Piccola posta
1999
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Settembre e Ottobre
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Maggio e Giugno
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1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- 01/09/99
L'estate è stata piena di notizie allarmate sull'aggressione
della criminalità. Erano false e demagogiche, benché
l'allarme fosse serio e motivato. In realtà erano notizie
sulla tossicodipendenza, e sugli impulsi violenti e disperatamente
sgangherati che il proibizionismo assoluto scatena. Ora parole
ragionevoli e non demagogiche vengono da magistrati milanesi.
Lodo questa ragionevolezza, che passa per coraggio di fronte
all'ostinazione accecata e in buona fede di chi non vuol ammettere
che il crimine possa essere fomentato dalla difesa della virtù.
Lodo questa ragionevolezza da chiunque venga, dal magistrato
Alberto Nobili e perfino da Ferdinando Pomarici.
- 02/09/99
Il prezioso supplemento "Tuttoscienze" della Stampa
dava ieri i numeri che contano. Cito alla rinfusa. Siamo sei
miliardi. Noi viviamo l'era di Internet, due miliardi sono senza
elettricità. L'86 per cento dei consumi globali appartiene
al 20 per cento di popolazione più ricco. Il quinto più
ricco consuma il 58 per cento dell'energia, il quinto più
povero meno del 4 per cento. Le 225 persone più ricche
del mondo possiedono un patrimonio pari al reddito annuale del
47 per cento della popolazione mondiale. Per dare a tutti alimentazione
e sanità di base occorrerebbero 13 miliardi di dollari;
spesa per sigarette in Europa, 50 miliardi di dollari, per alcolici
105 miliardi. Eccetera. Ultimo dato comparato: al terzo millennio
si affacciano 840 milioni di umani mal nutriti, 600 milioni di
ipernutriti. Conclusione triviale (ma che cosa c'è di
più triviale delle cifre suddette?): arriva il terzo millennio,
e gli 840 milioni di denutriti fanno un solo boccone dei 600
milioni di ipernutriti, poi ruttano con soddisfazione e vanno
a dormire.
- 03/09/99
A leggere le cronache russe di questi giorni, mi torna in mente
quella storiella del tempo di Gorbaciov, su lui e l'autista.
Gorbaciov, esasperato dalla routine burocratica, convince l'autista
a cedergli un po' la guida della sua limousine. L'auto sfreccia
veloce, con Gorbaciov alla guida e l'autista dietro. A un incrocio
un paio di militi motociclisti si vedono passare davanti l'auto
in eccesso di velocità, e partono all'inseguimento. Il
motociclista più svelto arriva ad affiancare la vettura,
dà un'occhiata dentro e sviene. Sopraggiunge l'altro motociclista,
si ferma e rianima il collega. "Insomma, chi era?"
"Per l'amor del cielo - dice quello, con l'aria atterrita
- tremo solo a ripensarci. Quello che guidava era Gorbaciov,
ma sa Dio chi era quello seduto dietro".
- 04/09/99
La Torre di Pisa si è drizzata di 4 centrimetri. Quando
temevo già che si esagerasse troppa grazia
ricompaiono le notizie sull'interruzione dei finanziamenti e
dei lavori. Date, e fate presto. Nel 1953 Albert Einstein scrisse
da Princeton ad Antonio Russi, a Pisa: "La ringrazio molto
per la bella acquaforte. La Torre di Pisa è un bel simbolo
dell'impossibilità degli esseri umani di prevedere le
implicazioni sociali delle loro opere. L'artista, naturalmente,
non previde che la debolezza delle fondamenta avrebbe prodotto
l'inclinazione della torre e che questo avrebbe attirato l'attenzione
di tutta l'umanità. Ciò non è forse vero
anche per creazioni più astratte dell'uomo nel senso che
le loro effettive conseguenze sociali corrispondono solo in minima
parte alle intenzioni del creatore? Con i migliori saluti, Albert
Einstein" (Lettera assai notevole, a pensarci bene: benché
Dio, secondo Einstein, non giochi a dadi, dev'essere andato storto
anche a lui qualcosa).
- 07/09/99
Stendhal aveva una certa ossessione per le galere. Giuliano Sorel
finisce come sappiamo, e Fabrizio del Dongo comincia con presagi
di galera, e ci va una prima volta da volontario di Waterloo,
una seconda da recluso in fortezza a Parma. Quale edificio abbia
fatto da pretesto alla Certosa di Parma è ignoto: fra
i candidati c'è un fabbricato vicino a Parma, a Beneceto,
ai giorni nostri adibito a scuola per guardie carcerarie. Com'è
piccolo il mondo; e com'è cintato.
- 08/09/99
Di notte, i cani abbaiano, e mi svegliano, ed esco seminudo e
sonnolento e arrabbiato, e mentre sgrido le povere bestie mi
accorgo quasi per caso della notte chiara, con una luna risplendente
fra la nuvolaglia, e l'odore della pioggia.
- 09/09/99
Ritrovo piano piano i miei libri. Avrebbero potuto essere utili.
Per esempio questa frase nella cronaca balcanica di John Reed
(quello dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo): "Tra
i serbi ogni recluta proveniente dalle campagne sa per che cosa
si batte. Quando era in fasce, sua madre lo cullava con queste
parole: - Salute, piccolo vendicatore di Kosovo!-".
Ho trovato anche, nello scaffale balcanico, un curioso opuscolo
sul carattere progressivo dell'impalamento. La medicina ne riportò,
dice, durevoli guadagni.
- 10/09/99
Sfogliando le mie vecchie agende, trovo dappertutto citazioni
di detti celebri di Nora. Don Chisciotte e il suo fido Pancho
Villa. Siamo in barca e imbarchiamo. Per contro (anche quando
non c'è niente da avversare). Diamine. Bello bello bello
(dieci volte). Lo stesso per brutto. Atroce. O di rìffete
o di ràffete. (Le ho dedicato una poesia: "Né
di rìffete né di ràffete / non si sposa
e non si: pàffete!"). Mi manca Nora.
- 11/09/99
Ho un'amica a Siena, una donna bella in un modo rotondo e altero.
La incontrai una sera, tanti anni fa. Elegante, molto, come per
una sfida. La incontrai a una tavola di ristorante, la più
vicina a una porta che si apriva e si chiudeva rumorosamente
(Ero seduto lì per salutare quelli che entravano
"Buonasera!" e quelli che uscivano "Arrivederci!"
). Le rivolsi la parola indiscretamente, come in una notte
di carnevale. Era viennese, e si chiama Claudia Mann. Non aveva
letto "La montagna incantata", e non sapeva della combinazione
fra il suo nome lo stesso di Claudia Chauchat e il
suo cognome lo stesso di Thomas Mann . Madame Claudia
Chauchat, che entrava nella sala da pranzo facendo sbattere la
porta, e tutti la guardavano.
- 14/09/99
Gentile Angelo Panebianco, ho un'obiezione al suo fondo di ieri
sul Corriere ("Intervenire ovunque per la pace? Gli interessi
e le ipocrisie"). Non è detto che il problema sia
"la pace": bensì la protezione dell'incolumità
di popolazioni e il rispetto del diritto. Dunque non è
detto che la risposta sia "la guerra" (etica o no):
anzi. La distinzione fra la "guerra" e un'azione di
polizia o di soccorso internazionale è tanto necessaria
nelle parole quanto nei fatti. Ancora: la politica internazionale
non è esattamente la stessa cosa che la politica estera.
Se non altro perché il mondo si fa piccolo, e le distanze
si riducono (altre, magari nel quartiere in cui viviamo, si allungano),
la nozione di "interesse" si allarga in proporzione.
Noi siamo "interessati" alla stabilità e alla
legalità nei Balcani in quanto europei e italiani. Ma
siamo anche sempre più "interessati" alla stabilità
e alla legalità in ogni angolo del mondo, dato che il
battito d'ali della Borsa di Singapore provoca un ciclone in
piazza Affari. La stessa cosa vale per una nozione meno "egoista"
e più "morale" dell'interesse: sentiamo, nella
terra consumata dagli incendi e dagli scappamenti, una solidarietà
(un'associazione in solido) con i nostri simili umani sempre
più simile a quella che riservavamo fino a poco fa al
nostro prossimo, di paese, di nazione, di continente (e di chiesa,
di partito, eccetera). Lei stesso, esemplificando contro gli
autoinganni delle buone coscienze (o delle cattive travestite
da buone), parla dell'interesse che avevamo al Kosovo, oltre
che in un senso economico o geopolitico, in un senso decisamente
civile e morale: "Era nostro interesse dimostrare ai serbi
che qui in Europa nessuno può permettersi di fare impunemente
certe cose. Era nostro interesse tenere basso il tasso di barbarie
ai nostri confini". E' dunque nostro interesse, anche se
un po' meno urgentemente, di tenerlo basso anche più in
là, in Sudan o in Indonesia. L'obiezione è che,
nella sua polemica realista, lei eccede nella schematizzazione
di una politica dell'interesse e di una, opposta, dei diritti
umani: a me pare che ci sia un legame, e anche un ingarbugliato
intreccio, fra i due. E che la difesa dei diritti umani (leggi:
dei braccati di Dili) abbia una parte essenziale nella nostra
offerta al mercato mondiale della cosa che chiamiamo "democrazia".
Infine mi riprometto di argomentare, se ne avrò la forza,
che l'altra distinzione cui lei seccamente ricorre, e che tanta
fortuna ha avuto, fra etica della convinzione e della responsabilità,
sia, come tutte le idee ben trovate, specie quelle dualistiche,
assai stimolante, a condizione di non essere presa con troppa
rigidità. Anche loro, temo, o spero, sono ingarbugliate.
Ma di questo a un'altra volta, e cordiali saluti.
- 15/09/99
"Jonas, che avrà vent'anni nel Duemila". In
realtà, Jonas avrebbe avuto 25 anni nel Duemila. Ma l'edizione
italiana uscì cinque anni dopo.
Hermann Hesse scrisse il suo "Francesco d'Assisi" nel
1904, il "Siddharta" nel 1922. Solo che il primo non
fu tradotto, e così i ragazzi di Perugia se ne andarono
tutti in India.
Mio figlio Luca andò a New York, e un tassista gli chiese
se la torre di Pisa pendesse da molto tempo. Da molto tempo,
rispose Luca. "Duecento anni?", azzardò il tassista.
C'è gente che è andata in America, e te lo vuole
raccontare come se fosse il 1493.
- 16/09/99
Caro Andrea Marcenaro, avendo te come persona di famiglia, e
Michele Serra come caro amico, non sarò sospetto di parzialità
se ti inviterò a tener conto, nel tuo assalto al suo cambiamento
di linea sulla questione Jovanotti, del fatto che, fra una linea
e l'altra, Serra spiegò pubblicamente e dettagliatamente
le ragioni del cambio. Differenza per me essenziale. Perché
se uno dice oggi una cosa e domani il contrario è un tipo
leggero, o magari un voltagabbana. Se dice una cosa, e poi dice
di essersi accorto che l'affare stava diversamente, e di aver
cambiato idea, e lo dice francamente e ad alta voce, non è
né leggero né voltagabbana, ma una persona seria
e dignitosa. Anzi, Serra si ricredette pubblicamente su Jovanotti
con un vero pezzo di bravura, cui forse lo stesso Jovanotti si
propose di somigliare. E' un fatto che nel frattempo anche Jovanotti
cambiava. Anch'io, anche tu. Anzi, tu e Jovanotti che saluto
con devozione un po' troppo. Troppo lui, perché
ha coscritto "Mai più", canzone demagogica.
Troppo tu, non so perché, ma tu lo saprai. Ciao.
- 17/09/99
Ho saputo che il nostro processo si terrà nell'Aula bunker
di Mestre, per ragioni di spazio. Pronto, sono pronto. Ho conservato
l'elmetto e il giubbotto antiproiettile che l'Onu imponeva per
i voli in Bosnia. Mestre è bella, gentile. Però
mi dispiace. Tanti anni fa, dopo aver visto le fisionomie smarrite
di una famigliola nordica con valigie su un binario mestrino,
coniai il seguente pensiero:
"Quelli che trovano Venezia deludente, perché per
sbaglio sono scesi a Mestre".
Così io oggi, su un binario di Mestre.
P. S. Caro Andrea Marcenaro, un paio di telefonate accorate,
anzi più, mi costringono ad ammettere che nella letterina
di ieri su te Jovanotti Serra eccetera, sono stato così
stupido da far apparire la conclusione come un rimprovero (!)
nei tuoi confronti, mentre credeva di essere una affettuosa e
spensierata battuta di commiato. Non potendo immaginare io verso
di te se non cose fraternamente affettuosissime, e leggendo queste
tue lettere al giornale con vivissimo apprezzamento, prego i
miei lettori di considerare che a volte sono così fesso
da scrivere senza volere frasette equivoche. Baci, Adriano.
- 18/09/99
Gentile Eugenio Scalfari, voglia ricevere la mia drastica obiezione
all'opinione da lei espressa ieri sul Venerdì. Il lettore
Goffredo Dattilo le aveva scritto da Brescia, scontento che io
non sembrassi capire, a proposito di Craxi, la differenza fra
una latitanza e un esilio. Lei risponde che la mia confusione
si spiega con la "personalizzazione pericolosa" cui
sarei indotto nella mia visione della giustizia. Pericolo possibile,
dal quale mi sono costantemente guardato, e me ne guarderò
ancora più attentamente. Però, sul punto, c'è
un malinteso. Io so bene che Craxi è legalmente latitante,
e non ho alcuna difficoltà morale né di altro ordine
a impiegare questo lessico. So anche che la parola "esilio"
ha un senso più largo e generico che quello giuridico,
e può dunque applicarsi a Craxi, come a tanti altri (perfino
al mio esilio interno di oggi pomeriggio) senza pretendere a
una veste tecnica, e senza entrare in contraddizione con la nozione
di latitanza. Altri sono liberi di ritenere che si possa dire
che Craxi è latitante a Hammamet, o esule a Hammamet,
e che una dizione escluda l'altra, e qualifichi politicamente
e moralmente chi la impiega. Io invece mi ritengo libero di usare
l'una e l'altra, a piacere, e di non esserne qualificato né
squalificato. Vengo all'obiezione principale. Io non sono stato,
a differenza di quel che lei dà per assodato, un cattivo
maestro: né maestro, né cattivo. Forse un po' maestro,
forse un po' cattivo, ma anche un po' buono. La parola maestro
mi piace molto al femminile: maestra, parola per me di suono
materno. Tanto meno sono oggi maestro o allievo di alcunché.
Lei trova che "sarebbe molto grave se Sofri ricominciasse
a impartirci lezioni sbagliate". Qui il malinteso è
assai forte. La rassicuro. Da qui non si impartiscono lezioni.
Io mi limito a pensare e dire la mia, in qualunque momento e
in qualunque condizione mi sembri giusto, o ne abbia voglia.
Processato o no, condannato o no, carcerato o no. Cioè,
sono un uomo libero. Proprio come lei. Molti saluti.
- 21/09/99
Dire qualcosa sul carcere, sulla giustizia, sui tossicodipendenti
e sui recidivi? Ricordare che Dio, quando vuole la rovina di
qualcuno, lo manda fuori di testa? Associarsi al sarcasmo di
Alessandro Margara, il quale esorta a sopraelevare di cinque
sei piani i letti a castello dei detenuti (magari, suggerisco,
coi fondi per il Giubileo)? Mi accontenterò di consigliare
la lettura di Oscar Wilde, "emerso da una specie di eternità
della fama a una specie di eternità dell'infamia":
la "Ballata del carcere di Reading", ora nella nuova
versione (con l'originale a fronte) di Sandro Boato, ed. SE;
seguita dalla lettera sulla "Crudeltà del carcere:
bambini e guardie, giudici e medici" (1897) di cui riporterò
l'incipit: "Vengo a sapere, con vivo rammarico, dal vostro
giornale, che Martin, guardia del Carcere di Reading, è
stato licenziato per aver dato qualche biscotto dolce a un bimbetto
recluso affamato".
- 22/09/99
La frase di Violante: "Prima la sicurezza, poi la giustizia",
può voler dire due cose. La prima è tutt'altro
che sorprendente, e anzi ovvia: che se uno mi punta un'arma addosso,
devo provare a salvare la pelle, e non a consultare il codice.
Del resto, per una tale ovvietà il codice stesso fa la
sua previsione, e la chiama legittima difesa. Una preesistente
frase diceva: primum vivere, deinde philosophari. Cioè:
per riflettere sul senso della vita è meglio aspettare
di aver pranzato. Era questo che voleva dire Violante? Se no,
la seconda interpretazione è: pur di tutelare la sicurezza
pubblica, si può sacrificare il diritto. Concetto di per
sé capace di far drizzare i peli sull'avambraccio, e ancora
di più nel contesto della discussione corrente. Si dice
infatti a voce assai alta che "i delinquenti devono stare
in carcere". Ma il diritto obbliga a tenere le persone in
carcere non perché siano "delinquenti", ma perché
hanno commesso un reato accertato in processo, e per il tempo
e le modalità previste per quel reato. Fuori da queste
condizioni, tenere in carcere chiunque è vietato, salva
la barbarie più bruta. Nella discussione di questi giorni,
distrattamente, molti auspicano una specie di vasto ergastolo
preventivo. Va da sé che Violante non può voler
dire questo, e neanche D'Ambrosio, né alcun'altra persona
responsabile: no?
- 23/09/99
Di mio, ho poco da raccontare. Sono come una botteguccia vuota.
Mi ricordo le botteghe vuote di Varsavia, negli anni magri del
socialismo. Niente merce, e nelle vetrine erano esposte, con
una premurosa confezione, poche cose aggraziate, con la scritta:
"Non si vende: è solo per decorazione". Farò
così anch'io. Vi racconterò che oggi, 22 settembre,
decine di rondini si sono radunate sul filo della luce e sull'antenna
della televisione e, quando era già mezzogiorno, sono
partite. Questo racconto avevo: solo per decorazione.
- 24/09/99
Per sdebitarmi con Vincino, volevo segnalare qui il libro suo
e di Michele Ainis, "Se 50.000 leggi vi sembran poche"
(Mondadori), senza averlo neanche visto. (Secondo la celebre
frase di un professore, che non solo non aveva letto un certo
libro, ma non ne aveva neanche fatto la recensione). Ed ecco
che stamattina mi arriva il libro, passato, come altra mia posta,
dal carcere. Così l'ho letto, un po' almeno, e ho guardato
le figure. Bel libro. Ainis sbaglia solo quando avverte i lettori
che si tratta "di questioni che lo riguardano molto da vicino".
Nessuno, o quasi, è interessato a ciò che lo riguarda.
Meglio fare finta di niente e lamentarsi a vanvera. Salvo quando
le notizie, benché utili, sono divertenti. Una cosa noiosissima
come la pubblica amministrazione può diventare divertentissima,
come insegna Gian Antonio Stella. Ora, nella stessa mattina Ainis,
sulla Stampa, a proposito dell'emergenza criminale, calcola puntigliosamente
che l'applicazione degli stentorei propositi carcerari di questi
giorni (senza considerare le minacce di centro a mano armata)
porterebbero in galera di colpo 250.000 persone in più.
Risultato minimo, la paralisi della giustizia, massimo, l'incendio
universale. L'elementare calcolo è particolarmente benvenuto
nel momento in cui autorità come Curzio Maltese su Repubblica
scrivono che "leggi come la Simeone, la riforma della 513
e altre studiate in questi anni hanno rimesso in libertà
migliaia di delinquenti". I "delinquenti" rimessi
non in libertà ma in altre forme di pena dalla Simeone
sono poche centinaia, e il numero totale dei detenuti è
salito negli ultimi mesi a 51.000 (20 per cento oltre la capienza
teorica), promettendo un nuovo record. La riforma del (non: della;
è un articolo) 513 non ha liberato nessuno; né
le "altre riforme studiate", dato che le cose allo
studio non entrano in vigore se non negli articoli di giornale
più spensierati. Tutto questo ci riguarda "molto
da vicino"? Ma no. Riguarderà me, qualche bravo prete,
e pochi altri delinquenti. Il resto è solo questione di
letture più o meno divertenti. Sempre oggi, è stato
presentato con parole ragionevoli da Franco Corleone e da Giancarlo
Caselli il progetto di nuovo regolamento carcerario: che Dio
gliela mandi buona.
- 25/09/99
L'estremismo, categoria dubbia, confondeva la bella radicalità
con lo stupido eccesso. Lo stupido eccesso ha ricevuto l'altro
ieri una duplice correzione regolamentare. D'ora in poi i giocatori
del Superenalotto, per regolamento, non potranno vincere più
di 50 miliardi, e i detenuti, se il nuovo regolamento andrà
in porto, potranno telefonare ai famigliari per più di
sei minuti, e fino a dieci minuti. Non è male: dico sul
serio.
- 28/09/99
C'è un trafiletto sui giornali, dice che Einstein ebbe
una figlia illegittima che era ritardata mentale, e che non ne
ebbe cura. Qualcuno in America ha scritto un libro. Mi dispiacciono,
tutte e due le cose. Avevo appena letto con emozione la paginetta
di prefazione che Einstein scrisse al "Libro nero"
sul genocidio nazista nei territori sovietici, ora finalmente
pubblicato da Mondadori. Scrisse fra l'altro: "Non vi è
dubbio che per raggiungere lo scopo/ della salvaguardia della
vita umana e della difesa delle minoranze nazionali/ occorre
rinunciare al principio di non ingerenza negli affari interni,
che negli ultimi decenni ha prodotto risultati disastrosi".
Era il 1945.
- 29/09/99
Abraham Yehoshua, riferisce Francesca Borrelli sul Manifesto,
non seppe che cosa rispondere a uno che un giorno gli chiese
se avesse scelto apposta il nome del signor Mani. In ebraico,
gli spiegò quello, ma ani significa che cosa sono io.
Yehoshua la prese come una rivelazione.
Mi colpisce il modo in cui una domanda gira per i Vangeli. Gesù
che domanda: "Chi dicono che io sia?", come se stesse
anche domandandosi: "Chi sono io?" E Pilato: a Cristo,
che gli sta davanti, Pilato non dice, come sarebbe nel suo temperamento
di notabile romanesco: "Tu non sai chi sono io!". Dice:
"Ma tu, chi sei?" (Bella è la conclusione di
una versione araba del X secolo del "Testimonium Flavianum":
"Forse era il Messia di cui i profeti hanno raccontato tante
meraviglie").
- 30/09/99
Vi racconto quella delle api. In piazza della SS. Annunziata,
a Firenze, c'è la statua equestre del granduca Ferdinando
I, ultima opera del Giambologna e finita dal Tacca. Ha sul piedistallo
una targa di bronzo, risalente al 1640, "con l'impresa
dice la bella guida del Touring dell'ape regina tranquillamente
regnante sulle altre e il motto: 'Maiestate tantum' ". Ma
la didascalia all'impresa del grande inventore di emblemi senese
Scipione Bargagli (se non ricordo male) parlava de "il re
delle api". Gli uomini d'ordine hanno sempre prediletto
le api (e le formiche) come modello del laborioso e disciplinato
ordine sociale, della monarchia regolata come l'alveare, anzi,
"di un potere regale che corrisponde alla nostra legge marziale".
Il monarca stesso pareva loro "un individuo bello e imponente,
dall'incedere e dall'aspetto maestosi". Semplicemente, non
si erano accorti che a capo di quella monarchia c'era una femmina.
Se ne accorsero, con forte imbarazzo e fortissima riluttanza,
nel Settecento inoltrato, e, come riferisce Keith Thomas ("L'uomo
e la natura", Einaudi 1994), un'enciclopedia del 1753 scriveva:
"Ape regina: termine usato dai più recenti autori
per indicare quello che un tempo si chiamava Ape Re". La
correzione, finora, è restata confinata al regno delle
api.
- 01/10/99
Per il Manifesto Astrit Dakli intervista Mairbek Vachagaev, che
è un giovane ceceno molto gentile e raffinato, laico e
studioso di storia del suo paese, in particolare della Prima
guerra caucasica, sulla quale ha trovato e pubblicato molti documenti
inediti. Nel corso dell'ultima guerra (ora bisogna dire: la penultima)
fece da informale ambasciatore del suo paese, poi è stato
portavoce del presidente Maskhadov, e ancora "ambasciatore"
di fatto a Mosca. Voglio segnalare almeno le notizie, che ricevo
anche da altri, sulla caccia al caucasico in generale e al ceceno
in particolare scatenata in Russia. Decine di persone aggredite
per strada e mandate all'ospedale, centinaia di arresti, migliaia
di espulsioni. "Io e i miei collaboratori abbiamo cucirci
le tasche ecco, guardi per evitare che i poliziotti
quando ci perquisiscono ci mettano dentro la droga: lo fanno
normalmente". C'è un clima da pogrom. I fuggiaschi
dalla Cecenia bombardata già decine di migliaia,
presto più di duecentomila possono attraversare
solo a piedi il confine con l'Inguscezia, paese di 300 mila persone
incapace di ospitarli. Il bombardamento di bersagli civili di
Groznj e dei villaggi, sia che rinnovi la tragedia dell'invasione,
sia che si arresti prima per debolezze militari o convenienze
elettorali, rimette la Cecenia in mano alla guerriglia di Basaev
e dei suoi, falliti nella impresa islamista in Dagestan. Va segnalato
lo stile del nuovo primo ministro russo, Putin, il quale ha proclamato:
"Uccideremo i terroristi anche nel cesso", e, quanto
all'aiuto richiesto dal governo inguscio per i profughi: "Si
rivolgano a chi vogliono, anche alle organizzazioni omosessuali".
Si capisce dove batte la lingua di Putin. Si capisce meno il
vasto ed ennesimo disinteresse con cui l'Europa segue gli eventi.
L'altra volta, l'Europa si scusò molto per il ritardo.
Era solo tre quattro anni fa.
- 02/10/99
Caro P. B., avendo letto la sua documentata rassegna di brani
odierni di Enzo Biagi che ne ripetono altri già pubblicati,
voglio confessare che lo faccio anch'io, e chiedere le attenuanti.
La prima è che il tempo passa, e induce a ripetersi. La
seconda è la moltiplicazione delle circostanze in cui
bisogna dire o scrivere qualcosa. La terza, anche, è un
certo desiderio di riesporre qualche racconto o qualche pensiero
cui si tiene, e che a suo tempo passò inosservato, o nel
frattempo è andato dimenticato. Perché questo dovrebbe
essere sconveniente a chi scrive, mentre chi dipinge è
invitato a esporre ogni volta di nuovo i suoi quadri in mostre
e cataloghi, e di una musica ascoltiamo infinite volte l'esecuzione,
o di un testo teatrale riuscito, per non dire delle canzoni?
Giustamente, e magnificamente, De Chirico protestava il proprio
diritto a falsificare se stesso: a maggior ragione si deve potersi
ripetere. A lei, più giovane, forse capita di dire cose
ogni volta nuove. Ma avrà provato il piacere di sentir
raccontare di nuovo da suo nonno un racconto particolarmente
riuscito. Dò per molto probabile che lei stesso non si
periti di raccontare più volte a persone diverse, e magari
nella stessa giornata, lo stesso aneddoto: che è ciò
che fa, magari a distanza di anni, e a lettori che cambiano,
chi ripigli cose proprie già scritte, e in fondo copii
da se stesso. Dico questo perché temo di avere di qui
a poco un enorme successo, e che qualcuno si accorga che in certi
giorni di pigrizia ho spacciato nel 1999 in questa rubrica frasi
che avevo composto in certi giorni pensosi del 1978, o dell'84.
Sono ristampe ennesime, a cura di noi stessi. Cordiali saluti
- 05/10/99
Si paragona l'intervento dei russi in Cecenia a quello della
Nato in Kosovo. In effetti i russi hanno torto marcio, come l'avevano
i serbi in Kosovo, e come loro cacciano donne e bambini dalle
loro case; e bombardano dall'alto, come la Nato, e invadono con
l'artiglieria e i blindati. Troppa grazia.
- 06/10/99
Leggo l'ultimo libro di Bocca e mi vengono in mente tante storielle
d'Italia. Andavo all'Archivio vescovile di Siena, vent'anni fa
esatti, a studiare carte su una quasi santa. Il custode era un
signore di 78 anni, si chiamava Palazzi, aveva quelle pantofole
di feltro marrone che si possono ritagliare sulle dita. Dopo
qualche giorno, quando non c'erano altri avventori, cominciò
a passarmi accanto canticchiando, a bassa voce, Avanti popolo.
Aveva una pensione di invalido, e dal vescovo prendeva sessantamila
lire al mese. Mi dichiarò che era comunista sovietico
e che c'erano almeno trentacinque preti della diocesi che votavano
Pci per ragioni di indigenza economica e di protesta contro i
loro colleghi ricchi. Sapeva molte ruberie di bolli episcopali
e di messali miniati e cornici dorate, e poi diceva: bocca mia
non parlare. E si rimetteva a cantare Bandiera rossa.
- 07/10/99
Di che cosa si ha paura. Mi ricordo una volta a Sarajevo. Cade
un gran mucchio di neve da un tetto spiovente, e fa un tonfo
spaventoso. La gente in coda davanti alla farmacia non batte
ciglio, perché lo scambia con una granata.
- 08/10/99
Sulle cose del sesso l'irragionevolezza, e a volte la prepotenza,
dei pronunciamenti di autorità cattoliche è così
forte da far accogliere con entusiasmo "aperture" che
sfidano il buon senso. In questo campo, le posizioni della chiesa
e delle sue autorità ecclesiastiche e laiche vengono trattate
come un tempo i cremlinologi trattavano i messaggi sovietici
in politica. Ieri si è saputo che secondo il padre Giordano
Muraro, teologo domenicano, la masturbazione è peccato,
ma non grave, se a masturbarsi è un adulto, sposato, e
lontano dalla moglie per motivi di forza maggiore. (Non ho il
testo completo, e non so se venga considerato il reciproco, cioè
la masturbazione della moglie, essendo ogni lontananza reciproca).
Eviterò ogni sarcasmo ma come fanno i marinai, ma
come fanno i sacerdoti benché il paragone impiegato
dal padre Muraro ("limitarsi al piacere solitario è
come avere la Ferrari e andare sempre in prima") sia davvero
esplosivo. Ho sposato un'utilitaria, eccetera. Mi limito a sottoporre
fiduciosamente al padre e agli altri la situazione di donne e
uomini incarcerati, e dei loro partner liberi. Sperando che non
ne venga solo una comprensione verso la venialità della
masturbazione, ma l'apprezzamento per i tentativi di attenuarne
la mutilazione.
- 09/10/99
Dunque, caro Vincino! Sbagli: non è che io non parli male
di nessuno. Io taccio dei più. Mi sono imposto una norma
quasi wittgensteiniana (non far finta di non conoscere Wittengstein:
ti so letore acanito del Tractatus): di coloro dei quali non
puoi parlare che male, meglio tacere. Tutto questo perché
non sono buono, e devo tenermi a bada. L'altro giorno è
venuto a trovarmi un amico caro, che è uno scrittore montenegrino
di Sarajevo, si chiama Marko Vesovic, e per tutto il tempo è
restato inerme nella città assediata a gridare insulti
contro il suo ex collega Nikola Koljevic, ubriaco di potere sciovinismo
e vanità e arruolato fra i capo-cecchini della montagna.
Nikola Koljevic ora si è suicidato, e Marko ha scritto
per l'ultima volta di lui: "Nikolino è morto
ha detto per mano criminale". Bé, ecco, Marko
Vesovic è un uomo buono. Io cerco di star zitto.
- 12/10/99
Prima credetti che una rivoluzione fosse giustificata anche soltanto
dalla prospettiva di abolire la prostituzione. Poi pensai che
si potesse arrivare perfino a fare una rivoluzione pur di garantire
la libertà di non prostituirsi. Ora, farei una rivoluzione
per assicurare la libertà di prostituirsi. In generale,
evitare di sentirsi migliori perché "si sono capite
più cose". Capire coincide con la constatazione di
un fallimento. Per ogni cosa in più che si è capita,
c'è una speranza e una disponibilità che si è
chiusa. Così alla fine si smette di sbagliare e di vivere
insieme.
- 13/10/99
Ieri mattina era corsa la voce che Shamil Basaev fosse stato
catturato. Poi è stata corretta: Basaev e suoi sarebbero
"circondati". Vedremo: le balle da tempi di guerra
sono colossali, e quelle dei militari russi in particolare. La
battaglia si svolgerebbe attorno a Goragovski, villaggio di quasi
pianura sulla strada per l'Inguscezia: cioè nel territorio
opposto a quello in cui si immaginano Basaev e i suoi, in montagna
e ai confini orientali. Lo stesso presidente Maskhadov, stretto
fra la volontà di trovare un compromesso coi russi e la
necessità di opporsi ai loro bombardamenti indiscriminati
e all'invasione, si è dissociato dai "banditi",
Shamil compreso, e l'ha nominato, lo stesso Shamil (pleonasticamente,
del resto), comandante del fronte orientale. I più pesanti
bombardamenti aerei di questi giorni hanno colpito il villaggio
di Shamil, Vedenò, alle falde della montagna fra Cecenia
e Daghestan. Un altro luogo cruciale della scorsa guerra, Bamut,
ridotta in polvere dai bombardamenti, è ora di nuovo teatro
di scontri violentissimi. Bamut è un nome epico per i
ceceni, e il suo eroe, che non si fece mai espugnare, è
un uomo piccolo, rotondo è un po' timido, che si chiama
Ruslan Khalkharoi. Ma la caratteristica memorabile della roccaforte
di Bamut era un'altra: Bamut era sede di una importante base
missilistica nucleare sotterranea. I resistenti ceceni, che la
occuparono e ci stettero come bravi topi, dichiararono nel corso
di tutta la guerra (e i bombardamenti) che la base era in funzione
e sotto il loro controllo. Forse era un bluff, ma i russi non
si decisero mai ad andarlo a vedere. Anche per questo vanno prese
sul serio, temo, le minacce cecene di attaccare basi nucleari
in territorio russo. Non solo perché sulle macerie dell'impero
sovietico le armi atomiche di ogni dimensione sono disseminate
in una specie di deriva. A formulare le minacce è, se
non sbaglio, Salman Raduev, cioè il più fanatico
e il più avventurista dei capibanda ceceni. Dato tante
volte per morto, dopo la guerra Raduev aveva mandato a Grozny
un suo Battaglione Dudaev (una parentela con l'ucciso leader,
venerato dai ceceni, è stata la sua carta principale)
misto a un gruppo "Al Jihad", composto di alcune centinaia
di persone, con molte armi e poche scarpe, ragazzi per lo più:
ne conobbi due di dodici anni e uno di dieci ("Ma ne abbiamo
anche uno di cento", dissero orgogliosi, "è
il cuore che conta"). Si erano autoassegnati ma in
fitta concorrenza il compito di "liquidare la criminalità",
e di prepararsi a portare la guerra in Russia. Il loro comandante
era il maggiore Ruslan: quanto ai generali, "Siamo tutti
generali". I ceceni giurano di non poter avere capi, e che
ognuno è il capo di se stesso: ma i contrasti intestini
sono diventati sempre più feroci e sanguinosi, scandalizzando
i vecchi e la tradizione. Rivalità fra ceceni erano ammesse,
e anzi esaltate, ma in una specie di campionato di ventura. Si
raccontava di certi ceceni che combattevano nel Nagorno Karabakh
con gli armeni, e certi altri con gli azeri, e concordavano la
conquista, a turno, di una cima, per soldi, finché non
si stufarono e tornarono a casa insieme. Oggi la Cecenia è
un luogo di rinnegamenti e tradimenti, e non è un caso
che Putin abbia rivisto la possibilità di investire dei
ceceni fedeli (venduti) a Mosca, dopo la rovina che travolse
uno che pure provava a barcamenarsi, come Zavgaev. Finché
durò la guerra, non c'era posto per vie di mezzo: fra
i "servi di Mosca" e i "guerrieri fino alla morte".
Una rivalità rovinosa si impadronì dei capi ceceni
già subito dopo la guerra, e nelle elezioni presidenziali,
due anni e mezzo fa, Shamil favorì la candidatura del
"russo" Khasbulatov (il ceceno arrivato più
in alto nella gerarchia russa: il secondo), nella speranza di
accrescere la dispersione dei voti al primo turno e prevalere
nel ballottaggio contro Maskhadov. Invece, Maskhadov venne eletto
a larga maggioranza, e Shamil prese meno voti di Yanderbiev:
ennesima conferma dello scarto fra popolarità militare,
e militante, e consenso elettorale. Viene da lì, da un
peccato di gola di Shamil e dei suoi un giovane di trent'anni,
che avrebbe avuto tutto il tempo di aspettare la trafila
di inimicizie e rivalse che ha condotto fino alla sciagurata,
e avventurista, impresa daghestana.
Nel 1991, quando l'Unione Sovietica era già andata in
pezzi, la Cecenia si dichiarò indipendente. La Russia
non era d'accordo e ne aveva il diritto. Non aveva il diritto
di reagire con una campagna di bombardamenti devastante, e poi
con un'invasione sanguinosa e ottusa. Le costò un costo
tremendo. Graciov, quando la guerra era ancora in corso, dichiarò
che in Cecenia erano già morti molti più russi
che in Afghanistan, e in Afghanistan ne erano morti quattordicimila.
Ora c'è stata l'impresa daghestana di Basaev, e i russi
avevano il diritto di non essere d'accordo. Ci sono state le
terribili stragi terroristiche nelle città russe, e i
russi hanno ragione di esserne esasperati: cercando un po' meglio
i responsabili. Ancora una volta, non hanno il diritto di scatenare
la caccia razzistica al caucasico. Né di dichiarare invalido
il governo di Aslan Maskhadov, legittimamente eletto. Né
di bombardare selvaggiamente, e invadere ottusamente un paese
dal quale cacciare una popolazione civile erede di abominevoli
deportazioni. Nemmeno, infine, di scherzare col fuoco di un terrorismo
ingolosito dagli avanzi atomici di un impero in frantumi. Questioni,
tutte, che dovrebbero eccitare di più l'altruismo e l'egoismo
del resto del mondo, a partire da noi: se non per la gente intirizzita
cacciata sulla strada di Nazran, per la preoccupazione del botto
eventuale. Lo sentiremmo anche da qui.
- 14/10/99
Oggi non ero così di malumore. E' piovuto, sono spuntati
i funghi. Almeno dai funghi ci si può aspettare che più
belli sono, più sono velenosi. E' pieno di ciclamini.
Al telegiornale ho visto Kofi Annan che teneva in braccio il
seimiliardesimo abitante della terra, un sarajevese ignaro di
tutto. Le mosche sono stanche, e il cane Felix, che le rincorre
tutto il giorno, ne ha acchiappata una davvero, e l'ha masticata
con una faccia incredula e schifata. Andava benino, quando ho
aperto il "Diario di lavoro" di Brecht alla pagina
del 3 novembre 1952. "Quando leggo in un libro 'un uomo
di quarantasette anni' penso: che roba, e pretende ancora di
avere voce in capitolo? E io di anni ne ho cinquantatré".
E io cinquantasette. Tocca a te, lettore: quanti anni hai?
- 15/10/99
Vorrei oggi limitarmi a segnalare il libro che raccoglie gli
atti di un convegno dello scorso anno, "1938. I bambini
e le leggi razziali in Italia". E' curato da Bruno Maida,
e pubblicato dalla Giuntina di Firenze. Costa 20.000 lire. Contiene
molte testimonianze. Giovanni Finzi Contini, che la sua testimonianza
l'ha anche scritta in un suo libro, dice: "L'ho scritto
per il mio nipotino". Dunque, un vero libro per bambini.
- 16/10/99
Cara Olivia, ti avverto che le Monde ha pubblicato ieri la classifica
dei primi cento dischi del secolo, compilata da alcune migliaia
di persone (francesi, piuttosto). Non c'è neanche un italiano.
Cioè, ci sono un Giuseppe Verdi e un Puccini, in esecuzioni
di questo secolo. Hanno vinto i Beatles (Abbey Road), secondo
Bob Marley (Babylon Bus). Io sono abbastanza contento perché
Brel è quarto, Brassens nono, e Ferré dodicesimo.
La prima donna è Edith Piaf, quattordicesima. Ella Fitzgerald,
diciassettesima. Barbara (Dio la tenga vicino al suo orecchio
buono), ventitreesima. La prossima donna, al trentanovesimo posto,
tieniti, è Billie Holiday. Amalia Rodrigues è morta
appena in tempo: non c'è. Per tua consolazione, Cesaria
Evora (Miss Perfumado) c'è: al numero cinquantanove. E
al centesimo posto c'è Oum Kalsoum (Al Atlal), subito
dopo Janis Joplin. Dunque, datti da fare.
- 19/10/99
Caro Norberto Bobbio, le mando, il giorno dopo, i miei affettuosi
auguri. Io sono diviso fra la simpatia per chi vive a lungo,
e il senso di una fedeltà dovuta a chi è morto
presto. Un tempo, la simpatia per chi viveva a lungo era il risarcimento
contro la vistosa preferenza manifestata dagli dei ai morti giovani.
Ora si tramuta spesso l'esistenza in vita in un vantaggio troppo
facile. Che cosa sarebbe di lei se la sua biografia si fermasse
in un punto, cinquant'anni fa, o venticinque? (Che cosa sarebbe
di me?) Quando facciamo i conti con il passato non dobbiamo essere
compiacenti, ma neanche ridurre per intero le persone alle loro
confessioni ideologiche o religiose o politiche, e negar loro
quella scelta ulteriore che a noi è assicurata solo da
una fortuita e provvisoria sopravvivenza. Per esempio, mi pare
che Veltroni faccia bene a usare parole nette su un dio che è
fallito da tanto tempo, e a riscattare da una condanna prepotente
e spesso da una persecuzione umana persone che si erano battute
per ragioni giuste: ma che non è a un trasloco di padri,
a un diverso catalogo di precursori e maestri che bisogna affidarsi.
Si impara dagli altri, ma anche e soprattutto dai propri padri,
quando si sia diventati adulti e capaci di riconoscerne limiti,
errori, debolezze e colpe. Dev'esserci un confine tra padri da
rinnegare e padri da ricordare anche lungo nuove strade. Dev'esserci
un confine fra ideologie, fedi, dogmi e vite personali.
Chi vive a lungo, è con ciò stesso la dimostrazione
di quello che avrebbe potuto essere la vita d'altri, se fosse
durata: dunque è il custode di questa verità che
sta oltre le verità della storia, della politica e della
loro retorica. Quando sfrattiamo qualcuno dalla nostra memoria,
è di noi stessi, a futura memoria, che stiamo parlando,
no? Veniamo al mondo a guadagnarci con fatica il nostro peccato
originale: poi abbiamo il tempo di fare penitenza, o no. Venire
dopo, non basta a essere migliori. Immagino che lei sappia con
chiarezza questo, che io sento confusamente. Dunque, molti auguri.
- 20/10/99
Ho letto i giornali. Per esempio, sul Corriere: "Milano,
denuncia del Comune. Troppi anziani irretiti da ragazze dell'Est
a caccia di cittadinanza". Capisco, ma non ho potuto fare
a meno di pensare al titolo: "Troppe ragazze dell'Est irretite
da anziani a caccia". Di che cosa, non so. Su Repubblica
ho letto alcune ipotesi sul rimpasto: uscirebbero dal governo
Rosa Jervolino, Livia Turco (alla Regione Piemonte), Giovanna
Melandri (alla Regione Lazio), forse Rosy Bindi. Sarebbe magnifico,
per farla finita con la bizantina discussione che si trascina
in alcuni ambienti di donne (quote garantite sì o no).
L'Italia è forte. L'impero romano, il papato, il Rinascimento:
ma avete visto come giocano a rugby i neozelandesi? Il supplemento
economico del Monde ha un'apertura intitolata: "E' possibile
regolare il capitalismo?". E' lungo ma voglio leggerlo,
è una questione interessante.
- 21/10/99
Come è bella Venezia. C'era però un ingorgo sulla
strada di Mestre.
- 22/10/99
Ero lì che guardavo di sotto in su i 98 metri e 60 del
campanile di San Marco, quando un veneziano cordiale mi ha salutato:
"Come va?" Come in quella storiella ebraica, ho risposto.
Il signore ebreo che precipitava dal ventunesimo piano, e dalla
finestra del tredicesimo gli chiedono: "Oh, Aron, come va?"
Beh, fin qui, dice, non posso lamentarmi.
- 23/10/99
Sapete, l'allegria dei naufragi, l'euforia degli incendi, la
gioia delle catastrofi e delle fini. Nel mio piccolo, giovedì
sera, ho provato una trepidazione da Acqua Alta, come una turista
inglese, come uno scolaro dell'obbligo. E' suonata la sirena,
è stata annunciata una crescita delle acque di 1 metro
e 15, a un 1 metro e 10 il mio campiello sarebbe stato sommerso.
Sono corso a casa, ho preparato gli stivali di gomma per l'udienza
di venerdì, e mi sono messo alla finestra ad aspettare.
Niente. L'acqua è salita fino a 1 metro e 5, poi è
rifluita. Venerdì, all'udienza, c'era il sole. Scarogna.
- 26/10/99
Mi correggo: l'aula bunker non è così male. Cioè,
non proprio l'aula bunker, ma i suoi dintorni. E' fuori mano,
però in una periferia di orti curati gentilmente, dai
bordi fioriti di rose e di dalie. Ci sono casette proporzionate,
su una stanno montando il tetto. A ogni udienza c'è qualche
metro quadrato di tegole in più. Se poi si esce dal recinto
di ferro dell'aula, e si passeggia un po', si trova un campo
di zingari, bosniaci, se non sbaglio, almeno all'origine. Dunque
è un luogo non solo tetro, e forse un giorno, quando si
potrà tornare a tribunali piccoli e affabili, l'aula potrà
chiamarsi ex bunker, e diventare una palestra di giochi per bambini
di tutte le lingue. Non occorreranno neanche grandi lavori. Anche
la scritta: la legge è uguale per tutti, si potrà
lasciare. Se non è vera, sarebbe bello che lo fosse.
- 27/10/99
Faccio spazio oggi al mio schivo vicino di banco, Ovidio, che
mi ha regalato (ma solo perché insistevo) il libro delle
sue nuove prove di poesia. Si chiamano "Guardine",
Piero Manni editore. Si sono ridotte all'osso, come il loro autore,
e mi ricordano Rebora da vecchio. Eccone una:
"Curva la luna sul penitenziario
s'odono viete grida di Babele
notte che aduna giorni di calvario
falce che miete Caino e Abele".





