Piccola posta
1998
Luglio e Agosto
Maggio e Giugno
Marzo e Aprile
Gennaio e Febbraio
1997
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- Sabato 29 agosto 1998
27 agosto. Vieri alla Lazio per 54 miliardi (ma forse 90). La Borsa
di Milano ha bruciato 60 mila miliardi in due giorni (ma virtuali). Soros
(che non è una sigla, è un uomo) ha perso 3.600 miliardi
in un giorno. I prezzi degli alimentari sono saliti del 50 per cento:
ma solo in Russia. Del resto, i contadini russi non hanno mai smesso di
seppellire il grano. In compenso, il prezzo dell'oro è sceso del
2 per cento, e in tutto il mondo. In Italia, aumento del 5 per cento per
gli zainetti griffati. La popolazione mondiale sta per toccare i 6 miliardi.
Siamo, come si vede, di fronte a un quadro di luci e ombre.
- Venerdì 28 agosto 1998
Caro direttore, la tua ospitalità, già leggendaria (e
poi mi chiedono: ma come mai scrivi sul Foglio?), si è superata
l'altro giorno, quando sono comparse due colonne fitte di un documento
politico che scrissi nell'estate del '68 sull'invasione di Praga. Non ho
avuto cuore di rileggerlo, neanch'io. È successo questo: che gli
amici benedetti ai quali mi aggrappo da qui dentro come un rampicante a
una staccionata, equivocando la mia richiesta di ritirar fuori un mio volantino
dedicato al suicidio di Jan Palach, hanno ritrovato - non senza fatica,
immagino - e spedito il testo militante cui Il Foglio si è sobbarcato.
Chiedo scusa. Volevo solo, dopo aver letto alcune ricostruzioni dell'atteggiamento
della sinistra del '68 su Palach, ricordare la sostanza del mio giudizio
di allora: "Il gesto di Jan Palach non è un gesto di disperazione
individuale: è la scelta di riproporre, con la forza di un'azione
esemplare fino all'estremo, la via della resistenza all'oppressione. Noi
non possiamo condividere se non parzialmente le posizioni attuali dei militanti
cecoslovacchi. Ma siamo solidali fino in fondo con la loro lotta, con il
rigore e la tenacia di cui danno esempio. Teniamo a dichiararlo anche contro
quelli che qui si proclamano comunisti e non sanno che deplorare con imbarazzo
ipocrita l'azione militante che non è suicidio di Palach e dei
suoi compagni". La data è quella del giorno dopo: 25 gennaio
1969.
- Giovedì 27 agosto 1998
Gentile Francesco Merlo, leggo la sua trovatella a puntate con una
curiosità particolare. Penso infatti che i giornali quotidiani,
da quando vengono dopo il telegiornale, siano essenzialmente dei romanzi
d'appendice. Dunque è difficile rilevare il senso inosservato della
vita ordinaria della Camera ordinaria attraverso un buon uso dell'inverosimiglianza.
Soprattutto niente più è inverosimile. Mettiamo che un grossolano
produttore italoamericano venisse, qualche anno fa, a commissionare una
sceneggiatura italiana. Avrebbe ordinato un generale dei carabinieri che
desse la testa nel muro, un cardinale arrestato durante la liquefazione
del sangue di San Gennaro, un procuratore capo che si spara a Cagliari
e otto funzionari della Questura che si sparano, con i loro figli, a Lucca.
A questo punto lo sceneggiatore romano prezzolato avrebbe proposto di metterci
anche un capo delle guardie svizzere ammazzato in Vaticano con la moglie
da un sottoposto, a sua volta suicida: e il produttore, entusiasta, gli
avrebbe regalato un enorme sigaro. L'inverosimiglianza è finita:
nonché delle satire d'appendice, è diventata la chiave delle
indagini giudiziarie. L'Italia sarebbe travolta dal colore locale - cardinali,
generali dei carabinieri, e guardie svizzere - se il resto del mondo non
facesse la sua parte. La puntata quotidiana sugli usi impropri del sigaro
di Clinton con la trovatella della Camera Ovale. È dura la vita
dello scrittore d'appendice.
- Mercoledì 26 agosto 1998
Carissima Veronica, chissà che idea ti sei fatta di questi uomini
quasi anziani che continuano a chiedersi che cosa fare da grandi, a scherzare
fra loro come ragazzini, a guardarsi in cagnesco per gelosia come ginnasiali,
e a volersi bene. Quando all'improvviso, e in modo travolgente, hai conosciuto
tuo padre, devi esserti accorta che di tutti quegli uomini era il beniamino:
per il suo disinteresse da artista, la sua strana intransigenza e la sua
strana tenerezza, e lo spirito bruciante. Vi aveva dato un appuntamento,
a te e a tuo fratello, e così il suo ultimo tempo, che l'ha affilato
e fatto quasi trasparente, è stato anche quello della sua vera gioia.Storia
misteriosa: appena ritrovato, e subito perduto.Ma non era così.Era
ritrovato per sempre, no? Io lo rivedo spesso, e ogni tanto facciamo due
chiacchiere.E' stato bellissimo, quando è arrivata la notizia del
tuo Mattia, rallegrarsi con lui: "Sei diventato nonno, Checco. Che
strano". Ciao, Veronica.
- Martedì 25 agosto 98
Trent'anni fa, appena accaduta l'invasione sovietica di Praga, scrissi
e pubblicai a Pisa il testo seguente: ´Internazionalismo proletario:
I nodi vengono al pettine! La Russia e i paesi del Patto di Varsavia invadono
la Cecoslovacchia. I borghesi gridano: ecco il vero volto del comunismo!
I partiti revisionisti restano sorpresi ed esprimono il loro "dissenso
e grave riprovazione" per il fatto che un paese socialista ha guidato
l'invasione contro un paese fratello. I borghesi vogliono screditare il
comunismo, i revisionisti si ergono a difensori del comunismo: in realtà
lo uccidono tutti e due. La questione è che non si tratta né
di paesi socialisti, né di paesi fratelli. In Urss e in Cecoslovacchia,
non c'è il socialismo. Prima di tutto il potere politico non è
in mano alle masse, ma in mano a potenti apparati di burocrati privilegiati.
Il potere popolare fondato sui Soviet, organizzazione politica di base
in cui le masse decidono direttamente le scelte politiche generali, non
esiste più in Russia, non è mai esistito in Cecoslovacchia.
In Urss come in Cecoslovacchia, le masse sono sfruttate e oppresse; la
loro partecipazione è richiesta solo come appoggio alle decisioni
prese dai vertici, come capita ogni volta che ai vecchi burocrati incompetenti
e autoritari, si sostituisce una nuova leva di tecnici "competenti".
Da questo rinnovamento, avvenuto in Urss prima, e in Cecoslovacchia ora,
quali sono i vantaggi venuti alle masse? Maggiore autonomia e libertà
per chi dirige le fabbriche. Libertà cioè di sfruttare meglio
gli operai, per mezzo dei tradizionali strumenti propri del capitalismo:
multe, cottimi, "regolamenti interni", che, come ben sappiamo,
sono strumenti che servono per farci sfruttare da soli, e per dividerci
e diminuire la nostra forza. Autonomia per decidere meglio come rendere
competitiva la produzione, acquistando a proprio arbitrio i macchinari
e rinnovando tecnologicamente le strutture sulla pelle degli operai. Autonomia
di commerciare tranquillamente in mano d'opera, trasferendola da una zona
all'altra, importando ed esportando uomini come una qualsiasi merce (la
Polonia "esporta" già da tempo manodopera nella Germania
dell'Est, la Cecoslovacchia, grazie alla "democratizzazione",
si preparava ad importarne dalla Jugoslavia). Minor potere per chi lavora.
Minor potere perché questa "borghesia rossa" organizza
la società secondo i propri interessi, che sono quelli di conservare
e accrescere il proprio potere e i propri privilegi: aumenta i dislivelli
salariali tra tecnici e burocrati da una parte e operai dall'altra (arrivano
anche al rapporto di 1 a 20); attribuisce per sé privilegi crescenti
nella vita civile (posizione sociale, ereditarietà del posto, automobili,
ville e vacanze sul Mar Nero); nelle scuole seleziona i propri successori,
adottando gli stessi metodi di selezione che ci sono nelle nostre scuole:
gli allievi vanno avanti per un presunto merito che non è altro
che la possibilità economica e culturale della famiglia, cosicché,
e le statistiche lo chiariscono bene, il risultato finale è che
una percentuale altissima (circa l'83%) dei figli dei lavoratori non riesce
a raggiungere i gradi superiori dell'istruzione. E allora che rapporti
ci possono essere tra paesi governati da questa nuova specie di sfruttatori?
L'Unione Sovietica ha instaurato rapporti di sfruttamento coloniale con
i paesi dell'Est: compra a basso prezzo e vende a prezzo elevato, impone
una politica di divisione dei compiti produttivi, specializzati paese per
paese, in maniera da poterne importare le eccedenze, e riservando per sé
i rami più redditizi. Così ad esempio la Cecoslovacchia,
specializzata nell'industria pesante, produceva molte locomotive in più
di quanto fosse necessario per il suo bisogno, e che andavano a finire
in Russia a prezzi ribassati, mentre era costretta ad acquistare dall'Urss
i beni di consumo necessari ai bisogni interni, ma a prezzi rialzati. Questi
dunque i "fraterni" rapporti tra Urss e Cecoslovacchia. Di fronte
a questa situazione, la nuova classe dei tecnici ceki, che ha sostituito
la vecchia classe burocratica "fedele" a Mosca, seguendo il criterio
del massimo profitto, ha preteso di porre i rapporti con l'Unione Sovietica
su un piano di parità, cercando cioè, di rendere autonomo
il ruolo dell'economia cecoslovacca, e di assumere una posizione competitiva
nel mercato capitalistico internazionale. Le misure necessarie, secondo
gli innovatori, erano: rammodernamento delle strutture, diversificazione
della produzione, per potersi sganciare dalla servitù imposta della
dipendenza, per molti prodotti, dalle forniture sovietiche; concessione
ai dirigenti di fabbrica di una "larga libertà", cioè
di dominio assoluto, nell'ambito delle aziende. Per realizzare questi programmi,
i dirigenti del nuovo corso, intendevano, se possibile, valersi dell'aiuto
di Mosca, non rinunciando però, in caso contrario, ai prestiti occidentali,
che consentivano pure un allargamento di mercato e la possibilità
di più stretti contatti con il mondo capitalista. Ma in questo modo
anche il ruolo del partito doveva subire una revisione: diventava un insieme
di consiglieri di uno stato governato con l'aiuto della nuova classe privilegiata
dei tecnocrati. Questo allargamento concedeva alcune libertà formali
e dava la possibilità ai nuovi dirigenti di divulgare le idee innovatrici,
denunciando lo stato di servitù precedente. A questo punto i russi
sono corsi a salvare il loro patrimonio "socialista". Paladini
e difensori di un "socialismo in pericolo", hanno aperto le ostilità
facendo fuoco e fiamme contro i pericoli che misure, quali la libertà
di stampa, l'abolizione della censura, ecc. potevano comportare, mentre
in realtà ciò che li aveva fatti correre in tutta fretta
non era il socialismo minato e traballante quanto la necessità di
mantenere, oltre ai propri profitti locali, la posizione imperiale nel
delicato equilibrio del blocco cosiddetto socialista. La tattica seguita
è stata la solita: quella del bastone e della carota; ieri carri
armati, oggi il compromesso. Quel che appare evidente è che i due
gruppi burocratici, legati come sono a doppio cordone, non possono assolutamente
permettersi di travolgersi a vicenda. Ma è anche chiaro che in questo
trambusto le masse non hanno ricoperto nessun reale ruolo attivo, a meno
che non si voglia intendere per ruolo attivo ñ che è solo
la direzione e gestione attiva delle proprie cose per mezzo di organi di
potere collettivo realmente e non formalmente democratici ñ l'aver
patteggiato in qualche misura, di fronte ai carri sovietici, per il buon
padrone Dubcek. Noi non siamo né con gli oppressori russi né
con gli oppressori cecoslovacchi né con nessun oppressore. Siamo
con le masse sfruttate e subordinate in Russia, nella Cecoslovacchia e
a casa nostra. L'unica cosa che conta è lottare contro i padroni,
contro tutti i padroni, contro il capitalismo e l'imperialismo e contro
chi fa mercato del socialismo rivoluzionario per conservare le masse nella
schiavitù".
- Sabato 22 agosto 98
Decisioni sulla scarcerazione dei malati di Aids sono state più
volte annunciate, e di fatto inattuate. Disputa orribile sul numero di
linfociti necessari per esser messi fuori. Eccezioni di incostituzionalità
da parte di alcuni giudici perché i malati rilasciati potrebbero
tornare a delinquere impunemente. Boicottaggi attivi o passivi di Usl e
ospedali. Un malato di Aids rilasciato: "Ogni tanto mi dico che forse
stavo meglio dentro. Poi mi ribello a me stesso. Se fossi dentro, non starei
qui al sole a parlare, a respirare quest'aria, a guardare i fiori. Morire
disperato e malato sotto un ponte è meglio che morire disperato
e malato in galera. Il ponte me lo scelgo io" (da "Le prigioni
degli altri", di Adriano Sofri, Sellerio, 1993)
- Venerdì 21 agosto 98
Sull'Unità di martedì Anna Finocchiaro scortica il pregiudizio
maschile che chiama la libertà femminile "egoismo". È
strano che, coi tempi che corrono, le donne debbano respingere accuse di
egoismo. I tempi che corrono sono, secondo me, così sconvolgenti
per le vecchie abitudini di noi uomini che in gran parte del mondo tradizionale
e giovane si conduce una guerra per la sottomissione ribadita o la riconquista
delle donne; e nel mondo occidentale e senescente, dove la guerra è
perduta per sempre, restano gli omicidi domestici: si uccidono mogli, ex
mogli, ex amanti, ex amiche, e in mancanza sconosciute e prostitute. Uomini
uccidono donne ("Non potevo vivere senza di lei"; "Era ingrata";
"Voleva lasciarmi"). Poveri noi uomini, abbandonati e altruisti
fino alla morte.
- Giovedì 20 agosto 98
Cara correttrice del Foglio, che ti sobbarchi alla quotidiana decifrazione
della mia grafia, grazie. A volte i tuoi risultati competono con l'originale,
e lo eclissano. Per esempio: il pino loricato (cioè corazzato),
che è un magnifico albero con un'aria quasi fossile, il cui tronco
a volte si sdraia per la millenaria stanchezza. Tu l'hai cambiato in pino
coricato che rende bene l'idea. Affettuosi saluti.
- Mercoledì 19 agosto 98
Gentili amiche e amici della Lega Antivivisezionista, io, oltre che amarli,
rispetto molto gli animali, e aderisco senza riserve al vostro impegno;
sono anche un avventore regolare (finché ho potuto) e ammiratore
sperticato di Siena e, ragionato, del suo Palio. So che le due cose non
vanno senza difficoltà, e ci ho pensato molto. Non ammetto affatto
che una specie di soggezione da relativismo antropologico debba fare accettare
violenze e sopraffazioni su uomini, e soprattutto su donne e altri animali.
È un'aberrazione che si invochi il rispetto delle culture altre
per giustificare la mutilazione delle bambine, o il rogo delle vedove.
Purtroppo il confine non è sempre così netto. Difficilissimo
è il tema delle prescrizioni religiose sulla macellazione. Perfino
le corride, che pure mirano all'uccisione del toro, sono molto difficili
da giudicare: io me ne augurerei la fine. A maggior ragione mi auguro la
fine della caccia. Ma il Palio è altra cosa: il Palio è una
festa viva di cui i cavalli sono partecipi e protagonisti, non vittime
designate. Esigerne la fine è un paradosso dettato da buone intenzioni,
ma fuorviato: e non solo perché si compirebbe piuttosto la secessione
di Siena dal resto del mondo. Un'associazione di difesa dei diritti degli
animali ha creduto di sollevare l'obiezione filologica secondo cui la corsa
nella Piazza del Campo non appartiene alla tradizione, ma è un'innovazione
più o meno recente: equivocando sul principio (non è un carattere
sacro della tradizione a giustificare o no una eventuale barbarie) e sul
fatto, perché la festa senese deve la sua impressionante vitalità
a una combinazione ininterrotta di continuità e innovazione. Fui
tentato, alla conclusione di un Palio particolarmente sanguinoso, anni
fa, dalla richiesta di farla finita. Credo che fosse uno sbaglio. Bisogna
piuttosto chiedere al comune e alle contrade di Siena di far prevalere
il rispetto per i cavalli che c'è e di vincere una superstizione
che maneggia spregiudicatamente i cavalli, che c'è anche lei. Qualcuno
chiede che si facciano rigorosi controlli antidoping su cavalli e fantini:
che ragione c'è per non accogliere senza riserve questa richiesta?
Il sindaco Piccini ha spiegato che le droghe nuocerebbero alla lucidità
e alla calma di fantini e cavalli, e che il sospetto è dettato dall'incompetenza.
Tuttavia, almeno in passato -di ora, non so- il ricorso a beveroni pesanti
e ad aspiranti veterinari faziosi sembrava di norma. E comunque, l'argomento
del sindaco non basterebbe: perché se fosse viceversa provato che
le droghe aiutino cavalli e cavalcatori a vincere, non sarebbero perciò
meno giustificate - non dubito che il sindaco sia d'accordo. Sarebbe triste
che si valutassero alla stessa stregua le astuzie, le violenze, le corruzioni
che il Palio ammette e anzi fomenta, quel "fare i partiti" che
ritualizza ed esorcizza la slealtà della politica e la brutalità
della guerra, con la manipolazione dei cavalli, che è una pura vigliaccheria,
perché ai cavalli si può chiedere di correre e di sfidarsi
e sfidare la paura della piazza e nient'altro. So che non è facile
correggere senza snaturare: quel nerbo di bue, per esempio, fatto in realtà
col pene del vitello da latte. Forse fra un po' saranno le contradaiole
senesi a riderci sopra, e buttarlo via. Vorrei dire a Feltri, la cui iscrizione
al partito dei cavalli è apprezzabilissima, che il Palio non si
corre "sulla pietra": al contrario, il trasporto della terra
in piazza dal contado - che, a prenderlo fuori dal rito, suonerebbe oltraggioso
nei confronti dei villani - è una parte essenziale, cerimoniale
e non solo pratica, del Palio. (Il miglior libro sul Palio che io conosca,
di Alessandro Falassi e Alan Dundes, si intitola proprio così: "La
terra in piazza"). Quando le polemiche erano più infuocate,
in molti, a Siena, sostenevano la necessità di rinunciare ai purosangue,
troppo veloci e troppo fragili e nervosi per il micidiale circuito del
Campo. Perché si è rinunciato a quella scelta? Perché
è diventata un pregio la brevità estrema della carriera,
un minuto e pochi secondi, di fronte ai quasi tre minuti di neanche tanti
anni fa: tre minuti, il tempo presumibile dell'inseguimento, per tre giri
delle mura di Ilio, di Achille contro Ettore? Perché i senesi si
sono rassegnati a quel paragone fra il Palio e la Formula Uno, che dovrebbe
suonare una bestemmia alle loro orecchie?
- Martedì 18 agosto 98
Cara Alessandra Perugi, ho ricevuto, e subito letto, il tuo libro intitolato
"Rugiada del Sole" (ed. il Valico, Firenze) e dedicato a una
piantina trovata nel 1987 nelle Cerbaie di Fucecchio. È una Drosera
rotundifolia L. nella var. corsica, estinta altrove e sopravvissuta solo
in quei 10 metri quadrati di sfagno. Ho apprezzato che, pur avendoci scritto
su un libro, tu abbia tenuto riservato il luogo esatto della piantina,
perché quel muschio di torbiera, lo sfagno, è saccheggiato
dai vivaisti e fioristi, per tenere umidi i vasi. E anche perché
le cose uniche al mondo eccitano i desideri umani, di scoprirle e proteggerle,
ma anche di distruggerle, che è l'altra faccia di quell'ambizione.
C'è chi vuole diventare papa, e chi si accontenta di sparare al
papa. Mi piacerebbe avere una trincea di Drosere sulla finestra, specializzate
nella cattura delle zanzare. Ora mi arrangio col basilico della spesa,
che, sia pure reciso, dura rigogliosamente nei bicchierini di carta trasparente
dell'Amministrazione penitenziaria. Il mio basilico beve generosamente,
e sgocciola dalla punta delle foglie, così non è del tutto
morto, benché non sia del tutto vivo. Non è carnivoro, ma
idrovoro sì, e ha un bel profumo. Io gli cambio l'acqua, e ogni
tanto gli stacco una foglia imperlata, e me la mangio.
- Sabato 15 agosto 98
L'altra sera una suora di clausura, una clarissa di Assisi, ha risposto
alla domanda su quali fossero i suoi idoli di ragazza, prima della vocazione
e della consacrazione: "Renato Zero e soprattutto la canzone 'Il cielo'".
Si vede il cielo dalla clausura? Del resto la leva appena precedente cantava
"Il cielo in una stanza".
- Venerdì 14 agosto 98
Caro Enrico, mi ha fatto molto piacere la nostra conversazione. In effetti,
io vado probabilmente cedendo a un certo pessimismo. Mi sembra che le foreste
brucino senza riposo. Tu nutri fiducia: la natura che si rigenera, le teorie
nordamericane sull'utilità, nel medio periodo, degli incendi. Mi
incupisco alla notizia che il più antico pino coricato del Pollino
è stato assaltato e distrutto da una banda non identificata. Ho
avuto il cuore stretto dalla morìa di cipressi, compreso quello
(quella: una cipressa) secolare che proteggeva casa mia, e quelli di Bolgheri.
Tu eri appena stato a Castagneto Carducci, e mi hai spiegato che i cipressi
di Bolgheri non sono mai stati così in salute, così alti
e schietti. Non riuscivo a crederti, benché sperassi che avessi
ragione tu. Mi hai tirato su. Poi abbiamo dovuto lasciarci, tu sei partito
per una vacanza sulla riviera spezzina. Dal giorno dopo, i telegiornali
hanno mostrato gli incendi furiosi che hanno devastato i boschi dello spezzino,
fin quasi alla costa. Mannaggia.
- Giovedì 13 agosto 98
Bisogna essere ben ottimisti, da nemici dello Stato, per affidare alle
poste italiane i propri pacchi bomba. È stata appena dichiarata
la perdita dell'azienda postale: cinque miliardi al giorno. Perdendo quasi
2.000 miliardi all'anno, le poste italiane hanno realizzato una rivoluzione
tecnologica per la quale le cartoline illustrate arrivano (quando arrivano)
timbrate dalla parte dell'illustrazione. E tu, dirà qualcuno, mentre
i boschi bruciano e i clandestini affondano e i magistrati si sparano,
te la prendi coi timbri delle cartoline? Proprio così. Prima di
tutto perché è così che bisogna fare: e quando saliranno
le acque del diluvio finale, ed è già cominciato con la ribellione
del Fiume Giallo, ci sarà poco più da fare che aggottare
col proprio secchiello. In secondo luogo perché i paesaggi naturali
quelli che bruciano e le vedute artistiche si sono affidati alle cartoline
illustrate, e metterle in salvo dalla bruttezza meccanizzata è elementare
dovere di riconoscenza. La Madonna di Bellini che arriva col viso aureolato
dal timbro postale, ecco una prova generale di vandalismo e piromania.
- Mercoledì 12 agosto 98
Fino a poco fa si appendeva un lenzuolo insanguinato dopo la prima notte
di nozze. Ora si mette in frigo e si esibisce un vestito macchiato. Ogni
epoca ha la sua correttezza politica.
- Martedì 11 agosto 98
San Lorenzo, io lo so perché tanto. L'ho appena trascorsa in galera,
la notte del 10 agosto. La terza nella mia vita. (Pagherete caro? Tutto?).
Ma questa volta non mi è pesato né il cielo notturno interdetto,
né i desideri mancati. Alla lunga, non ci si fa più caso.
Catch a falling star: non so più se fosse John Donne, o Perry Como.
Benché l'inchiostro della mia penna sia inzuppato di un semolino
di desideri, in questo periodo l'idea stessa di un desiderio mi sembra
losca e sporcata. Riprendermi la libertà, o prendermi delle libertà?
Sono strani vero? quei due comandamenti: non desiderare la roba d'altri,
e non desiderare la donna d'altri. Sono impensabili in questa estate, sulle
spiagge romagnole percorse dagli ambulanti africani (vestiti, loro, e con
la loro roba indesiderabile) o sulle spiagge siciliane che mettono di fronte
bagnanti di rame e d'oro e fuggiaschi arabi. mai desiderio e rancore e
umiliazione devono essersi così mescolati: è l'estate. Non
so se per serenità, o per sazietà, Goethe diceva che "le
stelle bisogna guardarle senza desiderio". Ci sono desideri come ringhi
di cane alla catena, sguardi spediti di nascosto come pacchi bomba.
- Sabato 8 agosto 98
Ci sono notizie provvidenziali: per esempio la richiesta di rinvio a giudizio
per concorso in incendio e altri reati a carico di Massimo Cacciari. Se
le cose hanno un senso, bisogna immaginare la possibilità che Cacciari
sia processato, condannato, e messo in galera. Se ciò avvenisse,
non sarebbe ingiusto, perché sarebbe assurdo e grottesco. Ora, che
cosa pensare di una giustizia nel cui statuto è compresa un'assurdità
così grottesca da cancellare la stessa distinzione fra giusto e
ingiusto? C'è sempre la condizionale, si dirà. Io spero di
no. Io spero che lo mettano in galera, quel piromane di Cacciari: la conversazione,
qui, si sta facendo monotona.
- Venerdì 7 agosto 98
Sono strani i luoghi comuni sui popoli. Un giovane detenuto tunisino
dice sdegnosamente: "I marocchini lavano i vetri, noi tunisini no,
noi spacciamo". In un film dell'altra sera uno chiedeva: "Questo
è il paradiso?". "No, è l'Iowa". In un altro
film su Sherlock Holmes si soccorreva una signorina. "È belga
spiegava Holmes alla padrona di casa. "Oh, poverina". Una sera
a Trastevere mi avvicinò una questuante, peraltro distinta: "Ha
cento lire?". Le diedi un po' di soldi che avevo in tasca. Li prese
con stupore e mi chiese: "Scusi signore, lei è di Milano?".
- Giovedì 6 agosto 98
C'è un punto delicato nelle discussioni sul "revisionismo"
storico. Questo punto è nel trapasso, lento e inesorabile, dalle
generazioni dei testimoni alle generazioni degli studiosi. I protagonisti
attori o vittime degli avvenimenti tendono a occuparne le cattedre, e
a sovrapporre memorialistica e storiografia: e soprattutto a custodire
le ragioni delle loro antiche scelte. Il trapasso a generazioni più
giovani ed estranee si compie in modo contrastato, benché abbiano
dalla loro la forza del tempo che passa. Attori, vittime e testimoni sono
destinati prima alla pensione, poi alla morte: la longevità contemporanea
li ha solo resi più tenaci e ingombranti. Dalla parte di chi è
venuto dopo, ed è meglio in grado di guardare alle cose con una
serenità corresponsabile, c'è il rischio, forte quanto quello
della parzialità degli attori e a volte più forte, di separare
le ragioni riconosciute a posteriori dal modo in cui furono vissute, le
ideologie dalle biografie personali. O, semplicemente, di ignorarle. C'è,
in ogni storiografia, una dose inevitabile di maramalderia: per il solo
fatto di venir dopo. Il rischio si fa più spiacevole quando i venuti
dopo, gli storici, si fanno tentare dalle perquisizioni intime. Il tribunale
della storia ha anche lui le sue invadenti emergenze. La stesura di una
saggio di rivista o l'occupazione di un seggio accademico non autorizzano
i provvisoriamente viventi a prendersi troppa confidenza con coraggio e
viltà, coerenza e tradimenti. Inoltre, le generazioni dei tempi
di pace dovrebbero ringraziare la propria buona sorte, e provare a meritarsela.
- Mercoledì 5 agosto 98
Cara Lietta Tornabuoni, ho letto il suo articolo sull'Italia che ha
smesso di commuoversi per gli annegati della Sierra Leone, gli asfissiati
a fumo lento nella stiva della Lindarosa, i luoghi di "trattenimento"
col filo spinato, le ferite da fuoco spiegate con "la ricaduta dei
proiettili sparati in aria per avvertimento" (e poi il marocchino
morto ammanettato, e così via). L'astenia del buon cuore: o buon
cuore o botte da orbi. Vorrei comunicarle una previsione (perché
a lei? Perché tanto gli altri, più competenti, se ne fregherebbero,
e almeno così posso salutarla): la previsione è che le carceri
italiane, gonfie di "extracomunitari" privi di tutto e disperati,
scoppieranno. Le ribellioni nei centri di accoglienza sono un piccolo segnale
di quello che può succedere nelle galere, e ne sono anche una scintilla.
Non passerà molto che la maggiornaza dei detenuti saranno loro.
Senza chiamare in causa buon cuore e solidarietà, la situazione
è questa: sono detenuti che non hanno famiglia, colloqui, aiuti
esterni; che non hanno alcuna assistenza religiosa; cui praticamente non
si applica la legge Gozzini (che, coi sedativi di farmacia, è quella
che tiene a bada i detenuti italiani). Molti fra loro sono pronti a tagliarsi
o ad avvelenarsi per chiedere un pacchetto di sigarette; pronti ad aggredire
per estorcere un cartoncino di vino; pronti a perdere la testa dopo un
bicchiere di vino; indifferenti agli anni di carcere che gli si accumulano
addosso. Disperati. Non so che cosa si dovrebbe fare, vedo arrivare la
tempesta: anche questo modesto carcere sta esplodendo. So che almeno bisognerebbe
ridurre drasticamente l'ammasso in galera di queste persone, alle quali
il numero apparirà come l'unica forza; e occuparsi di loro, dal
Corano alle sigarette perché non hanno né l'uno né
le altre. Bene, l'ho salutata, dunque.
- Martedì 4 agosto 98
Gentile Giuseppe D'Avanzo, ho letto con attenzione il suo servizio, sul
Corriere di giovedì, dedicato ai disoccupati organizzati napoletani.
Erano appena arrivate le dichiarazioni del governo e di altre autorità,
sul carattere poco "spontaneo" delle manifestazioni napoletane.
Ci si deve sempre preoccupare quando proteste sociali che hanno radici
profonde vengono spiegate con la sobillazione e l'infiltrazione. Le sue
notizie erano molto interessanti, e lei ne dichiara la fonte nei rapporti
della Digos di Napoli. In altri tempi lei sarebbe passato per un "servo
della Digos". Di questi tempi, lei mostra di servirsi efficacemente
di una fonte doppiamente significativa: perché se ne ricavano
notizie sui disoccupati e i loro capi, e anche, indirettamente, sul punto
di vista della polizia di oggi. Però questa è una fonte.
Ho qui davanti un libro curato da Fabrizio Ramondino, "Ci dicevamo
analfabeti", edizioni Argo, sul movimento dei disoccupati napoletani
degli anni 70 (in pratica fino al '76). Fatto di racconti personali o
registrazioni di discussioni, è per così dire una fonte
opposta a un rapporto di polizia. L'ideale sarebbe di averle tutte, le
fonti, per gli anni 70 e per il presente, e vivo. In quello stesso libro,
si descrive la finale involuzione e corruzione di quel movimento che
era stato così ricco. Ma si ricorda anche il personaggio di "Piazza
Italia" di Tabucchi, il quale credeva di essere un disoccupato,
ma il partito gli ha spiegato che era un sottoproletario. Ci sono dei
provocatori o dei caporioni in conto proprio che si fanno passare per
disoccupati? È probabile. L'importante è di non far passare
i disoccupati per provocatori. Non è così?
- Sabato 1 agosto 98
In un articolo sui vent'anni dal '68 avevo scritto una bella frase: "I
decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai". In realtà
era una frase rubata a mia madre.
da "Le prigioni degli altri", Sellerio 1993
- Sabato 25 luglio 1998
Gentile Gianni Vattimo, apprezzando le sue opinioni, mi sono meravigliato
che lei commentasse il suicidio della giovane Soledad Rosas osservando
che una buona famiglia o buoni studi varrebbero a sventare destini da squatter
(non ho più il suo articolo, riassumo grossolanamente). Come avrà
notato, i ritratti delle persone cambiano molto appena si esca dalle foto
segnaletiche. Così di Soledad si è saputo che era di famiglia
prestigiosa e amorevole, e di studi eccellenti. Ora, da un servizio su
Diario, si viene a sapere che Paola e Renato Massari, i genitori di "Edo",
o "Baleno", sono attivi nella comunità cattolica di Lessolo,
nella quale fu impegnato anche il loro ragazzo. Che tennero rapporti affettuosi
con lui e anche con Soledad, la quale ebbe una fitta corrispondenza con
la madre di Edo fino alla vigilia del suicidio. Frati di Lessolo e parroco
di Brosso sono dispiaciuti dell'informazione: "Allora con Edoardo,
oggi con Soledad, è scesa in secondo piano la morte, rispetto ai
tanto strombazzati problemi di ordine pubblico". Si può dar
loro torto? Improvvisamente, anche sulla giustizia, la sicurezza e la misericordia,
sembra che si debba stare o di qua, o di là. Se si piange, o si
protesta, per una ragazza che si è impiccata, agli arresti "per
accuse leggere", si fa il gioco delle bande di farabutti albanesi
che sfruttano e bastonano le donne albanesi e sparano addosso alle ragazze
italiane che passano di lì? Delle prostitute "extracomunitarie"
massacrate in Liguria non si tenne conto, finché non furono ammazzate
donne italiane, da un maledetto italiano. Almira Cajic, giovane bosniaca
che si è impiccata, a Perugia, perché non voleva più
essere picchiata e tenuta sul marciapiede da due farabutti, si è
guadagnata un dispaccio Ansa a fondo pagina. Aveva 23 anni, e una sorella,
Zilet, che aveva saputo che Almira si prostituiva in Italia, e si era a
sua volta impiccata per il dolore e la vergogna. Donne scampate agli stupri
etnici Storie deamicisiane, no? Dice Carlo Fruttero che Torino, nell'illusione
di recuperare Franti, chiude gli occhi alla violenza bruta. "Squatters,
albanesi, spacciatori sanno di non rischiare nulla". Mah. Edoardo
Massari e Soledad sono morti così. Sarebbe bello e giusto proteggere
le donne, e bastonare i protettori. E tirare giù il cappello a Franti
con uno scappellotto, davanti alle ceneri di Soledad Rosas.
- Venerdì 24 luglio 1998
Gentili direttori dei giornali, vi avevo appena scritto qui per chiedervi
di sottoporre a una provvisoria verifica l'allarme unanime e fragoroso
col quale avevate accolto la legge SimeoneSaraceni, umoristicamente ribattezzata
"svuotacarceri". Essendo passato un congruo tempo, e avendo voi
previsto un esodo di novemila detenuti o giù di lì, e avendo
io calcolato un esodo di una ventina di detenuti o su di lì, vi
proponevo di fare un primo conto. So che l'allarme è assai più
ghiotto del cessato allarme, e figuriamoci del falso allarme. Scrivendo
quel pezzetto, non sapevo che cosa avrebbe detto a Napoli, al convegno
dei Ds sulla giustizia, il vicedirettore dell'amministrazione penitenziaria,
Paolo Mancuso. Ha detto che un mese e mezzo fa, all'entrata in vigore della
legge, c'erano un po' meno di 50 mila detenuti, e oggi ce ne sono 51.200.
Secondo Mancuso "il sistema carcerario italiano sta per esplodere".
Il relatore sul carcere, senatore Elvio Fassone, ha detto, secondo le cronache,
che il carcere di per sé non è nel Dna della sinistra: pensiero
che condivido, purché passi per un auspicio e non per una constatazione.
Lo si corregga, almeno, dicendo: "di una buona sinistra". Massimo
D'Alema ha detto, nella stessa circostanza: "Lo dico sinceramente:
mi fa orrore e mi dispiace che qualcuno finisca in carcere". Sinceramente,
me ne rallegro. Basterebbe agire, da qualunque parte si provenga, per far
andare in carcere chi altrimenti costituisca un pericolo serio e attuale
all'incolumità e ai diritti altrui: e per non farci andare gli altri.
Ma così si svuoterebbero le carceri della gran parte dei loro inquilini,
che, squattrinati come sono, restano sempre un enorme affare economico
e simbolico. Sul quale affare, proporrei quasi l'istituzione di una commissione
d'inchiesta.
- Giovedì 23 luglio 1998
Caro Nicola, sei già a Pantelleria, immagino. Tuo nonno, che
era un bravo grecista e geografo antico, era affezionato alla storia dell'ammiraglio
cartaginese Annone detto il Navigatore, il quale, fra il VI e il V secolo
a.C., guidò una spedizione navale oltre le Colonne d'Ercole fino
a una terra che gli studiosi identificano con la Sierra Leone. Sbarcati,
avvistarono "donne e uomini selvatici, che gli interpreti chiamavano
gorilla": li inseguirono, e riuscirono a raggiungere solo tre donne,
ma poiché si difendevano "a morsi e a unghiate" le uccisero,
le scuoiarono, e riportarono le pelli a Cartagine, dove furono esposte
con una stele commemorativa. Da tuo nonno la storia passò a me,
che le sono ancora più affezionato, e ne ho ricavato, nel "Nodo
e il chiodo", una quantità di morali. Ora, mentre tu raggiungevi
gli altri fortunati bagnanti di Pantelleria, decine di navigatori sfortunati
più ardimentosi degli equipaggi di Annone approdano all'isola, o
le naufragano davanti, o ci annegano all'ingrosso. Gli annegati di lunedì
scorso erano della Sierra Leone. Non voglio rovinarti la vacanza, figlio
mio: anzi, te la auguro bellissima. Ma se incontri qualche scampato di
quelli, salutalo da parte di tuo nonno e mia.
- Mercoledì 22 luglio 1998
Cara Nada, ti ringrazio molto dei regali, parole e musica. Il CD purtroppo
non passa, la cassetta sì. Così adesso ti riascolto cantare
che il cuore è uno zingaro e va: mi chiedo sempre perché
gli zingari siano così popolari nelle canzoni, e così inseguiti
nella vita. Ti ascolto anche cantare Maremma Maremma. Una volta dovetti
rispondere a un parente norvegese che avevo accompagnato a Massa Marittima,
e aveva l'impressione di sentir dire continuamente "Maremma maiala":
come mai dicono Maremma maiala? Mi sono fatto bello con gli altri prigionieri
della tua amicizia. Tu prova a vantarti della mia con i liberi: ma bada
che siano liberi liberi. Ciao.
- Sabato 18 luglio 1998
Caro Cesare Fiumi, stavo leggendo, con molta invidia, il tuo viaggio a
ovest di Jack Kerouac ("La strada è di tutti", Feltrinelli)
quando un'ultima notizia dei quotidiani annuncia che Kerouac era un vecchio
porco e farabutto. Bisogna sbrigarsi a leggere i libri di questi tempi:
prima che escano i quotidiani. Se esco da 'sti cancelli, facciamo insieme
una camminata dalla tua Assisi a Spello, a est di Francesco (che Dio lo
preservi dagli scoop)?
- Venerdì 17 luglio 1998
Caro Bettino, ho guardato con apprensione la tua intervista a "Passioni",
e in effetti ho trovato Minzolini un po' invecchiato.
- Giovedì 16 luglio 1998
Il marxismo era bello, e la politica militante anche: terribile era
l'obbligo morale di studiare l'economia. Ci ho ripensato leggendo le lettere
dal carcere di Vittorio Foa, ammirato della tenacia con cui quei grandi
prigionieri studiavano l'economia. Si capisce che anche loro, sotto sotto,
avessero voglia di passare ai romanzi. La cosa più paradossale è
che ci si sentiva in dovere di imparare un po' di matematica per poter
capire l'economia. Questo volle dire la fine della politica militante:
la liberazione dall'economia; il rimpianto per lo studio gratuito e non
ancillare della matematica, e il passaggio non più clandestino ai
romanzi.
- Mercoledì 15 luglio 1998
Nell'isola grande della Martinica c'è un vulcano che nel 1902
esplose e sommerse l'intera città di Saint Pierre. Un uomo scampò:
un condannato a morte chiuso nella sua cella fortificata. Dopo, fu graziato
- misura superflua.
da "Le prigioni degli altri", Sellerio 1993
- Martedi 14 luglio 1998
Gentile Beniamino Placido, se altri non l'hanno già fatto, vorrei
segnalarle che il libro di Anne Michaels, "Fugitive Pieces",
è stato pubblicato in italiano da Giunti, nella traduzione di Roberto
Serrai e col titolo "In fuga". Lì la parabola del rabbino
da lei citata si trova alle pagg. 145-146. E' un libro molto bello.
- Sabato 11 luglio 1998
Caro Antonio D'Orrico, dovendoti ringraziare delle buone, troppo buone,
parole che mi hai dedicato su Sette, ti passo una notizia su Zagarolo.
Postillando uno scambio di punture fra Vittorio Feltri e Pigi Battista,
tu avevi infatti rievocato l'opposizione anni 70 fra l'ultimo Tango a Parigi
e a Zagarolo, per concludere: "Erano due scelte possibili. Oggi, tra
Parigi e Zagarolo, come dimostra la diatriba Feltri-Battista, gli italiani
hanno scelto Zagarolo". Non solo gli italiani.Ho saputo che il fratello
del cardinale Jean Daniélou, ingiustamente ricordato più
per la leggenda sulle modalità del suo trapasso che per la vita
di studioso e uomo di virtù, a sua volta grande studioso - il fratello
- di indianistica, si era trasferito a vivere a Zagarolo, e là,
morendo, ha lasciato la sua biblioteca.
- Venerdì 10 luglio 1998
Gentili donne aspiranti soldate, sono completamente solidale con voi.
Intanto perché qualunque cosa un uomo abbia il diritto di fare,
e dunque di rinunciare a fare, deve ovviamente valere per ogni donna. In
secondo luogo perché, anche quando foste attratte alla divisa e
al cameratismo dai motivi più stupidi, non saranno mai più
stupidi di quelli che attraggono gli uomini. Infine, quando voi poteste
scegliere la carriera militare (ne sarei rassicurato perfino tecnicamente,
come dalle donne al volante) sarebbe chiaro che tutte le altre donne non
fanno il militare non perché è vietato, ma perché
non ne hanno voglia.
- Giovedì 9 luglio 1998
Gentile Renzo Ulivieri, vorrei esprimerle la mia riconoscenza per aver
detto che il vero problema dei giocatori della nazionale italiana è
che non si divertono a giocare. È strano un mondo in cui ci si debba
congratulare perché qualcuno nel suo caso, un autorevole allenatore
dice una cosa così ovvia. All'inizio del torneo, avevo osservato
come le parole più ricorrenti a proposito della nazionale italiana
e delle sue prove fossero: "soffrire" e "sofferenza".
Dopo di allora, non si è sentito dire altro: l'Italia vince ma soffre,
un'attesa sofferta, ora bisogna soffrire, l'arbitro non fischia ancora,
la sofferenza non è ancora finita, e così via. Cosicché,
quando lo sfortunato Di Biagio ha preso la traversa, veniva quasi da tirare
un respiro di sollievo: avevamo finalmente smesso di soffrire. Uno penserebbe
che poter giocare a pallone spesso e sull'erba e addirittura essere pagati
per farlo, dovrebbe altro che far divertire dei giovani: fargli fare le
capriole per l'allegria. Mi fa un po' velo (scusi il rischio di demagogia)
lo spettacolo cui assisto qui dentro: le implorazioni ogni volta rinnovate
per ottenere un pallone qualunque, l'entusiasmo con cui si buttano in campo
(cioè su una colata di cemento misto a sassolini e ghiaietta, anticamera
della locale infermeria e del reparto di ortopedia dell'annesso Centro
Clinico), l'ansia di quelli che aspettano ai bordi il loro turno (si arriva
a cinque, chi perde esce, in porta ci vanno i bravi portieri, quando ci
sono, e se no i detenuti un po' loschi, se gli va, e se no fuori), la gara
a chi tira il rigore. Ci mancherebbe altro che presentassi l'entusiasmo
dei detenuti calciatori (me compreso: alla mia età, vedesse come
mi butto ho poco da perdere, dirà lei) come un buon esempio
a quei bravissimi giovani professionisti. Però, vedesse che tifo
fanno qui dentro, e come gridano forte "Forza Italia" soprattutto
certi ragazzi albanesi e maghrebini, ai quali piacerebbe tanto essere italiani,
poveretti. Volevo solo dire che qui, dove bisogna soffrire per regolamento
(anzi, l'esortazione che i guardiani tradizionali rivolgono ai detenuti
è: "Devi morire") giocare a pallone tre volte alla settimana,
su quel cemento armatissimo, sembra un vero dono di Dio. La saluto.
- Mercoledì 8 luglio 1998
Gentile Gloria De Antoni, da rispettoso spettatore, anzi ammiratore,
della cura con cui lei mortifica un aspetto seducente e una probabile anima
fiammeggiante sotto una fisionomia malinconica come una pantofola cinese
e una capigliatura castigata, sulla quale temo da una puntata all'altra
di veder insediata ad arte una ragnatela, vorrei dirle che, se non sbaglio,
lei ha avuto un lapsus (come succede a tutti gli esaminatori: chi la fa
l'aspetti) recitando il "Pianto antico" a una sua candidata,
che peraltro non ne aveva mai sentito parlare e tendeva a escludere che
si trattasse di un libretto d'opera. "Nel muto orto solingo
lei ha detto rinverdì tuttora"; se non ho sentito male.
Rinverdì, naturalmente, tutto or ora: per ragioni di senso, e anche
di sillaba mancante. Non le scrivo per correggerla: la correggo per scriverle.
Quella poesia di Carducci è piena di trappole scolastiche. "Né
il sol più ti rallegra, né ti risveglia amor". Amor,
è vocativo, o soggetto di risveglia? (Soggetto, soggetto). Quando,
una ventina d'anni fa, mi ritenevo definitivamente al riparo dai trabocchetti
scolastici, acquistai un vicino di casa dal quale non mi sono più
liberato, e viceversa, che si chiama Marco Teglia, e mi domandò
a bruciapelo: "Quanti figli aveva Carducci?" La risposta esatta
è: Dodici. Sei nella terra fredda, e sei nella terra negra. L'ho
detta. Affezionati saluti.
- Martedì 7 luglio 1998
Era dal tempo del puff di casa Poggiolini che i detenuti per furto
d'appartamento non si agitavano così. Camminano torcendosi le mani,
sollevando gli occhi e pronunciando strani gemiti, qualcuno sbatte la testa
contro il muro. "Sette miliardi - continuano a dire - sette miliardi".
Così la notizia sull'appartamento di Gelli ad Arezzo ha sconvolto
l'esistenza rassegnata dei ladri d'appartamento in galera, e stroncato
ogni tentazione di cambiar vita. C'è gente che si è dovuta
contentare di un televisore in bianco e nero, e di un tostapane. Il furto
di appartamento, come i calci di rigore, è una lotteria.
- Sabato 4 luglio 1998
La vita è bella? Forse sì, penso, arrivato in fondo a
pagina 9 della Stampa: "Al largo di Trapani un raro esemplare di Foca
Monaca". L'hanno avvistato, un esemplare giovane, tre ragazzi al largo
di Pantelleria. Forse no, penso, a pagina 5: "Un tunisino clandestino
morto annegato dopo aver sbattuto la testa sugli scogli a Lampedusa".
Forse no, penso a pagina 6: "Un sindacalista calpestato da un cavallo
della polizia a New York, è stato ricoverato in fin di vita".
No, penso a pagina 10: "Uccide e mangia il cigno". A Trieste,
un uomo di 53 anni ha ammazzato un cigno di 28 anni, e l'ha mangiato. L'uomo
si chiama Gianfranco Campana, il cigno si chiamava Brigitte. L'autrice
dell'articolo - spiritoso, triste - si chiama Elena Marco. L'uomo ha portato
il cigno tramortito dal laghetto del parco a una trattoria e ha chiesto
di cucinarglielo all'arancia. Poi ha ripiegato su una cottura all'aperto,
sul lungomare di Barcola, e ne ha trovato la carne un po' dura. Campana
è in galera: aveva anche rubato sei penne stilografiche in un negozio,
e poi, con indosso una giacca rosa, era andato a comprare una boccetta
d'inchiostro in un altro negozio. Pover'uomo, povero cigno. Com'è
la vita?
- Venerdì 3 luglio 1998
Oggi ho fatto il punto sul mio caso. (E chi se ne frega - diranno subito
i miei piccoli lettori. Certo: tutta questa rubrica rientra in quel genere
e allora?). In realtà la mia scrittura è a partita doppia.
Scrivo in pubblico fingendomi raziocinante e controllato. Poi scrivo, per
tutto il resto del tempo, con l'unghia del mignolo (che allevo come un
segretario comunale, o un chitarrista classico) un Libro di Maledizioni.
E' già così pesante che quattro guardiani, durante una perquisizione,
hanno provato invano a sollevarlo. Come certi che evadono lasciando nella
branda un fantoccio che inganni le conte, fingo di esserci radiolina,
maglietta, piccola posta, capelli, qualche intervista - e intanto mi trasformo
per intero in una Lunga Maledizione. Quando non si troverà più
traccia della mia mascheratura, e solo il Libro con la grafia minuscola
e ininterrotta (io stesso non riesco più a leggerci, neanche con
gli occhiali) la paura e l'orrore saranno terribili.
Dunque, il punto. Un detenuto ventisettenne, Said, algerino e in attesa
di giudizio, perciò nell'ala opposta alla mia, mi fa chiedere di
fargli da testimone di nozze: sta infatti per sposarsi, in carcere. Esito
- è incredibile come si possa essere vili e perplessi anche quando
non si ha niente da perdere - e chiedo qualche notizia di dettaglio, per
prendere tempo. E' un bravo ragazzo, mi dicono, e si sposa per amore, con
una ragazza toscana, di Livorno, che si chiama Maristella. "Accetto
senz'altro", dico. Il fatto è che mia sorella si chiama Maristella.Intendiamoci,
avrei accettato comunque: giusto il tempo di pensare che non dovevo chiedermi
che cosa gli sposi si aspettassero da me, ma felicitarmi del passaggio
che mi offrivano sulla loro allegria. Bene. Il giorno dopo l'educatrice
Piera, che ha fatto da tramite, viene ad avvisarmi, dispiaciuta (le educatrici
carcerarie sono romantiche) che non si può fare: io infatti sono,
oltre a tutto il resto, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Testimonianza
di nozze compresa. Credetemi: non mi è mai passato per la testa
di rammaricarmi di questa clausola. Mi sono salvato la vita rifuggendo
dalle carriere accademiche e dalle candidature politiche, sono diventato
due volte statale di ruolo e due volte ne sono uscito, e insomma, anche
senza la galera, sarei rimasto un caso a parte. Però adesso mi dispiace.
Anche il ragazzo algerino c'è rimasto male. Forse anche Maristella.
Vedrò di partecipare in qualche altro modo, non ufficiale. Intanto,
ecco fatto il punto. Sono, salve correzioni (ma questo genere di lapsus
ha correzioni improbabili e tortuose, e amare) un mandante di omicidio
a condanna definitiva e interdizione perpetua: una specie di eternità
mi ha preso dentro di sé, come una nebbia privata su un'autostrada
estiva. E scrivo, scrivo, senza mai sollevare l'unghia dal foglio, nel
gran Libro delle Maledizioni.
- Giovedì 2 luglio 1998
Dotata di una sua logica espansiva, la revisione storica ha raggiunto,
dopo la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, con grande stupore,
pare, di spagnoli e portoghesi. Al benigno ricordo di Salazar steso da
Montanelli ha replicato un portoghese onorario come Tabucchi. A me manca
ogni competenza (come fu bella e strana, però, la rivoluzione dei
garofani): ma voglio raccontare quel che so di un nobile caucasico, daghestano
per l'esattezza, il principe Kaplanov. Il Daghestan confina a ovest con
la Cecenia, e a est si affaccia sul Mar Caspio. E' un paese magnifico,
come sa chi abbia visto il bel film di Sergej Bodrov tratto dal racconto
di Tolstoj, "Prigioniero nel Caucaso". Il film, del 1996, alludeva
evidentemente alla guerra in Cecenia, ma era girato nel Daghestan delle
montagne e dei villaggi dalle torri di pietra.
Di Kaplanov avevo sentito parlare in tono leggendario da molti viaggiatori,
e soprattutto da Alexander Langer, che aveva trovato in lui un campione
di poliglottismo e un eccezionale esperto di minoranze del mondo intero.
Incontrato di persona mi è successo due anni fa Kaplanov
è del tutto all'altezza della leggenda, già nell'aspetto:
corpulento, con una capigliatura diradata e non trattata, baffi, e una
somiglianza di gesti e atteggiamenti con Benedetto Croce perlomeno,
con l'idea che mi faccio del Benedetto Croce giovane da lui citato
con naturalezza ed esattezza, in ottimo italiano. Già questo esordio,
a una tavola di ristorante, non lascerebbe indifferenti: ma subito dopo
Kaplanov passa al Gentile giovane, di cui è uno specialista, e,
prima che abbiate il tempo di riavervi, vi interroga sugli ultimi sviluppi
del dibattito interno alla Lega. Ci conoscevamo da un quarto d'ora sì
e no, e il principe Kaplanov mi aveva già chiesto quale influenza
ritenevo che avessero sulle posizioni leghiste gli scritti di Marco Minghetti
sulla finanza e l'autonomia regionale.
Poiché l'avevo invitato a cena, oltre che per godere della sua giustamente
celebrata compagnia, per essere istruito sulla questione caucasica, cercai
di dirottare la conversazione dall'Italia al Caucaso, non senza difficoltà.
Kaplanov che naturalmente era informatissimo anche su Lotta Continua,
benché non pienamente aggiornato, sicché mi addebitava ancora
ottimisticamente di voler fare una rivoluzione mondiale ama infatti
le digressioni, ed è probabilmente conoscitore specialista di ognuno
dei paesi del pianeta quanto dell'Italia di Minghetti. La cosa migliore
è starlo ad ascoltare, e gustare, insieme alla buona cucina
di cui anche si mostrava benevolissimo apprezzatore i suoi racconti
e i suoi caratteristici modi di dire. Per esempio: "Come tutte le
persone perbene". Diceva: "Mio nonno fu fucilato nel 1937, come
tutte le persone perbene". Oppure: "Un ebreo portoghese, come
tutte le persone perbene". Mi è tornato ora in mente per questo.
Kaplanov, che collabora con giornali portoghesi e ha scritto per "Belvedere"
un reportage su non ricordo più quale russo a Lisbona, ha studiato
una storia d'amore e rinuncia romantica di Salazar, e le ha dedicato un
libro. Quando l'ho visto, progettava di trarne un film che si sarebbe intitolato
"Un amore di Salazar".
Kaplanov insegna storia ebraica a Mosca. Studia ebrei livornesi di origine
portoghese nella Livorno del Settecento. Si meraviglia che sia così
misconosciuta da noi la vicenda di Romolo Gessi in Daghestan. Parla tutte
le lingue. Il Daghestan è già una meravigliosa babele: essere
principi daghestani di discendenza ebraica, ed essere sopravvissuti, è
un vero miracolo. Kaplanov si dichiara l'unico superstite della sua stirpe
di principi. Non era più tornato in Daghestan, e non mostrava di
avere intenzioni di tornarci, specialmente ora che poteva venire in Italia.
Facendo male i miei conti, lo invitai fervidamente in Toscana: accettò
volentieri, ma a condizione di visitare prima la Sardegna. Prende il proprio
titolo principesco con bonomia e ironia, e a un certo punto della serata
è disposto, come fece già con Alex, a nominarmi barone. "Pervomaisskoe
è nelle mie terre", dice umoristicamente. Nel 1992 Kaplanov
promosse una manifestazione di solidarietà con la Bosnia, a Mosca:
che non era facile.
- Mercoledì1 luglio 1998
Introducendo un'intervista ad Antonio Tabucchi su Repubblica di lunedì,
Curzio Maltese sembra mettere Ernesto Galli della Loggia fra i "revisionisti
all'italiana" che "piuttosto che negare direttamente Auschwitz,
la prendono alla larga, dalla periferia dell'orrore, la Spagna di Franco,
il Portogallo di Salazar". Ne sono molto sorpreso e dispiaciuto. Fui
buon amico di Galli della Loggia, per ragioni indipendenti dalla politica:
ma ho conosciuto inequivocabilmente il suo impegno sulla Shoa e sulla definizione
morale e giuridica del genocidio, opposto a ogni "negazionismo",
che anzi gli valse accuse di filoisraelismo e filosionismo. Sarebbe un
vero peccato che la discussione sui cosiddetti revisionismi si svolgesse
all'ingrosso, annullando le distinzioni e rinsaldando blocchi infondati
e opposti. Un po' è già successo. Quanto ai malintesi, Montanelli
attribuisce, sul Corriere di martedì, all'intellighenzia di sinistra
l'intenzione di "far passare Silone per un agente dell'Ovra".
Ma la documentazione, amaramente inoppugnabile, sui rapporti di Silone
con la polizia politica negli anni 1928-30, e sull'eventualità che
quei rapporti fossero stati stretti già molto prima, dunque indipendentemente
dall'ansia di Silone per la sorte di suo fratello, è stata pubblicata
da Dario Biocca sull'ultimo numero della Nuova Storia Contemporanea: dunque
in una sede e con intenzioni del tutto diverse da quelle intese da Montanelli.





