Non sono all'altezza

di Beniamino Placido

da Repubblica, 5 ottobre 1997


 

Adriano Sofri si trova in carcere, a Pisa, per una sentenza sulla quale non devo, non posso esprimere nessun parere: e che si riferisce comunque a fatti da lui commessi (forse) o pensati (forse) un quarto di secolo fa. Dal suo carcere Adriano Sofri scrive ogni giorno, per Il Foglio di Giuliano Ferrara, un colonnino ("Piccola Posta") che dalle vicende, dalla vita del carcere trae spunto. Quello di martedì 30 settembre è particolarmene interessante. E' redatto in forma di discorso aperto, indirizzato agli altri carcerati. A quelli più poveri, più disgraziati: per nascita e per condizione sociale. Saranno anche colpevoli, non si discute, ma a differenza di tanti altri che sappiamo o sospettiamo colpevoli di qualcosa, sono stati severamente condannati. A differenza di tanti altri non avevano nessun mezzo per pagarsi costosi (e vistosi) collegi di avvocati. Non avevano nessun modo di esercitare nessuna pressione (debita o indebita) sui giudici. Così si rivolge a loro Adriano Sofri: "Cari criminali qualsiasi e spesso innocenti... voi che avete perso tutti i denti e i capelli e vi siete masturbati fino a sanguinare e avete preso la scabbia e la cirrosi e vi siete risarciti con tatuaggi grevi e senza appello, voi milioni di carcerati qualunque di mezzo secolo di repubblica italiana...".

Continua Adriano Sofri: "Che processi e sentenze si aggiustassero, si comprassero e si vendessero nelle preture di provincia, o in Corte d'Assise, o in Cassazione, questo è il più piccolo degli scandali..." (qui dissento: questa è stata invece una dolorosa sorpresa per quanti di noi - ingenui - erano abituati a considerare del tutto astratta, ingiuriosa l'ipotesi di corruzione di un solo giudice). Ma continuo.

Continua Adriano Sofri: "Nessuno corruppe i vostri giudici, condannati qualunque, folla di disgraziati che ha riempito cinquant'anni di galere, che ha sbattuto la testa contro i muri delle celle, che si è tagliata le vene per implorare un colloquio o per rinviare una bastonatura, che ha perso i denti e i capelli, che si è piegata fino alla delazione o si è spezzata maledicendo: ecco la vera, immane ingiustizia". Ancora: "Voi non esistete. Voi non avete partiti, avvocati, conti correnti. Ora anzi avete braccia piene di buchi e facce di arabi e di albanesi. Voi passati presenti e futuri siete spazzati insieme in un solo gran mucchio su cui si versa ogni tanto calce viva...".

Che cosa può far venire in mente un discorso del genere? Può farci venire in mente innanzitutto la parziale cecità in cui viviamo. Di realtà mortificanti come questa non abbiamo nessun sentore. Nulla ne sapremmo - e nemmeno vorremmo saperne, forse - se non ci fosse talvolta qualcuno che parlando da quello stesso carcere, ce ne fa gentilmente prendere atto. Tornano in mente tutti i ragionamenti filosofici che abbiamo letto o sentito fare, intorno all'"umiltà". Queste che Sofri ha conosciuto in carcere, e descrive, sono persone "umili", in senso tecnico. Anche se hanno commesso - è probabile - i delitti o le infrazioni alle leggi per cui sono stati condannati. "Umili" perché sprovvedute di risorse psicologiche o materiali capaci di aiutarli a contrastare, ad alleviare la situazione in cui si trovano. La mano corre a cercare quel libro - si intitola proprio L'humilité. Grandeur de l'infime che le benemerite "Editions Autrement" di Francia hanno pubblicato, or non è molto. Contiene tra gli altri un bellissimo saggio di Marc Fumaroli, studioso notissimo anche in Italia. Tratta del tema Humilité et magnanimité. Spiega che con l'avvento del Cristianesimo l'"umiltà, intesa come attenzione ai più deboli, più sprovveduti", non si contrappone più frontalmente a quella grandezza d'animo, a quella "magnanimità" che gli antichi consideravano come la virtù; massima. Ne è invece l'altra faccia. Solo chi è veramente "magnanimo" trova il tempo e la forza per pensare anche alle realtà più modeste e sfortunate. Modestissima cosa è lui stesso, tanto per cominciare, se appena appena ci pensa. Addirittura divertente riesce ad essere Fumaroli, quando trova un esempio di questo persino nel modo in cui conferenzieri illustri cominciano i loro discorsi. Con quelle attestazioni di modestia ("non sono pari al compito", "forse non sarò all'altezza") che sono certo convenzionali e formulaiche. Ma riflettono una realtà vera.

Sì, qualcosa so e ve la dirò, in questa mia conferenza. Ma a confronto di tutto quello che bisognerebbe sapere, per parlare a ragion veduta dell'argomento, so poco o nulla: se appena ci penso. Occupandosi, preoccupandosi di questi poveri carcerati disgraziati suoi "colleghi"; proponendoli, imponendoli alla nostra distratta attenzione, Adriano Sofri ha compiuto un gesto "magnanimo" (in senso tecnico). Ho cercato di presentare, come meglio ho potuto (ma forse non sono stato all'altezza) il suo discorso. Spero di essere riuscito a mantenere l'impegno iniziale di non intervenire nel merito della sentenza che lo ha condannato a vivere in quelle celle, per non so quanti anni.