Piccola posta
1999
Gennaio e Febbraio
1998
Novembre e Dicembre
Settembre e Ottobre
Luglio e Agosto
Maggio e Giugno
Marzo e Aprile
Gennaio e Febbraio
1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- 27/02/99
Nel reportage sulla pena di morte negli Usa condotto da Ranieri
Polese per il Corriere della Sera, si leggono questi dati (fonte:
il Death Penalty Center di Washington). Con gli stessi capi d'accusa,
i neri hanno il 38 per cento di probabilità in più
dei bianchi di finire nel braccio della morte. Dei 1842 giudici
che trattano processi nei quali è prevista la pena capitale,
il 97,5 per cento sono bianchi; afroamericani e ispanici insieme
sono in tutto 44.
- 26/02/99
Viva le donne.
- 25/02/99
Sto aspettando la riapertura del mio processo. Al ventiseiesimo
mese, leggo fra le righe di cronaca un paio di notizie che lo
riguardano. A Palermo, i magistrati della Procura antimafia che
hanno ereditato l'inchiesta sull'assassinio di Mauro Rostagno,
scrivono fra l'altro che nel corso dell'indagine avvennero depistaggi
istituzionali. Io ne scoprii e denunciai uno non da poco: il
rapporto ufficiale agli inquirenti di un ufficiale del Ros che
riferiva di aver ricevuto dal magistrato milanese che aveva condotto
l'istruzione sull'omicidio Calabresi, l'assicurazione che l'omicidio
di Rostagno era stato deciso e attuato in collegamento con il
caso Calabresi, e dai suoi ex-compagni. Da me, in sostanza. Grazioso
episodio, smentito a mezzo Ansa dal magistrato milanese, restato
con tanto di intestazione timbri e firma nel segreto degli atti
trapanesi, sfruttato dai miei accusatori nei processi per l'omicidio
Calabresi, mai commentato da alcuno, mai seguito da conseguenze
alle mie denunce, e in attesa di essere, come tanto altro, esaminato
nella revisione che aspetto al mio processo. Ora i magistrati
di Palermo parlano di "depistaggi istituzionali". L'altra
notizia riguarda la denuncia, da noi presentata a Brescia, dei
pregiudizi, delle pressioni e delle manipolazioni avvenute in
due successivi nostri processi d'appello. Uno, conclusosi con
l'assoluzione di tutti (compreso l'accusatore "confesso"),
e tradito dalla motivazione "suicida" di un giudice
avverso alla sentenza. Un altro, prima e durante il quale il
presidente aveva formulato il suo pregiudizio, incitato i giudici
popolari alla condanna, forzato le loro intenzioni. Per quest'ultimo
caso la procura bresciana, pur sostenendo la provatezza degli
addebiti, e deplorando il comportamento del presidente, aveva
scelto di chiedere il non luogo a procedere penale, e così
aveva concluso la giudice per l'indagine preliminare bresciana.
Fra le testimonianze di quei giudici popolari, la procura ne
aveva raccolta una in cui lo stesso presidente si congratulava
per la compattezza colpevolista tenuta in occasione di una condanna
per un imputato di criminalità comune, invitando i giudici
popolari a tenere lo stesso atteggiamento nei processi successivi,
il nostro e quello a Carlo De Benedetti. La difesa dell'imputato
di criminalità comune denunciò anch'essa il pregiudizio
del presidente, ricavato in margine alle testimonianze dei giudici
popolari del nostro processo, e ricorse in Cassazione contro
l'archiviazione della denuncia: la Cassazione ha ora dato ragione
al ricorso, e torto all'archiviazione! Sono queste, finora, le
notizie del ventiseiesimo mese.
- 24/02/99
Caro Edoardo Albinati, ho appena ricevuto il tuo "Maggio
selvaggio" (Mondadori, pp. 335, lire 30.000). L'ho solo
scorso, ma tu sarai indulgente: uno sta in galera, è umano
che rilutti un po' a leggere di galera. Il tuo libro ha il sottotitolo
"Un anno di scuola in galera". Spero che basti a preservarlo
dal possibile equivoco sul titolo, e non lo faccia annoverare
in coda alla (stanca) produzione anniversaria sul '68: il maggio
francese, gli scioperi selvaggi. Non so perché l'hai intitolato
così. Mi ricordo: "Ben venga maggio/ e il gonfalon
selvaggio" Perché l'anno scolastico penitenziario
va da maggio a maggio? E' il tuo diario di insegnante per i detenuti
di Rebibbia. Ci cercherò le loro storie, ma soprattutto
la tua. Uno scrittore, libero o prigioniero, può essere
più o meno interessante. Uno scrittore avventore perquisito
all'entrata e all'uscita - semilibero? semiprigioniero? - mi
incuriosisce di più. Uomo sandwich, che espone il fuori
a quelli di dentro, e il dentro a quelli di fuori, e chissà
che cosa gli rimane attaccato sulla faccia, e dentro la testa.
- 23/02/99
Messina, 21. Morto sui Nebrodi il duca Giuseppe Avarna di
Gualtieri, che suonava le campane ogni volta che faceva l'amore.
New York, 21. Il doppio fischio della sirena del Titanic, che
accompagnò la morte di 1.500 persone la notte fra il 14
e il 15 aprile 1912, è tornato a risuonare nella commozione
dei visitatori di una mostra itinerante. 1940. Ingrid Bergman:
"E' il mio cuore che batte?" Humprey Bogart: "No,
sono le campane di Parigi". Italia, fine '800. Quando che
muore un prete/ suonano le campane/ piangono le puttane/ che
han perso un avventor. Londra, 1615 circa. John Donne: "Per
chi suona la campana?".
- 20 febbraio 1999
Qualche anno fa si abolì la maestra di scuola, moltiplicandola.
Tre maestre per due classi. Mascherata da svolta pedagogica,
fu, credo, una toppa occupazionale: nascevano troppo pochi bambini.
Quelli nati ancora non ebbero più la loro maestra. Ebbero
una maestra e mezza, a rotazione. Tema: le mie maestre. Ora si
va verso il giudice unico e l'arbitro di calcio doppio. Ci sarà
giustizia, finalmente? Bisognerà anche qui correggere
un paio di espressioni. In piedi, entra la Corte. E: arbitri
cornuti.
- 19 febbraio 1999
Un titolo diceva: "Silone era una spia". Ho obiettato
che Silone fece la spia, com'è provato a sufficienza,
ma non "era una spia". Era molto altro. L'obiezione
è sembrata a qualcuno una debolezza morale. Può
darsi. Ci sono donne cui è successo di prostituirsi. Vi
piace il titolo: "Era una puttana?" "Ultima notizia:
Arthur Koestler era uno stupratore". Non ricordo più
di chi si cita un dialogo con un cameriere. "Io sono il
cameriere". "Lei non è il cameriere, lei fa
il cameriere". A Roma c'è quella rozza espressione:
"Ce sei o ce fai?" Qualcuno ci è, qualcuno ci
fa. Quando devo parlare di altri, mi conviene ripensare a me.
Ho mai fatto la spia? Ho mai fatto la puttana? Sono stato vile?
Uno stupratore? Specialmente quando gli altri hanno vissuto in
tempi e luoghi di fuoco, e io no. Si corre il rischio di diventare
troppo indulgenti verso gli altri? Forse: ma almeno si riduce
il rischio di essere contenti di sé.
- 17 febbraio 1999
Leggo una frase di Victor Hugo (il più grande pubblicitario
di tutti i tempi): "Giovenale condanna, Dante danna".
Lo slogan scolpisce a meraviglia la divisione del lavoro fra
i tribunali e le galere. Condannati nei tribunali, si sta in
galera da dannati. Basta quella consegna, dalla giustizia che
giudica a quella che ammucchia i corpi, a compiere la transustanziazione
della condanna in dannazione. La condanna può essere giusta
o iniqua. La dannazione non perde tempo con le distinzioni. In
un'aula di tribunale, potete ancora illudervi che esista una
giustizia. Gettate un'occhiata alla galera, e lascerete perdere.
Il genio di Dante sta nell'aver disertato la banalità
del tribunale, per precipitarsi tra i dannati.
- 16 febbraio 1999
Fecondazione eterologa: anche i nomi meriterebbero un'obiezione
di coscienza. Ogni tanto ce ne arriva addosso uno, già
fatto, e non possiamo che ripeterlo mille volte al giorno. Il
vocabolario è questione troppo seria per essere lasciato
ai genetisti. E "coppie di fatto", poi! Qual è
il termine opposto: di nome, di diritto, di parola? Pensi al
nome, al diritto, alla parola, e vedi un biancore vaporoso con
strascico d'organo, o almeno il discorso di una fascia tricolore.
Pensi al fatto, e vedi una stanza a ore, un parcheggio d'auto,
tutt'al più un cespuglio. Essi si nascosero. Di questa
espressione spregevole dobbiamo essere responsabili noi miscredenti,
che, così come non sappiamo fare funerali consolanti,
non siamo riusciti a trovare parole meno sordide per chiamare
i fatti della vita.
- 13 febbraio 1999
Invitato a un matrimonio, Gesù tornò giù.
Alla festa c'era chiasso, e i brindisi erano un po' indiscreti,
tante richieste di autografo, e soprattutto ci volle una santa
pazienza per farsi fotografare e filmare con tutti. C'erano anche
dei ministri di Roma, e un giovane che si sporgeva mostrando
un profilattico. Gesù non dovette far niente: il vino
bastava e avanzava. Mangiò e bevve pochissimo, per pura
cortesia. Addusse degli impegni e andò via, nel pomeriggio.
Gli fecero un grande applauso, come in televisione e ai funerali.
Lui andò a fare un giro nell'Italia centrale. Passò
da Monterchi, poi verso sera ebbe fame, e andò a cena
da un'anziana coppia di fatto, in provincia di Ascoli. New Age
del cattolicesimo politico italiano. Torna un riguardoso interrogativo:
si può essere cattolici restando cristiani? Dunque, si
può essere cristiani restando italiani? E si può
essere italiani senza essere cattolici né cristiani? Ed
ex cattolici, italiani, eterologhi, cristiani di fatto, ebrei
di adozione, musulmani di Otranto? Virtù cardinalissima:
l'oscena ipocrisia. Lancio della prima pietra, e della seconda,
e della terza. Il ricavato sarà devoluto all'acquisto
di altre pietre. E su queste pietre, eccetera.
- 12 febbraio 1999
"Todavìa mirando las nubes pasajeras, Eduardo! No
por mucho madrugar se amanece màs temprano". "Che
viejo, estamos viviendo momentos de grandes cambios: el cambio
de la temperatura del globo terraqueo, el dehielo de las masas
glaciales, el choque del grande frìo de la Siberia con
el gran calor del desierto del Sahara, y todo esto no cambia
nada para nosotros, solo nos queda un brillo de esperanza con
el retorno de la alegre primavera. Volveran también las
oscuras golondrinas". "A lo mejor. Pero no es concretamente
seguro que vuelva también esta vez la primavera".
"Indefectiblemente tendrà que llegar. Cada vez. Para
que muera algo, algo tiene que nacer. Por un problema de emisferios,
yo nacì en el contario de la primavera. A veces me sucediò
de vivir dos primaveras en un año. Y, viceversa, de perder
dos al año siguiente. Lo ùnico que puede pasar,
es que cuando una de las primaveras llegue, yo ya no estaré".
"No estaràs màs en la carcel?" "Ni
en ningùn otro lado. Al fin de cuenta, no estaré.
Me iré despacio como tranco e' pobre". Hay dìas
màs largos que puteada de tartamudo, por eso se entiende
que tardan en llegar de Buenos Aires las cartas de Julieta.
- 11 febbraio 1999
Democrazia referendaria? Ormai basta che si annunci il proposito
di una legge in Parlamento, che l'altra parte del Parlamento
dichiara che indirà un referendum per abrogarla. Suicidio
referendario del Parlamento. Salvi casi di semiunanimità
parlamentare su un referendum, di cui riesce peraltro difficile
spiegare a una signora islandese perché si terrà,
dato che è assicurato un esito all'80/90 per cento, e
costa quasi mille miliardi. Nostalgia di una comunità
più piccola, e di un referendum agile, da cantone svizzero
minore: per esempio per proporre a tutti, alla diciottesima settimana,
di destinare i monte premi del gioco, non dirò ai fuggiaschi
della Sierra Leone, ma ai terremotati di Colfiorito. Sarebbe
bello, eh?
- 10 febbraio 1999
Che avete fatto domenica sera? Io ho guardato il Tg5. C'era
il ministro Cardinale, a una festa del suo paese, e ha detto
all'intervistatore: "Come ha avuto modo di vedere, qui non
c'è il ministro: c'è Totò". Poi ho
guardato "Mai dire gol". C'era Del Piero, e ha detto:
"E' normale che i tifosi manifestino il loro disappunto
e il loro appunto". Al giorno d'oggi, un carcerato non è
più isolato dalla società civile.
- 9 febbraio 1999
Strana sorte del simpatico illusionista Casanova, che deve aver
studiato duro per non far vedere il filo, ed è travolto
da un'improvvisa e allegra popolarità perché i
suoi esercizi mostrano la corda. Spirito del tempo: credulità
vasta e superstiziosa, e incredulità ancora peggiore.
Anche quando è senza fede, la gente non vuole rinunciare
allo straordinario: ricorre al trucco, e non importa se si vede.
Esempio della passerella annunciata per il giubileo appena sotto
il pelo dell'acqua del Lago di Tiberiade, così i pellegrini
ci potranno camminare sopra. Apparente conferma delle massime
popolari (aiùtati, che Dio ti aiuta) e delle barzellette
d'infanzia ("Abbi fede; e cammina sugli scogli!").
In verità, se Dio esistesse, inabisserebbe la passerella
nell'ora di punta.
- 6 febbraio 1999
Ogni tanto trovo il mio nome sui giornali. A volte è citato
per affetto, come nelle vignette di Vincino, di cui si capisce
che muore dalla voglia di portarmi via di qui avvolto nella sua
barba, e per consolazione mi disegna; o come nella notizia di
ieri, su CohnBendit e i Verdi che mi candiderebbero al Parlamento
europeo (grazie di cuore) e sul commento di mio figlio e portavoce
Luca, che chiude bene la questione: "E' una cosa carina".
Altre volte si tratta di maldicenze: umane, troppo umane. Altre
volte di accostamenti sorprendenti, come quando la rivista Liberal,
lamentando l'inadeguata mobilitazione contro gli abusi del processo
per l'assassinio di Marta Russo, la contrappone alla vasta (e
trionfale) campagna in mio favore: che c'entra? (Non sapendo
niente di quel processo, ho però letto la critica più
ferma e lucida dei metodi inaccettabili dell'accusa sul Manifesto,
e con la firma di Luigi Ferrajoli: Liberal, cui è sfuggito,
la troverà senz'altro importante). A parte tutto, si ha
da qui uno strano rapporto con quell'omonimo che i giornali di
tanto in tanto nominano. Un giorno andai a Urbino. Non so per
quale stanchezza, o per la sindrome di Stendhal (una delle più
spiritose invenzioni del nostro tempo), o per il corallo troppo
rosso sul petto del Bambino di Piero della Francesca, mi sentii
male, scesi dal Palazzo Ducale, e mi sdraiai con un braccio sugli
occhi sulla panca di pietra. A un certo punto sentii dei passi
leggeri e voci basse di bambini appena sopra la mia testa. "E'
morto", disse uno. "No, dorme", disse l'altro.
Una pausa, poi il primo disse: "No! E' morto". Restai
immobile, mentre se ne andavano per i fatti loro. Così
mi sento quando leggo del mio omonimo sui giornali.
- 5 febbraio 1999
Gentile Sabina Rossa, ho letto l'intervista che, a vent'anni
dall'assassinio di suo padre Guido, le ha fatto Enrico Arosio
per L'Espresso, e desidero dirle qualcosa. Lei è restata
sgomenta ("Non avevo mai letto queste frasi. Sono frasi
terribili") per le frasi che Arosio le cita dal quotidiano
Lotta Continua del 25 gennaio 1979: "Il fare la spia oggi
in Italia è divenuto linea coerente di un Pci che s'è
fatto Stato, e insieme a esso di un gran numero di militanti.
Le bierre hanno messo insieme i piedi nel piatto del dibattito
sulla delazione, ricordando quel è il punto di vista di
un'organizzazione clandestina". Essendo stato anch'io sgomento,
mi sono procurato le copie di LC di quei giorni. Il corsivo citato
(del 26 gennaio), in realtà descrive il modo di pensare
"clandestino", per concludere nel modo seguente: "Per
mantenere l'efficienza interna è necessario considerare
potenziali 'spie' da 'giustiziare' decine di migliaia di proletari
militanti del Pci, che si distinguono dagli altri per il 'coraggio'
di denunciarli.Se va avanti così, le bierre dovranno sparare
su altri operai sindacalizzati o del Pci". Dunque: articolo
brutto, ma molto diverso dall'uso dell'Espresso. In quei giorni
(e in realtà molto prima) le posizioni del giornale contro
il terrorismo gli procurarono un'opposizione virulenta da parte
di chi le considerava uno scandaloso tradimento del "movimento".
La redazione venne occupata. Andrea Marcenaro, che aveva detto
cose analoghe con Franco Travaglini, Gad Lerner e altri all'indomani
dell'attentato a Casalegno, e il 15 gennaio aveva scritto, in
un intervento esplicitamente intitolato "Delazione?":
"Per quello che mi è possibile non voglio 'favorire'
o 'avallare' nessuna morte. Ma non solo, voglio impedirne altre",
il 27 scrive, a proposito di suo padre ("Ora che un 'delatore'
è morto"): "Per Guido Rossa, lavoratore che
credeva nel Pci, la scelta è stata anche morale e personale.
Non si aspettava forse di pagarla con la vita, ma non credo si
illudesse di non pagarla. E' da quando siamo bambini che ci insegnano
che chi fa la spia lo fa perché ne ha un tornaconto, un
privilegio. Guido Rossa non pare ne abbia avuto un tornaconto,
un privilegio. Continuava ad alzarsi alle 5 del mattino e tornava
a casa quando il sole stava tramontando. Se il coraggio e la
coerenza sono valori positivi Guido Rossa, che era un uomo coraggioso,
che aveva messo la sua politica al primo posto, non è
criticabile". Non posso abusare dello spazio. Le mando però
le copie del giornale, sperando di non dispiacerle. Non ho un
fatto personale: nel 1979 Lotta Continua era sciolta da più
di due anni, io ero via; il giornale pubblicò poco dopo,
nel primo anniversario dell'attentato a Moro e alla sua scorta,
un lungo inserto da me scritto che è - scusi la sbrigatività
- la più radicale critica, non solo del terrorismo, ma
delle teorie della violenza politica, che sia stata scritta allora
e dopo. Non ho apprezzato la piccola infamia del pezzo dell'Espresso,
che faceva seguire alla distorsione il nobile giudizio morale
sugli ex giornalisti di Lotta Continua: "Alcuni di quegli
intellettuali hanno fatto carriera". Chi sono? Lerner? Deaglio,
che era il direttore, e aveva risposto alle minacce firmate Br
stampando il proprio indirizzo di casa e i suoi orari abituali?
Voglia accogliere i miei saluti cordiali
- 4 febbraio 1999
A me, che voglio bene a Silone, i documenti addotti a dimostrazione
della sua collaborazione con la polizia fascista sembrano persuasivi.
Obietto però al titolo: "Silone era una spia".
Silone fece, a quanto pare, la spia contro i suoi compagni, e
chissà per quali motivi, certo ignobili. Ma non era una
spia. Era, come tanti di noi, moltissime cose, più o meno
nobili. Solo alcune vite meritano di essere inghiottite per intero
da una colpa, o da un'infamia, come da una cronicizzazione forse.
Le altre sono vite, nel bene e nel male: uno è stato poeta,
assassino, conduttore televisivo, stupratore, ammalato di tifo,
catechista, e una volta ha vinto una gara di corsa campestre.
- 3 febbraio 1999
Oplà. Dopo una lunga rincorsa, l'antropocentrismo ha fatto
una capriola tale da fargli chiamare intelligenti i missili,
e antiuomo le mine. (Applausi).
- 2 febbraio 1999
Vorrei usare lo spazio di oggi per qualche chiosa. Intanto, Alessandro
Smerilli mi ha spedito questa interessante postilla alla piccola
posta su Borges, Charlot e Hitler: "Gabriele D'Annunzio,
che è morto nel '38 ed era meno stupido di quanto comunemente
si creda, una volta aveva scritto a Mussolini: - Guàrdati
dallo Charlot dei Nibelunghi -. Mussolini, com'è noto,
non lo ascoltò". Secondo: su Panorama in edicola,
ho menzionato la traduzione di Paolina Leopardi del "Voyage
autour de ma chambre" di De Maistre. La scrupolosa redazione
ha aggiunto il nome proprio: Joseph. Però l'autore del
"Voyage" è il fratello François Xavier,
messo agli arresti dopo un duello. Joseph, il robusto pensatore
antirivoluzionario, è autore prediletto dal responsabile
culturale di Panorama, Massimo Boffa. Terzo: sul numero precedente
di Panorama avevo scritto di Fabrizio De André, di Marinella,
e della ragazza Silvia albanese ammazzata a un lato di autostrada:
articolo che il Foglio del lunedì ha avuto la benevolenza
di ristampare. Alla fine dicevo che forse De André avrebbe
provato compassione anche dei disgraziati assassini. Ora l'assassino
confesso si è impiccato nel carcere di Pesaro. (Il richiamo
a De André è venuto naturale anche a Maurizio Mannoni,
che ha introdotto la notizia al Tg3 con le parole del Miché:
"Quando hanno aperto la cella, era già tardi").
Infine: sul Foglio dell'altroieri citavo il record di suicidi
nelle galere, e la soppressione della guardia medica notturna
e festiva in 120 carceri italiane. Una di queste, credo, è
Pesaro, dove il giovane assassino si è nottetempo impiccato.
Non c'è nessuna connessione di causa fra le due circostanze:
una triste coincidenza, sì. E' piccolo, il mondo.
- 30 gennaio 1999
I medici penitenziari sono sempre in subbuglio, a difesa dei
loro interessi di categoria, sicché, se non altro per
questo, ci si può aspettare che difendano anche gli interessi
muti dei detenuti. Ora leggo nei loro comunicati che nel piano
ministeriale di risparmio sulla spesa sanitaria è compresa
l'abolizione dei medicinali di fascia C e H. Dizione che comprende
gli psicofarmaci, e addirittura i farmaci per la cura di scabbia
e pediculosi (vulgo: i pidocchi). I detenuti che prendono psicofarmaci
sono più o meno 15 mila, quasi un terzo del totale. Ora
non c'è dubbio che in galera (e anche fuori) si facciano
abusi di questi farmaci, con una trista combinazione fra il desiderio
di anestesia dei prigionieri e l'intenzione sedativa dei carcerieri.
Ma che in un deposito di sofferenze psichiatriche com'è
la galera si tolgano dal prontuario gratuito questi medicinali,
lasciandoli a carico dei detenuti che se li possono permettere,
è singolare. I poveri daranno in smanie e peggio; i ricchi
si sederanno a proprio carico. Quanto alla fascia H, anch'essa
esclusa, comprende perfino tutti i farmaci per la cura della
sindrome da Hiv, e dell'epatite virale, cioè la malattia
in assoluto più diffusa. Ancora i medici penitenziari,
annunciando uno sciopero per il 15 febbraio, protestano contro
la soppressione della guardia medica in oltre cento carceri:
dopo un anno, dicono, il 1998, in cui per la prima volta nelle
galere italiane il numero dei suicidi avrebbe superato i cento.
- 29 gennaio 1999
Caro Gianni Riotta, ho letto la pagina della Stampa da lei curata
sul futuro della fraternità, finora troppo schiacciata
da libertà e uguaglianza. Nell'intervista con Attali come
nei pareri raccolti non ci si fermava su un cambiamento ovviamente
decisivo: fraternità e sorellanza hanno infatti un significato
tutto nuovo alle nostre latitudini (e massime in Italia), dove
la caduta di natalità ha rarefatto l'esperienza dei fratelli
e delle sorelle "carnali". In un mondo di figli unici,
la nozione di fraternité non sarà più, se
non per una minoranza, l'estensione ideale di una condizione
"naturale": sarà per così dire disincarnata
e disossata. Potrà diventare più superficiale e
generica, o più importante e profonda, come succede a
volte delle cose che si sono perdute e si rimpiangono e rimpiazzano:
una fraternità da rimboschimento dopo l'incendio. Questo
vale già anche per paesi come la Cina, dove la modernità
della demografia obbligata da un figlio per famiglia convive
con l'antichità dell'annegamento delle neonate. Lei sa
che da sempre gli umani si interrogano sulla superiorità
dei vincoli naturali ed ereditati o di quelli culturali e scelti:
ognuno di noi nella vita ha ondeggiato da un lato all'altro,
dal proprio fratello e sorella, se li aveva, ai frati e le sirocchie
in Dio di Francesco, e al mondo di fratelli promesso ai figli
dell'officina. Dalla parte dei primi, della legge del sangue
e dell'amore, sta il proclama di Antigone, che si può
rimpiazzare il marito o un amico, ma un fratello o una sorella
sono insostituibili. Nonostante tutto, di un mondo in cui fraternità
e sorellità si siano del tutto staccate dalla loro radice
infantile, com'è per mille segni inevitabile, si dev'essere
inquieti e in pena.
- 28 gennaio 1999
Gentili parlamentari, non riesco a persuadermi della legge sulla
violazione giornalistica del segreto istruttorio. Non mi riferisco
alla disputa sul bavaglio all'informazione eccetera. Mi riferisco
all'idea, sempre rinascente con la forza delle abitudini inconsulte,
che questa violazione debba essere sanzionata dal carcere. Si
ammette l'esigenza morale prima che edilizia della decarcerizzazione,
e poi si moltiplicano le nuove leggi che vanno a finire in galera.
Col rischio evidente di un effetto da gride manzoniane. Quando
invece l'effetto fossero davvero trenta giorni di galera, se
io fossi un giovane cronista correrei a procurarmelo. Mi assicurerei
in un colpo solo lo scoop triviale della rivelazione del segreto
istruttorio e lo scoop, assai più ghiotto, di un reportage
dalla galera (lungo: e poi riversato in instant book, "I
miei trenta giorni all'inferno", "Il caffè dell'extracomunitario",
eccetera). Ripensateci.
- 27 gennaio 1999
Come si sa, la Camera ha approvato all'unanimità una legge
per la scarcerazione dei 300 malati di Aids conclamato. Anni
fa, dopo che tre detenuti torinesi scarcerati ebbero compiuto
alcune rapine, era stata negata la sospensione della pena a tutti
i malati di Aids. I tre disgraziati morirono, inosservati, di
lì a poco, ma il contrappasso spietato alle loro gesta
disperate rimase: paghino tutti gli altri. La nuova legge stabilisce
che chi commetta un reato torni automaticamente in galera, e
fissa la condizione che gli scarcerati accettino una terapia
stabilita (condizione della cui giustezza dubito fortissimamente,
perché la libertà di curarsi a modo proprio, e
dunque anche di non curarsi, mi sembra sacra). Sull'Espresso
in edicola si legge il seguente articolo non firmato: titolo,
"Aids, licenza di delinquere", svolgimento, "
La Camera approva la proposta di legge che fa uscire dal carcere
i malati di Aids (circa 300) per mandarli a casa o in affidamento
al servizio sociale. Col rischio che diventino manovalanza privilegiata
per i clan criminali. Quattro anni fa un'analoga norma favorì
la nascita a Torino di alcune bande di malfattori che rapinavano
banche su banche (sic). Quando la polizia li fermava, esibivano
con aria beffarda il certificato di malattia; subito rilasciati,
ricominciavano a delinquere. Dovette intervenire la Corte costituzionale.
Ora la nuova legge condiziona la scarcerazione alla buona condotta
in carcere. Ma se uno fa il bravo dietro le sbarre e poi, una
volta fuori, torna a delinquere, obietta un magistrato torinese,
chi lo spiega alle vittime?" Perché ho riportato
il pezzo dell'Espresso? Perché è ributtante.
- 26 gennaio 1999
Caro Fabio Mussi, vorrei esporre un paio di perplessità
sulla proposta di abolire la presunzione di non colpevolezza
dopo il secondo grado per le pene più gravi, tesa praticamente
a far andare in carcere i condannati in appello, senza aspettare
la Cassazione. Primo dubbio: si dice (lo si disse soprattutto
dopo la fuga di Gelli) che la condanna in appello va considerata
come una ragione sufficiente al pericolo di fuga, in modo da
sventare la fuga tra l'appello e la Cassazione. Mi sembra ovvia
un'obiezione: chi decide di fuggire, con la nuova legge prenderà
il largo prima dell'appello, invece di aspettare la vigilia della
Cassazione. No? Ma poiché la riforma sembra voler ora
rispondere all'impennata dell'allarme sociale contro la criminalità
diffusa e in particolare la sua componente "extracomunitaria",
la mia obiezione, se non sbaglio, è la seguente. Per i
"criminali diffusi" (inevitabilmente recidivi, e clienti
abituali del carcere, nonostante sia stata abolita la dizione
di "delinquente abituale") e per gli "extracomunitari"
in particolare, la vigente presunzione di non colpevolezza non
vale affatto. Essi, in gran parte, arrivano al primo grado già
carcerati, o lo diventano dopo la prima condanna; non sempre
arrivano all'appello, quasi mai alla Cassazione. I condannati
che restano a piede libero fino alla pronuncia sfavorevole della
Cassazione sono pochi, e quei pochi sono tutti fra i privilegiati
per denaro e difesa. Nei confronti dei quali, per esempio Gelli,
vale l'obiezione precedente: che basta che anticipino l'orario
della fuga. Sarei contento di scoprire che queste mie obiezioni
siano infondate. Perché se fossero fondate, mi farebbero
temere fortemente che alla prossima impennata dell'allarme pubblico,
si sopprimerà il secondo grado di giudizio. E così
viavia! Cordiali saluti.
- 23 gennaio 1999
Sono stati pubblicati i verbali dei colloqui fra Kissinger e
Deng Xiaoping, nel 1975 a Pechino. Come sarebbero piaciuti a
Leonardo Sciascia: specialmente quel dettaglio sulla tendenza
di Aldo Moro "ad addormentarsi mentre gli si parla".
Kissinger non si è impensierito dell'effetto sedativo
dei propri discorsi, dai quali viceversa Moro era allarmatissimo,
al punto che, probabilmente, fingeva di addormentarsi. Kissinger,
benché studioso del Congresso di Vienna e della Restaurazione,
si dev'essere dimenticato di quell'altro orientale, Michail Illarionovi´c
Kutuzov, che dormiva con un occhio solo, l'unico che aveva, durante
le riunioni dello stato maggiore, poi, al momento di prendere
la decisione finale sulla battaglia della mattina dopo, riapriva
l'occhio e diceva: "Bene, signori, la cosa migliore ora
è di dormirci sopra". Naturalmente, questa è
una leggenda, e Kutuzov non era proprio così. Neanche
Moro era così. Una volta mi trovai, con altri giornalisti,
al cospetto di Deng Xiaoping: sono così meschino che me
ne è rimasta nella memoria solo la sputacchiera ai piedi
della poltrona. Kissinger, che faceva addormentare Moro, e chiedeva
a Deng di aiutarlo a sventare il compromesso storico in Italia,
racconta anche che Deng ascoltava e non smetteva di sputare nella
sputacchiera. Forse Kissinger è sempre stato un cretino.
- 22 gennaio 1999
Ho letto la notizia della nomina di un ingegnere senegalese a
segretario della Fiom di Brescia. Mi sono rallegrato, non tanto
per la notizia, che dovrebbe passar per ovvia, ma perché
non vedo l'ora che sia trascorsa una generazione, e che un signore
excurdo sia direttore del Corriere della Sera, una signora exnigeriana
sia presidente della Camera, un exmacedone di etnia albanese
diriga Mediobanca, e un cantonese sia a capo dell'Istituto meteorologico
dell'aeronautica. L'altro giorno sono stato travolto dall'intervista
a una signora anziana e trafelata nel corteo milanese della Lega:
"Prima di tutto, prendergli le impronte digitali!"
Siamo tutti in posa, con le nostre facce e le nostre frasi, per
un album memorabile su com'era l'Italia alla vigilia della scoperta
dell'America.
- 21 gennaio 1999
Gentile Bruno Vespa, ogni tanto, paragonando l'Italia al resto
del mondo, la facciamo peggiore che non sia: e non è facile.
Così, l'osservazione di Davigo, se non ho capito male,
che lei ha ricordato, sul fatto che l'Italia è lo strano
paese in cui non ci si accontenta di dire "è vietato",
ma si dice "è severamente vietato", contraddice
la formula inglese, piuttosto diffusa, "strictly prohibited"
o "strictly forbidden". ("Strictly: rigorously
or severely"). Visto che ci sono, vorrei ricapitolare, sempre
per il buon uso dei confronti, i limiti di pena temporanea nei
codici europei (escluso cioè l'ergastolo, pena illimitata).
Il massimo di 30 anni previsto dal codice Rocco in vigore in
Italia è il più elevato. In Francia, Belgio, Svizzera,
Austria, Norvegia, Grecia e Lussemburgo il massimo di pena è
di 20 anni. In Danimarca e Islanda di 16 anni. In Germania, Russia,
Ungheria e Polonia di 15 anni. In Finlandia di 12. In Svezia
di 10. In Spagna il massimo è di 30 anni come in Italia,
ma la Spagna, in questi giorni citata a possibile modello, ha
abolito l'ergastolo.
- 17 gennaio 1999
C'è il momento della diplomazia, e il momento dell'azione.
Al bordo fra i due c'è l'ultimatum. C'era. Dai giornali:
"Nato: quasi un ultimatum a Milosevic". Il penultimatum.
Quasi gol.
- 16 gennaio 1999
L'anno leopardiano appena finito è stato suggellato da
una meravigliosa notizia, e stranamente sottovalutata, proveniente
da quella Russia che è il più ricco giacimento
di rivelazioni del fosco secolo morente. Nel 1959 Nikita Krusciov
convocò gli scienziati spaziali sovietici e comunicò
loro l'ordine di bombardare la luna con una bomba atomica. Il
mondo avrebbe avuto la dimostrazione della potenza dell'Urss.
Gli scienziati faticarono molto a persuadere il capo che nessuno,
né occhio umano né sismografo, si sarebbe accorto
di niente: e la luna sarebbe restata diafana e impassibile, indifferente
all'atomica russa quanto all'interrogazione del pastore errante
dell'Asia. La magnanima idea di Krusciov non mancava di precedenti,
benché minori, come l'ordine impartito da un monarca persiano
di fustigare il Mare Egeo. Seccato di dover rinunciare alla bella
idea, Krusciov comandò di spedire entro l'anno sulla luna
il satellite artificiale "Luna 1". Dovettero ubbidirgli,
e poiché non erano pronti mancarono il bersaglio di qualche
migliaio di chilometri. Secondo gli scienziati sopravvissuti
e ora intervistati, è probabile che il "Luna 1"
giri da quarant'anni nella sua orbita sbagliata "senza costrutto".
Trovo questa espressione "senza costrutto" felicemente
leopardiana.
- 15 gennaio 1999
Ho fatto così, ieri sera. Ho spalancato la finestra. E'
una finestraccia con due file di sbarre grosse e una grata fitta.
Non ci passa un dito: sì e no uno sguardo. E non c'è
niente da guardare. Non faceva neanche freddo, ieri sera. Ho
alzato molto il volume della televisione. Anche altri hanno fatto
così. Il concerto di De André è uscito da
ogni cella, ha riempito il cortile, e poi se ne è andato.
Quando se ne è andato, ho richiuso la finestra e mi sono
fatto un caffè. Com'è buono, il caffè. Pure
in carcere lo sappiamo fare.
- 14 gennaio 1999
Non è vero che le stragi in Italia restano impunite. C'è
un ragazzo qui, infanzia difficile, famiglia infelice, che è
arrivato presto alla galera, con quei reati fessi la cui sequenza
si tramuta per tanti in un vero ergastolo a intermittenza e ci
è rimasto. Nel suo curriculum c'è il seguente episodio.
Una notte ciondolano per strada, lui e due amici, uno minorenne.
Hanno bevuto, abbaiano alla luna, perdono tempo. Stanno appoggiati
alla sbarra di un passaggio a livello chiuso, su una strada senza
traffico. Il minorenne, per gioco e per ubriachezza, scuote la
sbarra che si stacca dal suo sostegno. Gli altri raccolgono la
sbarra, ne posano un'estremità sul sostegno, e l'altra
a terra, in modo da coprire comunque la corsia della strada.
Li trova, dopo un po' la polizia stradale. Dicono che non ne
sanno niente. Vengono arrestati, processati e condannati, tranne
il minore, per tentata strage: quattro anni e due mesi. Pena
ridotta in appello, sempre per tentata strage, a tre anni e quattro
mesi, interamente scontati. Quando gli chiedo: "Ma perché
non avete detto come erano andate le cose, e che era stato una
specie di incidente, e che vi eravate premurati di sventare qualunque
conseguenza?", risponde: "Avevamo paura che ci facessero
una contravvenzione forte".
- 13 gennaio 1999
Dunque, la divisione sembra questa: favorevoli agli albanesi,
contrari agli albanesi, astenuti. Non saprei come votare. Ho
degli albanesi la stessa opinione che ho degli italiani, e di
ogni altro popolo: con quel briciolo di benevolenza in più
che il padrone di casa deve all'ospite. (Dico per dire, dato
il mio domicilio attuale: del resto così pieno di stranieri
che la stolida formula "patrie galera" va almeno corretta,
galere spatrie). Esattamente come coi calabresi o i veneti, vorrei
che gli albanesi che tagliuzzano e sfregiano ragazze albanesi
(e ucraine) e buttano a mare bambini albanesi (e curdi) venissero
braccati, presi sul fatto, e castigati: e messi in galere. E
che lo stesso avvenga per ogni tribù di questo mondo,
con i suoi farabutti e con le sue vittime. Che questo si debba
chiedere alle polizie, quelle nazionali e quelle internazionali.
Lo stesso equivoco si ripete sulle galere. Il quiz sembra questo:
favorevoli alla galera, contrari alla galera, astenuti. Sono
favorevole alla galera, ributtante com'è, ogni volta che
si tratti di impedire, secondo le previsioni di legge, di far
del male al prossimo. Sostengo che la percentuale dei detenuti
che sta in galera costituendo un pericolo reale e attuale per
il prossimo è bassa: e alta è quella degli innocui,
e dei poveretti. La galera è affare preminente di poveri
e indifesi: e fra questi di malati e di "extracomunitari".
Naturalmente, tutto ciò è troppo semplice e sensato
per essere preso in considerazione dalle autorità d'ufficio
e di opinione, e dal vento che gonfia a gara le loro gote.
- 12 gennaio 1999
Ci sono notizie che vengono meglio in televisione che sulla carta.
Per esempio, l'"errore tecnico" che anticipa il traguardo
di uno sciatore (non norvegese) e lo posticipa a un altro (austriaco).
Oppure gli insulti e gli sputi di una masnada di soci della Life
(persone venete ostili alle tasse) su un cireneo ufficiale della
Guardia di Finanza messo in mezzo. Oppure le manifestazioni degli
allevatori, l'anno scorso, e gli scontri con la polizia, compreso
un portafoglio sfilato di tasca a un manifestante, documenti,
soldi e tutto. Eccetera. Sui giornali, per esempio, vengono meglio
le interviste, quando sono fatte bene. Chissà perché
i telegiornali sono pieni di interviste da seduti, e le notizie
tipicamente televisive le passa Striscia. Io, se fossi Dulbecco,
andrei a Sanremo.
- 9 gennaio 1999
Al concerto di Bologna, in cui Bob Dylan era sbronzo, e molte
cose erano pacchiane, ci fu quella scena memorabile fra il giovane
Petrucciani e il vecchio Wojtyla. Petrucciani aveva finito il
suo pezzo, e arrancò fino ai piedi della scalinata in
cima alla quale era seduto in maestà il papa: e, appoggiato
ai suoi bastoni, guardò verso l'alto, misurando l'impossibilità
della salita. Il vecchio papa a sua volta guardava verso il basso,
e l'impossibile discesa. Durò un po'. Poi Petrucciani
si voltò e andò via, e sul viso suo, e su quello
del papa, si vide un rammarico. Adesso Petrucciani è morto,
e perciò correva tanto. Il papa è vivo, in gara
col millenio che finisce. Si sa che i grandi del jazz si sono
dannati, per compensare un'epoca in cui i poeti e gli artisti,
con qualche eccezione, sono diventati distinti e membri di Accademie
e tutt'al più tossicomani. A me, la distanza fra quel
grande arrampicato sulla tastiera e il vecchio pontefice tremolante
sul suo trono parve bellissima. Sembrava dire che Dio forse esiste,
ma non ce la fa più a scendere fin qui; e, quanto alla
sua creatura, anche la più dotata, com'era Petrucciani,
non resta che dargli un'occhiata affettuosa e nostalgica dal
fondo di una scala impossibile, e voltarsi e scomparire zoppicando
dietro le quinte.
- 8 gennaio 1999
Ecco è fuggito / Il dì festivo, ed al festivo il
giorno / Volgar succede, e se ne porta il tempo / Ogni umano
accidente". Ecco, le feste sono passate. Sapete quella bella
espressione meridionale: "Dopo le feste". E' latino,
all'origine, ma poi è diventata un modo più morbido
o più ironico (e perfino fatalista) per dire: mai. O piuttosto:
quasi mai. Mio padre lo diceva sempre. "Mi compri la bicicletta?".
"Dopo le feste". Ci sono sempre altre feste in arrivo.
Mi piaceva ripetere le frasi fatte di mio padre, per sembrare
uomo, e farlo ridere. Diceva, giocando a carte: "E' peggio
che andar di notte", e: "Qua è di morte la malattia".
In fondo, basterebbe cambiare di poco le parole per rendere meno
brutale il mondo. Per esempio l'ergastolo. Fine pena: mai. Un
emendamento così: fine pena, dopo le feste.
- 7 gennaio 1999
Il nuovo sindaco di Pisa era fino a poco tempo fa assessore della
Regione toscana, e in questa veste aveva visitato con assiduità
il carcere pisano, e contribuito efficacemente a iniziative socialmente
preziose. Ora, diventato sindaco, non ha più diritto di
accesso al carcere del suo comune. Mi pare che ci sia in questa
legge, che rende il carcere invisibile al governo cittadino (e
viceversa) un'incongruenza strana. Possono visitare le galere
i parlamentari europei, nazionali e regionali. Non i sindaci:
neanche ora che sono eletti direttamente. Non si dovrebbe correggere
questa inversione del rapporto fra centro e periferia? A me è
simpatico il sindaco di Pisa, ma direi che il problema vale anche
per Milano, o per Napoli, e Porto Azzurro.
- Mercoledì 6 gennaio 1999
La preziosa rassegna settimanale dell'"Internazionale"
riporta un'intervista argentina di Eric Hobsbawm sul secolo che
finisce. Hobsbawm, autore di studi capitali, ha avuto una imprevista
fortuna popolare grazie a un suo manuale sul Novecento, e più
ancora al titolo: "Il secolo breve". Si era già
stabilito che il secolo cominciasse nel 1914: lo si è
dichiarato finito nel 1989. Resta il problema di classificare
quello che ci va succedendo: strascichi del vecchio, anticipi
del nuovo (Dio scampi?). Dell'intervista voglio riferire due
risposte che mi sembrano argute, forse oltre le stesse intenzioni.
La prima sul "ritorno del marxismo", che Hobsbawm attribuisce
alla diagnosi, di fronte alle peripezie del mercato globale,
e non alla prognosi, ma che data, assai personalmente, così:
"Due anni fa io stesso ho curato una riedizione del Manifesto
che non ha suscitato il minimo interesse. Ora persino la compagnia
aerea United Airlines mi ha chiesto un articolo per la rivista
di bordo". La seconda risposta riguarda una questione dannata
del genere, se poteste tornare indietro, che cosa non rifareste.
"Forse sarebbe stato meglio non fare la Rivoluzione d'Ottobre".
- Martedì 5 gennaio 1999
Benché in questi giorni, per contenere i telegiornali,
la sorveglianza nelle galere sia più stretta, migliaia
e migliaia di detenuti, nostrani e stranieri, sono usciti e hanno
partecipato, senza chiedere il permesso, invisibili e disciplinati,
all'estremo omaggio a Mario Gozzini, uomo giusto. Poi sono tornati
dentro.
- Sabato 2 gennaio 1999
Vorrei tornare su questa vergogna delle evasioni. Nell'ultimo
mese sono evasi tre da Rebibbia e uno da Milano Opera. Gente
all'antica, con lenzuoli annodati. Quelli di Rebibbia erano "in
custodia attenuata": avrebbero potuto uscire più
agevolmente dal portone, ma si vede che sono tradizionalisti.
Uno l'hanno ripreso alla bottega sotto casa. Quello di Opera
però, maligno, ha approfittato della nebbia e delle ferie
di Natale. Poi se n'è andato un ex brigatista che usciva,
al lavoro esterno, tutti i giorni da otto mesi, secondo la previsione
di legge, cui ha dunque trasgredito. Ma la forma di evasione
più diffusa e subdola, perché si maschera in modo
da essere ignorata nelle statistiche criminali, è il suicidio.
Un centinaio di delinquenti all'anno se ne vanno così,
a volte anche loro con le lenzuola dell'Amministrazione. E' ora
di dire: basta.





