita e per
la morte mi oppone, non al sistema giudiziario italiano, ma a tutti i singoli
responsabili di un'accusa e di una condanna mostruosamente ingiusta per
l'omicidio Calabresi. Sulla giustizia italiana ho opinioni - che cerco
ancora di tenere al riparo del mio stato d'animo e di corpo - caratteristiche
di una sinistra indipendente, critica, affezionata al disinteresse e alla
libertà. Se credessi che Ferrara mi ospita per calcoli di politica
giudiziaria, toglierei il disturbo. Al contrario, ho prove ininterrotte
di un'ospitalità e una solidarietà - e un apprezzamento "giornalistico",
magari? - del tutto disinteressate. Se avessi creduto che l'Espresso, o
l'Unità, ospitassero la mia firma per ragioni di consonanza o convenienza
politica, non avrei scritto su quei giornali. La differenza è che
Ferrara mi ha offerto una rubrica, gli altri no. Grazie, e saluti.
- 11 marzo 1997
Gentile governo, fa un effetto strano e triste che mentre si promuovono
blitz spettacolari e riusciti per "portare in salvo da quell'inferno
i nostri connazionali", si dichiari che in quello stesso inferno non
esistono "condizioni di emergenza né altri rischi per l'incolumità
delle persone".
Caro Alexandr, ho letto sui giornali che lei stava zappando una povera
terra alla periferia di Valona quando ha visto scendere l'elicottero italiano;
e che ha buttato via la zappa e gridando: "Vengo anch'io", si
è imbarcato. Non so se sia andata proprio così. Sarebbe bello.
I giornali non dicono quale età lei abbia. Ma non è mai troppo
tardi per cambiare vita. Se i miei ricordi di infanzia non mi ingannano,
un giovane romagnolo, di Cotignola, che si chiamava Giacomuzzo, più
o meno sei secoli fa, zappava la sua terra, ma era scontento di sé,
e volle mettere alla prova il proprio destino. C'era lì una quercia,
e lui lanciò la zappa sulla quercia: se fosse ricaduta sarebbe rimasto
contadino, se l'albero l'avesse trattenuta, avrebbe cercato un'altra sorte.
La zappa restò impigliata nella quercia (l'avrà scelta frondosa).
Il contadino diventò un grande capitano di ventura, col nome di
Muzio Attendolo Sforza. Tanti auguri per il suo futuro in Italia, signor
Alexandr.
- 8 marzo 1997
Signor D.C., qualche giorno fa lei, che fa di mestiere l'intellettuale,
aveva ripetuto sul Corriere un errore che si tramanda da tempo, nonostante
tutte le smentite: che cioè all'indomani dell'omicidio del commissario
Calabresi il giornale Lotta Continua fosse uscito col titolo: "Giustizia
è fatta". Quelle parole non erano mai state stampate. Lei le
citava fra virgolette. Io ho ancora una volta smentito. Lei poteva fare
una quantità di cose. Poteva andare ad accertarsi, dubitando che
la mia correzione fosse falsa. Poteva dire: mi sono sbagliato. Poteva stare
zitto, e finirla lì. Lei ha scritto un articolo su un altro giornale,
in cui mi dice fra l'altro: "Confesso che avrei stimato di più
Sofri se avesse scritto realmente la fatidica frase attribuitagli".
Bello: lei voleva farmi la festa attribuendomi fra virgolette una frase
falsa, e una volta corretto me la vuol fare rimproverandomi di non aver
scritto quella frase. Lei arriva a scrivere poi che quelli come me, e quelli
che sono solidali con me, sono "privi di coraggio fisico". A
pensieri così, fra maschi si risponde stringendo i pugni e dicendo:
"Vieni fuori". Io però, qui dentro, non posso dirlo. Meno
male. E complimenti per il coraggio.
- 7 marzo 1997
Caro Giuliano, vedo ormai inaugurata una nuova bischerata che smentirò
tenacemente quanto vanamente lungo i prossimi anni. Dunque: io sono titolare
attuale della più piccola e spoglia cella della sezione penale.
Cella in cui non entrano libri rilegati né quaderni a copertina
dura, né - scelgo alla rinfusa - cassette musicali, olio extravergine,
forbicine per le unghie o autan per le zanzare, nessun genere di copricapo
o di soprabito e così via. (Si fa prima a dire che cosa entra).
C'è l'acqua corrente - fredda, naturalmente - e la luce: la luce
anzi c'è, obbligatoriamente, tutta la notte. Insomma, una ordinaria,
sordida cella di galera. Spesso vengono giornalisti a intervistarmi. Essi
non sono autorizzati a entrare nelle sezioni del carcere, né nelle
celle o nei passaggi, come sarebbe senz'altro interessante e istruttivo.Per
ragioni di personale, o di sicurezza o di altro genere, questi incontri
si svolgono in una stanza chiamata Sala conferenze degli agenti. È
lì che vengo a volte fotografato o ripreso, seduto su una sedia,
con davanti un tavolo, e dietro uno scaffale di libri. Qualche distratta
didascalia alle foto ha scritto: "Sofri nella sua cella". Bene,
non è vero. Non è la mia cella. La mia cella, infima, benché
adatta a me - io vado infatti adattandomi a lei, e godendo dei suoi pregi,
i disegni colorati di bambini che appiccico sugli orrendi stipetti, e soprattutto
la meticolosa fila di formichine che vive delle mie briciole - è
già piena di carte, che si accatastano senza scaffali. Questo per
la smentita: non servirà, lo so. Per concludere, una domanda: che
genere di persone sono quelle che scrivono ai giornali, o sui giornali,
per fare del sarcasmo sull'eventualità che io abbia una cella con
sedia, tavolo e scaffale? Sono persone che abitualmente si battono per
i detenuti comuni, e specialmente i più poveri e abbandonati fra
loro? Sono brave persone?
- 6 marzo 1997
Gentile ministro della Giustizia, gentile direttore degli Istituti di pena,
come loro sanno, ogni piccolo o grande atto dei cittadini detenuti passa
attraverso l'impiego di moduli che vedo chiamarsi Mod. 393, e che sono
universalmente chiamati domandine.In questi moduli sono stampate le parole:
"Il sottoscritto..." e poi "prega...".
Loro non troverebbero più appropriato sostituire il verbo "prega..."
con quello "chiede...". Con osservanza, saluto.
- 5 marzo 1997
Cari studenti, Antonio Gramsci fu un fervido e intelligente rivoluzionario,
socialista prima e poi comunista, fiducioso nel riscatto dei lavoratori
e dei poveri, e in una democrazia dei produttori. Fu poi mandato in carcere
dal fascismo, e vi fu tenuto fino alla vigilia della morte, con un accanimento
che riconosceva la forza della sua mente e la tenacia del suo animo. In
carcere, in condizioni molto difficili, pensò, studiò e scrisse
cose molto stimolanti e belle per ogni lettore disinteressato. In carcere
dissentì dal modo in cui il comunismo veniva adattato e piegato
alla dittatura del partito staliniano nell'Unione Sovietica, e alla dittatura
del partito russo su quelli del resto del mondo. Questo lo portò
a desiderare la solitudine, e portò i suoi antichi compagni di lotta
e di partito, prigionieri con lui, a isolarlo, in alcuni casi a deriderlo,
e alla fine addirittura a espellerlo. Fu molto forte, affidò i suoi
sentimenti, rimpianti e dolori più profondi, come tutti i prigionieri,
alle lettere, che sono molto belle; e fu spesso fragile, triste, ansioso.
Spero che Gramsci, come chiunque altro, non diventi obbligatorio per nessuno
di voi. Spero però che voi amiate gli anniversari, ai quali l'amore,
la riflessione e il rispetto degli umani possono affidarsi. E vi invidio
per il primo incontro che potete fare, ora, con una persona così
brava e degna.
- 4 marzo 1997
Leggo libri sul carcere, ma - per superbia, forse - prediligo i grandi
reclusi volontari, Emily Dickinson, Proust. Penso a Proust, al giudice
istruttore L., e al terrore delle correnti d'aria. Leggo Macchia su Proust,
"L'angelo della notte", ci trovo un brano sull'arca di Noè.
A Proust sembrava che la condizione di Noè nell'arca fosse la più
miserabile. Ma quando toccò a lui, malato, scoprì che da
lì Noè aveva davvero potuto riconoscere il mondo. Così
sua madre, che era stata sempre con lui, giorno e notte, alla convalescenza
aprì le porte dell'arca e uscì, però, come la colomba,
tornò la sera stessa. Ma quando fu guarito "ella non ritornò
più" (Kafka a Milena: una colomba fu mandata fuori a cercare
il verde; non lo trovò, e tornò dentro. Dunque, si può
figurarsi un Proust più Kafka: una colomba fu mandata fuori, trovò
il verde, ma tornò dentro, e disse che non l'aveva trovato).
Le prigioni degli altri, Sellerio 1993
- 1 marzo 1997
Caro Michele, com'è bella Pisa.Anche chiusi a dieci mandate, consola
sapersi in una città così bella. Ma Pisa è una città
di zanzare. Delle stanze della Normale ho una nostalgia odorosa di zampirone.
(Di Aldo Capitini, maestro di non violenza, che di quel Palazzo vanitoso
era stato fra gli ospiti più illustri, e però ai miei tempi
passava più o meno per uno stravagante, correva la leggenda che
rimandasse fuori dalla finestra le zanzare, con le buone). Pochi italiani
devono aver letto davvero "Le mie prigioni". Se ne ebbe una prova
quando fior di commentatori, credendo di saperla lunga, se la presero con
Scalfaro che aveva collocato Pellico ai Piombi. In realtà Pellico
ai Piombi ci andò, prima che allo Spielberg, e le pagine più
tormentate le dedicò alla lotta contro l'assalto micidiale delle
zanzare, che lo faceva stare avvolto nel lenzuolo come una mummia. Così,
nello strano tepore di questa fine di febbraio, conto giorno per giorno
l'avanzata di quelle nemiche, penso ai rimedi - vietati tutti, salvo lo
zampirone - e riporto una vicenda così oltraggiosa e rumorosa alla
sua ultima proporzione: la lotta fra il prigioniero e le sue zanzare.
- 28 febbraio 1997
Cara signora P., non posso interpellarla in tempo, ma spero che non le
dispiaccia che io pubblichi il brano di una sua lettera che risponde a
questa rubrica. Grazie e molti saluti.
"Caro Sofri, le scrivo per parlarle di una questione molto tecnica,
precisa. Mi hanno colpito le sue parole sulla necessità di una consulenza
legale postprocessuale, per quanto riguarda le pene alternative. Le pieghe
della legge in cui molte persone non riescono a infilarsi. Benefici di
cui non si riesce a godere, e che pure sono previsti. A San Vittore si
è suicidata, qualche mese fa, una persona, un ex-tossico ormai guarito,
reintegrato (lavorava, moglie e figli) tornato dentro per una pena di due
anni, per un reato commesso molti anni prima. Una pena che arrivava da
una vita che non era più la sua, una vita cui ha messo termine con
la morte. E sarebbe bastato chiedere subito la sospensione della pena al
pm, corredata da un progetto terapeutico del Sert (progetto che non può
essere negato a chi ne fa richiesta, per legge) e sarebbe uscito in due
giorni. Una richiesta che avrebbe potuto fare anche in libertà,
prima che la sentenza andasse in esecuzione, e neppure sarebbe entrato
in carcere".
- 27 febbraio 1997
Mia cara Giulia, dato che mi chiedi, di raccontarti un giorno qui in galera,
ti voglio così bene che, se credi, ti racconto la settimana intera.
E' l'una, lunedì, cambio lenzuola. Mattina e sera un grido: Terapia
(la galera moderna: anestesia). Martedì all'Aria Grande, un brindisino
racconta il primo furto - a dodici anni: "Il Brindisi giocava in serie
B". Mercoledì, colloquio coi parenti: a volte, salta il banco
una bambina. Giovedì, pasta e ceci, se non sbaglio. Venerdì,
per gli ammessi, c'è il teatro. Si prepara, ridotto, Dostoevskij.
Stavrogin è un ladruncolo di strada. Le parti femminili le fa uno,
che poco fa ci aveva il Quarantuno. Il carcere non è fatto per il
sabato, né viceversa: e niente reca in mano. Di tutti, la domenica
è il più brutto (più belli, dicon tutti, non ce n'è):
niente colloqui, è chiusa anche la posta. Qualcuno, chi ci crede,
va alla messa; o per vedere qualche faccia nuova. Domenica, non esce mai
nessuno. Entrano, tutt'al più, ed è già sera. Ricordarsi
di fare domandina: si prega autorizzare un'aspirina. Così, da questo
inferno sedativo, per te trascrivo il calendario interno, mentre la carta,
come fa, m'assale. Io sto da solo, gli altri due di fronte: la chiamiamo,
fra noi, Bicamerale.
- 26 febbraio 1997
Caro Giuliano, non posso far altro, naturalmente, che ascoltare le notizie,
sperare che tutto vada bene, e mordermi le mani. Conosco bene Galligani:
ho fatto con lui un viaggio, e un servizio fotografico. Conosco bene Bigazzi:
dalla Polonia, da Mosca, da Firenze. Conosco bene i ceceni, quelli buoni
e quelli cattivi. Mi auguro con tutto il cuore che vinca Galligani, e che
vincano i ceceni buoni.
- 25 febbraio 1997
Cara Patty Pravo, vedo che hai vinto il Festival anche quest'anno. Guardavo
Sanremo, in queste sere, e ripensavo, come succede ogni anno, alla terribile
dissipazione di Luigi Tenco, che si ammazzò perché non si
può vivere in un mondo che manda in finale "Io, tu e le rose".
Era il 1967, e nel 1967 il '68 era già cominciato. La lettera di
Tenco, e il suo colpo di pistola, erano veri segni dei tempi, con quella
combinazione di serietà infantile e di scherzo tragico. Solo da
poco ho saputo di un dettaglio che forse ai lettori è noto, e mi
sembra agghiacciante. Il commissario di polizia Arrigo Molinari, che era
in servizio quella notte a Sanremo, ha raccontato perché fossero
nati sospetti attorno al suicidio di Tenco. "I giornalisti e i fotografi
premevano.Volevano il cadavere". Solo che l'appuntato gli comunicò
che il cadavere era già all'obitorio. Allora il commissario Molinari
- "Sì, lo so, sbagliai" - fece riportare il cadavere nella
stanza d'albergo. Così Lello Bersani poté riprendere il morto.
Solo che il cadavere fu messo in terra malamente, "i piedi restarono
incastrati sotto un comò, la pistola puntata dietro l'orecchio".
Di qui i sospetti.
Povero Tenco. Non volle vivere in un mondo che mandava in finale "Io,
tu e le rose", e non seppe mai di lasciare un mondo in cui si riportava
un cadavere in albergo perché fotografi e telecamere premevano.
I nuovi tempi erano già cominciati. Non sono ancora finiti. Vedremo:
forse arriverà un papa nero. Intanto, cara Patty Pravo, grazie di
tutto e molti saluti.
- 22 febbraio 97
Gentile sostituto Giovagnoli, dalla discussione seguita al mio pezzo sull'affare
del "supertestimone" Sparti al Centro clinico di Pisa, ho appreso
che nella conferenza stampa che la Procura bolognese, e lei personalmente,
avete tenuto qualche giorno fa, si era parlato specificamente anche di
quella questione. Poiché i sette giornali quotidiani nazionali che
riesco a vedere regolarmente non ne riferivano, non l'avevo saputo, e me
ne scuso. A questo punto, restano per me meritevoli di qualche verifica
migliore un paio di punti. Il primo riguarda l'operazione che Sparti subì,
come lei spiega, al San Camillo di Roma. La sequenza clinica - ecografia
la mattina con esito del tutto negativo, Tac il pomeriggio con diagnosi
di tumore al pancreas e metastasi, e diagnosi infausta entro un paio di
mesi, operazione che trova solo "un nodulo ingrossato", talché
a distanza di quindici anni lo Sparti non solo è felicemente in
vita, ma pesa 94 chili - non è granché persuasiva, per me
profano. Trovo ancora sorprendente, inoltre, che il direttore sanitario
pisano, prof. Ceraudo, che notò e comunicò le molte pesanti
stranezze della vicenda, sia stato ascoltato, sia pure per suo incarico,
da un ufficiale dei carabinieri del Ros a Livorno, e non personalmente
da lei o da un suo collega a Bologna. Essendo infatti la questione non
secondaria, poiché sulla vacillante testimonianza di Sparti si basa
l'incolpazione di Mambro e Fioravanti, la delega degli accertamenti ai
carabinieri può sembrare inappropriata. Non ho molto altro da aggiungere,
né ho intenzione di mostrarmi pervicace per partito preso; e tantomeno
di apparire impegnato in questa storia per interesse privato, per così
dire. Al contrario, mi sento del tutto estraneo e insofferente a ogni calcolo
di opportunità e di convenienze. Personalmente, non ho trovato in
alcun altro luogo la solidarietà calorosa che in questi anni mi
è stata regalata dalla città di Bologna. Non solo, ma, come
le stesse persone che si sono impegnate per la riapertura del processo
contro Mambro e Fioravanti hanno sempre saputo da me, il magistrato bolognese
che con più convinzione sostenne la loro colpevolezza è,
per un caso, una persona che conosco e di cui ho una stima profondissima.
Questo non toglie - anzi! - che sia io, che la città di Bologna,
abbiamo soprattutto a cuore il rispetto della verità e della lealtà
giudiziaria. Cordiali saluti.
- 21 febbraio 97
Cari lettori, il giorno dopo l'assassinio del commissario Calabresi il
quotidiano Lotta Continua pubblicò un comunicato, scritto da me,
in cui, dopo aver ricordato la morte di Pinelli, e dopo aver detto che
l'omicidio politico non poteva essere lo strumento di quella liberazione
per cui ci battevamo, si concludeva che tutte quelle considerazioni non
potevano indurci a deplorare un atto in cui gli sfruttati riconoscevano
la propria aspirazione alla giustizia. Non ho qui sottomano la citazione
testuale, che ho del resto fatto mille volte.Veda, chi vuole, la mia "Memoria"
(Sellerio, 1989): vi troverà anche la mia ricostruzione e la mia
critica di quel testo. Quando fummo arrestati, il giudice istruttore, Lombardi,
fu così irresponsabilmente superficiale da scrivere nel mandato
di cattura che Lotta Continua era uscita quel 18maggio 1972 con la frase
"Giustizia è fatta".Lombardi dovette poi mettere a verbale
una correzione di quella grossolana invenzione, che aveva ricavato, senza
la minima verifica, da un ricordo cattivo o malevolo di qualche ex-terrorista
da lui ascoltato.Passava il tempo, e quella frase, assolutamente inesistente,
veniva sempre più proverbialmente citata.Qualche anno fa, un ex
-questore e poi deputato dichiarò di "avere ancora davanti
agli occhi il giornale Lotta Continua con quel titolo: Giustizia è
fatta".A questo punto arrivava la suggestione.Ogni volta, io smentivo.
Sul Giornale un giorno sì e uno no esce un articolo contro di noi,
scritto con la bava alla bocca, in cui si ricorda quel nostro cinico -
inesistente - commento: Giustizia è fatta.Anche Feltri non ha mancato
di metterlo tra virgolette.Da tempo non smentivo più: il mare s'ingrossa
e ho perso il secchiello. L'altro ieri sulla pagina culturale (sic!) del
Corriere della Sera, Dino Cofrancesco rinfaccia alla rivista di Martelli
improvvide tenerezze per quell'Adriano Sofri che commentava sul suo giornale
l'omicidio di Calabresi con le parole: "Giustizia è fatta".Non
è fatta.Non è fatta.
- 20 febbraio 97
Caro sindaco di Corleone, la sua proposta sui figli dei mafiosi mi ha fatto
paura: tanto più perché non sospetto in lei nessuna intenzione
che non le paia buona e generosa. Terribile è infatti il destino
che condanna i figli alle colpe di padri e madri: più terribile
quello che li sottragga a padri e madri, e alla possibilità di una
scelta libera, e li metta nelle braccia di uno Stato che se ne faccia lui
padre e madre, educatore e salvatore.Temo, in questo zelo, un'affinità
con il passaggio che ha tramutato in Italia delatori - preziosi! - e "collaboratori
di giustizia" in pentiti.Temo il baratto incessante fra corpi e anime,
e fra curatori dei primi e delle seconde.Penso alla parte della Francia
che si rivolta contro il tentativo di tramutare le persone in accusatori
del proprio prossimo, e del più povero e inerme fra i prossimi.Sarebbe
bello che, nello scandalo che suscita in noi quel progetto traditore di
uguaglianza e fraternità, non fossimo appesantiti da tentazioni
a perquisire anime in caserme, a soppiantare famiglie, e a invadere i campi
da gioco.
- 19 febbraio 97
Cari Selma, Carlo, e gli altri di cui non so. Leggo del vostro digiuno,
così lungamente protratto. Ve ne ringrazio. Del resto immagino come
vi abbia fatto sentire migliori. Quelli che scherzavano dozzinalmente sul
digiuno sono sfortunati, si figurano cose importanti come se fossero obbligate
al sotterfugio, mostrano di non aver avuto l'occasione per prendere sul
serio gli altri e se stessi. Le nostre cose - dico così per la parte
in cui sono comuni - sono ora serie, ma non drammatiche. Non ancora. Perciò,
mi piacerebbe che smetteste, adesso. Noi, per esempio, mangiamo, giochiamo
perfino a pallone, ci teniamo in forze. Naturalmente, ci ricordiamo bene
del respiro leggero, dei pensieri enfaticamente nobili, e anche dell'ironia
sottile come un solletico, che dà un digiuno motivato, e preso sul
serio. Con qualche invidia, salutiamo.
- 18 febbraio 97
Caro Papa, che cosa succede nella sua città? Per due volte in pochi
giorni il giornale che ne è l'organo ha scritto contro me e miei
amici parole cariche di odio e di arbitrio. Non solo vi si deride spietatamente
la nostra voce che proclama un'ingiustizia subita, ma ci si imputano orrori
dei quali non fummo in alcun modo responsabili e fummo viceversa franchi
avversari. Ci si attribuisce un disprezzo per le vittime e i loro cari,
scegliendo vittime da ricordare e altre da cancellare. Si citano cinicamente
quanto stolidamente coincidenze con l'anniversario dell'assassinio di Bachelet:
per il quale, e per la reazione dei suoi cari fui commosso non meno di
chiunque altri. Di fronte alla violenza di questi attacchi, vedo, fra i
miei cari, visi spaventati e ansiosi. Quei visi ripetono il giudizio e
il pregiudizio antico in Italia: il Vaticano ha una potenza capace di mettere
l'ultima pietra sopra ogni speranza di resistenza e di riscatto della nostra
vicenda. Lo so, è improbabile che l'abbia anche solo sentita nominare.
Io non sono un fedele. Sono un uomo che combatte la sua battaglia e pensa
che lei sia un uomo molto bravo. Sono anche un uomo che, specialmente negli
ultimi anni, ha preso molta confidenza con il pensiero della propria morte,
e dunque si dà meno pena di ogni genere di potenza, e più
di ciò che è giusto e degno. Non esito a rivolgermi a lei.
Non esitai a seguire e raccontare i suoi passi fin dal suo primo e fatale
viaggio polacco da Papa, né a mettermi al servizio di quell'opposizione,
cattolica e no. Venni nella piazza in cui lei fu colpito, e scrissi un
pezzo intitolato "Oggi siamo tutti cattolici polacchi", dispiacendo
perfino a qualche mio amico che aveva ancora bisogno di tempo per liberare
idee e sentimenti dai pregiudizi. Le fui riconoscente delle parole coraggiose
e solitarie su Sarajevo, e aspettai lì la visita che lei desiderò
invano. Il mio dirimpettaio Ovidio, che in Bosnia andava avanti e indietro
a portare aiuti assieme a volontari devoti di Medjugorie, non è
neanche lui un credente confessionale. Al nostro primo processo il presidente
del tribunale lesse malamente un rapporto di polizia su Ovidio: "Si
parla qui di un suo atto di cinismo", gli disse. "Cinismo?",
chiese fra incredulo e stanco Ovidio. C'era scritto: "Civismo".
Ovidio, non so quanti anni fa, si era calato rischiosamente in un crepaccio
delle Apuane per soccorrere un caduto, e non poté che recuperarne
il corpo. Quel poveretto era un sacerdote. Ho sempre pensato che quel grottesco
lapsus del giudice fosse la chiave più significativa dell'intero
processo. Mi trovo a pensarlo una volta di più, davanti alle righe
dell'Osservatore Romano. Odio e denigrazione gettati in nome di una così
alta autorità morale. In cambio, ho potuto contare su parole ben
diverse, del curato del mio paese, o del cappellano della mia prigione,
e di altri grandi e piccoli. Una signora musulmana di Sarajevo che si chiamava
Izeta e viveva da barbona coi cani randagi disse alla mia telecamera, al
tempo delle bombe: "Mi saluti tanto il Papa di Roma". Credeva
che io potessi portare i saluti al Papa. Molti rispettosi saluti da Adriano
Sofri.
- 15 febbraio 1997
Caro Montanelli, quando finimmo imputati, nove anni fa, lei scrisse che
non aveva senso processarci, perché non eravamo più quelli
di un tempo. Provai a dirle che non era questo il punto, e che ero innocente.Lei
tornò più volte sulla questione assicurando che avrebbe chiesto
lei stesso la grazia e che però io dovevo ammettere errori e colpe
di un tempo. Provai a dirle che avevo criticato da tempo errori e colpe,
senza aspettare di essere chiamato abusivamente in tribunale; e che in
tribunale non si valutano responsabilità politiche e morali, né
si "riabilitano" (bruttissima nozione stalinista" vittime,
ma si giudicano le prove di un reato. Una volta - quando mi fu meschinamente
vietato di andare al funerale di Rostagno - lei scrisse parole cavalleresche,
e gliene fui grato.La sera dopo il mio interrogatorio al processo, andammo
a cena insieme: lei lodò quello che le era sembrato il coraggio
delle mie parole e si spinse sino a dirmi che, all'indomani dell'assoluzione,
le sarebbe piaciuto che scrivessi sul suo giornale. Era, per ambedue, una
battuta, ma gliene fui grato. Fui condannato. Lei ricominciò a scrivere
che ormai ero un altro uomo, e che però avrei dovuto assumermi le
mie responsabilità.L'avevo già fatto, a mio parere fin oltre
le mie personali responsabilità e, quanto al processo, ero innocente.
Da allora, lei ha scritto tante volte sul mio conto, dandomi sempre l'impressione
di non avere idea di che cosa avessi fatto, e come fossi fatto.Ancora all'indomani
della pazzesca sentenza della Cassazione, lei ha riscritto più o
meno lo stesso articolo.Andavo in galera, innocente, per ventidue anni,
e lei faceva appello alla mia "cultura, coraggio e intelligenza"
perché criticassi il mio passato politico.
Nei giorni scorsi, quando - a mia insaputa - persone per bene e da me politicamente
lontane le hanno scritto per ricordare una buona azione compiuta in Cecenia,
lei ha ospitato una lettera sarcastica che derideva la dichiarazione che
io parlassi un po' di russo e di ceceno! Ora leggo una sua intervista su
Sette in cui lei dice di aver cambiato idea: non chiederà più
la grazia, e non crede più che io sia un uomo diverso: "Il
disprezzo che Sofri esprime per l'ordine costituito mi fa pensare che sia
lo stesso di allora". Così la parabola si chiude, per lei,
e per me.
Peccato.Forse, avremmo potuto fare di meglio, io, e anche lei.Non sono
contento di leggere, da dove mi trovo, nelle sue parole finali uno spirito
di maramaldo.
- 14 febbraio 97
Gentili giudici della II sezione della Cassazione, ho letto e riletto sui
giornali di mercoledì il resoconto della sentenza con cui avete
confutato la Corte d'Appello di Milano in tema di chiamata di correità
(di "riscontri ai pentiti", come si usa dire ora). Voi avete
detto che i chiamanti in correità sono "una categoria di persone
sicuramente poco credibili". Che il credito da dare loro non può
fondarsi su valutazioni moralistiche o psicologiche. Che i riscontri alle
accuse devono essere trovati per ogni singola persona accusata, e non "estesi"
per via presunta logica, o mistica, da uno ad altri, o da un episodio ad
altri episodi. Che il riscontro deve essere specifico, e non generico.
Eccetera. Ho letto queste cose insieme a Bompressi e Pietrostefani. Vorremmo
ora sapere a chi rivolgere domanda di scarcerazione immediata, e relative
scuse. In subordine, se dovessero insorgere difficoltà pratiche
che da qui ci sfuggono, vorremmo chiedervi di fare un colpo di telefono
ai vostri colleghi della V sezione, che in un momento di distrazione ci
hanno mandati qui, lo scorso 22 gennaio. Non ci dispiacerebbe neanche conoscere,
da codesta Suprema Corte, quali sono le modalità di sorteggio. Molti
saluti.13 febbraio 1997
- 13 febbraio 97
Gentile ministro della Giustizia, mi permetto di sottoporle un dubbio,
che è forse del tutto infondato, data la mia forte misconoscenza
del diritto.Il mio dubbio è se il reato che si chiama di oltraggio
a pubblico ufficiale abbia una giustificazione, o non sia piuttosto anacronistico
e ingiusto.Se siamo d'accordo che sia fuori luogo una considerazione sacrale
dello Stato, del pubblico ufficio e delle sue uniformi, come quella del
tempo delle autorità di diritto divino, allora a motivare l'oltraggio
resta il supposto bisogno di tutelare in modo speciale chi svolga un pubblico
ufficio. Ma, appunto, è necessaria e giusta questa differenza dalla
tutela dovuta da ciascun cittadino a ciascun cittadino? Sono impressionato
e spaventato dall'abuso che di questo articolo di codice si può
fare, e dalla sproporzione che induce fra l'offesa - qualche parola forte
dal sen fuggita, per esempio - e le sue conseguenze. In carcere, il battibecco
improvviso e fortuito fra un agente di polizia penitenziaria e un detenuto
può tradursi - succede spesso, temo - in una denuncia per oltraggio.Essa
basta ad escludere il detenuto dall'accesso alla legge cosiddetta Gozzini
- dunque dalla concessione di permessi, dal lavoro esterno, dall'affidamento,
dai "giorni" di abbuono della pena eccetera. Dunque, una parola
e un gesto sgarbati, non voglio qui dire se a torto o con l'attenuante
di una provocazione - significano ipso facto anni di galera in più.E'
giusto? E quella parola stessa, oltraggio, non dovrebbe essere riservata
a occasioni più alte?
- 12 febbraio 97
Caro Gozzini, lascia che ti scriva con la stessa confidenza, anche se sono
scivolato - troppa grazia! - dall'altro lato della questione. Farò
via via alcune osservazioni alla legge che porta il tuo nome, e che strada
facendo è stata potata come certi poveri alberi cittadini. Vedo
che figure diverse arricchiscono il paesaggio del carcere: educatori, psicologi,
assistenti, animatori, criminologi. Oltretutto passano donne in carceri
maschili, e questo non può essere che un bene. Ma come è
possibile che manchi la figura più necessaria alla gran maggioranza
dei detenuti dei penali, cioè gli avvocati? Necessaria a tutti quelli
che non hanno un legale di fiducia, e hanno quotidianamente bisogno di
assistenza per l'esecuzione della pena, il cumularsi di vicende giudiziarie,
la conoscenza dei benefici di legge e delle loro condizioni, e infine per
gli accidenti della stessa, azzardatissima, vita in carcere (quelli che
nell'abominevole gergo ufficiale si chiamano "reati intramurari").
Questo non c'entra col gratuito patrocinio - peraltro amarissimo tema.
Che cosa impedisce che avvocati, e anche studenti di legge, vadano per
buona volontà in carcere a collaborare coi detenuti? Questi ultimi
ne sarebbero soccorsi legalmente e nella consapevolezza dignitosa dei loro
diritti; e, se posso permettermi, gli stessi avvocati, giovani e no, guadagnerebbero
molto in competenza e umanità.
- 11 febbraio 97
Cari Antonio Guidi e Paolo Liguori, sarà la coincidenza del luogo
in cui mi trovo, ma voglio congratularmi con voi per il programma settimanale
su Italia 1 dall'interno di San Vittore. Sabato notte, benché mi
ritenessi abbastanza esperto della vergogna di certe galere italiane, ho
guardato con dolore e spavento le celle in cui le vostre telecamere sono
entrate. Le brande desolate, i fagotti ammucchiati e le persone ridotte
a fagotti, i tubi fatti di bottiglie di plastica e i fili elettrici annodati
e tenuti su coi cerotti, la sporcizia, lo squallore, e un bravo agente
penitenziario che parlava dei topi che corrono nei raggi. Se un Gladstone
venisse oggi, potrebbe ripetere le stesse parole: solo, non avrebbe bisogno
di spingersi fino a Napoli. Milano basta e avanza. Infatti nessuna città
può fingere che le carceri siano luoghi alieni, extraterritoriali.
Milano è San Vittore. L'ente per il turismo inviti pure a visitare
la Scala, Brera, e quelle indegne celle. E' apprezzabile che la direzione
del carcere vi abbia lasciato andare a vedere, e mostrare, quella vergogna;
almeno quanto dev'essere desolante chiamarsi direttori e custodi di un
luogo simile. Una obiezione: la mezzanotte inoltrata in cui va in onda
la rubrica la tiene lontana dalla vista della gran parte di persone, e
soprattutto dei detenuti, che a quell'ora si sforzano di dormire. Peccato.
- 8 febbraio 97
La scrivo a una penisola ghiacciata la lettera di oggi. Ecco perché.
La misura della condanna che mi sono guadagnato - 22 anni, ridotti da appositi
computisti a 19 anni, 9 mesi e 19 giorni - è per me priva di qualunque
senso reale. E' una cifra a mezzo fra certi numeri astronomici inconcepibili
e una battuta di Totò, e rimarrà. Ma improvvisamente, attorno
alle sette di sera di mercoledì mi sono trovato a fare i conti.
E' successo che un telegiornale ha mostrato una nave di Greenpeace in una
deriva di lastre di ghiaccio, e ha spiegato che l'isola antartica di Ross,
un tempo stretta perennemente dai ghiacci è ormai interamente circumnavigabile.
"L'Antartide si scioglie"; e poi la voce del telegiornale ha
aggiunto: "La penisola di Larsen sparirà entro il '99".
E' stato allora che, involontariamente, ho fatto il calcolo del mio futuro.
Se fossi abbastanza longevo, la mia condanna scadrebbe nel 2015. Se fossi
abbastanza paziente - non lo sono, non lo sono - nel '99 mi resterebbero
sedici anni, e intanto la penisola di Larsen sparirebbe. Un momento dopo,
benché sorridessi di un pensiero così sciocco, ho cercato
su una bella carta del mondo, grande come un terzo della mia cella, che
è ora la mia principale ricchezza, e ho trovato: Penisola di Riiser
Larsen, appena sotto il circolo Antartico. A tutto ciò che esiste
è assegnata una fine: ma fra le esistenze cui viene calcolata e
annunciata una scadenza, si stabilisce un'affinità particolare.
Così mi sono sentito coinvolto dall'annuncio sulla penisola di Larsen,
cui faccio gli auguri.
- 7 febbraio 97
Caro Fabio Fazio, mi astengo dal salutarla pubblicamente, per discrezione.
Ho però visto che alcuni commentatori ritengono che non potrei felicitarmi
dell'accostamento con la sua versione degli anni Settanta, che anzi a suo
tempo avrei dovuto detestare. In verità, ho ricordi confusi e forse
opportunistici. Ho senz'altro canticchiato "Questo piccolo grande
amore". Negli scorsi giorni, essendomi venuto insperatamente in soccorso
Celentano, mi sono ricordato di una canzoncina molto in voga in certe barricate
della Pisa di quasi trent'anni fa, davanti a una fabbrica minacciata: "Azzurro,
ci rivedremo tutti a Porto Azzurro, perché...". Com'è
scanzonata la vita. Ho molto da farmi perdonare da Orietta Berti, della
quale conoscevo "Fin che la barca va": sicché, quando
una mattina lessi sull'argine del Tevere la scritta cubitale: "Orietta
Berti è pazza", ne fui folgorato come da una rivelazione, e
intitolai così alcuni editoriali del nostro famigerato quotidiano.
Per il resto, a differenza di lei, sono cresciuto senza televisione, cioè
con tetto di tegole senza antenne, come quelli di Recanati al tempo di
Leopardi, e sono rimasto senza fino alla soglia degli anni Ottanta.Perciò
ora guardo con gran scrupolo "Anima mia", trovo squisita Sabina
Ciuffini, e mi commuovo (davvero) ascoltando Claudio Baglioni che esegue
"Heidi". Grati saluti.
- 6 febbraio 97
Care persone che mi avete scritto in carcere, grazie. Ho ricevuto finora
centinaia di telegrammi e lettere. Solo una è minatoria; un'altra
di insulti; una terza passabilmente ostile, ma anonima. Con queste tre
eccezioni le lettere mi fanno pensare e mi rallegrano le sere. Parecchie
vengono da detenute e detenuti di altre prigioni: offrono solidarietà,
raccontano altre storie, qualche volta chiedono un aiuto. Naturalmente
non riuscirò a rispondere presto: non ne avrei neanche la possibilità
materiale. Spero di farlo piano piano, intanto che Vincino mi allunga la
barba. Grazie ancora.
- 5 febbraio 97
Caro Toni Negri, ho letto le cose che tu e altri da Parigi avete detto
a ridosso del nostro caso. Non devo ripetere quel che penso della vostra
situazione, e di chi è ancora imprigionato in Italia per condanne
di violenza politica, di ogni colore, degli anni Settanta: che avrebbero
dovuto da tempo essere liberati, e liberi di vivere a casa loro, e nella
patria migliore. Della mia personale solidarietà, ben precedente
alla mia disgrazia giudiziaria, si ricordi o si dimentichi chi vuole. Ho
invece queste osservazioni da farti.La prima, che non assegno alla mia
scelta di venire in galera nessuna speciale nobiltà: è la
mia scelta, rispettabile né più né meno di ogni altra,
di fronte al gratuito orrore del carcere - la fuga, l'esilio, il pianto
o il grido di soccorso. La seconda, che non so aderire per intero alla
tua idea che io debba liberare me stesso e tutti gli altri. Naturalmente,
è un'idea lusinghiera: tana libera tutti, figurarsi. Ma mi pare
di non averne la forza.Inoltre, tengo a custodire fino alla fine la singolarità
del mio caso, quella singolarità che dovrebbe essere garantita a
ogni processo, senza farne una pagina, più o meno "emblematica",
del gran libro generale: della giustizia italiana, della liquidazione dell'eredità
degli anni Settanta, della questione del "pentitismo" e così
via. Questo non attenua la mia capacità di solidarietà e
di partecipazione alle vicissitudini altrui - al contrario, ne è
la condizione.(In questi giorni, peraltro, nell'indice dei casi clinici
il mio nome viene serenamente accostato - altro che al terrorismo politico
che detestai - ai nomi di Pacciani e di Priebke, così, in ordine
alfabetico). L'ultima cosa: al mio modo di maneggiare questa storia, tu
obietti: "Romanticismi". Vorrei mettere a verbale la mia antica
simpatia per tutto ciò che si merita, senza smancerie, il nome di
romantico. Molti cordiali saluti.
- 4 febbraio 97
Caro Franco Corleone, vedo che un parlamentare esige che tu sia cacciato
dal tuo posto di sottosegretario alla Giustizia, perché sei venuto
a visitare il carcere di Pisa. Costui è "indignato", leggo,
perché il tuo losco scopo era di "concordare con Sofri e Bompressi
la possibilità di uscire al più presto aggirando le disposizioni
dell'articolo 21 della legge penitenziaria". Rendo dunque pubblico,
anche a nome dei miei due coinquilini, quello che tu già sapevi
dall'inizio, cioè che nessuno di noi ha il minimo interesse a usufruire
dell'articolo 21, del cosiddetto "lavoro esterno" né di
alcuna altra misura che attenui e renda abitudinaria la nostra situazione
di nudi e crudi prigionieri. Che altri ci abbia pensato, e che autorità
meno incompetenti del tuo censore - come il giudice Margara - di cui non
sentivamo che bene fuori, e non sentiamo che bene dentro, l'abbiano dichiarato
possibile, non cambia di un millimetro la nostra convinzione: molte grazie,
no. Dunque, l'assalto di quel deputato era trivialmente fuori luogo. Colui,
di cui non occorre fare il nome, si fregia persino nella professione politica
del titolo di cattolico. Ha dimenticato così un'opera di carità
- visitare i carcerati - che per un sottosegretario alla Giustizia è
anche un dovere d'ufficio. Con l'antica amicizia, ti saluto.
- 1 febbraio 97
Egregio dottor Lombardi, lei fu giudice istruttore nel mio processo nell'estate
del 1988, e serbo di lei un ricordo gogoliano che chi volesse può
trovare nel mio libro "Le prigioni degli altri". Ora, secondo
il Corriere della Sera lei avrebbe detto: "Indagavamo da anni su Lotta
continua. Ci mancava solo di conoscere gli esecutori materiali". Se
l'ha detto davvero eccoci davanti alla confessione di una persecuzione
premeditata: occorreva "da anni" trovare i titolari fisici di
un pregiudizio. Ma lei si distingue in genere per il silenzio, o forse
per le cose dette in modo riservato e smentite: mi riferisco al documento
falso, fabbricato contro di me e allegato agli atti dell'inchiesta di Trapani
per implicarmi nell'omicidio di Mauro Rostagno, documento firmato da un
capitano dei carabinieri, che disse di riferire cose apprese da lei in
un colloquio riservato. Lei smentì, io chiesi di appurare chi dei
due - se non ambedue - mi avesse così madornalmente calunniato.
Aspetto che i tribunali, di Caltanissetta o di Brescia, me lo dicano. Ma
soprattutto aspetto che lei chiuda, o almeno spieghi perché non
lo fa, l'inchiesta che tiene dal 1973, che riguarda la strage della questura
milanese nel primo anniversario dell'omicidio di Calabresi. Per la strage
fu condannato Bertoli, ma uno stralcio tiene aperta l'indagine sulle eventuali
complicità.A quello stralcio appartengono, fra l'altro, i rapporti
fra il commissario Calabresi e Bertoli: questione che a mio parere avrebbe
dovuto essere conosciuta nel nostro processo. Sono passati 24 anni, e lei
è apprezzato per la sua meticolosità. Ma le dispiace sbrigarsi
un poco, e rendere pubbliche quelle carte? Grazie.
- 31 gennaio 97
Cari occupanti della facoltà di Lettere di Pisa, ho ricevuto il
vostro comunicato solidale, e ve ne ringrazio. Siamo distanti in linea
d'aria poco più di un chilometro, e di una trentina d'anni. Provo
per voi una certa invidia. Mi piacerebbe, infatti, essere al vostro posto.
Attenti a non trovarvi, fra una trentina d'anni, al mio posto. Tanti saluti.
- 30 gennaio 97
Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po'. Qui è Carnevale.
Bambini vestiti da damigelle, bambine in costume da spadaccini. Funzionari
con la gobba di Notre Dame, e dame patronesche con le calze rotte. Pentiti
sugli altari maggiori e sugli scranni delle corti supreme, e sulla loro
fronte le scritte impudenti: "Dio ti vede", e: "La legge
è uguale per tutti". Leoni travestiti da agnelli, che si sdraiano
mansueti accanto agli agnelli, e fingendo sonnolenza gli si accostano sempre
di più. Ballerine fasciate della Legion d'Onore, e innocenti che
fanno la coda alle porte della prigione. E' Carnevale, allegria. Sarà
tre volte Natale, e Carnevale tutto l'anno.
- 29 gennaio 97
Gentile procuratore Borrelli, leggo del suo paragone tra il mio processo
e quello a Priebke. Trovo il paragone ripugnante, ma non importa. Lei dice
che ambedue i processi avvengono dopo molto tempo. Però Priebke
è giudicato così tardi perché, conosciuto da sempre
come autore di quell'orrore, così tardi è stato scovato.
Che c'entra con noi? Inoltre, per difendere la nostra condanna, lei fa
il conto dei giudici che si sono occupati di noi, per un totale di 47.
Seguendola per un momento nel Regno della Quantità, osservo che,
contando, almeno, la maggioranza dei giudici delle Sezioni unite della
Cassazione (5 su 9), la maggioranza della Corte d'appello che ci assolse
(4 su 7), e, diciamo per sobria ipotesi, un paio di dissidenti in ognuna
delle altre Corti, abbiamo almeno 19 di quei 47 giudici che lei non può
annettere al suo attivo. Vedo infine che lei parla del "peso che un
personaggio come Adriano Sofri ha esercitato su un determinato ambiente
culturale di questo paese" per spiegare la protesta contro la nostra
condanna. Una volta mi dissero di un suo giudizio privato sul mio conto:
"Attenti, Sofri è un gran plagiatore". Nella mia Memoria
al primo processo avevo scritto che in realtà si era trattato, contro
di me, di un processo per plagio. Che coincidenze. Cordiali saluti.
- 28 gennaio 97
Caro Adriano Celentano, tante grazie per le cose lusinghiere che ha scritto
sul mio conto sul Corriere. Devo dirle di essere stato piuttosto meschino
nei suoi confronti, per via del nome. Ogni volta che passo una frontiera,
mi sento dire: "Adriano Celentano". Dopo aver attraversato la
Cecenia in tempo di guerra su camionette sgangherate, con combattenti che,
per allegria, facevano andare a tutto volume le sue cassette, avevo deciso
di trovare il modo di diventare, almeno in un paese, almeno in Cecenia,
più famoso di lei. Così, una volta che le fosse capitato
di andarci - lì, infatti, come dappertutto, l'aspettano - alla frontiera
lei avrebbe esibito il passaporto, e quelle allegre guardie avrebbero esclamato:
"Ah, Adriano Sofri". Scarogna. Molti saluti.