Piccola posta
Dicembre
Ottobre e Novembre
Agosto e Settembre
Giugno e Luglio
Aprile e Maggio
Gennaio, Febbraio e Marzo
di Adriano Sofri
da Il Foglio
- 31 maggio 1997
Cari Gilda e Renato, vi piacerebbe dare un'occhiata alla nostra vita
qui dentro. Pietro, che è diventato così calmo e metodico,
studia per ore il mercato mondiale della droga, e ogni tanto ne estrae
notizie forti: per esempio, che il British Journal of Psychiatry ha proposto
di annoverare la felicità fra le malattie mentali ("e mi dica,
dottore, è grave?"). Il vostro Ovidio trascorre molto tempo
curando la biblioteca, e molto altro occupandosi in silenzio dei bisogni
altrui.Anche in un luogo così rozzamente rumoroso, Ovidio riesce
a tenersi attorno un silenzio. E' uscito un suo libro di raconti "salva
e continua" dall'editore Lupetti.Fosse per lui non l'avremmo mai saputo.
Nella prefazione Erri De Luca ne parla come di un monaco involontario.
A me Ovidio sembra spesso uno di quegli speleologi solitari che si fanno
calare giù col pretesto di lasciar studiare la resistenza umana,
e perdono la cognizione del tempo, e non gli importa molto di averla persa.
Di notte, Ovidio scrive delle poesie alla luce dello schermo televisivo,
senza audio. Alcune ce le fa leggere, alcune le regala ad altri detenuti,
che sanno a chi regalarle a loro volta. Vi consolerebbe dare un'occhiata.
- 30 maggio 1997
Niente eros in galera. E niente più epos. La guerra è
finita, la legislazione "premiale" ha smussato i profili ribelli.
Tutto in superficie è comico, o lagnoso. Ma d'un tratto l'epopea
si insinua, come una citazione. Questa sera in televisione danno "Il
giorno più lungo". A un certo punto del film i partigiani francesi
sentono da Radio Londra la parola d'ordine tanto aspettata: "Giovanni
ha i baffi lunghi". I partigiani la ripetono euforici: "Giovanni
ha i baffi lunghi", e cominciano a tirar fuori le armi. Ed ecco che
da una cella si alza un grido, burlatore: "Giovanni ha i baffi lunghi".
Altre celle rispondono, sullo stesso tono. Dopo un po' è un vero
slogan, scandito in coro, ma adesso sul serio. Mi unisco anch'io: "Giovanni
ha i baffi lunghi". E buonanotte.
***
I detenuti quando gli si chiede qual è il momento peggiore rispondono
unanimi: la mattina, quando ci si sveglia. Ogni volta ci si accorge di
nuovo di dove si è. ("Lo svegliarsi la prima notte in carcere
è cosa orrenda". Pellico). (da "Le prigioni degli altri").
- 29 maggio 1997
Mi alzo alle sei e mezza. Metto in ordine. Mi prudono le mani: le rimprovero
severamente e loro si mettono giù a ciondoloni, come bravi cani.
Hanno un callo di penna e uno di matita. Leggo i documenti degli animatori
del comitato dei detenuti.Il gergo burocratico fa sentire il suo contagio:
il "tessuto socioaffettivo" eccetera. Dalle statistiche da loro
curate deduco che io faccio parte dello 0,33 per cento laureato - cioè
che sono l'unico; appartengo al 67 per cento che ha già subito carcerazioni;
non appartengo al 52 per cento di tossicodipendenti. Infine, appartengo
al 15 per cento più anziano. Troppo in età dunque non solo
per un romanzo, anche per il carcere.
* * *
In rotonda mi indicano un detenuto che "per sbaglio" - e per
l'accanimento di un procuratore, secondo l'opinione corrente - ha fatto
due anni di galera in più di quello che avrebbe dovuto. Tutti gli
stanno attorno e fanno conteggi con lui. (da "Le prigioni degli altri")
- 28 maggio 1997
Gentili responsabili del Sindacato autonomo della polizia penitenziaria,
ho letto un vostro comunicato contrario all'ipotesi che siano autorizzati
incontri in carcere fra detenute o detenuti e i loro partner e le loro
famiglie: le quattro ore mensili di "affettività", libere
dal controllo visivo, come è naturale. La vostra contrarietà
è violentissima (non conosco l'opinione degli altri sindacati):
parla di "postriboli", fa battutacce su perversioni sessuali,
usa parole assai spinte contro il direttore dell'amministrazione penitenziaria,
descritto come poco meno che un miracolato della giustizia, e che, oltretutto,
si era limitato a chiedere un'informazione sulla situazione logistica alle
diverse prigioni, dato che in Parlamento stanno per perfezionare due disegni
di legge sul tema. Ma c'è un'altra parte del vostro comunicato che
vorrei discutere. Voi evocate una condizione materiale del personale di
polizia penitenziaria drammatica, fino alle "scarpe rotte": posso
immaginare che le cose stiano così. Che l'affollamento delle camerate
degli agenti possa corrispondere a quello dei detenuti, che le loro robe
debbano essere stipate alla rinfusa in mobiletti infimi, che le docce siano
poche e guaste, i turni eccessivi e così via. Questo è possibile
e anzi probabile. A sorprendere e allarmare è la logica che vi fa
contrapporre l'attacco francamente grossolano e sessuofobico al progetto
sull'"affettività", alla difesa della vostra categoria:
dunque i cittadini detenuti ai cittadini agenti penitenziari. Al di là
di disfunzioni o errori, di cui non mi intendo, dovrebbe essere chiaro
a tutti che la chiave di volta per una condizione meno degradata del carcere
sta nel suo svuotamento da una parte di reclusi, inutilmente e a danno
loro e del pubblico, attraverso la depenalizzazione di reati minori, la
fine del ricorso al carcere come rimedio alla tossicodipendenza, il ricorso
più ampio e meno capriccioso alla legge cosiddetta Gozzini. Che
lo si voglia o no, interessi (e diritti) di detenuti e di agenti sono comuni:
e contrapporli ha l'unico effetto di accrescere l'esasperazione reciproca.
La depenalizzazione dei reati minori somiglia del resto alla questione
della riduzione dell'orario di lavoro nei confronti della disoccupazione:
misure troppo ragionevoli, troppo necessarie perché qualcuno le
adotti davvero. Meglio continuare così, a farsi del male.
- 27 maggio 1997
Gentile ministro Flick, nonostante l'età sono ancora, se non
uno studioso, uno studente. Ora per esempio sto studiando l'Affare Dreyfus,
per poter meglio argomentare l'improprietà (e qualche proprietà)
del paragone con i miei guai. Della bibliografia pertinente, il libro di
Coen è rilegato: dunque vietato. Ho scritto apposita domandina motivando
il bisogno di quel titolo specifico. Rifiutato. Oltre un mese fa ho domandato
formalmente che mi fossero forniti gli estremi della norma sulla proibizione
dei libri rilegati, per poter intraprendere vie, comprese le legali e quelle
della tutela nazionale e internazionale dei diritti umani, contro quella
norma, che mi pare per giunta assurdissima.(Sì, lo so, che l'assurdità
è l'anima dei Regolamenti e delle rieducazioni). Non ho avuto alcuna
risposta. So che lei non ha tempo, e io viceversa ne ho una quantità.
Ma veda, per favore, se si può venire a capo di questa infima appendice
dell'Affare Dreyfus. Grazie.
- 24 maggio 1997
Gentile dottor Coiro, voglia accogliere l'approvazione cordiale mia
e di molti detenuti alla sua sobria e chiara misura preliminare sulla cosiddetta
"affettività". Sappiamo che troverà molti ostacoli,
che si travestiranno di volta in volta sotto la grossolanità delle
battute maschiliste, o l'impossibilità oggettiva - le strutture,
il personale - o la rinuncia al buono in nome del meglio. Certo, se ci
si arriverà, non sarà un viaggio di nozze a Torcello. Saranno
stanze squallide, bagni meschini, finestre sbarrate o cieche? Probabile.
Sarà comunque incomparabile con l'attuale mutilazione dei corpi
e degli affetti, per donne, uomini, genitori, figli. Compilerò la
mia domandina il giorno stesso in cui la legge sarà votata, più
contento che se mi trovassi alla reception di un paese di mare. Ho visto
che un riflesso condizionato ha fatto dire a qualche uomo, scontento dell'idea:
"In un posto così non porteremmo le nostre mogli". Se
un posto così finalmente ci sarà, il merito principale sarà
delle donne detenute di Rebibbia. Quattro ore al mese, con le persone che
si amano e si desiderano, senza nessuno che guardi. Potrà essere
orribile. Potrà essere bello. Cordiali saluti e, se permette, non
perda d'occhio la pratica.
- 23 maggio 1997
Gentile Sergio Romano, in una discussione dedicata agli anni fra piazza
Fontana e l'omicidio Calabresi lei ha deplorato il nostro pregiudizio di
allora contro lo stato. Avendola io invitata a ricordare che cosa lei avesse
pensato ed eventualmente detto all'indomani della strage proverbialmente
detta di stato, e della caduta di Pinelli, lei mi ha risposto di essersi
trovato all'estero, e comunque di avere sempre avuto un pregiudizio favorevole
allo stato. Così mi sono spiegato meglio il disaccordo che in un
numero notevole di circostanze separa le mie dalle sue opinioni, anche
quando sembrano muovere dagli stessi dati di fatto. Certo io - come, immagino,
lei - provo a fare a meno, quando me ne avvedo, dei miei pregiudizi. Ma,
per la parte in cui non ci riesco, mi accontento abbastanza di restare
col mio pregiudizio diffidente verso lo stato, e di lasciare a lei il pregiudizio
a favore.Nella stessa discussione lei ha avuto cura di non pronunciarsi
sulla mia colpevolezza o innocenza, ma ha dichiarato che criticare sentenze
definitive equivale a minare le fondamenta della legalità e dello
stato.Lei sembra convinto di ciò come si è convinti di una
questione di principio. Tuttavia lei, che ha studiato i Protocolli, vorrà
ricordare che Dreyfus fu definitivamente condannato nel 1894, degradato
e deportato alla Guyana. Benché la Francia fosse una democrazia,
alcuni cittadini ritennero che le sentenze definitive possano essere discusse.La
sentenza fu annullata nel 1899, e ci fu una nuova condanna, attenuata.Nel
1906 la condanna fu annullata. Zola era morto da cinque anni. Sia detto
senza alcun paragone.
- 21 maggio 1997
Gentile Fabio Salamone, vorrei tornare sulla conversazione radiofonica
di venerdì, in cui, rispondendo a Giancarlo Santalmassi, lei ha
detto di aver richiesto l'archiviazione dell'indagine a carico del giudice
Gian Giacomo Della Torre, perché non aveva raggiunto la certezza
della sua colpevolezza. Uno penserebbe che il pubblico ministero accerti
se ci sono fondate ragioni per ipotizzare l'esistenza di un reato, che
il giudice per l'indagine preliminare controlli la sufficiente fondatezza
dell'ipotesi, e che finalmente tocchi al giudice di decidere se il reato
sia provato o no, condannando o assolvendo. Capisco che col suo nuovo metodo
si farebbe economia di tribunali, tempo e denaro, esaurendosi condanna
o assoluzione nell'indagine del pm.Lei ha accertato che il giudice Della
Torre, presidente dell'ultima Corte d'appello che ci ha condannati, aveva
comunicato a una signora, prima dell'apertura del processo, la sua convinzione
che noi fossimo colpevoli, e poi a lei ha negato di averlo detto.Lei ha
accertato che tre giudici popolari hanno testimoniato attraverso numerosi
e circostanziati episodi il pregiudizio del presidente e le sue pressioni
- "atecniche", lei le ha chiamate - per ottenere la condanna,
anche dopo un voto in camera di consiglio che comportava l'assoluzione.
Lei ha dichiarato veritieri questi testi, e non oscurata da alcuna manovra
o manipolazione la mia denuncia. Dopo di che ha chiesto l'archiviazione.
Scusi: ma in tutte le infinite richieste di rinvio a giudizio che lei ha
presentato a carico di altri indagati, e non solo Di Pietro, che prove
clamorose aveva raccolto? E che Gip esigente deve essere quello, o quella,
che le ha risposto di no in tutte quelle altre cause, e che il 30 maggio
dovrà pronunciarsi sul mio ricorso. Intanto la saluto, con grande
incertezza.
- 20 maggio 1997
La televisione trasmette servizi che mi riguardano. Li guardo con una
sorprendente estraneità. Non c'entro. Me ne rallegro come di uno
scampato pericolo. Momenti in cui sono tentato dal destino dell'ultima
Sibari, quando anche i cavalli schierati per la battaglia preferirono mettersi
a danzare.
Tuttavia mi addestro a dormire con un occhio solo, a riconquistare i sensi
dell'inimicizia e del pericolo. Il rischio maggiore è di lasciarsi
assorbire dalla vita del carcere, che, mutilata com'è, è
tuttavia ricca e curiosa come un mondo intero. Tenere un diario più
rigorosamente normativo? Annotare quando lavarsi le orecchie, come Tommaseo?
Quando prendere un purgante, come Samuel Pepys? Pepys lo leggo qui, in
una versione drasticamente compendiata della biblioteca del carcere. Tira
su. (da Le prigioni degli altri, 1993)
- 17 maggio 1997
Cari Massimo Cacciari, Vannino Chiti, e altri. Ci sono partiti politici
che perseguono programmi inconsulti e micidiali, e li sostengono con azioni
clamorose ed estreme. Poi ci sono gruppi e singoli che vedono lucidamente
il pericolo, sono allarmati, sanno che bisognerebbe fare qualcosa per sventare
il peggio, e che ogni giorno perduto accelera la corsa all'abisso: ma non
compiono azioni clamorose, né estreme. Questo non si addice loro.
Non alle loro idee razionali. Non alla loro compostezza, e perfino al loro
vestiario. Si può scalare il campanile di San Marco dopo aver parcheggiato
un semifreddo in nome della Serenissima Veneta Armata. Non lo si può
fare, invece, perché c'è bisogno urgente di serie correzioni
federaliste della Costituzione. Questo è comprensibile: ma pone
un problema. Cordiali saluti.
- 16 maggio 1997
Gentile signor Comencini, segretario veneto della Lega Nord, l'altra
sera, in una trasmissione televisiva in cui non potevo replicare, lei ha
detto che io non conosco i veneti e odio i veneti. La prima cosa è
senz'altro vera: non si conosce mai niente abbastanza. La seconda è
del tutto falsa, e buonanotte. E' un fatto che avrei qualche difficoltà
a definire una mia appartenenza regionale o locale, ciò che alla
lunga mi va sembrando un colpo di fortuna. Tuttavia le farei presente che
nacqui a Trieste da madre triestina: sia pure Giulia, sempre Venezia è.
Servo suo.
- 15 maggio 1997
Cara Flaminia, attenta come sei alla santità contemporanea,
non dovranno sfuggirti alcune manifestazioni parallele di allegro paganesimo.
Era appena uscita una miscellanea di interviste curate da un bravo sacerdote
sull'abbigliamento con cui donne belle e famose andrebbero oggi incontro
a Gesù Cristo, o la cena che gli cucinerebbero, quando le cronache
hanno mostrato la cerimonia di conversione di una giovane donna, già
fotomodella e ora novizia. La giovane donna ha ringraziato Gesù,
"che mi ha fissata negli occhi come il più bel giovane del
mondo". Il giornalista presentatore ha detto: "Dio è come
un grande stilista". Ai nostri tempi era un orologiaio.
- 14 maggio 1997
Caro Giuliano, ti saluto, e prendo a pretesto un brano dello Zibaldone
di Leopardi, che sto leggendo come un libro di ore. Si tratta di una parola
per la quale tu hai una singolare predilezione, e che io non ho mai impiegato:
sprezzatura. I vocabolari, che ora non posso consultare, danno un significato
negativo, come di una sicumera, o di una trascuratezza esibita, accanto
a quello che ti piace, di una naturalezza che rifugga dall'affettazione.
"Una regola universalissima; la qual mi par valer in tutte le cose
umane, che si [valer] facciano, o dicano, più che alcuna altra;
e ciò è fuggir quanto più si può, e come un
asperissimo e pericoloso scoglio la affettazione; e, per dir forse una
nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte,
o dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi
senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia". Altrove
Leopardi parla di "bella negligenza"; o si dice "nemico
mortalissimo dell'affettazione". E ancora: "Una sola virtù
dell'espressione può e deve andar di pari coll'altezza del concetto,
e questa si è la semplicità, o vogliamo dire la naturalezza
e l'apparenza della sprezzatura". Conoscevi questa genealogia? Serva,
comunque, ai tuoi lettori.
- 13 maggio 1997
Caro Gian Antonio Stella, ciò che avviene sotto e sopra i campanili
veneti era tutto scritto nei tuoi stupefatti reportage: perché altre
e altri avevano saputo raccontare benessere e malessere del Nord Est italiano,
ragioni strutturali e umori civili. Ma nessuno, che io sappia, era riuscito
a vedere l'emozionante imbecillità, e riferirla. Per anni, quell'imbecillità
prodigiosa, emersa e sommersa, è passata in corteo fra di noi, come
il re nudo e il suo codazzo, e nessuno sembrava vederla: per il contagio,
o per cortigianeria. Nei tuoi libri si era capito tutto: e anche che non
c'è niente da fare. Nessuno potrà averla vinta su un'imbecillità
che ha trovato le sue buone ragioni. Che tutto ciò si consumi proprio
tra Padova e Venezia fa un dispiacere speciale: luoghi di Ippolito Nievo,
della sua magnifica Pisana, e di quel Carlino: "Io nacqui veneziano;
e morrò per la grazia di Dio italiano". Chi avrà spiegato
perché le "Confessioni di un italiano" non siano diventate
il nostro libro sacro, avrà anche reso conto della disgrazia passata
e futura d'Italia.
- 10 maggio 1997
Gentile questore di Pescara, non saprei affatto valutare se lei abbia
fatto bene o male il suo lavoro, e mi dispiace che lei debba sentirsi sospettato
di non aver fatto abbastanza per cercare un ragazzino che, come tutti,
avrà desiderato con ogni forza di ritrovare in fondo a una scappatella.
Ho però letto un paio di sue frasi decisamente pazzesche. Lei ha
detto: "Abbiamo indagato più per lui che per Moro", e
ha detto: "Non avremmo fatto di più se fosse stato figlio di
Agnelli". Penso che la cattiva storia italiana insegua e deformi anche
la cronaca più privata e intima. In un paese appena normale, un
questore normale avrebbe forse detto: "L'ho cercato come se fosse
stato mio figlio". Ma che c'entra Agnelli? E Moro poi: che fu cercato
malissimo, ammesso che non si sia fatto di tutto per non trovarlo? Lui
ha tre figli suoi, dopotutto. Leggo ora della parte che lei ebbe nello
strano caso di Ciro Cirillo. Be', poteva citare quello: almeno, l'assessore
Cirillo fu restituito vivo alle sue famiglie.
- 9 maggio 1997
Cari lettori, vorrei, per una volta, scrivere anche a nome di tanti
altri carcerati di Pisa, benché non possa chiedere il loro permesso.
Il fatto è che martedì sera, il 6 maggio, si è ammazzata,
o è morta, qui Margherita, che aveva 23 anni. Era in galera da tre
anni, ne aveva ancora per uno, credo: per droga, naturalmente. Si è
soffocata con un sacchetto di plastica e una bomboletta di gas. Ho saputo
molte cose su lei, dai ragazzi che qui l'avevano conosciuta, o che avevano
scambiato con lei una corrispondenza, come succede in carcere: cose piene
di affetto e compassione, che non trascrivo. Nello stesso giorno si è
saputo che è morto di overdose Giuliano, che aveva poco più
di trent'anni, ed era stato messo in sospensione della pena una settimana
fa. Giuliano lavorava a portare il vitto, era grasso e sentimentale, benvoluto
da tutti. Tempo fa avevo commentato, al passeggio, i trasferimenti improvvisi
di detenuti. Avevo detto, scherzosamente, che non c'è solo la separazione
dagli affetti di fuori, ma anche da quelli di dentro. Giuliano aveva ripetuto
con emozione: "Proprio così, proprio così". Era
passato a salutarci, mentre gli agenti gli facevano fretta. Credo che avesse,
come tanti, gravi tristezze famigliari. Era stato in galera sette anni
- rieducato, dunque. Queste notizie correvano, nel modo accorto e quasi
clandestino in cui corrono le notizie in carcere - come l'aria, che si
infila tra le grate, le sbarre, le blindate, e diventa un vento - mercoledì
7 maggio, venticinquesimo anniversario della morte in queste celle di Franco
Serantini.Non cavate da queste righe un'impressione sbagliata, non chiedetevi
che cosa succede al carcere di Pisa.Dico sul serio, senza sarcasmo: non
succede niente. Tutto normale. E' la galera, ragazzi. Come la vita di fuori,
ma passata per regolamento sotto un vecchio schiacciasassi senza guidatore.
- 8 maggio 1997
Promemoria per l'aggiornamento di manuali scolastici di storia. Intervista
a Berisha, titolo: "Non mi pento di nulla e rimango al mio posto".
Intervista a Priebke, titolo: "Pentirsi è facile ma io non
voglio". (Sullo stesso numero di Repubblica, 23 marzo 1997). Priebke:
"Io non sapevo dell'olocausto". 4 maggio: Giovanni Paolo II celebra
la beatificazione di Ceferino Jimenèz Malla detto El Pelé,
in piazza San Pietro. Un violino e una chitarra rom accompagnano l'offertorio.
In tv, il commentatore vaticano ricorda che mai, dopo Nerone, la chiesa
cattolica aveva subito una persecuzione paragonabile a quella inflittale
dai rossi in Spagna. Pochi giorni prima, ma a tarda notte, era passato
in televisione un film polacco, prodotto da Zanussi, "I violini cessarono
di suonare", sullo sterminio degli zingari nei campi nazisti. Il papa
è appena stato in Boemia, dove ha chiesto perdono per la persecuzione
degli Hussiti. Vittorio Emanuele di Savoia dichiara che le disposizioni
antiebraiche del '38 non furono poi così terribili. In Algeria,
negli eccidi rituali di inermi - sgozzati, decollati, incendiati - si distinguono
gli "afghani", reduci dalla guerra santa contro l'invasione russa
in Afghanistan. Ancora domenica, 4 maggio: Kim Phuc, che venticinque anni
fa aveva otto anni e correva martoriata dal napalm, perdona in televisione
l'ex capitano John Plummer, che ordinò il bombardamento. Plummer,
che lasciò la divisa e diventò alcolista, è ora predicatore
metodista. In un'intervista, Norberto Bobbio dichiara di provare pietà
per i cadaveri di Piazzale Loreto, suscitando vivaci polemiche. Lunedì
5 maggio, giornata della memoria della Shoah. Passano sugli schermi le
immagini dei corpi accatastati, dei vagoni piombati. A Kisangani centinaia
di profughi hutu muoiono sui treni che li portano in Ruanda. Un bambino
si era perduto. Si è saputo che faceva la collezione di tessere
telefoniche usate e sognava di fare un viaggio su una corriera a due piani.
E' stato ritrovato, lunedì. (continua)
- 7 maggio 1997
Franco Serantini morì il 7 maggio di venticinque anni fa. Era
vissuto fra befotrofi e istituti di rieducazione. Aveva vent'anni. Era
nato in Sardegna. Non avendo famiglia, e soffrendo di "assoluta carenza
affettiva", era stato messo in riformatorio. A Pisa era in semilibertà:
doveva mangiare e dormire nell'istituto di rieducazione in piazza San Silvestro.
Semilibertà è una parola grottesca: la libertà non
si dimezza. Il ragazzo Serantini la libertà la voleva tutta intera:
aveva sognato di diventare marinaio, e diventò anarchico. Il 5 maggio
fu arrestato e pestato, dalla polizia, in strada e in questura. Il 6 maggio
fu interrogato in carcere. "Chiesto all'imputato in che cosa crede,
risponde: - Sono anarchico". Disse anche: "Fui arrestato mentre
scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla
testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora attualmente". Fu
messo in cella di isolamento.Viene visitato undici ore dopo.Nel carcere
c'è un centro clinico. Lui viene rimandato in cella. Muore la mattina
dopo. L'autopsia accerta, visibili all'esterno e all'interno del corpo,
molte decine di segni di un massacro che non ha risparmiato neanche una
piccola parte. Gli autori del linciaggio: impuniti. La tomba era sempre
piena di fiori.Per anni e anni. Poi meno. Cominciò a restare senza
cure e senza fiori. Oggi immagino che ne abbia di nuovo tanti. Io stesso
non so come me ne sarei ricordato, se non mi trovassi, venticinque anni
dopo, nella galera in cui il ragazzo Serantini fu lasciato morire solo.
- 6 maggio 1997
Ehi Sergio, ho tanta voglia di scriverti. Guardo le tue strisce e le
tue tavole, e ne vado fiero: poi mi preoccupo, che non ti accusino di interesse
privato in atti di ufficio. Baci a Bruna. Come sta Bobo? Tu hai trovato
un bel modo di prendere una distanza da te stesso. Tu sei quello che disegna,
lui è quello che andava in Albania. Fate tutti così. Quando
vedi Paolo, salutalo. Baci a Valeria. Dì a Paolo che, se incontra
quel faccia a culo di Carcarlo Pravettoni, lo avverta che c'è un
posto in cui il suo programma politico è già realizzato in
ogni dettaglio, e questo luogo è il carcere.Gli autori di regolamenti
carcerari sono i più grandi autori involontari di satira in Italia.Il
più grande autore volontario della satira italiana fu invece il
Leopardi delle "Operette morali": di quel sommo vi regalo questo
brano da una lettera al Brighenti del 1821: " Ridiamo insieme
alle spalle di questi coglioni che possiedono l'orbe terracqueo; il mondo
è fatto a rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il culo
dinanzi ed il petto di dietro". Baci a Ilaria e Michele. Ridiamo insieme.
Arrivederci.
- 3 maggio 1997
Gentile signor Italia, l'ho ascoltata per un po' lunedì sera
da Costanzo, attirato dalla presentazione - lei infatti è stato
trasferito nel centro della terra da creature venute da altri mondi - sia
dal fatto che lei è di Trapani. Naturalmente, lei dev'essere matto:
ma chi non lo è? I lunghi rimati messaggi che lei trasmetteva per
conto dei suoi interlocutori ultraterreni erano piuttosto noiosi, e a un
certo punto qualcuno l'ha interrotta per obiettare: "Ma questi extraterrestri
parlano sempre in rima?" E lei ha risposto con convinzione: "Ma
il mondo è tutta una rima". Questo bellissimo pensiero, passato
inosservato, ha illuminato la serata. Naturalmente, in modi dotti o ispirati,
altri hanno già detto la stessa cosa. Hanno parlato del libro della
natura, del poema del mondo, delle armonie segrete e delle assonanze riposte.
Ma lei aveva l'aria di averlo scoperto da solo, lì per lì,
che il mondo fa rima.
- 1 maggio 1997
Gentile governo, perché tutte queste carte di archivi nascosti
non vengono semplicemente rese pubbliche, cioè messe a disposizione
del pubblico? Fa infatti una strana e amara impressione sentir dire che
il governo toglierà il segreto di Stato, per esempio, sulla strage
di Portella della Ginestra, a cinquant'anni di distanza. Non è neanche
confortante l'impressione che le diverse discariche di carte più
o meno segrete, più o meno illecite, sia no abbastanza a caso lottizzate
fra le differenti magistrature locali. Che cosa si oppone alla loro pubblicità?Non
certo la protezione della discrezione: al contrario. Insomma, anche per
fatto personale, chiedo per favore di lasciarci sapere di che cosa parlano
questi monnezzai di Stato.
- 30 aprile 1997
Gentili giornalisti, nei commenti sulla bomba milanese ho visto rievocare
il precedente del '69, e l'avvio della strategia delle stragi. Poi però
non ho trovato - non almeno nei giornali che riesco a vedere - la ricostruzione
di quel precedente, che non è, ovviamente, il 12 dicembre di piazza
Fontana, bensì gli attentati, appunto dell'aprile, alla Fiera e
alla Stazione di Milano. Temendo che la memoria mi tradisca, vorrei fare
le seguenti domande: chi furono i veri autori di quegli attentati? Chi
furono i responsabili delle indagini? Quali versioni e commenti pubblicarono
i maggiori giornali? E infine, quale legame ci fu, se ci fu, fra le bombe
dell'aprile, le false accuse, e il 12 dicembre 1969, e il suo seguito?
Rimettere insieme queste notizie potrebbe servire ai più giovani,
che se no sarebbero indotti a ritenere che delle bombe anarchiche dell'aprile
del 1969 abbiano dato l'avvio a una strage anarchica del dicembre del 1969
e così via; e soprattutto ai meno giovani, la cui memoria barcolla
in modo commovente.
- 29 aprile 1997
Cara Stella, caro Gianni, adesso che il modello italiano è arrivato
a dominare gli studi sulla demografia mondiale, fa notizia la previsione
sull'estinzione degli italiani in poche generazioni, e sulla scomparsa
universale di fratelli, sorelle, zie e zii. Ancora poco fa, cantavamo di
volere un mondo di fratelli, e pensavamo che bisognava avere pazienza coi
figli unici, viziati e infelici. Era un pregiudizio. Ma un mondo di figli
unici somiglia a un annuncio di raffreddamento del clima. Diminuiscono
i fratricidi, certo: ma anche Antigone e Ismene, sorelle capaci di opporsi
in nome dell'amore alla ragion di Stato, non ci saranno più. Da
questo soggiorno, penso ai nipoti unici di quattro nonni unici, e considero
la mia personale fortuna, cara sorella mia, caro fratello.
- 26 aprile 1997
Cara Valentina, mi chiedi: perché Dickens? La risposta è
lunga, e questa posta piccola. In un gran romanzo di Dickens trovi pensieri
così. L'erba che potrebbe crescere fitta tra le lastre della strada
se i giovani sfaccendati non la strappassero per masticarla. L'estate così
calda e secca che i cani dei ciechi tirano i padroni verso i rigagnoli.
Ecco perché.
- 25 aprile 1997
Illustre Ilya Prigogine, mi piace, in tutta incompetenza, la sua persuasione
che il tempo abbia preceduto la materia; che, come lei dice, in una bella
intervista a Giovanni Maria Pace, "La materia è un po' la conseguenza
della freccia del tempo". Sono più perplesso, e non per amore
di paradosso, peril suo rifiuto così netto dell'idea che il futuro
dell'universo, e diciascuno di noi, sia segnato una volta per tutte. O
piuttosto, la libertà e la probabilità che lei vuole salvaguardare
al futuro dovrebbero essere ricercate e riconosciute anche, e forse ancora
più, al passato. In un senso, il futuro è già scritto:
non potremo agire che in un solo modo, secondoun copione rigido ed esclusivo.
Quando i fatti sono compiuti, allora diventa chiaro che c'erano davvero
mille altre possibilità. E che ciò che èavvenuto non
era necessario, spesso era la cosa peggiore, e certo non la più
ragionevole, e neanche la più probabile. Estote parati: è
al passato, e non al futuro, che si rivolge l'esortazione. State pronti
a ciò che è già avvenuto, se ce la fate.
- 24 aprile 1997
Scrive Gramsci in una lettera del 1930. "Ho ricevuto proprio oggi
il volume della Biblioteca Antiquaria Hoepli; ringrazio, ma avverto di
non spedire più libri di questo genere, che non mi servono a nulla
in carcere; mi fanno solo rimpiangere di non aver seguito l'impulso degli
anni giovanili e di non essere diventato un pacifico topo di biblioteca
che si nutre di carta stampata e produce dissertazioni sull'uso dell'imperfetto
in Sicco Polenton". Anche per sé, dunque, Gramsci aveva sostituito
la guerra di posizione a quella di movimento - aveva imparato la pazienza.
Non è così peregrino l'accostamento dell'esploratore al carcerato.
Chi conosce i giochi e le arti della pazienza sa che erano prerogativa
di prigionieri e monaci, di marinai e di donne, di chi vive nel tempo lento
e lungo: lavori di tessitura e di nodi, navi nelle bottiglie, lettere dal
carcere ("Le prigioni degli altri", Sellerio 1993)
- 23 aprile 1997
Gentile Andrea Innocenti, non la conosco, e leggo del libro da lei pubblicato:
"Un mondo di invertebrati". Deve sapere che io abito per forza
in una stanza da solo, così da accogliere con benevolenza e quasi
gratitudine dei cortei di minuscole formiche che fanno provvista delle
mie briciole. Imparo da lei che la formica è il più forte
e feroce predatore naturale. Il titolo di giornale che lo annunciava dice
addirittura: "E' la formica il predatore più spietato. In un
giorno uccide un chilo di insetti". In realtà è un intero
nido di formiche rosse ad arrivare a quel record: si sa, i giornali esagerano.
Gli antichi avevano già capito, come mostrano i Mirmidoni. Prima
di entrare in galera, ho fatto in tempo a vedere il film "Microcosmo":
magnifico. Noi siamo la prima generazione che vede questo: c'era accanto
a me un bambino che, per assimilare quegli insetti giganteschi a creature
a lui conosciute e affidabili, ha esclamato: "Sembrano marziani!".
E' superiore negli umani la vocazione a ingrandire ciò che è
piccolo, piuttosto che a ridurre ciò che è grande.
- 22 aprile 1997
Per Lisa Giua Foa. Cara Lisa, dopo aver letto quello che hanno scritto
di me le Izvestia, ho pensato di dedicarti questo che è come un
compimento. Goncarov, Bucharin, Tolstoj, Achmatova - ed eccoci arrivati.
Vedi quello che continua a succedere. Teorico del terrorismo internazionale,
erede di Mao, orditore dalla galera di sequestri ceceni. Del resto le sentenze
italiane non erano state più sobrie.La mia ombra viene staccata
da me, e portata in giro, vestita di panni grotteschi e riempita di freccette.Non
mi fa male, perché è solo l'ombra: ma come si può
vivere separati dalla propria ombra? Solo che quando è stata portata
troppo lontano, non si può più tirare il filo, per ricongiungersi
con lei.Bisogna andarle dietro, fin dove è stata sequestrata e infilzata,
nei canili, nelle caserme.Tutto questo continua a non essere drammatico,
ma cialtronesco. Le tue preoccupazioni sono fuori posto. Niente succederà
di drammatico. Solo qualche altra cosa buffissima.
- 19 aprile 1997
Gentile monsignor Clemente Riva, l'ho ascoltata nella strana sera televisiva
di Raidue, mercoledì.Lei è intervenuto a proposito della
memoria dei sopravvissuti italiani da Auschwitz, protagonisti di un memorabile
racconto. (La frase di una signora: "Mi piaceva svenire").Ma
siccome il suo commento, che menzionava i pensieri sulla "morte di
Dio", veniva dopo la puntata di Macao in cui Carmelo Bene aveva proclamato
l'inesistenza di Dio, si rischiava di confondere l'oggetto delle sue parole.
Io però, che ho di lei una conoscenza episodica ma piena di stima,
le scrivo perché sono stato sbalordito da una sua frase: "Oggi
nessuna persona seria potrebbe non credere all'esistenza di Dio".Penso
di essere serio, e non credo all'esistenza di Dio.Ho lo stesso rispetto
per le persone credenti e per le non credenti.Tempo fa, il cardinale Martini
aveva garbatamente spiegato agli intellettuali non credenti che alla morale
non c'è fondamento solido fuori dalla fede in Dio.Non potevo essere
d'accordo, soprattutto perché i comandamenti che gli umani si sono
dati - o hanno ricevuto - attraverso la fede non cessano di essere robustamente
e ragionevolmente operanti in chi è uscito dalla fede positiva,
o non l'ha acquistata. Questione ardua, certo: la cui posta è l'idea
di una superiorità morale di una condizione rispetto a un'altra.
Ma lei ora è sembrato addirittura negare "serietà"
- concetto pregnante: capacità di prendere sul serio il destino
altrui e proprio - a chi non crede all'esistenza di Dio.Ho capito bene?
- 18 aprile 1997
Cara Mara Venier, vorrei illustrarle il modello Fratianna Pasquale.
Il punto è questo: viene in galera solo chi ruba poco. Molto poco.
Forse il tetto massimo oltre il quale la galera è interdetta (con
rare e apprezzate eccezioni, come Cusani) non raggiunge la cifra del quiz
che il suo intendente di finanza voleva dividere per tre. Non che ci sia
da lamentarsi per il mancato ingresso in prigione di quelli che rubano
parecchio. E' un po' seccante per gli altri. Il fatto è che l'intero
sistema penale internazionale ha lo scopo di tenere in galera Fratianna
Pasquale. Non lo conosce? Anch'io lo conosco solo perché abita due
celle oltre la mia. Era tossicodipendente, e rubava autoradio. La condanna
che sta scontando riguarda undici furti di autoradio. Di questi undici
furti ne ha effettivamente commessi tre, e con gli altri otto non c'entra.
Come lo so? Me l'ha detto lui, quindi lo so senz'altro. Gli stessi giudici
gli spiegarono che tre o otto, col continuato, cambiava poco. Non ha insistito.
E qui, prende il sole, guarda il suo programma, ha qualche disturbo cutaneo
di origine nervosa, si chiede se ci sarà qualche provvedimento per
le carceri. C'è del metodo, nella giustizia. Dopo alcuni anni di
Mani Pulite, gli intendenti arrotondano con la domenica, i produttori di
mine antiuomo decentrano, e intanto si preparano allo sminamento, che forse
renderà loro cento volte tanto, e tutto per tenere in galera Fratianna
Pasquale, ramo autoradio. La gente, che è esasperata dalla microcriminalità,
sarà rassicurata, e le statistiche di fine anno registreranno undici
delitti risolti.
- 17 aprile 1997
Cara Elvira Sellerio, quando mi raccontasti di voler pubblicare l'edizione
integrale delle lettere di Gramsci, reagii tiepidamente. L'impresa era
grossa, l'accoglienza incerta. Per sovrappiù, vennero i risentimenti
dell'Istituto Gramsci e dell'Einaudi. Ho qui i due volumi, così
belli, così ben curati. Leggo con spirito fraterno quel diario epistolare
di un prigioniero italiano, intelligente, degno, e solo. Un'altra Italia,
dirimpetto a quella di Silvio Pellico, cospiratore per un breve momento
e quasi per sbaglio, e poi reclinato e devoto. Qui, un prigioniero di altri
italiani, rigoroso e solitario, e tormentato fino alla morte: dalla persecuzione
politica, dalla fatica quotidiana delle istanze per la concessione di libri
e riviste, dall'abbandono e a volte la denigrazione dei suoi stessi compagni.
La ragione insospettata per cui, cara Elvira, ti sono ancora più
grato, da questa pazienza che mi fa rileggere un'altra volta quelle lettere,
è che nella nostra cronaca politica il nome di Gramsci o l'attributo
di gramsciano figurano come epiteti poco meno che ingiuriosi. Da parte
di un'Italia che non è andata né allo Spielberg né
a Turi, che non è né flebilmente capace di costare a un dispotismo
ottuso più di una battaglia perduta, né coraggiosamente e
nervosamente capace di resistere a una dittatura, e di rinnegarne dolorosamente
un'altra. L'Italia di Maramaldo. Sul Corriere di martedì, a proposito
di un Gramsci totalitario, e dell'insulsa discussione su una sua "attualità
politica", un intellettuale di oggi, colpevole solo di distrazione,
ha scritto questa frase: "I Quaderni del carcere testimoniano come
il loro autore fosse prigioniero del suo tempo". Segno dei tempi che
corrono: una simile distrazione sarebbe stata impensabile, fino a poco
tempo fa. Prigioniero: ecco una parola da maneggiare con cura.
- 16 aprile 1997
Vorrei avere sottomano il libro Cuore - imperdonabile, venire in galera
senza il libro Cuore - per rileggere il brano del caporale Coppino. Infatti
i pompieri di Torino non devono essere cambiati molto da allora, a parte
la televisione.
- 15 aprile 1997
Caro Valentino Parlato, amico mio. Sono così spesso ammirato dai
vostri titoli di copertina, che capisco come un buon titolo possa per voi
valere una messa, fosse anche una messa a Sarajevo. Scelta temeraria, però.
Metti che un turco, vero o finto, ammazzasse il Papa, come si usa, e quel
titolo sarebbe diventato difficile da ricordare. O anche solo quando quel
vecchio Papa trema sotto la neve col camposanto del leone alle spalle,
e alza la voce sulle responsabilità dell'Europa. L'obiezione che
francamente ti rivolgo riguarda la difesa che ne hai fatto in un'intervista.
A parte il titolo bene o mal trovato, hai aggiunto che il Papa andava a
Sarajevo come corresponsabile, per l'affrettato riconoscimento di Slovenia
e Croazia, della catastrofe jugoslava. "Il Papa dovrebbe fare un atto
di penitenza: se fosse stato più prudente, Sarajevo non avrebbe
conosciuto un simile massacro". Caro Valentino, questo non è
più un titolo che scherza, è una cosa da pazzi. Scherziamo
pure sui santi, ma lasciamo stare i fanti: tutti quei cimiteri, tutti quei
bambini. Ti faccio un altro esempio della bestemmia involontaria cui può
trascinarci il vizio della buona battuta - vizio che frequento. L'altro
giorno, contrario come sei alla spedizione albanese, hai detto: "Mandiamoci
gli olandesi, i gentili olandesi, coi tulipani". Non potevi ricordarlo,
ma furono alcuni ufficiali e soldati olandesi dell'Onu a coprirsi di vergogna
assistendo vilmente allo sterminio della gente di Srebrenica, luglio 1995,
condotto dalle bande di Mladic. Ciao, scusa.
- 12 aprile 1997
Gentili impiegate e impiegati delle poste, persuaso come sono che siate
una categoria fra le più simpatiche e sensibili in tutto il mondo,
nonostante le cattive gestioni, posso chiedervi come mai all'improvviso
la gran parte delle cartoline illustrate arrivano ora deturpate dai timbri
apposti sul lato dell'illustrazione? Esiste forse una cieca causa meccanica,
o è, anche in questo estremo e delicatissimo ambito, la crisi dei
valori? Grazie, saluti.
- 11 aprile 1997
Erano in due. Il terzo si è unito loro più tardi. Mancava
loro l'aria. Si provi a immaginare la vita dei tre uomini, in uno spazio
forzosamente ristretto, in carenza d'ossigeno. E si provi a immaginare
l'angoscia nel momento dell'attracco. Quando la vita dei tre era in serio
pericolo. Queste cose abbiamo letto con ansia, cari cosmonauti della Mir,
Icari di padri spiantati. Vi siamo vicini, noi tre della razza di chi è
recluso a terra.
- 10 aprile 1997
Cara Carla e Cesare, come si è vista la cometa Hale-Bopp dalla vostra
terrazza? (Che appropriazione indebita, quel nome). Noi siamo chiusi dalle
tre del pomeriggio alle nove di mattina. Sarà per un'altra volta.
- 9 aprile 1997
Gentile Gherardo Colombo, leggo in una sua intervista a Repubblica che
lei non ricorda un solo caso in cui "il passaggio dalla requirente
alla giudicante o viceversa ha messo in dubbio l'attività del magistrato".
Non so che cosa lei intenda per "mettere in dubbio". Desidero
però ricordarle il caso di Manlio Mirale, che è oggi procuratore
aggiunto della sua stessa procura. A quel posto era stato già designato
quando presiedette il suo ultimo processo nella Corte d'assise milanese,
il processo di primo grado per l'omicidio Calabresi. Giudicò allora
di fronte a pubblici accusatori strenuamente impegnati, di cui era già
in pectore collega e superiore. Non importa che le dica come finì.
Molti saluti.
- 8 aprile 1997
Caro Fausto Bertinotti, lei ha detto che non si fanno crisi di governo
sulla politica estera? Se l'ha detto davvero, lo trovo strano. Soprattutto
trovo che si debba ripensare alla nozione di "politica estera".
Se non altro perché il mondo è diventato così piccolo
da mescolare molto più strettamente questioni esterne e interne.
Il caso albanese è il più esemplare, a meno che non vogliamo
chiamare politica interna loro che vengono qua, e politica estera noi che
andiamo là. Certe discussioni sulle missioni internazionali, i loro
compiti e i loro rischi, sembrano rispettare troppo la politica estera
delle frontiere nazionali e nazionaliste. Il buon volontariato fa l'opposto:
ma può esistere buon volontariato senza la legittima protezione
internazionale, e viceversa?
- 5 aprile 1997
Pare che l'Imperatore Francesco I si occupasse di persona fin nei dettagli
della sorte dei suoi prigionieri. A sua volta, il cerimoniale personalizzava
nell'Imperatore ogni funzione dell'autorità. Sicché l'Imperatore
di Pellico è, all'opposto di quello di Kafka, sorprendentemente
vicino e avvicinabile: ma proprio per questo altrettanto inaccessibile
e arbitrario. Così il commissario Engelbert, di ritorno a Venezia
dallo Spielberg, avvisa i condannati di aver visto a Vienna "S. M.
l'Imperatore, la quale mi disse che i giorni di pena di lor signori vuol
valutarli, non di 24 ore, ma di 12". Pena dimezzata, sette anni e
mezzo ai ferri invece che quindici: "vuol valutarli". Non era
neanche vero. Oppure, allo Spielberg: "Non era ancora venuta alcuna
risposta dell'Imperatore sul permesso che dimandavamo di leggere i nostri
libri ed acquistarne altri". Arrivò poi davvero: Francesco
I vietò la lettura dei classici e autorizzò solo i libri
religiosi. "Alcuni di siffatti libri di religione ci furono poscia
mandati in dono dall'Imperatore".
da Le prigioni degli altri, 1993
- 4 aprile 1997
Gentile Silvio Berlusconi, non so se ho capito bene che cosa lei ha fatto
a Brindisi a Pasqua. Non intendo la sua commozione: andare a Brindisi,
e lasciarsi contagiare dal pianto dei superstiti, era, fra tutti, il modo
più naturale di trascorrere quella Pasqua. Ma questo ormai è
stato detto da tutti. La polemica, penosa, col governo - blocchi, pattugliamenti,
telefonate - ha distratto l'attenzione da un altro punto. Infatti lei,
leader del centrodestra, nel pieno di una sobillazione di spiriti xenofobi
e incattiviti, e di una campagna elettorale che coinvolge prima di tutto
Milano, ha detto sull'accoglienza dei profughi cose ragionevolissime per
me, fastidiosissime per molti dei suoi: e destinate ad avvantaggiare, si
direbbe, la bava alla bocca di certi leghisti. Non so se lei l'abbia fatto
per calcolo o cedendo a un impulso.Se abbia fatto affidamento sul cardinale
Martini e le altre voci cattoliche che richiamavano alla carità
e alla fraternità mentre altri allestivano ronde e recinti, e la
caccia all'albanese diventava la più forte prova generale dell'extraterritorialità
dell'Italia del nord. E' un fatto che le sue parole, se lei non tornerà
indietro, hanno sottratto la sua parte politica alla tentazione della concorrenza
con l'odio e la frustrazione razzista. La sinistra dovrebbe rallegrarsene,
anche quella che ha per lei la più lecita e viva antipatia, fino
a rinfacciarle la Pasqua a Brindisi, salvo ricordarsi il giorno dopo di
non esserci andata lei, a Brindisi: come ha detto Vittorio Foa, "a
chiedere scusa". (Deve averci pensato, Foa, e poi ha deciso di dire
così: chiedere scusa. Voleva dire, si capisce, chiedere perdono).
- 3 aprile 1997
Gentile signora M.T., io non la conosco, se non per averla vista seduta
di fronte a me, per tanti giorni, durante un processo in cui io ero imputato
e lei giudice. Ora ho letto gli atti dell'indagine bresciana, da me chiesta,
sulla conduzione di quel processo e sulla sua condanna finale. Ho letto
fra altre queste frasi da lei pronunciate: "Ho ritenuto di riferire
i fatti soprattutto perché da quando sono avvenuti ho un tormento
unico". E ancora: "…lo stato di tormento che mi angoscia
da un anno". Leggo anche che il presidente di quel processo ebbe il
buon gusto di farle, nel suo corso, la battuta: "Cosa le ha suggerito
Sofri questa notte?". Leggo infine: "Quando votammo, il risultato
fu di quattro voti per la condanna e di quattro voti per l'assoluzione,
il che secondo l'art.527 determinava proprio l'assoluzione degli imputati".
Ora che le cose sono finite, gentile signora M.T., vorrei augurarle tutto
il bene e la serenità possibile, dirle che io stesso sto, a mio
modo, bene, e ringraziarla.
- 2 aprile 1997
Caro Reinhold, avevo molto apprezzato la tua decisione di lasciar perdere
le spedizioni alla ricerca dello yeti, e nel mio libro più caro,
Il nodo e il chiodo, le avevo dedicato un capitolo d'onore. Ora
i giornali dicono che hai di nuovo progettato di andare in Tibet a "scovare
lo yeti". Non so che cosa ti abbia fatto cambiare idea. Io rimango
di quell'idea: se vedi lo yeti, non dirlo a nessuno. Affettuosi saluti.
- 1 aprile 1997
Signor vicegovernatore Buddy MacKay, leggo che lei ha avuto il coraggio
di distinguersi dai suoi superiori e colleghi, per i quali l'abbinamento
fra sedia elettrica e rogo non è un problema: anzi, ben gli sta.
Lei è stato scosso da quel cranio incendiato. Di conseguenza, lei
ha dichiarato di preferire l'iniezione letale. Com'è umano lei.